La legge del profitto batte la legge dell’amore? Io, Daniel Blake di Ken Loach

La legge del profitto batte la legge dell’amore? Io, Daniel Blake di Ken Loach

La legge del profitto non batte la legge dell’amore, almeno così nell’ultimo film di Kean loach.

l film, forte come un pugno nello stomaco anche se, per certi versi, meno duro di alcuni film del passato di “Ken il rosso”, sembra dire, già dal titolo, che di fronte alle aberrazioni ed alle derive liberiste di un sistema capitalistico sempre più disumanizzato ed in cui l’uomo, lungi dall’essere fine ultimo, è mezzo da sfruttare, l’amore e la solidarietà tra le persone alla fine vincono sempre e che il valore di un uomo sta nella sua dignità e nella sua umanità, non nella sua capacità economica.

Questo bellissimo film può aiutarci, inoltre, a riflettere anche su dove alcuni governanti stiano portando la società capitalistica e se i meccanismi di rappresentanza democratica, che costituiscono uno degli elementi più distintivi della cultura occidentale, siano adeguati a rappresentare fedelmente il volere ed il mandato degli elettori ed a limitare il potere della maggioranza.

Il film descrive le disavventure di un carpentiere di New Castle che in seguito ad una grave crisi cardiaca per la prima volta nella sua vita è costretto a richiedere il sussidio sanitario e si imbatte nella burocrazia schizofrenica di un sistema pubblico – appaltato al privato – che sembra più interessato ad emarginare i cittadini bisognosi che ad aiutarli nei momenti di bisogno.

Durante i suoi scontri con la burocrazia incontra una madre con due figli in grande difficoltà ai quali offre aiuto, dimostrando la sua grande umanità ed il suo valore di essere umano rispetto ad un sistema economico e sociale che, invece di aiutarlo, lo considera e lo tratta come un emarginato ed un parassita, dopo una vita onesta, laboriosa e rispettosa delle regole di cittadinanza.

I ritmi narrativi e gli stilemi sono sempre quelli del regista inglese, forse anche più lenti del solito nella parte iniziale, quasi a sottolineare la forza, la solidità ed il valore della solidarietà tra le persone rispetto alla ideologia del consumo immediato di ogni cosa.

Grazie al gioco della contrapposizione degli opposti la forza emotiva che il film trasmette è impressionante.

Sono, infatti, persone anche quelle che nel film agiscono come dipendenti dell’odioso sistema pubblico, appaltato al privato ed interessato solo a guadagnare sulla pelle dei cittadini in difficoltà, senza rendersi conto  di essere ridotti a semplici ingranaggi al servizio della macchina del profitto, privati di qualsiasi forma di  umanità verso il prossimo e convinti, con una sola eccezione, che fare con efficienza il proprio “dovere” all’interno di un’organizzazione li sollevi da qualsiasi forma di responsabilità morale circa gli effetti – contrari al senso comune di giustizia –  delle proprie azioni.

La morale del film è sintetizzata in una frase: “ci sono cose che il denaro non può comprare”.

Domandiamoci, ascoltando la lettura del testamento spirituale del protagonista nella scena finale, se la società rappresentata nel film è quella che vogliamo davvero o se sia invece il risultato delle azioni di un mostro orribile, che si è impadronito del nostro sistema democratico e del nostro sistema di valori, sfuggendo ad ogni controllo.

Il regista sembra dirci che la forza dell’amore che si esprime nei rapporti umani è sempre più forte dell’ingiustizia e che può aiutarci a ricostruire un capitalismo dal volto umano, dove gli uomini, senza distinzioni di censo, siano considerati meritevoli di uguali diritti ed uguali in dignità e nelle opportunità.

 

 

Stefano Delibra Critico Cinematografico di Betapress

 

 

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