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16 agosto 2018

Mettete i fiori nei vostri cannoni…


Quando si dice prendere una posizione: negli USA atleti in ginocchio durante l’inno nazionale, dilaga la protesta anti-Trump

Quando un nuovo presidente si insedia nel palazzo del potere, si sa, quasi mai riesce a riscuotere l’unanimità dei consensi e le critiche da parte di chi non ne condivide l’orientamento politico o le decisioni intraprese in politica interna ed estera, sono all’ordine del giorno.

Quando però il candidato vincente si dimostra particolarmente infervorato nell’appropriarsi pubblicamente di una retorica ormai anacronisticamente nazionalistica e xenofoba, bisogna intervenire fattivamente e prendere una posizione, lo dice la coscienza.

È quello che hanno fatto alcune tra le più celebri star dello sport americano che in questi ultimi giorni hanno letteralmente preso una posizione decidendo di ricorrere a un gesto forte per riportare l’attenzione sul tema caldo della discriminazione delle minoranze etniche.

Lo scorso 24 settembre, infatti, i campioni dei Jacksonville Jaguars e dei Baltimore Ravers, le due squadre statunitensi di football pronte a fronteggiarsi nello stadio londinese di Wembley, si sono inginocchiati durante l’esecuzione dell’inno americano, prima del match, per sostenere la campagna “Take a knee”, “Inginocchiamoci”, lanciata poco più di un anno fa da un’altra star del football, Colin Kaepernick, quarterback dei San Francisco 49ers.

Compiendo questo gesto Kaepernick intendeva denunciare le discriminazioni razziali ed esprimere solidarietà al movimento “Black Lives Matter”, nato alcuni anni fa a seguito della brutale uccisione di tre uomini afroamericani, Trayvon Martin, Eric Garner e Michael Brown, colpiti a morte da poliziotti bianchi. Da allora la campagna “Take a knee” ha riscosso sempre più adesioni, estendendosi a macchia d’olio nel mondo dello sport americano.

Si è trattato di una vera e propria rivolta sostenuta dalla Lega, dal momento che non solo i giocatori, ma anche i membri dello staff delle due squadre, gli allenatori, i massaggiatori e i proprietari dei club, si sono inginocchiati, seduti o semplicemente hanno toccato loro la spalla in segno di solidarietà.

Si è inginocchiato persino Shahid Khan, patron dei Jacksonville Jaguar che, secondo alcune indiscrezioni del Washingon Post, aveva contribuito con 1 milione di dollari alle spese per l’insediamento del presidente americano. Della serie “amici amici…e poi ti rubano la bici”, nemmeno il tycoon platinato, come noi comuni mortali, è immune dai tradimenti.

Istantanea la reazione di Trump su Twitter: «se i veri tifosi della NFL (National Football League, ndr) rifiuteranno di andare a vedere le partite fino a quando i giocatori non smettono di mancare di rispetto alla nostra bandiera e al nostro Paese, vedrete che le cose cambieranno in fretta. Licenziate o sospendete!», scrive il presidente in un impeto di acceso nazionalismo.

Durante un comizio in Alabama, poi, Trump ha dato il meglio di sé definendo i giocatori che non rispettano l’inno «figli di p…» mentre la loro protesta rappresenterebbe «una mancanza di rispetto nei confronti del patrimonio» americano.

Evidentemente, però, il suo tono perentorio non ha intimorito neppure da lontano, dal momento che il 23 settembre anche la MLB (Major League Baseball) ha deciso di schierarsi contro Trump: Bruce Maxwell, giocatore afroamericano degli Oakland Athletics, si è inginocchiato durante l’inno americano compiendo un gesto che ha destato grande scalpore, essendo il baseball lo sport più popolare in America.

Maxwell, il quale ha dichiarato che «il razzismo in America è ancora disgustoso», ha deciso di inginocchiarsi per esprimere la propria solidarietà nei confronti di Stephen Curry, playmaker dei Golden State Warriors e afroamericano notoriamente impegnato nella lotta alla difesa dei diritti delle minoranze etniche che, dopo aver criticato apertamente l’atteggiamento di Trump, aveva manifestato l’intenzione di rifiutare l’invito a Washington che, come da tradizione, il presidente rivolge annualmente alla squadra che si aggiudica il titolo NBA («Quello che fa e quello che dice non mi piace. Io non voglio andare e se ci sarà una votazione dirò no», aveva dichiarato Curry). Le parole del cestista hanno nuovamente suscitato la reazione del tycoon il quale ha risposto, ovviamente attraverso Twitter, che «andare alla Casa Bianca è considerato un grande onore per una squadra che ha vinto il titolo. Stephen Curry esita, quindi l’invito è annullato».

A sostenere Stephen Curry in questa battaglia a colpi di tweet è intervenuto anche il suo storico rivale Lebron James, stella dei Cleveland Cavaliers e ugualmente impegnato nella lotta alla difesa dei diritti degli afroamericani, il quale ha risposto a Trump nella maniera a lui più congeniale, cioè su Twitter, ovviamente: «Curry aveva già detto che non sarebbe venuto! Perciò non c’è nessun invito. Andare in visita alla casa bianca era un grande onore, finché non sei apparso tu!», ha twittato James. Emblematiche anche le parole del tecnico dei Warriors, Steve Kerr, secondo cui «in tempi normali» si potrebbe facilmente riuscire a «mettere da parte le differenze politiche», ma «questi non sono tempi normali. Sono probabilmente i tempi più divisivi» dai tempi del Vietnam.

A seguito di questi avvenimenti, si sono freneticamente susseguite risposte ufficiali delle squadre e messaggi individuali di giocatori e allenatori, mentre i Warriors, con una nota, hanno annunciato che a febbraio saranno comunque a Washington per una serie di iniziative finalizzate a celebrare «l’uguaglianza, la diversità e l’inclusione: tutti valori che la nostra organizzazione abbraccia».

Anche questa volta Donald Trump ha dimostrato di saper utilizzare sapientemente i social network. Me lo vedo in vestaglia, comodamente seduto alla scrivania della stanza ovale, davanti al computer, mentre digita sulla tastiera parole velenose per consegnarle alle sterminate pianure di Twitter con l’intento di diffondere odio e razzismo.

“Divide et impera”, questo sembra essere il suo pericolosissimo motto.

Pericoloso perché se crediamo che ormai più nessuno si dedichi all’hate speech, soprattutto negli Stati Uniti del politically correct, ci sbagliamo di grosso. Inoltre, dopo l’estate di fuoco appena conclusa, fatta di proteste impetuose a seguito dei fatti di Minnesota e Louisiana, dove altri due afroamericani, Alton Sterling e Philando Castile, hanno perso la vita per mano di poliziotti bianchi; dopo mesi di polemiche contro la costruzione del leggendario “muro” che il megalomane presidente vuole far innalzare al confine col Messico; dopo l’episodio increscioso del travel-ban che ha generato non poche tensioni, il tema della violenza contro le minoranze etniche è ancora caldissimo negli USA.

Il mondo dello sport però si è dimostrato mal disposto a tollerare ancora atteggiamenti che oltraggiano i diritti fondamentali dell’uomo e gli atleti statunitensi hanno deciso di agire insieme, uniti, al di là delle differenze tra squadre, al di là delle rivalità e della competizione, per difendere la libertà di protesta e di espressione.

Questo è lo sport che ci piace, lo sport che unisce contro chi divide, lo sport che si fa veicolo di messaggi forti, lo sport che va oltre il mero momento goliardico.

 

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