Vai a…

BetaPress.it quotidiano on line

Gruppo Editoriale CCEditore. Ente di formazione accreditato Ministero Istruzione Università e Ricerca

Iscriviti al giornale tramite email

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a betapress e ricevere via e-mail le notifiche di nuovi articoli.

Unisciti a 2.500 altri iscritti

RSS Feed

16 agosto 2018

Femminicidio parola sbagliata: omicidio di una Donna quella giusta!!


Il ritrovamento del corpo di Noemi Durini alimenta il delirio di un’opinione pubblica che da settimane si intrattiene sugli stupri, “indigeni” e “stranieri”.

Un popolo di lettori e di telespettatori che, come una platea voyeur davanti a un film pornografico, si esalta a conoscere, nei minimi particolari, l’ennesima violenza.

Ci ricorda, quel corpo, che la violenza più violenta, e spesso definitiva, arriva sulle donne molto più frequentemente da uomini prossimi, per primi quelli che dicono di amarle, che da uomini lontani per razza, religione o cultura. Un fatto, che emerge in tutte le statistiche di femminicidio, nonché verificabile nell’esperienza quotidiana di centinaia di centri antiviolenza sparsi per il paese. Ma si sa che i numeri, nonché l’esperienza, nulla possono sulle psicosi.

E dunque, il femminicidio di Lecce non placa il delirio dei giornali e degli onniscienti ospiti dei talk. In un carosello mediatico, c’è chi piange Noemi e chi urla contro l’invasione di interi popoli stupratori…

I conti, del resto, non tornano mai.

Ancor più sullo stupro e sul femminicidio

Inutile elencare, razionalizzare, sezionare un fenomeno che sempre più si manifesta come il risvolto osceno e indicibile non di uno scontro fra civiltà, ma di una crisi di civiltà che travalica qualsiasi confine, etnico o politico, culturale o geopolitico che sia.

La violenza sulla donna è un reato universale, che avvenga tra le mura domestiche, su una spiaggia, dietro un autobus o in un campo profughi.

La violenza sulle donne è di un mondo che sa concepire solo l’universalismo della femmina-merce ed ha seppellito i diritti fondamentali della donna-persona.

Reati sessuali, in un mondo che fa della parità di genere una bandiera progressista e dove, la differenza fra i sessi, è stata in apparenza rimossa, come principio di apertura all’altro. Ma poi, come ogni rimosso ritorna, nella forma barbara della sopraffazione di un sesso sull’altro.

Per questo, lo stupro od il femminicidio, a qualunque latitudine, con qualunque colore della pelle, in qualunque alfabeto, o analfabeto, vengano perpetrati, sono VIOLENZA, punto e basta.

La platea voyeur, sedotta dai media, fa il contrario, invece.

Seziona, conta, particolarizza; derubrica o enfatizza, secondo i casi. E caso vuole che oggi, in Italia, sotto i colpi di una “emergenza immigrazione”, la violenza appartenga alla razza. Esistono ormai stupratori di serie A, stranieri rifugiati e clandestini, e stupratori di serie B, indigeni.

Stupratori efferati, i primi, come a Rimini, e stupratori loro malgrado, “trascinati”, come a Firenze.

Popoli stupratori, che fanno la regola, e mele marce, che fanno l’eccezione.

Stupri da raccontare nei più squallidi dettagli, tipo come funziona la sabbia nella “doppia penetrazione” illustrata da Libero sul caso Rimini, ed amplessi accondiscendenti di due turiste ubriache con due uomini in divisa (su cui stendere la copertina pietosa del decoro dell’Arma e dello stato!!!) come nel caso di Firenze.

Vittime da trattare con qualche riguardo, se bianche, occidentali, perbene, e vittime da violentare una seconda volta, sui giornali, sfregiandone la privacy, se polacche o di chissà dove, precarie, o magari prostitute non per scelta ma per forza.

In gergo sociologico si chiama razzializzazione della violenza sessuale.

Più crudamente significa due cose:

La prima: che i maschi italiani scaricano sui maschi “stranieri” quello con cui non riescono a fare i conti in se stessi, o nel loro vicino di casa, o perfino – come a Lecce – nei loro figli.

La seconda: che quella che è in corso non è solo una guerra fra i sessi, in cui le donne pagano un prezzo implacabile per la loro libertà.

È anche, ed in primo luogo, una guerra fra uomini, per la conquista della donna (che si immagina) d’altri, o per la difesa della donna (che si vorrebbe) propria.

Alla fine di un’estate vissuta solo e soltanto all’insegna della sicurezza, di una sicurezza “esternalizzata” nei campi libici, per difendere i confini nazionali dall’invasione migrante; di una sicurezza esercitata all’interno, con sgomberi, per difendere il decoro urbano da occupanti migranti e indigeni; due uomini della sicurezza, due uomini delle forze dell’ordine si approfittano della vulnerabilità di due studentesse che non sono pienamente in sé, e poi fanno finta di niente.

E per l’opinione pubblica sono” due mele marce”. NO!!! Sono il sintomo parlante di uno stato che la sicurezza non sa cosa sia né dove stia, e che – di nuovo – proietta il problema altrove e su altri, gridando all’emergenza.

Di uno stato che non sa o non vuole garantire i termini minimi della sicurezza quotidiana.

Di un paese in cui i taxi di notte non rispondono alle chiamate, le strade sono buie e se denunci un fidanzato violento di tua figlia nessuno ti sta a sentire. Una sovranità lesionata ed impotente, che eleva muri e confini per nascondere le proprie crepe, nel silenzio assordante di un’intera classe dirigente che delega il caso “per competenza” alla sola ministra Pinotti, e nel rumore altrettanto assordante di un giornalismo sempre peggio ridotto.

Smettiamo di parlare di Femminicidio come se fosse una moda qui si parla di omicidio di una Donna!

Perché, in fondo, per tutti, il coro è lo stesso:” Una donna è solo una femmina…”

Nicolina Pacini, altro caso di rumoroso silenzio delle Istituzioni.

 

Antonella Ferrari

 

rate

Rispondi

Altre storie dacronaca

WP to LinkedIn Auto Publish Powered By : XYZScripts.com