Generazioni maligne

Un futuro di povertà nella società del benessere: i dati Ocse sulle disuguaglianze tra generazioni in Italia

Secondo il rapporto Preventing ageing unequally (“Come prevenire le disuguaglianze legate all’invecchiamento”) stilato dall’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, per le nuove generazioni italiane si preannuncia un futuro decisamente a tinte fosche: meno occupazione e più povertà rispetto a quelle che le hanno precedute.

L’Organizzazione parigina sottolinea come negli ultimi trentanni, in Italia, si sia notevolmente ampliato il divario tra le vecchie e le nuove generazioni.

Mentre il tasso di occupazione per coloro che possiedono un’età compresa tra i 55 e 64 anni è cresciuto del 23% tra il 2000 e il 2016, nello stesso arco di tempo è crollato dell’11% per i giovani di età compresa tra i 18 e 24 anni.

Secondo i dati raccolti dall’Ocse, se è vero che la povertà relativa risulta diminuita per le vecchie generazioni, è anche vero che risulta notevolmente cresciuta per le nuove generazioni, i cui membri, intrappolati in lavori non-standard, trovano difficoltà a ottenere un’occupazione stabile.

Certamente questa difficoltà è accresciuta dall’elevato costo del lavoro per i contratti a tempo indeterminato, fra i più alti del mondo nel nostro Paese.

Elevato, ovviamente, sarà il costo di una carriera iniziata tardi e discontinua per la pensione, una parola che rischia di trasformarsi in un’antica leggenda per le nuove leve.

In Italia, spiega l’Ocse, «le ineguaglianze tra i nati dopo il 1980 sono già maggiori di quelle sperimentate dai loro parenti alla stessa età» e, dal momento che «le diseguaglianze tendono ad aumentare durante la vita lavorativa, una maggiore disparità tra i giovani di oggi comporterà probabilmente una maggiore diseguaglianza fra i futuri pensionati, tenendo conto del forte legame che esiste tra ciò che si è guadagnato nel corso della vita lavorativa e i diritti pensionistici».

Insomma, le nuove generazioni che si affacciano o si sono già affacciate all’età adulta, dopo essere cresciute nella società del benessere, con la promessa di una sempre più graduale espansione della prosperità economica e del progresso, sono destinate a scontrarsi con l’infedeltà di un mondo tanto promettente quanto arido di possibilità.

Vittime di una società liquida, cioè priva di fondamenti stabili e di valori duraturi, le nuove generazioni si ritrovano costrette ad affrontare il futuro senza quegli stimoli, quelle speranze e quelle possibilità di realizzazione di cui hanno goduto le generazioni più anziane.

Siamo cresciuti con la promessa di un’espansione infinita, invece viviamo in universi in contrazione in cui ciascuno sa che sarà più povero o più disoccupato della generazione precedente.

Bisogna riconoscerlo, con le nuove generazioni i tempi sono stati infedeli, non hanno mantenuto quelle promesse di prosperità e benessere che hanno spinto a credere al miraggio di un futuro in cui essere infelici sarebbe stato un crimine.

Le generazioni più anziane hanno gettato ai propri figli un osso già spolpato, commettendo un vero e proprio saccheggio intergenerazionale e venendo meno a quel patto di solidarietà tra vecchi e giovani che in passato garantiva il benessere di entrambi.

Negli ultimi decenni si è innegabilmente consumata un’intrinseca ingiustizia, pur nel rispetto della legalità formale: le vecchie generazioni sembrano concludere il loro ciclo biologico come “generazioni egoiste”, arroccate sul principio del rispetto dei diritti acquisiti che, applicando un criterio di giustizia su base generazionale, potrebbero ragionevolmente essere definiti “privilegi”, vantaggi concessi a una specifica frazione della società.

È un paradosso, ma si preannuncia un futuro di povertà e disoccupazione per le generazioni nate e cresciute nell’epoca più florida, progredita e ricca di possibilità della storia.

 

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