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16 agosto 2018

Gli Sdraiati: incomunicabilità tra generazioni.


L’ultimo film di Francesca Archibugi è liberamente tratto dall’omonimo romanzo” Gli sdraiati “di Michele Serra, libro pubblicato nel 2013 e subito diventato un best-seller.

Ricordo di averlo letto con voracità, forse perché madre di un adolescente ribelle e svogliato, sperando di capire qualcosa di più di quell’estraneo, che girava per casa, solo per spostarsi dal letto al divano, dal frigo al bagno…112 pagine, divorate, fino alla fine, con la consapevolezza che il libro non mi avrebbe dato delle risposte, ma, piuttosto, posto delle domande ( a cui non avrei voluto rispondere…) 

“Gli sdraiati” non parla infatti dei figli, dei giovani di oggi, non è un atto d’accusa verso il loro nichilismo abulico: parla dei padri, di quegli adulti che non sanno più bene che ruolo ricoprire all’interno della famiglia.

Di quei genitori disorientati, eternamente alla ricerca di una soluzione per sanare una frattura generazionale che la storia, i tempi, la rete, la trasformazione della società fa percepire oggi come profondissima, misteriosa, carica di elettrica conflittualità, disposta a tutto, pur di sopravvivere.

Mi sono allora chiesta quale poteva essere la chiave scelta da Francesca Archibugi (e dal suo co-sceneggiatore Francesco Piccolo) per raccontare, con il linguaggio cinematografico, quello che, nel romanzo è un lungo, ironico, metaforico monologo interiore di Serra che parla al lettore, a sé stesso, ed al figlio, senza mai ottenere una risposta, che riflette sulla sua condizione esistenziale di padre e di uomo non più nel fiore degli anni.

La visione del film non ha disatteso le mie speranze e, forse, mi ha suggerito delle risposte. 

Francesca Archibugi e lo sceneggiatore Francesco Piccolo hanno allargato con coraggio e consapevolezza lo sguardo e la storia: non più solo il racconto auto ironico e disperato di un uomo alle prese con le difficoltà del ruolo di padre e con la paura d’invecchiare in un mondo sempre più diviso generazionalmente, ma anche quello della sua controparte, di un figlio che deve crescere e cavarsela in un mondo e una società talmente liquidi da aver liquefatto anche il ruolo genitoriale. Giorgio (Claudio Bisio) è il padre.

Di professione fa il giornalista, è amato dal pubblico e stimato dai colleghi, eppure sembra essere un analfabeta della comunicazione quando tenta di parlare con il figlio Tito (Gaddo Bacchini).

Insieme alla ex-moglie Livia (Sandra Ceccarelli) Giorgio tenta di educare un adolescente pigro che ama trascorrere le giornate con gli amici, il più possibile lontano dalle attenzioni del padre.

I due parlano lingue diverse, ma ciò nonostante Giorgio fa di tutto per comunicare con il figlio.

Tito ha una banda di amici, tutti maschi, troppo lunghi, troppo grassi, troppo magri…

Adolescenti goffi, impacciati, in piena tempesta ormonale che spaccano, rovesciano, inzaccherano, mentono, fuggono, puzzano…

Stanno sempre appiccicati, da scuola al divano, dal divano a scuola  incapaci di accettare la sfida di crescere, anche perché l’ultimo loro desiderio è diventare come quei padri pedanti, ripetitivi, ossessivi…

Poi, nella vita di Tito, irrompe Alice (Ilaria Brusadelli), la nuova compagna di classe che gli fa scoprire l’amore e stravolge la routine con gli amici, e finalmente anche il rapporto con il genitore sembra migliorare.

Ma l’entusiasmo non durerà a lungo perché il passato di Alice è in qualche modo legato a quello di Giorgio … 

Insomma, un film apparentemente leggero, che sembra essere una favola a lieto fine, ma che in realtà porta lo spettatore a riflettere sulla sfida di crescere un figlio in un mondo fluido e fluttuante dove i ruoli si stemperano e le parti si confondono, dove lo scarto generazionale si dissolve in nome di un’attenzione verso l’altro, affinché, in un’inversione esistenziale, il figlio Tito, possa farsi carico del padre Giorgio e, nuovo Enea del 21° secolo, possa caricarsi sulle spalle Anchise …

 

Antonella Ferrari

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