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20 settembre 2018

L’Italia e l’ultradestra


Noi siamo un paese di ipocriti, noi celebriamo il piccolo, noi vediamo solo l’interesse.

Difficile smentire queste frasi che fanno dell’Italia un paese ormai allo sfascio ideologico, un piccolo punto da cui trae origine un buco nero cosmico dell’etica sociale.

Tutti i partiti si riempiono la bocca con frasi e paroloni, con promesse ed accuse, con ideologie che oggi hanno solo un bel vestito ma sotto sono sporche come le stalle dei maiali (senza voler offendere il nobile maiale).

Non esiste un movimento politico che non sia nato dal sangue, o quello di una guerra o quello di una rivoluzione, ma tutte le grandi ideologie hanno alla loro origine una ribellione, dalla rivoluzione russa, al fascismo al nazismo e persino al cristianesimo.

Oggi si sente sempre più parlare di Destra o Ultra Destra, di fascismo e di ritorno al regime, di nostalgici e via dicendo, ma questo gran parlare sembra nascondere una pochezza di idee da parte di tutti quelli che ne parlano.

Il giochetto è sempre quello, quando non si ha nulla da dire la si butta in cagnara, gridando al ritorno del fascismo.

Chi lo fa non ha senso della storia e pericolosamente si identifica con altro segmento della storia che vorremmo dimenticare ugualmente, ovvero lo scempio degli omicidi avvenuti nel dopoguerra sull’altare  della fine dell’era fascista.

In ogni caso manca una revisione storica, manca un momento di chiarezza sociale che non può essere ancora demandato: l’aggettivo «estrema», che potrebbe richiamare il sostantivo estremismo, è da respingere, perché rappresenta un’etichetta arbitraria assegnata di solito dagli avversari politici per oscurarne le proposte politiche, che oggi sempre più invece rappresentano la volontà popolare.

Inoltre giova notare come qualsiasi volontà di difesa degli interessi nazionali o popolari che dir si voglia venga sempre buttata nel campo del razzismo o del menefreghismo verso chi soffre.

Questo avviene perché fondamentalmente non v’è equilibrio di posizione in chi persegue l’ideale dell’integrazione; è evidente che non si può integrare tout court popoli con secoli di tradizioni differenti, ma sopratutto con idee sociali differenti e ancor di più con comportamenti sociali differenti.

L’integrazione è in realtà un processo composito: socializzazione, solidarietà e corresponsabilità, queste sono le linee che compongono l’integrazione e la rendono fattibile.

Non può, e non deve, essere fatta accogliendo chiunque, parcheggiandolo in campi di smistamento (parola comunque molto vicina ad altri campi del passato) e lasciandoli poi per mesi ad oziare con un sussidio per sopravvivere.

Bellissime le iniziative che hanno visto queste persone mettersi a disposizione dei vari comuni per lavori socialmente utili (ma quanti sono stati sul totale degli accolti?), ma gravissime quelle invece in cui la rivolta di queste persone, per motivi a volte anche futili, ha portato a vere e proprie guerre di quartiere.

Nonostante l’evidente fallimento di questo modo di “accogliere”, tutti si buttano addosso a chi critica dandogli del fascista o dell’appartenente all’estrema destra, ma perché?

Qualcuno mai ha provato a leggere le proposte dell’Ultra Destra rispetto a questo tema?

Credo di no, altrimenti ci sarebbe una vergogna collettiva nel non aver mai provato a dare voce alle persone più bisognose.

In realtà ci dimentichiamo proprio di chi deve muovere economia e sociale per poter fare spazio per l’accoglienza, ovvero gli Italiani.

Gli aspetti ideologici che muovono i partiti di Ultra Destra a difendere i cittadini non contro gli immigrati, come si vuol far credere, ma a favore, hanno radici profonde.

Radici che inevitabilmente si scontrano con un’accoglienza indiscriminata e foriera di prosciugamento delle risorse nazionali, ma anche comunitarie viste le reazioni della comunità europea sull’argomento, perché legate alla valorizzazione del cittadino in quando detentore di diritti inalienabili, derivatigli dalla costruzione di questo paese che le generazioni passate hanno fatto.

Ma a parte i diritti dei cittadini che spesso sono più facilmente calpestati che rispettati dalla classe politica, qui occorre fare un discorso di risorse.

Se vogliano utilizzare i frutti di un orto non cacciamo il contadino che lo coltiva ma cerchiamo di aiutarlo, oggi la classe politica, o forse meglio dire la classe dirigente, pensa di ignorare gli Italiani o comunque di caricare sugli stessi il peso di un’accoglienza non produttiva, creando un disagio sociale che contrasta con l’esigenza di solidarietà che invece è richiesta dal processo di integrazione.

Sempre parlando di risorse sarebbe opportuno smetterla di pensare agli immigrati come portatori di voti, ricorda molto i primi anni settanta quando i portatori di voti erano gli statali e quindi c’era la vendita dei posti nello stato, per non parlare poi delle pensioni baby, vero bacino di preferenze elettorali.

Oggi per il bene dello Stato dobbiamo pensare ad una pianificazione attenta delle risorse, ma sopratutto dobbiamo rinvigorire la spina dorsale del paese, gli Italiani, affinché veramente si possano creare ulteriori risorse e spirito di accoglienza.

Pensare prima agli Italiani è il modo migliore per avviare un vero percorso di integrazione che passa inevitabilmente dalla capacità del nostro Paese di essere grande e generoso come è sempre stato.

Ave atque Vale

Corrado Faletti

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