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16 agosto 2018

Sulle ALI dell’autoironia: Io mi libro di Alessandro Pagani


Per il suo nuovo libro, Alessandro Pagani non avrebbe potuto scegliere un titolo più emblematico: Io mi libro (96, rue de-La-Fontaine, Torino 2017, pp. 78) è una raccolta di 500 freddure, battute umoristiche, modi di dire, doppi sensi e giochi di parole che, con delicata ironia, scherniscono la nostra piccola epica quotidiana, insistendo sulle situazioni più comiche e grottesche in cui spesso capita di imbattersi.

Alessandro Pagani, con un procedimento formale che ricorda il fulmen in clausulam  degli epigrammi di Marziale, adopera la scrittura aforismatica come strumento attraverso cui condurre il lettore a un’autoironica riflessione su se stesso, sui propri limiti e sui lati più bizzarri e tragicomici della propria esistenza, al fine di esorcizzarli e superarli con la leggerezza tipica del riso, necessaria e vitale per non lasciarsi sopraffare dalla tristezza, per svincolarsi temporaneamente da quell’eccessiva serietà con cui l’uomo ha condizionato se stesso e la propria natura, soffocandone il lato più vivace, spensierato e frizzante.

Io mi libro è una critica originale e pungente alla tendenza che tutti noi abbiamo a prenderci troppo sul serio, a lasciarci travolgere dal pessimismo e dalla negatività e, soprattutto, a ingigantire ogni singolo problema, anche il più minuscolo, perché incapaci di riderci su, di pensarlo con la leggerezza dell’autoironia e di perdonare i nostri errori.

L’approccio di Pagani al riso si condensa in una profonda e rispettosa consapevolezza dello straordinario potere insito in questo sentimento, e si inserisce nel solco tracciato dai grandi maestri della filosofia e della letteratura moderna e contemporanea, come Leopardi, Bergson e Pirandello, tutti e tre accomunati dalla convinzione che non vi sia «nulla di comico al di fuori di ciò che è propriamente umano» e che il riso sia una prerogativa esclusiva dell’essere umano, perché il solo dotato di ragione tra gli esseri viventi.

Il riso, infatti, si concretizza come il risultato di una riflessione, talvolta amara, sulla propria condizione e su quella altrui e la grandezza del suo potere consiste nell’ottenimento, a seguito di questa riflessione, di una maggiore consapevolezza della vanità dell’esistenza e delle cose, dei limiti della natura umana, della sua perfettibilità e imperfezione, della sua delicatezza, con la conseguente sensazione di sentirsi parte di una grande famiglia di individui che sbagliano, inciampano in situazioni imbarazzanti, vengono travolti dai problemi, ma trovano sempre il coraggio di sdrammatizzare, di ridere delle proprie fragilità, di superare ogni situazione tragica o comica che sia, con leggerezza e autoironia.

Gli strumenti adottati da Alessandro Pagani per far luce sui paradossi della nostra vita sono i paradossi della nostra lingua: ossimori, giochi di parole, doppi sensi, casi di omografia, omofonia e omonimia linguistiche, vengono adoperati dall’autore per schernire la modernità e le sue peculiari passioni, come quella per i programmi di cucina e per i cuochi, rappresentanti di una nuova generazione di artisti nell’epoca del divismo minore di massa, in cui in tutto il mondo la filosofia, la pittura e la letteratura stanno cedendo il posto alla gastronomia («Decine e decine di aspiranti chef in tv: il pressa-cuochismo»); oppure quella per i talent show e per i reality, sempre più trash e volgari, in una società che ha un’insaziabile ‘fame di fama’, direbbe Pagani, ossessionata dalla voglia di farsi notare e accaparrarsi i celeberrimi quindici minuti di celebrità, anche solo virtualmente sui social network, anche se l’unico talento che si possiede è quello di essere figlio di una personaggio talentuoso («Nuovo contest in arrivo che vedrà sfidarsi figli d’arte. Talent padre, talent figlio»; CHIESA SOCIAL: Scambiatevi un segno: 👍 mi piace).

Ci sono, poi, frasi che giocano con le parole e frasi che giocano con proverbi e modi di dire tipici della nostra lingua.

Tra le pagine di Io mi libro, l’autore sperimenta l’infinita produttività del linguaggio verbale umano, combinando le parole con la stessa creatività di un musicista che combina le note musicali per ottenere le più svariate e originali melodie o di un pittore che miscela i colori per creare nuove sfumature.

Giocando con grande maestria con il significato letterale e quello metaforico delle parole, Pagani allestisce un carosello linguistico attraverso cui esplorare l’enorme complessità della lingua italiana e le diverse sfaccettature dei suoi lemmi, sfruttando i paradossi linguistici come gli ossimori e gli omonimi per fare il verso ai paradossi quotidiani.

Come a chiudere il cerchio, Alessandro Pagani decide di collocare alla fine di un lavoro intitolato Io mi libro, un breve testo di kafkiana memoria, dal titolo Piccolo racconto onirico, in cui racconta di aver sognato di librarsi in volo, sfruttando il candido e folto piumaggio delle ali di cui, a seguito di una metamorfosi notturna, si ritrova dotato.

Volteggiando tra le nuvole sui tetti di Firenze e sui luoghi della sua giovinezza, Pagani s’interroga sul perché, da sempre, l’uomo sogna di volare: forse per osservare il mondo dall’alto, per alleggerire la propria esistenza osservando le cose da un altro punto di vista e dimenticarsi per un attimo di essere così prevedibili e attaccati alle cose terrene, così pesanti e seriosi.

Pagani accompagna il lettore sino all’uscio del racconto, disseminando tra le pagine del libro una serie di curiosi e accattivanti indizi linguistici, sotto forma di allitterazioni e anafore dello stesso gruppo sillabico, “ALI”, segnalato graficamente in tondo maiuscolo (ad es. ‘reALI’, verbALI’, ‘ALIbi’ e così via).

Una volta varcata la soglia, il lettore si sentirà in grado di continuare da solo la restante parte del viaggio, per approdare all’ultima pagina del racconto con la consapevolezza di aver trovato in quel gruppo sillabico in maiuscolo che volteggia come un uccello tra le pagine del libro, l’ultimo elemento necessario a completare il significato del lavoro di Alessandro Pagani: Io mi libro è un omaggio delicato e brillante allo straordinario potere della lettura che consente all’uomo che sogna di volare, di librarsi in volo anche senza ali.

 

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