A letto con il nemico.

Restare a casa e condividere costantemente lo spazio con il proprio aggressore, per molte donne, potrebbe, non solo non essere più sicuro, ma, addirittura, creare l’occasione per compromettere ulteriormente la propria incolumità.

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Le restrizioni decise dai vari paesi per contenere il coronavirus stanno provocando un incremento delle tensioni familiari, con episodi quotidiani di violenza domestica, soprattutto sulle donne.

Per questo movimenti femministi, varie associazioni di tutela della donna e persino alcuni governi si stanno organizzando per monitorare il problema e cercare di arginarlo con la diffusione di informazioni utili.

Secondo le Nazioni Unite, la pandemia avrà un doppio effetto sulle donne.

Lo stop forzato delle scuole e dei centri diurni per gli anziani o per le persone non autosufficienti, soprattutto disabili psico-fisici, sta incrementando il carico di lavoro domestico e di cura alla persona, evidentemente non retribuito.

Come ben sappiamo, il peso di tutto questo, da sempre, e ancor più adesso, ricade principalmente sulle donne.

Inoltre, anche fuori casa, i settori di lavoro con la maggiore esposizione al virus sono principalmente femminili: le donne rappresentano il 70% del personale nel settore sanitario e sociale a livello globale.

Come se non bastasse, esiste un divario retributivo medio di genere del 28%, che si può aggravare in tempi di crisi con anche conseguenze future.

Infine, ciliegina sulla torta della questione femminile, ci sono i rischi di una maggiore esposizione alla violenza domestica e la sospensione del servizio di salute sessuale e riproduttiva.

In questa situazione, la coesistenza obbligatoria può diventare, ancor più, un pericolo per le donne che sono vittime di violenza di genere.

Restare a casa e condividere costantemente lo spazio con il proprio aggressore, per molte donne, potrebbe, non solo non essere più sicuro, ma, addirittura, creare l’occasione per compromettere ulteriormente la propria incolumità.

Prova ne è la Cina in cui, questi effetti domino delle restrizioni imposte per il coronavirus, si sono già verificati.

Dal 6 marzo, secondo un’organizzazione non governativa cinese che lavora con le donne, il numero totale di casi di violenza domestica nella prefettura di Jingzhou, nella provincia di Hubei, è salito a oltre 300, e a febbraio 2020 il numero di casi è raddoppiato rispetto al febbraio 2019.

Secondo uno degli attivisti che ha fondato l’ong, «l’epidemia ha avuto un impatto enorme sulla violenza domestica».

Nel Regno Unito, Claire Barnett, responsabile di UN Women, l’Organizzazione delle Nazioni Unite dedicata alla parità di genere e all’emancipazione delle donne, ha spiegato che esistono «prove evidenti» che in tempi di incertezza economica e di instabilità sociale, l’abuso domestico aumenta. «Quando le comunità subiscono ulteriori stress, i tassi di violenza aumentano».

Anche, Marise Payne, ministra delle Donne australiane, ha affermato che garantire la sicurezza delle donne e dei bambini dalla violenza è «fondamentale ogni singolo giorno» e che questo «non cambia nell’attuale contesto».

«È fondamentale in questo momento difficile che le persone che hanno bisogno di servizi di sostegno per violenza familiare sappiano che tali servizi sono presenti e sono in grado di sostenerle».

Anche in Spagna, il ministero della Giustizia, ha incluso i tribunali che si occupano di violenza di genere tra quelli che continueranno a essere operativi, per «garantire l’emanazione di ordini di protezione e di eventuali misure precauzionali in materia di violenza contro donne e minori».

L’isolamento è una delle caratteristiche più comuni delle relazioni abusanti, ed è già dimostrato come la violenza domestica aumenti durante le ferie.

E’ evidente come, per tante donne andare al lavoro o accompagnare i bambini a scuola significa poter sfuggire, anche solo per poco, alle dinamiche di violenza domestica.

Spesso, per le vittime, queste sono occasioni per sottrarsi al potere ricattatorio, colpevolizzante, umiliante del loro carnefice.

In tempi normali, pur consapevoli della violenza in cui vivono ogni giorno, le donne trovano la forza per andare avanti così, con una “boccata d’aria” quotidiana.

Al momento questo non è possibile.

L’incubo implode ed esplode tra le quattro mura. L’imposizione ed il protrarsi dell’isolamento amplifica il rischio a cui queste donne sono esposte, trovandosi a dover condividere per tutto il giorno lo stesso spazio con l’aggressore.

Non solo: una donna vittima di violenza domestica, chiusa in casa h/24 con il suo aggressore, come fa a chiedere aiuto?!?

Strutture di accoglienza per donne vittime di violenza chiuse o fortemente limitate nella loro attività.

Difficoltà di accesso ai vari servizi di supporto e ai luoghi di rifugio.

Queste sono le circostanze attuali che scoraggiano del tutto le donne dal fare segnalazioni.

E, spesso, il rimandare la richiesta di aiuto può essere fatale.

Qualche giorno fa la magistrata della procura di Milano, Maria Letizia Mannella, ha spiegato che da quando è iniziata l’emergenza coronavirus c’è stato anche un apparente calo nelle denunce per maltrattamenti.

Ma, attenzione, «Ci basiamo solamente sull’esperienza perché è ancora presto per avere dei dati certi, ma possiamo dire che le convivenze forzate di questo periodo, scoraggiano le donne dal telefonare o recarsi personalmente dalle forze dell’ordine».

In Italia – dove l’81,2 per cento dei femminicidi, nel 2019, è avvenuto all’interno della famiglia – è nostro dovere segnalare che si stanno attivando i movimenti femministi come Non Una di Meno con lo sloganNon sei sola” per rilanciare il numero antiviolenza e stalking 1522, che è attivo anche in questi giorni 24 ore su 24 e che è gratuito.

Dal sito è inoltre possibile chattare direttamente con un’operatrice.

La rete dei centri antiviolenza sta poi segnalando le possibilità rimaste attive sul territorio italiano, e in alcuni spazi femministi sono stati aperti dei canali diretti via chat, perché chiuse in casa non sempre sarà possibile telefonare.

Infine la piattaforma “Obiezione Respinta” – partendo dal presupposto che in Italia non sempre è facile accedere a un’interruzione di gravidanza e che l’emergenza sanitaria in corso ha aggravato la situazione, poiché alcuni ospedali hanno dovuto ridurre gli accessi o trasferire il servizio di IVG – ha creato una rete di solidarietà per monitorare lo stato del servizio di interruzione volontaria di gravidanza, fornendo punti di riferimento e aiuto a chi ha bisogno di abortire. È stato dunque aperto un canale Telegram a cui fare riferimento.

Purtroppo, in Italia, il ministero delle Pari opportunità non è per ora intervenuto in modo specifico sulla questione della violenza domestica, ma sta rilanciando soprattutto le misure economiche speciali approvate «per le famiglie».

Speriamo, che passata l’emergenza coronavirus, non si faccia il conto delle vittime, non solo per covid 19, ma anche per violenza domestica!

 

 

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