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Autori

  • Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.

  • Giornalista pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti, Ettore Lembo è una voce autorevole nell’ambito dell’attualità, della politica, della storia e della geopolitica. Con un percorso ricco di esperienze come editorialista, opinionista e moderatore di convegni, ha diretto la testata indipendente Betapress e collaborato con numerose realtà giornalistiche tra cui “La Notizia.net” e “Ettore Lembo News”. Ha ricevuto importanti riconoscimenti giornalistici, come il Premio “Le Voci della Libertà – Omaggio a Oriana Fallaci” (2025), il Premio “Ciao Federico” (2022) e il Premio Internazionale “Angeli di Luce” (2019).

Abbiamo deciso di porgere gli auguri a tutti i Nostri Lettori, passati, presenti e futuri, in maniera diversa dal classico “Buon Natale”.

Il Nostro intento è renderci tutti partecipi di un momento di alta spiritualità, conoscendo anche il significato di questa festività che ci appartiene e che qualche “modernità” legata a ideologie di vario genere e tipo, vorrebbero cancellare.

Nella ricerca che abbiamo svolto, scopriamo che due Papi che portano lo stesso Nome, Leone I detto Leone Magno nel 440 e Leone XIV oggi nel 2025, son dovuti intervenire…

Un miracolo? Una Divina volontà? Una coincidenza? Una casualità?

Ciascuno secondo il proprio credo, la propria coscienza, avrà la propria risposta.

Noi da giornalisti, ci limitiamo a rilevarne e sottoporvi i fatti.  

Il Natale è una delle festività religiose e culturali più diffusa nel mondo pur facendo parte del cristianesimo.

E’ la ricorrenza della nascita di Gesù ed è stata istituita nel III secolo dopo Cristo.

Viene indicata anche come Natività del Signore e Natale di Gesù.

La prima traccia del Natale risale al “Commentario su Daniele di Sant’ Ippolito di Roma datato 203-204, ma altri riferimenti di cui non si conosce la certa attribuzione la fanno risalire al IV secolo.

La prima menzione certa, fissata al 25 Dicembre, risale al 336 ed è attestata nel “Cronographus anni 354”, almanacco romano redatto intorno alla metà del IV secolo da Furio Dionisio Filocalo.

Secondo una delle interpretazioni più diffuse, la data del 25 dicembre sarebbe stata fissata in relazione alla festività romana del Natalis Solis Invicti, al fine di sovrapporre alla celebrazione pagana quella cristiana della nascita di Cristo, identificato simbolicamente come il nuovo «sole di giustizia».

Alcune fonti cristiane antiche testimoniano un atteggiamento critico da parte delle autorità ecclesiastiche nei confronti della persistenza di pratiche e simbolismi di origine pagana.

Fu Papa Leone I, detto anche Leone Magno, 45° Vescovo di Roma e Papa della Chiesa Cattolica il cui pontificato iniziato il 29 settembre del 440 durò di 21 anni e 42 giorni, a stigmatizzare i comportamenti di quei cristiani che, in occasione del Natale, manifestavano ancora una devozione verso il Sole.

In particolare, Papa Leone I afferma: «È così tanto stimata questa religione del Sole che alcuni cristiani, prima di entrare nella Basilica di San Pietro in Vaticano, dopo aver salito la scalinata, si volgono verso il Sole e, piegando la testa, si inchinano in onore dell’astro fulgente.

Siamo angosciati e ci addoloriamo molto per questo fatto che viene ripetuto per mentalità pagana.

I cristiani devono astenersi da ogni apparenza di ossequio a questo culto degli dei.» (Papa Leone I, 7° sermone tenuto nel Natale del 460 – XXVII – 4)

Sono trascorsi 1585 anni quando un altro Papa, il 267° l’attuale eletto l’8 Maggio 2025, Leone XIV, afferma con determinazione: “il presepe, un dono di luce per il mondo che ha bisogno di sperare” asserendo, “l’usanza di raffigurare nei modi più diversi la Natività del Signore”, una rappresentazione “spesso con i tratti della propria cultura e con i paesaggi della propria terra” del “Mistero dell’Incarnazione”.

Ciò lo rende “un segno importante: ci ricorda che siamo parte di una meravigliosa avventura di Salvezza in cui non siamo mai soli”. Fonte Vatican News.

“Diffondete questo messaggio e mantenete viva questa tradizione. Sono un dono di luce per il nostro mondo che ha tanto bisogno di poter continuare a sperare. “

Il presepe o presepio è una rappresentazione tridimensionale che raffigura la Natività di Gesù.

Pur se le rappresentazioni della Natività hanno radici nelle prime iconografie cristiane, scene della nascita di Gesù compaiono in opere d’arte paleocristiane fin dal IV secolo e in seguito sono diventate sempre più diffuse nel Medioevo, fu, secondo la tradizione cattolica, San Francesco d’Assisi nel 1223 a Greccio ad allestire una rappresentazione vivente della Natività.

La tradizione del presepe trae origine dal racconto evangelico della nascita di Gesù, in particolare dal riferimento alla mangiatoia presente nel Vangelo secondo Luca.

Le più antiche raffigurazioni della Vergine con il Gesù Bambino appartengono all’arte paleocristiana.

Un esempio significativo è la pittura delle Catacombe di Priscilla sulla Via Salaria a Roma, datata tra il 230 e il 240 d.C. (III sec.), mentre nella tradizione iconografica bizantina la Natività di Gesù è ambientata in una grotta, con la Vergine raffigurata distesa, il Bambino deposto nella mangiatoia e San Giuseppe rappresentato in posizione marginale.

Come detto, la tradizione del presepe come rappresentazione tridimensionale della Natività ebbe origine in Italia con San Francesco d’Assisi, che nel 1223 realizzò a Greccio la prima scena vivente, con l’autorizzazione di papa Onorio III.

Tommaso da Celano descrive l’evento nella sua prima Vita di San Francesco e Bonaventura nella Legenda maior. «Si dispone la greppia, si porta il fieno, sono menati il bue e l’asino…

Francesco canta il Santo Vangelo e predica la nascita del re povero.» (Bonaventura, Legenda maior, XX).

E’ interessante rilevare che durante il XVI secolo la tradizione del presepe si diffuse anche nel Regno di Napoli.

In questa città alcuni autori attribuiscono la nascita del presepe “moderno” a San Gaetano Thiene.

Il grande sviluppo dei presepi scolpiti si ebbe nel Settecento, quando si formarono le grandi tradizioni presepistiche del presepe napoletano, genovese, bolognese.

Addirittura, nel XVIII secolo, a Napoli si scatenò una vera e propria competizione fra famiglie su chi possedeva il presepe più bello e sfarzoso.

Fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento il presepe arrivò anche negli appartamenti dei borghesi e del popolo, dove divenne il centro simbolico attorno al quale ruotano le festività natalizie.

La diffusione dell’albero di Natale, che la leggenda fa risalire l’usanza al 724, quando nel territorio della tribù germanica dei Catti, presso l’attuale Fritzlar, il missionario anglosassone Winfrid, poi conosciuto come San Bonifacio, non ha cancellato la tradizione del presepe, ma si è ad essa affiancata.

Fede, Cultura, tradizioni che crescono, si evolvono, si diffondono e si ampliano in Italia, in Europa, nel Mondo.

Il significato che rende importante questa ricorrenza, tanto da diffondersi in qualsiasi parte del mondo e che dà il senso spirituale della natività, della famiglia, della pace della speranza, del rinnovamento, sono talmente elevati, che le parole di Leone XIV, così come quelle di Leone I, diventano un vero e proprio monito contro chi, per materialismo, ideologismo, islamismo, vorrebbe cancellare ogni simbolo di questa festività che ci appartiene.

Il Nostro augurio di pace e serenità oggi è quello che possa continuare anche domani.  

[Nota del DR]

Ma ora vediamo di ragionare quasi in modo laico per dare un senso alla libertà, a noi tanto cara, di essere anche la nostra storia.

Il presepe, prima ancora che oggetto, è un gesto: una forma di memoria incarnata.

Non sta fermo come una statuina sul bordo di una mensola; cammina con noi, perché è nato per camminare. Ha la natura delle cose umili e tenaci: non pretende di imporsi, e proprio per questo resiste.

È un racconto deposto nella materia povera, muschio, carta, legno, sughero, terracotta, che si fa liturgia domestica, grammatica di quartiere, teatro di famiglia.

Nel presepe la storia si lascia toccare senza perdere la sua grandezza: il mistero cristiano discende nella concretezza di un focolare e, insieme, la concretezza di un popolo risale a dignità di simbolo.

Storicamente, come detto, l’atto che più di ogni altro ha dato al presepe una fisionomia riconoscibile nella tradizione occidentale è l’esperienza francescana di Greccio (1223).

Il Medioevo conosceva già rappresentazioni sacre, icone, drammi liturgici; ma lì avvenne qualcosa di essenziale: il Vangelo non fu soltanto letto o contemplato, fu “messo davanti”, reso visibile e comprensibile anche agli analfabeti della fede e della cultura, non come spettacolo, bensì come catechesi del cuore.

Il presepe, da quel momento, non smette più di essere un dispositivo pedagogico: un’enciclopedia popolare che insegna senza imporre, che persuade non per via di potere ma per via di prossimità.

Nel tempo esso si diffonde e si trasforma; in Italia trova una delle sue massime fioriture a Napoli tra Sei e Settecento, quando la Natività si popola di mercanti, artigiani, venditori, musicanti, figure della vita ordinaria.

E non è una profanazione: è l’idea, potentissima, che il sacro non abita solo i palazzi e i templi, ma le strade e i vicoli, le mani ruvide e la quotidianità.

La scena di Betlemme diventa specchio di una società, e insieme criterio di giudizio: al centro non c’è il trionfo, ma la fragilità; non c’è la forza, ma un bambino; non c’è l’oro dei potenti, ma la visita stupita dei poveri e dei pastori.

Ecco perché l’elegia del presepe è anche una difesa della sua antropologia. Perché il presepe non è soltanto “religione”, nel senso riduttivo di appartenenza: è un’idea di umano.

Dice che la vita è degna anche quando è piccola, vulnerabile, senza garanzie; dice che la cura precede il controllo; dice che la storia non è solo il racconto dei vincitori, ma anche la vicenda silenziosa dei senza nome.

Nel presepe c’è una teologia della povertà che è, prima ancora, una filosofia della dignità.

E c’è un messaggio politico, nel senso alto della polis, perché sposta il baricentro: non celebra il potere, ma lo relativizza.

Un Dio che nasce in una stalla non legittima i troni; li interroga.

Per questo appare paradossale, e, a tratti, dolorosamente rivelatore, l’attuale operazione di “abolizione” o rimozione del presepe in nome dell’offesa potenziale.

Non parliamo qui della libera scelta di chi non desidera allestirlo: la libertà è un bene, e la coscienza non va mai coartata.

Parliamo, invece, della tentazione amministrativa e culturale di cancellare un simbolo condiviso dallo spazio pubblico (o dalla scuola, o dalle comunità) per una forma di igiene emotiva che scambia la convivenza con il vuoto.

È un rovesciamento concettuale: per evitare di urtare qualcuno si preferisce sottrarre a tutti la possibilità di riconoscersi in una tradizione; e lo si fa spesso con una retorica che suona inclusiva, ma produce un effetto opposto, cioè l’appiattimento e la sterilizzazione dello spazio comune.

L’inclusione non è assenza di segni; è capacità di leggere i segni senza trasformarli in armi.

La neutralità non è cancellazione; è equità nel trattare simboli diversi con intelligenza e misura.

È un’illusione credere che togliendo il presepe si crei pace: si crea piuttosto un deserto simbolico, dove la convivenza non è più educata al rispetto, ma addestrata alla rimozione.

E la rimozione non forma cittadini; forma consumatori di quieto vivere.

Perché il conflitto non si supera eliminando ciò che può generare domande: lo si supera imparando a far posto alle differenze senza pretendere che esse smettano di esistere.

C’è poi un aspetto educativo decisivo.

La scuola, se la nominiamo, non è un laboratorio di anestesia culturale, ma un luogo in cui si impara a interpretare.

Un presepe può diventare occasione per raccontare storia, arte, letteratura, antropologia religiosa, tradizioni locali; può essere uno spazio di dialogo in cui chi viene da altre fedi non è costretto ad aderire, ma è invitato a comprendere: come io comprendo i suoi simboli, i suoi racconti, le sue feste.

La vera laicità non teme il presepe; teme semmai l’ignoranza che trasforma ogni simbolo in provocazione.

E quando l’ignoranza entra nelle istituzioni sotto forma di prudenza, la prudenza diventa censura gentile: quella che non sa dare ragioni e si limita a togliere oggetti.

Non si offende qualcuno perché si racconta ciò che siamo stati e in parte siamo, se quel racconto non è usato per escludere.

Si offende qualcuno, piuttosto, quando gli si comunica che l’unico modo di convivere è far finta di non avere storia.

Questa è una forma sottile di violenza culturale: non impone un simbolo, ma impone il silenzio sui simboli.

Ed è proprio il presepe, con la sua scena disarmata, a ricordarci che l’Europa e l’Italia, al di là di ogni scelta personale, hanno radici intrecciate con il cristianesimo, con l’arte sacra, con l’immaginario biblico, con i calendari civili e religiosi che hanno dato forma al tempo collettivo.

Negarlo non rende più liberi; rende solo più smemorati.

A questo punto, però, la riflessione non può evitare un nodo morale: la codardia civile che spesso si maschera da “sensibilità” e si trincera dietro il politically correct.

Non è un’accusa generica contro l’attenzione al linguaggio o contro il rispetto delle persone, che sono doveri elementari di una società matura, ma contro l’uso strumentale di tali categorie come scudo per non assumersi responsabilità.

Quando un’istituzione, un dirigente, un docente, un amministratore decide di rimuovere un presepe non perché vi sia stata una concreta discriminazione, né perché si sia verificata una violazione di libertà altrui, ma per “non avere problemi”, per prevenire polemiche, per non esporsi, allora non siamo davanti a una scelta di inclusione: siamo davanti a una fuga.

La parola “inclusione” diventa una foglia di fico dietro cui si nasconde la rinuncia a governare la complessità con argomentazioni, equilibrio e coraggio.

Il politically correct, in questa deriva, non è più una pratica di convivenza, ma una tecnologia della paura: serve a evitare il conflitto delle idee sostituendolo con il controllo dei simboli; serve a mettere in quarantena la storia, l’identità, le tradizioni, come se fossero sostanze tossiche.

E soprattutto serve a deresponsabilizzare chi decide.

Perché è più facile dire “non si può, qualcuno potrebbe offendersi” che assumere una posizione ragionata: “Questo simbolo appartiene alla nostra cultura, lo esponiamo senza imporlo, lo spieghiamo, lo contestualizziamo, e insieme garantiamo lo spazio e il rispetto per le altre visioni”.

Il primo atteggiamento è passivo e pavido; il secondo è attivo e laico nel senso più nobile: costruisce cittadinanza.

Difendere i propri valori, infatti, non coincide con l’aggressività né con la pretesa di superiorità.

Difendere i propri valori significa rispondere della propria identità senza usarla come randello, ma anche senza consegnarla alla censura preventiva.

È un gesto di maturità collettiva: non si pretende che tutti aderiscano, si pretende però che nessuno sia costretto a rinnegare ciò che è per compiacere l’ansia altrui o, peggio, la propria.

La codardia del “meglio togliere” comunica un messaggio devastante: che i valori sono negoziabili non sulla base della verità o della giustizia, ma sulla base della convenienza; che la tradizione è un ingombro, non una risorsa; che l’unico criterio di gestione del pluralismo è l’evaporazione del simbolico.

E qui il paradosso è completo: chi rimuove il presepe per paura di offendere finisce col produrre un’offesa più profonda, perché tratta gli interlocutori, credenti, non credenti, appartenenti ad altre religioni, come soggetti incapaci di distinguere tra testimonianza e imposizione.

Li presume fragili, permalosi, intolleranti; e per “proteggerli” impoverisce lo spazio comune.

È una forma di paternalismo culturale che abbassa tutti: chi espone il simbolo diventa colpevole per definizione, chi potrebbe non condividerlo viene ridotto a potenziale querelante emotivo.

Invece la convivenza democratica esige l’opposto: fiducia nell’intelligenza reciproca, educazione al dissenso, capacità di stare dentro le differenze senza trasformarle in emergenze.

In definitiva, ciò che occorre contestare non è il rispetto, ma il conformismo; non l’attenzione, ma la viltà.

Perché una società che abdica alla difesa ragionata dei propri valori, e lo fa nel nome di un quieto vivere travestito da virtù, non diventa più giusta: diventa soltanto più timorosa.

E un popolo timoroso, che rinuncia a spiegare e custodire ciò che lo ha formato, non è più inclusivo: è solo più disponibile a essere guidato dall’onda del momento.

Il presepe, con la sua povera scena di luce nella notte, chiede esattamente il contrario: non l’arroganza, ma il coraggio mite di dire “questo siamo”, e di dirlo con rispetto, senza cedere all’idea che l’unico modo di non urtare sia smettere di esistere.

E allora l’elegia diventa quasi una preghiera laica: non lasciamo che il presepe venga ridotto a incidente diplomatico, a oggetto imbarazzante da riporre in cantina insieme alle cose “troppo identitarie” per un presente che ha paura di nominarsi.

Difendiamo il presepe non perché tutti debbano crederci, ma perché tutti possano comprenderlo; non perché sia un’arma di maggioranza, ma perché è un bene culturale che parla la lingua della fragilità.

Se davvero vogliamo non offendere, impariamo a distinguere tra imposizione e testimonianza, tra dominio e memoria.

Il presepe, quando è autentico, non domina nessuno: si limita a dire, con una semplicità che oggi ci spiazza, che il senso può abitare l’umile.

E forse è proprio questo che disturba: non la sua religione, ma la sua lezione.

Perché in un tempo che confonde grandezza con rumore, un bambino in una mangiatoia è una contestazione radicale.

 

In chiusura e per un felice Natale vi lascio con un mio sonetto che ho scritto per diletto.

Sonetto: l’ospite ben accetto

Nel mio focolare, ospite gentile,
entra leggero, senza gran pretesa:
qui ogni cosa ha misura e sua difesa,
e il rito è pane, non fragile stile.

Non è superbia: è legge del civile,
che in casa altrui la regola è intesa;
chi vi s’adagia accolga la sorpresa,
e faccia il passo al passo più sottile.

Se vuoi restare, impara la mia via,
non per servire, ma per compagnia;
qui l’ordine è rispetto, non dispetto.

Nessuno t’obbliga, né fa censura:
ma chi varca la soglia accetti il patto,
che in casa d’altri la regola dura.

CF

 

 

 

 

 

 

Autori

  • Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.

  • Giornalista pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti, Ettore Lembo è una voce autorevole nell’ambito dell’attualità, della politica, della storia e della geopolitica. Con un percorso ricco di esperienze come editorialista, opinionista e moderatore di convegni, ha diretto la testata indipendente Betapress e collaborato con numerose realtà giornalistiche tra cui “La Notizia.net” e “Ettore Lembo News”. Ha ricevuto importanti riconoscimenti giornalistici, come il Premio “Le Voci della Libertà – Omaggio a Oriana Fallaci” (2025), il Premio “Ciao Federico” (2022) e il Premio Internazionale “Angeli di Luce” (2019).

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