SCRIPTA MANENT …

PAROLE, PAROLE, PAROLE …

La comunicazione, nell’era dei social e della pandemia, è cambiata.

Gli indizi, in questi ultimi mesi, sono stati ripetuti e sono sotto gli occhi di tutti.

Un riferimento evidente è nella comunicazione politica, sempre più ostaggio delle dinamiche dei consensi del web e per questo, sempre meno libera e riconoscibile come strumento fondamentale di funzionamento dei sistemi democratici.

Una considerazione che non risparmia le cifre della comunicazione istituzionale, nella vicenda pandemica, purtroppo, ancora attuale.

Alla informazione si è andata contrapponendo la contro-informazione.

Il problema è che, entrambi gli archetipi, sono stati scavalcati dall’industria del “fake”, del falso.

Una montagna di articoli e informazioni riversate prevalentemente sul web, che propongono ai lettori contenuti, più o meno consapevolmente, non autentici.

Il fenomeno ha assunto dimensioni tali che è in corso una campagna di comunicazione istituzionale, finanziata dal Gruppo Mediaset, dal titolo “Io non la bevo” che prende di mira le “fake news” insegnandoci a  smascherarne i caratteri ed i contenuti.

Il fatto deve far riflettere perché, quando si parla di informazione scritta, si entra all’interno del sacro perimetro delle fondamenta costituzionali di uno Stato democratico.

La parola scritta è il cemento che lega la storia delle civiltà.

“Verba volant, scripta manent” è l’asse portante di una tradizione millenaria che confida alla parola scritta un rango unico e fondante.

La libertà di stampa trova posto in tutte le costituzioni democratiche degli Stati moderni e l’accezione di falso, ci riporta alla struttura comunicativa dei regimi totalitari volti all’affermazione di un’unica verità ideologica.

Negli ultimi mesi, abbiamo vissuto una privazione verticale e orizzontale delle nostre libertà fondamentali in nome di uno stato d’emergenza che ha ridotto gli ambiti di confronto democratico.

Non piace l’idea che il mondo, che si prepara ad uscire dall’evento pandemico globale, debba convivere con una diluizione permanente di ogni certezza propria dello stato di diritto.

Pensare ad un mondo dominato dalla precarietà e dalla manipolazione, anche nel linguaggio scritto, avrebbe conseguenze, nel medio termine, disastrose.

L’auspicio è che le fake news restino un danno collaterale contenuto, conseguenza di un sistema sociale che comunica con modalità sempre più connesse e veloci.

La sfida alla quale l’intera comunità politica e sociale è chiamata non deve essere quella di smascherare le notizie false.

L’obiettivo deve restare la riforma dello Stato democratico in un contesto non soltanto nazionale ma europeo e mondiale.

Un impegno che, ci auspichiamo, assuma ben presto, il senso di un valore universale condiviso.

 

LA REDAZIONE DI BETAPRESS

 

L’Ipocrisia del tutto




Enormi numeri di adesione per la manifestazione del comitato DS fuori regione

OLTRE 4500 PARTECIPANTI ALLA MANIFESTAZIONE VIRTUALE ORGANIZZATA DAI DIRIGENTI SCOLASTICI FUORI REGIONE 

Ieri, con una modalità innovativa, nel rispetto della situazione emergenziale, si è svolta una manifestazione creativa e originale che ha visto uniti circa 1200 Dirigenti Scolastici fuori regione e una platea di oltre 4500 partecipanti sui vari canali digitali.

Dalle ore 11:00 alle ore 17:00 dirigenti scolastici di tutta Italia, politici di ogni schieramento, organizzazioni sindacali di area e di categoria si sono alternati alle performances di diversi artisti nella “piazza” virtuale messa a disposizione dalla webtv Betapress con la conduzione della giornalista Chiara Sparacio (registrazione disponibile BetapressTV), per confrontarsi sulla problematica condizione dei Dirigenti Scolastici fuori regione, vincitori dell’ultimo concorso.

I numeri della manifestazione sono stati entusiasmanti con oltre 4000 visualizzazioni sui più popolari canali social in diretta streaming, superando i 2500 interventi in chat su YouTube. Scopo della manifestazione, la richiesta alle forze politiche e sindacali di trovare una soluzione rapida e concreta al problema dei Dirigenti fuori regione.

Nell’agorà virtuale i Dirigenti Scolastici hanno trattato le tematiche relative alle storture legate alla procedura concorsuale del 2017, ripercorso le interlocuzioni con sindacati e politici, le azioni messe in campo, nonché le storie personali in tempo di Covid-19, lontani dagli affetti. Le forze politiche e sindacali intervenute hanno riconosciuto la gravità della situazione rappresentata e si sono dichiarate disponibili ad una fattiva collaborazione per la ricerca di una reale e immediata soluzione.

Hanno partecipato nell’ordine: gli onorevoli Vito De Filippo, Dario Damiani, Mario Pittoni, Carmela Bucalo, Tiziana Drago, Riccardo Nencini, Rina Valeria De Lorenzo, Paola Della Santina per l’On. Nicola Fratoianni, il Consigliere regionale della Calabria Marcello Anastasi, l’Assessore alla Cultura Comune di Roma Lorenza Fruci, il Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano; per le Organizzazioni Sindacali Marcello Pacifico, Antonello Giannelli, Attilio Fratta, Roberta Fanfarillo, Rosa Cirillo, Paola Serafin, Giovanni De Rosa. Contributi musicali di Matteo Trimigno, Officine Popolari Lucane di Pietro Cirillo, Compagnia teatrale LiberaImago.

 

Il Comitato Dirigenti Scolastici fuori regione

 

Il Diritto di Scegliere! Manifestazione dei Dirigenti Scolastici Fuori Regione

 




Giusto Scozzaro, l’appello e la precedente condanna per diffamazione.

Raccogliamo la richiesta del comunicato stampa della CGIL, uscito in questi giorni su alcuni giornali locali, di rioccuparci del caso di Giusto Scozzaro condannato in primo grado per diffamazione, ed ora passato al vaglio della corte d’appello.

In tutta sincerità di questo caso non ce ne saremmo più occupati, ma come ignorare la richiesta della CGIL rispetto al tema stesso.

Correva l’anno 2018 quando il giudice di pace di Palermo condannava per il reato di diffamazione il signor Giusto Scozzaro, allora segretario generale della CGIL Sicilia.

La condanna giungeva dopo due anni di giudizio in cui la difesa del segretario citò oltre dieci testimoni con il tentativo di screditare il querelante.

Il Giudice di Pace di Palermo, dopo aver sentito tutti i testimoni richiesti dalla difesa, e dopo due anni di udienze aveva sentenziato il verdetto di condanna  con il massimo risarcimento per danni concesso ad un giudice di pace, ovvero 5000 euro più il pagamento delle spese processuali.

Ma quale era il motivo del contendere?

Nel 2014 Giusto Scozzaro nel suo ruolo di segretario CGIL inviò all’allora Direttore Generale USR Sicilia, una lettera in cui chiedeva alla stessa un urgente intervento nei confronti di una dirigente scolastica che a suo dire si sarebbe macchiata di gravi fatti, tra i quali l’appropriazione indebita di due cellulari, la lesione del diritto allo studio, e la presenza nella scuola di un “soggetto la cui presenza è ancora più grave della lesione del diritto allo studio”.

Dagli atti dibattimentali si vedrà successivamente che questa missiva era scaturita da una segnalazione di una sindacalista della scuola della dirigente in epigrafe che si scoprirà più avanti in acredine con la dirigente stessa.

La relazione redatta dalla Dirigente Scolastica, su richiesta dell’USR, da sola era sufficiente a smorzare qualsiasi dubbio sia sui motivi della segnalazione fatta allo Scozzaro sia sulle inesistenti accuse a lei rivolte, specie perché allegate alla relazione della dirigente vi erano prove documentali riguardo al tema avanzato.

La Dirigente inoltre lamentava la mancata comunicazione da parte dello Scozzaro con la stessa, comunicazione preventiva che sarebbe stata doverosa visto il ruolo ed anche l’impeccabile curriculum professionale della dirigente stessa.

Nonostante questo l’USR decise comunque di avviare un’ispezione formale sulla scuola e sulla dirigente che ebbe come risultato finale l’evidenza incontrovertibile che la Dirigente era completamente estranea a tutte le accuse mossele e lo stesso valeva per il “soggetto” indicato dallo Scozzaro.

In questo senso, calcolando la gravità del contenuto della missiva inviata e soprattutto che il querelante era stato tirato in mezzo ad una diatriba interna della scuola e che la CGIL, come la stessa ammetterà più volte in sede dibattimentale, lo aveva coinvolto perché già “conosceva” il soggetto e quindi si era precipitata ad intervenire (dimostrando un’acredine di gruppo nei confronti dello stesso querelante), venne depositata la succitata querela di parte che divenne poi processo nei confronti del relatore (Scozzaro) della missiva.

Infatti alla fine del dibattimento in primo grado, sentiti oltre dieci testimoni, prodotte centinaia di pagine documentali, nonostante le infinite relazioni della difesa fatte contro il querelante nel tentativo di screditarlo, il giudice di pace di Palermo condannava lo Scozzaro.

Ora, nell’appello, il giudice di Palermo in poche ore e sulle sole carte, quindi senza ascoltare i testimoni, è riuscito a modificare (e di cui ancora si ignora la motivazione) ciò che il giudice in primo grado, in due anni direttamente ed ascoltando i testimoni, aveva verificato.

In conseguenza la CGIL esce con un comunicato stampa in cui, glissando la condanna in primo grado, ci accusa di essere stati troppo “vicini” al querelante, ma quando Scozzaro fu condannato, non abbiamo visto nessun comunicato della CGIL, allora in quel caso sono stati loro ad essere troppo vicini al condannato.

In ogni caso tutto è bene quel che finisce bene, ma, aspettate, non è ancora finita, se nel girone di andata querelante CGIL finisce 5 a 0 ed il ritorno è finito 0 a 1, manca ancora lo spareggio.

Vedremo gli eventuali comunicati dopo la sentenza della Cassazione.

 

 

 

 

Condannato per diffamazione Giusto Scozzaro, ex segretario provinciale CGIL Palermo

La libertà di stampa

 

 




L’ANNO (scolastico) CHE VERRÀ

 

Era il 5 marzo 2020 e le scuole chiudevano per l’emergenza da coronavirus. D’allora abbiamo dovuto ripensare la nostra quotidianità.

Abbiamo dovuto rivedere consuetudini che, nell’arco di pochi giorni, sono venute a mancare, ma anche esperienze portanti della nostra esistenza.

Intorno alla scuola molto si è discusso, molto si è riflettuto; mentre si continua ad adoperarsi per riorganizzarla e cercare di farla vivere, comunque.

Abbiamo anche sperato che il dramma vissuto potesse servire almeno ad aggiustare alcune problematicità che, da anni, non sono ben chiare. Invece stiamo lavorando già per il nuovo anno scolastico, ma la nebbia è ancora molto fitta.

Che sarà per l’anno (scolastico) che verrà?

A distanza di un anno, non si può più parlare di emergenza, ma di pandemia “strutturale” ed è necessario trovare rimedi strutturali per risolvere problemi da anni nel dimenticatoio.

I problemi erano e sono: elevato numero di studenti per classe e aule troppo piccole.

Abbassare il numero degli studenti per classe presuppone aumenti di organico del personale ed inoltre occorre dimensionare in maniera ottimale le aule attraverso urgenti investimenti in edilizia scolastica.

Per garantire la scuola in presenza e in sicurezza, oltre al completamento del piano vaccinale, è necessario “lavorare” sulle due variabili ricordate.

Il Covid-19 è un virus respiratorio che si diffonde principalmente attraverso le goccioline del respiro delle persone infette (droplets) quando starnutiscono o tossiscono o si soffiano il naso, e attraverso anche l’atto del parlare.

Quando si parla migliaia di goccioline possono rimanere sospese nell’aria tra gli 8 e i 14 minuti.

Questi stessi droplet, per la forza di gravità, cadono e possono atterrare sulle più varie superfici su cui hanno tempi di sopravvivenza variabili.

Le particelle virali possono resistere fino a mezz’ora su carta da stampa, fino a 24 ore su legno e tessuto, fino a due giorni su banconote e vetro; fino a 4 giorni su acciaio inox, plastica e superfici interne delle mascherine e fino a una settimana sulla superficie esterna delle mascherine.

Quindi è necessario che le aule didattiche siano giornalmente sanificate e soprattutto siano dotate di apparecchi per il ricambio d’aria.

E allora? Quest’anno scolastico iniziato “in presenza” si approssima a chiudersi “a distanza” e l’anno che verrà?

Intanto le scuole hanno fatto le proposte di organico docenti e alunni/classi senza che fosse pubblicato il decreto interministeriale sugli organici per l’a.s. 2021/22,
quindi ancora non si sa se ci saranno classi di 30 alunni che presuppongono per il D. I. 18/12/1975 classi di 60 metri quadrati.

Ad avercele! Ma con 30 alunni in classe sottodimensionate il distanziamento con i banchi monoposto servirebbe a ben poco.

Occorre più personale per sanificare ogni giorno tutti gli ambienti e servono dispositivi per favorire un rapido e completo ricambio d’aria. Forse c’è ancora tempo per pensarci e intervenire, altrimenti anche l’anno (scolastico) che verrà si svolgerà a ritmo psichedelico “apri” e “chiudi”.

Aerazione e sanificazione sono argomenti presenti nel dibattito scientifico ed accademico ormai da tempo e se davvero si vogliono le scuole aperte ed in sicurezza, non si perda tempo.

 

Pio Mirra

DIRIGENTE SCOLASTICO




I CONTI TORNANO…

Lo scenario politico italiano si consuma ormai nei dejà vu e nelle notizie scontate.

Così, il ritorno sulla scena dell’ex premier Conte chiamato a rimettere in piedi le macerie del Movimento 5 stelle, riporta di attualità il forte attaccamento delle casta alle poltrone ed ai privilegi anche quando alle posizioni di potere vi si è arrivati dai percorsi costellati di rissosi insulti gridati brandendo la bandiera dell’antipolitica e del governo dei puri.

Un giudizio sulla scelta di Conte a pochi giorni dalla sua estromissione dalla guida del governo non sarà, tuttavia, oggetto di trattazione in questa sede anche se una sua pausa di riflessione un po’ più lunga sarebbe stata più elegante e maggiormente in linea con il profilo di garanzia che si è più volte voluto attribuire.  

Il punto che, invece, deve far riflettere riguarda i compiti a cui è stato chiamato l’avvocato del popolo.

L’idea, cioè, del Ministro di Maio, sempre più isolato, del signor Grillo e del comunicatore Casalino, di puntellare il Movimento 5 Stelle attraverso una transizione verso una forma strutturata di partito nell’alveo non già della tradizione socialista ma di quella liberale e democratica.

Un’affermazione espressa maldestramente da Di Maio che è passata quasi del tutto inosservata.

L’operazione in atto non deve spaventare per la superficialità dei suoi leader, la confusione dei suoi contenuti e il livello dei suoi obiettivi.

C’è un dramma più ingombrante.

Quello dell’inquinamento della politica italiana già alle prese con istituzioni rappresentative già provate dalle sempre maggiori iniezioni di democrazia diretta poste in essere da movimenti on line, reti social e dalle cifre della comunicazione a colpi di twitter.

L’idea della politica al servizio del bene comune suona strana e sul cammino di Draghi fanno capolino i fantasmi di una campagna elettorale di fatto già iniziata e che potrebbe essere, ancora una volta, sostenuta da programmi populisti ed orientata dal sensazionalismo degli annunci.

Sequenze che ricorderanno sempre di più la parodia dell’attore Antonio Albanese con il suo personaggio politico “Cettolaqualunque”.

Non sarà facile infatti districarsi nella scacchiera della politica dello schieramento progressista che metterebbe in campo le diverse anime del PD, Renzi ed i renziani, il nuovo partito di Conte e magari la parte espulsa dei parlamentari pentastellati anch’essi  tentati di formare un nuovo partito con o senza Di Battista.

Il limite della politica italiana in questo momento è proprio nella partitocrazia, fenomeno teorizzato nella prima repubblica ma di intatta carica espressiva anche nella fase attuale.

Il rischio è che in un mondo sempre più liquido dove i valori perdono di valenza e le ideologie di contenuti, la gestione del potere venga assunta da “partiti impresa” gestiti con mere logiche di consenso da valorizzare nel breve termine senza alcun riguardo al bene comune.

Non ci sarà da meravigliarsi se il dibattito politico riprenderà ben presto il tema della riforma elettorale per un sistema proporzionale puro che garantisca l’accesso in parlamento al più alto numero di rappresentanze territoriali per buona pace della governabilità e della semplificazione del sistema istituzionale e politico.

Il timore in conclusione è che la politica italiana potrebbe essere inadeguata ad interpretare le sfide che attendono il sistema Italia ancora in piena urgenza virale con il risultato di vedere ancora ampliato il distacco tra il paese legale e quello reale.

La domanda, in questo contesto, se il Governo Draghi riuscirà a portare avanti il piano vaccinale e le riforme non più rimandabili, resta di pungente attualità e purtroppo i dubbi prendono sempre più il posto delle certezze.

 

 

LA REDAZIONE DI BETAPRESS




Ciao Mauro.

Sabato se n’è andato senza fare rumore, vittima del Covid, Mauro Bellugi.

Un grande calciatore, uno di quelli che è entrato nelle case degli italiani nelle immagini delle televisioni ancora in bianco e nero.

Bellugi ha vestito i panni dell’Inter ma anche del Bologna, del Napoli e della Pistoiese.

Poi le presenze in nazionale ed una carriera come tecnico e acuto  commentatore nei  tempi più vicini ai nostri giorni.

Alcuni di noi, forse, quelli che non seguono il calcio, lo hanno conosciuto solo di recente.

In qualche commento sportivo, in qualche intervista o in quel collegamento dal letto dell’ospedale con la conduttrice Barbara d’Urso nel programma da lei diretto “Live – Non è la D’Urso”, appena qualche settimana fa.

Mauro Bellugi non era soltanto un calciatore di talento.

Era un Uomo di grande umanità e coerenza.

Quella umanità che impara chi ha davanti a se una ruolo da terzino sempre chiuso a metà campo, lontano dalla porta avversaria, dal gol che tutti  sognano di calciare.

Eppure Mauro era lì, sempre al suo posto fino a quel gol splendido e risolutivo, alla fine, messo a segno nella Coppa Campioni del 1971 nella partita tra Inter e Borussia Monchengladbach.

Un monito a chi guarda ma non vede la complessità del consorzio umano fatto di numeri primi spesso nascosti e discreti ma indispensabili per il raggiungimento dei propositi anche di quelli più ambiziosi.

La malattia che lo ha colpito, con ingiusta violenza, sapeva forse di trovare in lui un combattente audace e ostinato sempre pronto a difendere la propria posizione di gioco con tutte le sue forze anche quando l’area da difendere era la sua stessa vita.

Una grande tristezza pervade tutti noi.

Con Bellugi perdiamo, ancora una volta, un pezzo della nostra storia.

Quella storia fatta di valori, di coerenza, nel quale il “per sempre”, per dirla con le parole di Pupi Avati, era un abito morale che univa trasversalmente gli uomini e le donne usciti dalla guerra e le giovani generazioni di quella stagione dolorosa.

Mauro Bellugi  era, come molti dei suoi compagni di gioco, un atleta per il quale il successo si costruiva con il sudore.

C’erano le scorciatoie ma si sceglieva di impegnare il percorso più giusto,  non il più facile.

Per questo la nostra tristezza non vuole accettare le consegne del silenzio.

Un giorno Gino Paoli disse che l’amicizia è scambiarsi una valigia piena di oggetti personali, con i propri amici.

 Una valigia da portare con se nel cammino della vita.

È così che quando un’amico ci lascia insieme alle sue cose porta via anche una parte di noi.

Mauro ha portato via una parte di ognuno di noi.

Lo ricorderemo correre come sempre, con quella gioia che scalda il cuore e ci rende tutti un po’ migliori.

Alla sua famiglia ed ai suoi affetti più cari rivolgiamo il senso più profondo del nostro cordoglio.

 

La Redazione di Betapress




Draghi, buon senso da vendere

La fiducia al governo Draghi è ormai un tecnicismo per il quale si potrebbe rispolverare l’antica approvazione “per acclamazione”.

Il tempo della politica “alta” sembra essere tornato all’improvviso e per un momento abbiamo dimenticato la politica pasticciata degli ultimi mesi.

Draghi ha parlato con voce chiara al cuore del paese e della sua classe politica richiamando i valori costituenti della patria che ha anteposto alle azioni programmatiche.

Una strategia di ampio respiro necessaria per ampliare il dibattito politico e sbloccare l’empasse stagnante sulla quale è incappato il precedente governo.

Un colpo diretto ai distinguo trasversali che avevano reso di fatto ingovernabile il paese.

Pensiamo alle divisioni che avevano contrapposto partiti e forze politiche presenti in parlamento sulla gestione dell’ emergenza, sull’adozione del Mes, sulla scuola, fino alla gestione dei flussi migratori e delle misure a supporto del mercato del lavoro e della fiscalità.

Nel suo discorso Draghi ha preferito dare centralità ai principi prima che alle misure da adottare cercando con una grande capacità strategica di definire il contenitore prima dei contenuti.

Così d’incanto prende corpo il sogno di un Europa più giusta e solidale capace di dotarsi di un bilancio unico e di una finanza pubblica più idonea ad intervenire per regolare gli squilibri strutturali di quanto faccia attualmente il gioco dei tassi d’interesse ed i movimenti dello spread tra paesi prenditori con diversi meriti di credito.

Un Europa coraggiosa e pronta e mettere sul tavolo gli oltre 200 miliardi del Recovery plan oltre al sostegno dei numerosi provvedimenti in agenda.

Di fronte a questo modello di sviluppo la polemica sul Mes perde di legittimità come pure il dibattito sui limiti alla sovranità nazionale, cavallo di battaglia degli euroscettici.

Draghi ha mostrato una terza via verso un nuovo europeismo rifondato.

La presidenza di turno del G20 potrebbe rappresentare una ribalta unica per metterne in evidenza la valenza sociale e geopolitica.

Il Governo Draghi immaginato come esecutivo tecnico e dell’emergenza sembra, in conclusione, proiettarsi verso una vera stagione di riforme e di rilancio, anche se, al momento, al primo posto resta l’emergenza e la tenacia di un virus non ancora vinto.

 





IPSE DIXIT

  1. Le Dichiarazioni programmatiche del Presidente Draghi al Senato sono state rappresentate, come prevedibile, con inedita chiarezza ed autorevolezza.

Al di là delle procedure rituali e delle azioni in agenda che pur rappresentano il nucleo centrale dello stesso mandato ricevuto dal Presidente Mattarella, i programmi non sono i primi in scaletta.

Il Presidente Draghi apre, infatti, con un’appello alla responsabilità solidale.

Una responsabilità declinata nei valori dell’unità nazionale che guarda ai problemi del paese, alla crisi pandemica, alla grave recessione economica intorno alle quali stringersi con forte coinvolgimento emotivo.

La strada da intraprendere è tracciata.

Si tratta di un cammino che governi l’emergenza senza distogliere l’attenzione dalla trama delle riforme.

Draghi mostra un intento riformista che non si nasconde nella retorica perché l’obiettivo di rilancio del paese transita per l’utilizzo del Recovery Plan e degli altri programmi comunitari (Next Generation e Sure) che hanno un respiro di lungo termine e che hanno bisogno di fiducia e di certezze verso gli anni a venire.

Il futuro del paese deve essere costruito, all’interno di una visione europeista ed atlantica dove la transizione energetica, la riforma della scuola della pubblica amministrazione, della giustizia della sanità e del fisco non occupino l’intera scena.

Il Covid, infatti, ha fatto esplodere diseguaglianze sociali, nuove povertà e crescenti divari di genere per i quali occorre intervenire con una politica che miri alla eguaglianza dei punti di partenza e che guardi alla riforma dello Stato e della Politica.

Il nascente esecutivo sarà un governo per la ricostruzione fondato su un’intesa ampia per risolvere i problemi del paese.

Una responsabilità che non prevede il fallimento della politica ma solo l’emancipazione di un’esigenza collettiva che vada oltre le visioni delle singole forze politiche.

Parole che parlano alla coscienza collettiva e suscitano emozioni.

Molti i richiami all’esperienza di governo precedente ma non mancano i distinguo ed i paletti invalicabili.

Come nel caso del richiamo ai doveri di un’informazione alle camere, alle istituzioni ed alla comunità economica con modalità costanti e trasparenti.

Un’appello alle modalità dell’informazione istituzionale che, nel precedente governo, più volte erano state sottomesse alle cifre di un’informazione manipolata e piegata all’esigenza di far collimare l’istanze della politica con quelle del paese reale.

Centrale il perimetro del programma di governo  nel quale non trovano posto però tendenze anti europeiste od opzioni non coerenti con la difesa della valuta comune.

Un approccio pragmatico e schietto che non risparmia i tratti di una riforma fiscale che dovrà essere sistemica e mai abbandonare il meccanismo della progressività.

Le conclusioni volano alte e citano la riforma fiscale Visentini degli anni ’70 ed il Santo Padre.

L’opzione non negoziabile di modernizzare il paese emancipando la transazione energetica viene ribadito con parole misurate ma solide come macigni.

Un discorso che aspettavamo da tempo e che si rivela essere di tenore politico e questo, Draghi lo chiarisce in diversi momenti: “senza l’Italia non c’è Europa ma fuori dall’Europa c’è meno Italia” , dice con fierezza.

Il Mes (il Meccanismo Europeo di Stabilità) che nel governo Conte era diventato polvere da sparo e motivo di divisione all’interno di tutte le forze politiche, non è stato mai nominato dal neo insediato Premier.

È evidente che la strada scelta è stata quella di volare alto e sfumare, in nome della responsabilità, i contorni di molte questioni nodali.

Ora attendiamo il dibattito sulla fiducia con molti dubbi, tuttavia, che le dichiarazioni programmatiche non hanno risolto.

Draghi pronuncia parole da statista in nome di un patriottismo transnazionale e si rivolge ad una platea per buona parte composta da un ceto politico  che quelle parole non ha mai compreso e mai messo in pratica.

È lecito chiedersi se sarà sufficiente un richiamo così nobile ai valori della Patria per rilanciare il paese.

È lecito cercare di capire dove sia finito il potenziale divisivo del Mes e come 5Stelle e Lega ne spiegheranno l’utilità all’interno di un paese nel quale il richiamo ad un Europa sempre più sovrana puntella definitivamente le istituzioni europee e l’euro relegando il sovranismo a distretti sempre più lontani e periferici.

Al di là di ogni speculazione e di ogni dubbio sul futuro di questo nuovo esecutivo, su un punto non possiamo non essere d’accordo: il discorso del premier Draghi pronunciato al Senato, questa mattina, rappresenta, uno dei momenti più intensi della politica del nostro paese.

Un’occasione per la quale è ancora bello sentirsi italiani.

 

La Redazione di Betapress.

 

Recovery found, il paese che dice ed il paese che c’è.

 




Sostenibilità ecologica,

Il Governo Draghi alla fine è nato e tra la fila dei principali ministeri vi è quello della Transizione Ecologica che esiste già in Francia e Spagna dove centralizza le funzioni dei ministeri dello sviluppo economico, ambiente e trasporti.

Il comico Grillo, improvvisamente riapparso a capo della delegazione grillina ricevuta da Draghi nei colloqui di rito di alcuni giorni fa, ne ha rivendicato il successo per se ed il movimento da lui creato qualche anno fa.

In realtà, il tema della sostenibilità ecologica, fino al tormentone della “decrescita felice”, per dirla con le parole dell’economista Serge Latouche, è un tema caro al Movimento 5 stelle.

Se si tratti di vera sensibilità o di incapacità a gestire il rilancio delle grandi opere civili ed industriali ferme da anni non è argomento che affronteremo in questa sede.

Sembra più centrale, infatti, il nodo sulla portata della transizione ecologica.

Ciò che deve essere compreso è che non si tratta di creare un modello di decrescita quantitativa a vantaggio esclusivo, quindi, di un modello di economia circolare, ecologica e solidale qualitativamente efficente.

L’idea che dovrebbe essere perseguita risiede, infatti, nell’obiettivo di conciliare, attraverso un unica regia, il rilancio di una stagione di crescita economica e la tutela dell’ambiente.

Il punto è che i due obiettivi non sono facili da conciliare a meno che non si accetti di buon grado di rinunciare a modelli di consumo che ognuno di noi considera ormai come acquisiti.

In questo senso non vogliamo riferirci ad opzioni consumistiche più morigerate ma a vere e proprie rivoluzioni sociali.

Pensiamo ai temi del co-housing e del car sharing o piuttosto alla riduzione del tempo del lavoro ed alla conseguente riduzione di redditi che ne derivano.

Una valutazione che non risparmia i paradigmi del mercato del lavoro che dovrebbe assicurare ambiti d’inserimento a qualifiche artigianali che la rivoluzione industriale ha cancellato da oltre 100 anni.

Siamo pronti, in conclusione, a spiegare ai nostri figli che un auto in famiglia sarà più che sufficiente, che in 100 metri quadri possono stare anche 2 nuclei familiari e che dovremo tornare a formare artigiani e non solo ingegneri e manager?

La tutela del pianeta e la svolta green sono ormai opzioni non negoziabili.

La nostra speranza è che i necessari obiettivi di rilancio economico si svolgano in un ambito di sostenibilità ambientale senza divenirne, tuttavia, ostaggio per il gioco dell’una o dell’altra parte politica.

La recente nomina di Roberto Cingolani alla guida del nuovo dicastero del Governo Draghi appare molto di più che una scommessa.

Le competenze consolidate del nuovo ministro anche nei settori della robotica e dell’ intelligenza artificiale  offrono un’importante garanzia e rappresentano molto più di un semplice punto di partenza.

 

La redazione di Betapress

 

Rispetto dell’Ecosistema e lineamenti di ecosofia

 




Governo Draghi, il costume di Arlecchin Batocio.

Il Governo Draghi è finalmente una realtà.

Davanti al Presidente della Repubblica sfilano i nuovi ministri per il giuramento di rito.

I twitter dei rappresentanti dei partiti coinvolti nel governo neo costituito ostentano molta sicurezza.

Tutti rivendicano un ruolo da vedette.

Eppure il partito degli scontenti si allarga di giorno in giorno.

Ne fanno parte diversi grillini contrari al governo ma anche insospettabili di tutte le coalizioni politiche.

E tra chi arriva e chi parte non possiamo non cogliere il sorriso di circostanza dell’ex premier Conte che lascia Palazzo Chigi al suo successore ma che ha chiarito di non voler abbandonare la vita politica.

Si tratterebbe dunque, di un arrivederci molto prossimo probabilmente a capo di un’ampia fronda costituita da molti parlamentari 5 stelle ma anche da improbabili nuovi acquisti.

Un’ulteriore tessera mancante nel puzzle dell’equilibrio perfetto nelle mani del Presidente Draghi che dovrà preoccuparsi di mettere mano al Piano vaccinale ed al Recovery Plan per il quale la coperta è comunque molto corta.

Decisive saranno le prossime settimane soprattutto alla luce del termine fissato dalla commissione europea per la presentazione del Recovery Plan per il quale Conte non aveva lavorato poi molto.

A sostegno del nascente governo ci sono ministri tecnici di indubbio valore professionale ma anche le già note faine interessate più alle poltrone che all’azione di governo.

Per questo la domanda che ci poniamo e che continueremo a porci è: quanto durerà il Governo Draghi?

Al governo dell’emergenza il Presidente Mattarella è riuscito, complici le giravolte di Renzi, a sostituire un governo di unità nazionale.

In entrambe le circostanze si tratta di formule che mal potranno interpretare il deficit di opzioni politiche in agenda che, ormai, ha finito per travolgere tutte le forze politiche, fuori e dentro il perimetro della fiducia al nascente governo.

Dietro ai sorrisi ed all’approccio dell’ultimo treno vi è purtroppo un seguito che non lascia tranquilli i più attenti osservatori.

Il nascente conflitto tra 5 stelle e Italia Viva in ordine alla prossimità politica del più conteso dei nuovi dicasteri, quello relativo alla Transizione Ecologica attribuito a Cingolani, alimenta a dismisura la rilevanza politica dei nodi da sciogliere sul tavolo del Premier Draghi perché, è lecito pensare, a questo punto, che le iniziative “green” da assumere non saranno le stesse per Grillo e Renzi.

Non ci resta che attendere con la consapevolezza che il peggio è comunque, forse, passato.

 

La Redazione di Betapress.