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Noi stiamo con Milena…

Milena Gabanelli, 63 anni, è una nota conduttrice e giornalista italiana che lavora da 30 anni per la Rai.

La carriera della donna ha sempre girato attorno a programmi tv di inchiesta.

Il suo debutto è arrivato nel 1982 circa e da lì ha ricevuto sempre più consensi da parte del pubblico.

Nel 1989 ha preso parte a Special Mixer, dove ha avuto la possibilità di viaggiare e realizzare vari servizi, tra cui uno in Cina e uno in Vietnam.  Subito dopo l’esperienza a Special Mixer, Milena è divenuta inviata di guerra, recandosi così in numerose regioni colpite da svariati conflitti armati.

Nel 1994 è arrivata la prima esperienza da conduttrice con il programma Professione Reporter su Rai 2.

Il nome della Gabanelli è però conosciuto, ai telespettatori italiani, soprattutto per la sua presenza a Report in onda su Rai 3.

Milena è stata infatti protagonista e conduttrice del programma dal 1997 al 2016.

Nel 2013, inoltre, è arrivata un’altra grande soddisfazione per la giornalista:  Milena è infatti stata la più votata per la candidatura a Presidente della Repubblica dal Movimento 5 Stelle.

Nonostante la gratitudine nei confronti dei suoi colleghi, la donna ha però deciso di rinunciare alla carriera politica e di continuare con quella giornalistica.

Così, dopo innumerevoli premi per la sua professionalità e responsabilità, proprio dopo 20 anni di video giornalismo d’inchiesta, le è stato affidato il portale digitale di informazione Rai.

Anche qui, la Gabanelli si è dedicata con passione e professionalità al suo ruolo giornalistico.

Ma quel progetto è rimasto sulla carta, per le incomprensibili (o forse fin troppo comprensibili) resistenze dell’azienda pagata con i nostri soldi, ma teleguidata dai partiti.

Per non dover ammettere di aver cacciato anche lei, ultima di una lunga lista di proscrizione che va dall’era Berlusconi all’era Renzi, i vertici Rai le hanno fatto una proposta che, per dignità, la giornalista doveva rifiutare: la con-direzione di Rainews24, testata e sito semi-clandestini con un pugno di collaboratori scelti da altri.

E la Gabanelli, sempre per dignità, si è posta in aspettativa non retribuita: cioè – checché ne dicano i minimizzatori dei partiti e della stampa al seguito – fuori dalla Rai.

Noi pensiamo che qualunque emittente del mondo libero sarebbe orgogliosa di avere la Gabanelli tra i suoi giornalisti, soprattutto per le ragioni del suo rifiuto alla proposta del dg Mario Orfeo di fare la condirettrice di Rai News.

In un’intervista al Corriere della Sera, la giornalista Milena Gabanelli ha spiegato così il suo no alla con-direzione di RaiNews 24: “Ho chiesto l’aspettativa non retribuita.

Se vareranno una nuova testata e vorranno affidarmi la direzione, darò la mia disponibilità”.

Il piano prevedeva un nuovo sito, integrato con tutti i dipendenti dell’azienda pubblica: “La Rai, al contrario di tutte le tv del mondo, ha molti telegiornali, ma non ha un portale di news online organizzato” Mi sono tolta lo stipendio.

Non produrre e guadagnare lo troverei umiliante” “Il mio non è un capriccio, ma la certezza che non ci sono le condizioni per produrre risultati. E di cui poi devo rispondere. Il mio incarico è far funzionare l’informazione online, che la Rai non ha, malgrado i suoi 1.600 giornalisti. La proposta è quella di stare dentro un sito che non ha i presupposti per funzionare”

All’intervistatrice che le ha chiesto perché non le basta la promozione e uno staff di 40 giornalisti scelti da lei, Gabanelli ha risposto:

“Non ne ho mai fatto una questione di carica. E lavorare con Di Bella, che stimo, è pure divertente. Ma buona parte dei giornalisti che io ho incontrato, in un assestment interno, sono disponibili a trasferirsi al portale unico Rai, ma non al sito di una testata. Così quelli di tg nazionali e regionali, corrispondenti: tutti felici di contribuire. Ma non a Rainews.it, perché è percepito come il sito di una testata concorrente”.

Se il suo progetto originario non si realizzasse, la giornalista ha sottolineato:

“Sarebbe un peccato per la Rai che non può permettersi un ulteriore ritardo sull’online. Se invece il problema sono io, non ho difficoltà a farmi da parte, il lavoro fin qui fatto non andrà sprecato. Non ho paura del futuro e non sono legata alle poltrone, ho delle idee e una reputazione che vorrei continuare a mettere a disposizione del servizio pubblico. Ma non inventandomi un nuovo programma, altrimenti sarei restata dov’ero.”

Averne di giornalisti così…

Semplicemente, grazie di esistere, Milena…

 

Antonella Ferrari




Tutti Promossi! La Scuola perde il suo significato…

Bocciature “abolite” per decreto alle elementari e medie, nuovi esami e test Invalsi rivoluzionati in terza media.

L’anno scolastico ormai alle porte si apre con una serie di novità introdotte dalla Buona scuola che riguardano i bambini della primaria e i ragazzini della scuola media.

Per la scuola superiore occorrerà attendere ancora 12 mesi prima di vedere gli effetti della legge 107.

Il governo Renzi e il suo successore Gentiloni, che ha approvato le deleghe della riforma Renzi/Giannini, hanno dichiarato guerra alle bocciature: l’Italia è una delle nazioni europee con la dispersione scolastica più alta.

Alle elementari si potrà bocciare solo in caso di abbandono dell’anno scolastico o per le troppe assenze.

Una situazione che riguarda una fascia marginale di alunni: tre su mille in prima elementare e uno su mille nelle altre quattro classi della primaria. In pratica, non si potrà bocciare per il profitto, basta che l’alunno venga a scuola !!!

“Le alunne e gli alunni della scuola primaria sono ammessi alla classe successiva e alla prima classe di scuola secondaria di primo grado anche in presenza di livelli di apprendimento parzialmente raggiunti o in via di prima acquisizione”, recita il decreto legislativo 62 dello scorso mese di aprile.

Nei casi di promozione “agevolata”, le scuole dovranno attivare “specifiche strategie per il miglioramento dei livelli di apprendimento”.

Oltre al danno anche la beffa !!!

La bocciatura sarà possibile sono se tutti gli insegnanti del consiglio di classe saranno d’accordo: “Solo in casi eccezionali e comprovati da specifica motivazione”, spiega la norma.

Basterà un solo parere contrario per fare scattare la promozione ope legis.

Novità anche per le prove Invasi.

Oltre ai consueti test di Italiano e Matematica, in seconda e quinta, in quest’ultima classe i bambini verranno sottoposti a un’ ulteriore prova di Inglese.

Anche alla scuola media la promozione diventerà la regola generale: “Le alunne e gli alunni della scuola secondaria di primo grado sono ammessi alla classe successiva e all’esame conclusivo del primo ciclo”, prevede il decreto legislativo sulla Valutazione.

Tranne i casi di gravi infrazioni disciplinari e nei casi di “parziale o mancata acquisizione dei livelli di apprendimento in una o più discipline”.

Situazioni in cui “il consiglio di classe può deliberare” la bocciatura, ma con adeguata motivazione.

Giusto se l’alunno  ha dato fuoco alla scuola può sperare di essere bocciato, perché insultare un prof o picchiare un compagno non basta !!!

Anche in questo caso potrà scattare la promozione in presenza di insufficienze in una o più discipline, a patto che le scuole avviino percorsi di supporto per colmare le lacune.

Le prove Invalsi, che da qualche anno si svolgono solo in terza media, non saranno più in concomitanza con gli esami conclusivi e non incideranno più sul voto finale.

Si svolgeranno entro il mese di aprile, saranno effettuate al computer – computer-based – e contempleranno anche una prova di Inglese.

Così come avverrà alla scuola elementare, tutta la fase di spoglio delle schede e di caricamento al computer degli esiti degli Invalsi sarà a carico degli insegnanti, come “attività ordinaria d’istituto”. E la partecipazione alle stesse costituirà requisito di ammissione agli esami.

Dopo anni di polemiche e dibattiti, l’esame di licenza media verrà semplificato: solo tre prove scritte – Italiano, Matematica e Lingue straniere – e un colloquio.

Per gli indirizzi musicali, durante lo stesso colloquio, è prevista una prova pratica relativa allo strumento studiato.

Alla media, più che le risultanze degli esami, la Buona scuola premierà la carriera scolastica.

Il voto finale sarà espresso in decimi – con eventuale lode – e scaturirà dalla media tra il voto di ammissione e la media dei voti delle prove d’esame.

E a presiedere gli esami sarà lo stesso dirigente scolastico dell’istituto in cui si svolgo gli esami.

Niente più presidente esterno. Scusate, ma proprio non ce la faccio…

Da parte mia, io non ho mai pensato alla bocciatura come forma di punizione o peggio di discriminazione, ma ho sempre ritenuto che essa altro non fosse se non il naturale esito di un percorso scolastico insoddisfacente, dove l’alunno in questione non ha raggiunto neppure gli obiettivi minimi che il corso prescelto ed i programmi di quell’anno scolastico richiedevano.

Come non si manderebbe in sala operatoria un chirurgo che non sa fare il suo mestiere, come non si affiderebbe un aereo a chi non lo sa pilotare, così non si può promuovere chi non lo merita, perché ciò provocherebbe un grave danno individuale e sociale al tempo stesso: individuale, perché chi viene promosso senza merito si illude di avere competenze e capacità che in realtà non possiede e lo si condanna, per di più, ad affrontare l’anno successivo  dei contenuti che non è in grado di apprendere; sociale, perché mettendo sullo stesso piano i capaci e meritevoli (così denominati dalla Costituzione) e gli incapaci e i lavativi, si crea la grave ingiustizia per cui, nel mondo del lavoro, sarà avvantaggiato chi possiede aderenze e amicizie varie, perpetuando il malcostume che – spesso solo a parole – tutti condannano.

La scuola sessantottina infatti, favorendo le promozioni di massa senza selezione, ha immesso nella società e nel mondo del lavoro una massa di incompetenti che hanno fatto carriera grazie al nepotismo ed alle raccomandazioni; e siccome queste aderenze le posseggono soprattutto le classi elevate, il risultato ottenuto è stato l’esatto contrario di ciò che la “rivoluzione” del ’68 si proponeva, cioè l’eguaglianza sociale.

Oggi ci sono anche altri motivi per cui nelle scuole si tende a promuovere in massa: le pressioni dei genitori, la paura di perdere classi e posti di lavoro, ecc.

Ma chi fa sul serio questa professione, chi crede davvero nella funzione formativa della scuola, non può accettare questi compromessi.

Se vogliamo che i nostri studenti imparino qualcosa e si formino veramente per una vita futura, dobbiamo essere selettivi; altrimenti i ragazzi, che non sono affatto sciocchi, smetteranno di dedicarsi del tutto allo studio, non appena avranno intuito che la promozione è garantita.

Ciò non significa ovviamente che la bocciatura sia un fatto sempre positivo o di per sé auspicabile; se è possibile è meglio evitarla, fornendo anzitutto agli studenti tutti gli strumenti per recuperare le loro carenze e soprattutto mostrando noi stessi amore e dedizione al nostro lavoro.

Io personalmente tendo ad essere indulgente con chi mi segue e mi dimostra impegno, anche se i suoi risultati non sono del tutto soddisfacenti, mentre non ho alcuna comprensione per chi viene a scuola, come dicevano ai miei tempi, “per scaldare il banco”.

E’ anche vero che esistono studenti che, pur impegnandosi a fondo, non riescono a raggiungere risultati accettabili, forse perché non adatti, per capacità o per inclinazioni, al corso di studi che hanno scelto; ma in questo caso, più che la bocciatura, sarebbe necessario un nuovo orientamento scolastico da parte della scuola.

Se i docenti del primo anno di un Liceo, ad esempio, si rendono conto dopo due o tre mesi dall’inizio dell’anno scolastico che un alunno ha operato una scelta non adeguata alla sua personalità, è loro dovere chiamare i genitori e decidere insieme il passaggio ad altro corso di studi.

Non vedo nulla di disdicevole o di disonorevole in questa procedura; è molto più umiliante essere promossi a forza e costretti a seguire discipline e contenuti che non si è in grado di apprendere, tirando avanti a stento, con continui insuccessi e la necessità di dover effettuare anche lezioni private, con inutile dispendio di denaro e di energie.

Antonella Ferrari




Ridi che ti passa

“Ridi che ti passa” dice un vecchio proverbio.

Ma, applicato alla scuola, può davvero una semplice risata riportare l’armonia in classe?

Sì, lo conferma l’esperienza comune, ma c’è di più: oltre a creare un clima positivo dal punto di vista emotivo, ridere favorisce la concentrazione.

A sostenere questa tesi tanto provocatoria quanto rivoluzionaria è stata Lucia Suriano, insegnante, autrice di Educare alla felicità ed ambasciatrice nel mondo dell’International Laughter Yoga University, chiamata dall’ADI a chiudere la prima sessione di interventi nel seminario internazionale sull’educazione svoltosi a Bologna il 24 e il 25 febbraio scorsi.

Certo, è passato un po’ di tempo… Ma all’inizio di un nuovo anno scolastico conviene fare un breve ripasso…

Prof.ssa Suriano, tutti gli insegnanti possono potenzialmente creare un buon clima emotivo in classe? Quanto incidono o interferiscono il temperamento, le esperienze personali, l’indole?

“Sì, tutti potenzialmente possono; certamente contano moltissimo la storia personale e le esperienze di ciascuno; il temperamento e l’indole costituiscono un vantaggio, ma non ritengo siano fondamentali, poiché un insegnante è un professionista che oltre alle competenze del sapere e della didattica deve aver sviluppato notevoli competenze socio-emotive”.

E gli insegnanti ‘antipatici’ come fanno? Non dovrebbero avere diritto di cittadinanza nelle aule?

“Bella questa battuta! Un insegnante “antipatico” non è un professionista, al massimo possiamo parlare di un insegnante poco empatico e allora, possiamo iniziare a riflettere su come si possa sviluppare la capacità di entrare in empatia con l’altro, del resto la nostra non è definita professione a relazione d’aiuto?”.

Che cosa significa ridere con i propri allievi?

“Significa svelare la propria umanità, significa creare le condizioni perché il processo di apprendimento trovi le condizioni per avvenire in modo significativo e non semplicemente come sterile processo finalizzato all’emergenza contingente, cioè l’interrogazione”.

Lei insegna; cosa quotidianamente si ripete prima di entrare in classe?

“Ogni giorno so che ho la possibilità di imparare; prima di entrare in classe respiro, sorrido e… Buongiorno!”.

In quale ordine e grado di scuola le risate portano più beneficio all’apprendimento?

“La risata non conosce età, i benefici avvengono a livello psico-fisico ed emotivo, non possiamo scegliere di smettere di ridere. Il nostro corpo ha bisogno della risata come del pianto poiché nasciamo “cablati per fare l’esperienza della felicità” (C. Pert)”.

Ora, per chi ha provato sulla propria pelle l’enorme vantaggio terapeutico e didattico di una sana risata, voglio segnalare che il minimo comune denominatore degli insegnanti, che gestiscono una professione stressante a rischio di BURNOUT come l’insegnamento, è il desiderio di ricominciare o di continuare a stare bene a scuola, poiché la fatica degli ultimi anni e il malcontento non sono una leggenda…

Certo, bisogna educarsi ed educare a “ridere con…” e non “ a ridere di qualcosa o di qualcuno…” Però, ho imparato che un clima di distensione favorisce la motivazione.

Anno dopo anno, ho sperimentato che, in classe, c’è un grande bisogno di tornare a ridere in modo sano, positivo, pulito. Che nei momenti di maggiore conflittualità, il riuscire a virare sull’aspetto ludico, giocoso e divertente della situazione è una strategia didattica.

Che, spesso, un semplice esercizio di risata incondizionata può offrire più vantaggi che svantaggi ad un docente.

Che, alla fine, il saper instaurare una relazione con i propri alunni anticipa ed agevola l’insegnamento delle conoscenze ed il raggiungimento delle competenze.

Portare la risata nel mondo della scuola non squalifica l’intervento didattico, anzi, richiede molta preparazione, un grande lavoro su di sé, soprattutto molto rispetto del ruolo educativo che la scuola svolge nella vita di ciascun alunno.

La strada da percorrere è “quella della”ricerc-azione, della sperimentazione suffragata da una profonda conoscenza di ciò che ci giunge dagli studi scientifici, avendo come obiettivo lo sviluppo di un percorso che porti a vivere l’esperienza dell’apprendimento come qualcosa da desiderare e non da rifuggire; per fare questo dobbiamo puntare la nostra attenzione non solo sulle funzioni cognitive, ma anche sui processi emotivi e sull’importanza del movimento del corpo”, come ha dichiarato Lucia Suriano.

La stessa ha anche sottolineato che bisogna “ ricucire la frattura dicotomica tra scuola e risata, facendo riscoprire quest’ultima nella sua funzione di potente alleata del processo di apprendimento e non come nemica da combattere”.

Ed allora, forza, iniziamo il nuovo anno scolastico con un bel sorriso e non dimentichiamo che ridere in classe fa bene, parola di specialista…

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Antonella Ferrari

 




il Paese dei Prima

Sempre più di frequente mi sento chiedere dai genitori dei miei alunni: “Mi dica lei prof che cosa fare con mio figlio!?!”.

Bene, vorrei condividere con voi qualche osservazione, derivante dalla mia esperienza di madre e di insegnante

Negli ultimi anni, stiamo assistendo ad un fallimento del ruolo genitoriale di massa che indirettamente grava sulla salute mentale e sull’equilibrio psicologico dei figli, e di conseguenza degli alunni.

Sappiamo tutti che, se mancano i punti di riferimento, i figli cresceranno senza una direzione e ci sarà chi compenserà e chi devierà, sia nella scuola che nella vita.

Ogni anno, in classe, si può verificare quanto i disturbi psicopatologici di bambini e adolescenti si stiano aggravando in termini di intensità e di frequenza…

Ebbene, non si può stare inermi a guardare questa lento ed inesorabile declino sociale, se vogliamo fare qualcosa, in termini di prevenzione, dobbiamo accettare che questa condizione inizia in famiglia e lavorare su ciò che non funziona, prima ancora di arrivare a scuola.

Spesso, ciò che si dimentica, è che la prima infanzia è una fase estremamente delicata in cui si pongono le basi solide su cui si costruirà un’identità stabile, una personalità forte, un’adattabilità del bambino, poi adolescente e infine adulto.

I primissimi anni di vita sono un periodo di plasticità neuronale e muscolare in cui il bambino è fortemente condizionabile in termini positivi e negativi. Egli impara più guardando che ascoltando, anzi, è soprattutto l’apprendimento indiretto, cioè l’esempio delle figure che lo accudiscono che lo condiziona, e sono le esperienze di vita dell’età prescolare che caratterizzeranno la formazione della sua personalità.

I bambini hanno bisogno del legame, del confronto con il genitore, delle relazioni sociali, dell’attività fisica, di esprimersi da un punto di vista psicologico e fisico sentendosi contenuti da un adulto in grado di fargli da guida, di dargli la mano quando serve e di dirgli “vai ce la puoi fare da solo” quando necessario.

Hanno bisogno di genitori-guida e non di genitori-paracadute, di adulti che non ammortizzano le cadute solo per egoismo od orgoglio personali, oppure perché si fa prima, perché è meno faticoso, perché non si ha voglia di discutere con il figlio…

Certo, è più impegnativo insegnare ad un figlio a volare con le proprie ali più che aprire il nostro paracadute emotivo con frasi tipo “ Lascia stare, faccio io, dai retta a me, ci penso io…”

Un figlio deve crescere con la consapevolezza di un legame stabile, di essere riconosciuto e accettato, di avere un porto sicuro che gli permetterà di partire, di osare, di sperimentarsi… perché sa che avrà dei pilastri su cui contare.

Ciò che invece tristemente vedo è che non si prende più in braccio un figlio per calmarlo, non ci si siede più con lui per farlo ragionare e capire cosa sta accadendo e di cosa ha bisogno, si dà uno smartphone, un tablet, una sorta di ciuccio digitale come calmante od ansiolitico.

E’ più facile, è più rapido, i bambini vengono anestetizzati davanti agli schermi e il genitore può fare i benemeriti affari suoi in santa pace.

Posso comprendere i casi straordinari di necessità, ma ciò che distrugge un figlio è la continuità, la sistematicità, non l’occasionalità. Oggi siamo arrivati anche a non far camminare più i figli, a non insegnargli neanche dove mettere i piedi.

O sono fermi davanti uno schermo, o sono dotati di scarpe con le rotelle, di hoverboard (gli skate elettrici) per cui si vedono bambini sfrecciare da soli e genitori che non si rendono conto dell’importanza di prendere la mano di un figlio e di camminare al suo fianco.

Il problema non è solo psichico, emotivo e di acquisizione di competenze psichiche, è anche fisico, mi trovo sempre più bambini che non sanno correre, saltare, andare in bicicletta, fare una capriola, che sono completamente scoordinati e non hanno il senso dell’equilibrio.

I bambini hanno bisogno di sporcarsi le mani e di sbucciarsi le ginocchia, di confrontarsi con gli altri coetanei, non solo con la tecnologia e con gli adulti. I piccoli non devono solo competere a chi è più bravo, più bello, a chi fa più cose, a chi è più talentuoso, a chi si mette meglio in posa, a chi fa i video e i selfie più belli e prende già tanti like sui social…

Hanno bisogno di litigare e di fare pace, di capire i propri limiti, di vivere l’amicizia reale, non quella virtuale, in cui gli amici sono un numero sui social, hanno bisogno di un contatto fisico, non di mandarsi i cuoricini su WhatsApp, hanno bisogno di colmare le distanze, di conoscere l’empatia e  di  vivere il rispetto.

Devono crescere sviluppando le capacità di problem solving e le capacità intellettive attraverso la sperimentazione, le prove e gli errori.

Se si vuole insegnare ad un figlio ad essere responsabile bisogna prima essere responsabili e comportarsi da genitore responsabile.

Inoltre ci si deve ricordare che “in motu vita est”, la vita è movimento. La staticità spegne, blocca e porta ad una morte psichica.

Affrontare la vita di petto e in maniera dinamica è il segreto per non ammalarsi e per non farsi schiacciare dagli eventi, anche se troppo spesso questi bambini non sanno neanche cosa sia la motivazione, la grinta, il credere in se stessi ed in qualcosa o qualcuno.

Non conoscono neanche il senso della fatica.

Rischiano di aver perso una partita in partenza, perché nessuno ha “perso tempo” ad insegnargli a giocare la loro partita.

Allora non gridiamo allo scandalo, non arriviamo sempre dopo per chiederci il perché, la famiglia deve essere una risorsa fondamentale nella crescita di un figlio da cui non si può prescindere ed è lì che dobbiamo investire se vogliano evitare di continuare a parlare di patologia, disagi e devianza e smetterla di essere il Paese del dopo, della pietà e dello scandalo, ma iniziare ad essere il Paese del prima…

 

Antonella Ferrari




Ritorno a Scuola!!! Ovvero ritorno ai problemi di sempre…

I primi a tornare in classe saranno gli studenti di Bolzano: convocati a scuola per il 5 settembre. Gli ultimi i coetanei che risiedono in Emilia Romagna, in Toscana, nelle Marche e in Puglia: per cui le vacanze dureranno dieci giorni in più e l’inizio sarà soft, visto che il primo giorno di lezioni coinciderà con un venerdì.

A prescindere dalle differenze regionali, quelle in corso sono giornate scandite dall’avvicinarsi della ripresa dei ritmi scolastici. Oltre a essere concentrati sul ritorno alla propria attività lavorativa, gli adulti devono dunque pensare anche all’anno scolastico che attende i loro figli.

A fotografare lo stato d’animo dei genitori, in particolare in questo periodo dell’anno, è una ricerca condotta dagli specialisti del Mott Children’s Hospital di Ann Harbor, afferente all’Università del Michigan.

Gli autori, analizzando le risposte fornite da 2051 adulti, di cui 1505 genitori di ragazzi con meno di 18 anni, hanno voluto redigere la «top ten» delle problematiche sanitarie che i genitori riconoscono con maggiore frequenza come un’insidia per i propri figli.

Il quadro che è emerso è un’istantanea fedele dei nostri tempi.

Mamme e papà che hanno figli in età scolare hanno riconosciuto il bullismo come il pericolo più imminente per la loro salute.

In particolare, i genitori della nostra epoca temono l’atteggiamento del bullo di un tempo, potenziato all’ennesima potenza dalla tecnologia, il cyberbullismo : ovvero quel fenomeno che porta la violenza a traslocare sul web, dove l’amplificazione attraverso i social network non conosce confini.

Quest’aspetto è stato rimarcato soprattutto dalle famiglie afroamericane, spaventate dalla possibilità che i propri figli possano finire ai margini del gruppo per il colore della pelle.

Ma in realtà l’emergenza è sentita a tutte le latitudini, anche in Italia, se da una recente indagine condotta dalla Società Italiana di Pediatria, condotta durante lo scorso anno scolastico su oltre diecimila giovani di età compresa tra 14 e 18 anni, è emerso che un ragazzo su tre ha subito un atto di bullismo in silenzio, mentre il 12 per cento degli intervistati ha dichiarato di essere stato intimorito attraverso la rete.  

Se c’è chi di questi episodi è stato vittima, c’è pure chi li ha commessi. Un adolescente su tre s’è dichiarato autore di un atto di bullismo. Risultati che confermano come «l’adolescenza sia un’età difficile, con la differenza che, rispetto al passato, le difficoltà emotive e comportamentali emergono più precocemente», afferma Alberto Villani, responsabile del reparto di pediatria generale e malattie infettive all’ospedale Bambin Gesù di Roma e presidente della Società Italiana di Pediatria. «L’attività di prevenzione, rivolta tanto ai bambini quanto ai genitori, deve avvenire con qualche anno di anticipo rispetto all’esordio dell’età adolescenziale». Certo, prevenire è meglio che curare…

 Ma, quello che preoccupa i genitori sono anche le conseguenze a lungo termine del bullismo, e non si sbagliano!!! Come rimarcato nel corso dell’ultimo congresso della Società Europea di Psichiatria, dal punto di vista della salute mentale, la quota dei bambini esposti a violenze e maltrattamenti che sviluppano successivamente disturbi mentali è molto elevata: oscillante tra il cinquanta e l’ottanta per cento.

Gli atti di bullismo subiti in età scolare possono implicare conseguenze importanti in età adulta: tendenza al suicidio raddoppiata o triplicata rispetto alla popolazione generale, al pari del possibile sviluppo di depressione maggiore, disturbi da stress post-traumatico, deficit della crescita, disturbi d’ansia.

A questi si aggiunge una predisposizione maggiore all’obesità, a comportamenti aggressivi e sessuali a rischio, all’abuso di alcol e sostanze e a una più alta esposizione a malattie croniche.

«Recenti ricerche scientifiche hanno dimostrato che le esperienze traumatiche nell’infanzia e nell’adolescenza attivano i sistemi ormonali e neurochimici dello stress, al punto che la risposta di tali sistemi diviene tossica – dichiara Silvana Galderisi, ordinario all’Università Luigi Vanvitelli di Napoli e presidente della Società Europea di Psichiatria -.

Le conseguenze possono essere molteplici: dai danni strutturali e funzionali al cervello e ad altri organi all’interferenza con la risposta del sistema immunitario. Fino alla compromissione, parziale o totale, della capacità della persona di rispondere in modo adeguato agli eventi stressanti che si presentano nel corso della vita».

Al novero dei comportamenti a cui prestare attenzione c’è anche il «Blue Whale».

«La dinamica è simile a quella del bullismo – sostiene lo psicoterapeuta Giuseppe Lavenia, presidente dell’Associazione nazionale dipendenze tecnologiche e cyberbullismo -.

In questo caso si assiste in poco tempo a un vero e proprio stato depressivo dei ragazzi, con un graduale distacco dalla realtà, che amplifica la mancata percezione del rischio e attiva gli adolescenti a reagire a questo stato attraverso la sfida».

Ecco spiegato perché il bullismo, con la sua variante «cyber», sia il primo timore che alberga nella mente dei genitori statunitensi, ma anche italiani.

I genitori d’oltreoceano, come pure quelli europei, si sono inoltre dichiarati preoccupati per la sicurezza informatica dei dispositivi che ogni giorno maneggiano i propri figli. L’avanguardia tecnologica informatica offre uno spettro più ampio dei rischi a cui i giovani possono ritrovarsi esposti, se non adeguatamente educati.

«Ecco perché di sicurezza informatica si dovrebbe parlare mentre i figli frequentano i primi anni di scuola – hanno messo nero su bianco i ricercatori statunitensi -.

Una semplice strategia efficace prevede di escludere le informazioni strettamente personali dai social network e dalle piattaforme di gioco condiviso».

Soltanto alle spalle si collocano le altre possibili insidie per la loro salute: come lo stress, gli incidenti stradali, la depressione, la dieta sbilanciata, la sedentarietà, l’uso di sostanze stupefacenti e il «sexting» (invio di testi o immagini sessualmente esplicite tramite Internet o telefono cellulare).

 

Antonella Ferrari




La Donna nello stupro gode, parola di Abid Jee.

Gli inquirenti di Rimini hanno in mano i volti dei 4 stupratori che sabato sera hanno violentato una turista polacca di 26 anni in spiaggia a Miramare, dopo aver picchiato a sangue suo marito.

Si stringe il cerchio sui 15 nordafricani sospettati della brutale aggressione, grazie alle telecamere di sorveglianza della zona del lungomare che hanno permesso alla Squadra mobile riminese, guidata dal questore Maurizio Improta, di individuare i delinquenti.

Anche la loro identità è a un passo: si tratterebbe in ogni caso di giovani tra i 20 e 30 anni, criminali abituali che vivono tra Bologna e una città del Nord Italia, ma che conoscono molto bene Rimini e la riviera romagnola, dove svolgono le loro attività illegali fatte di spaccio di droga e violenza quotidiana.

Il modus operandi di quella notte selvaggia, con lo stupro anche di una trans, lascia infatti supporre che stupri e aggressioni fisiche a sfondo sessuale non fossero un diversivo, ma una abitudine.

Sul web intanto si è già scatenata la caccia alle bestie, con l’esasperazione dei residenti e il senso di insicurezza generalizzato di molti italiani.

E la rabbia, come spesso accade, rischia di accecare.

Tra i tanti, anche l’ex parlamentare e psichiatra Alessandro Meluzzi ha pubblicato su Facebook le facce dei presunti stupratori.

Si tratta però di foto segnaletiche risalenti a qualche mese fa e relative a una operazione anti-droga, come fa notare polemicamente il direttore del Tg La7 Enrico Mentana sempre su Facebook.

Non è escluso, in pratica, che gli effettivi stupratori provengano da quella stessa rete di piccola e grande criminalità di stampo nordafricano (una maxi-retata del 2013 si chiamava Kebab Connection), ma non è affatto certo che i 4 delinquenti senza scrupoli siano quelli nelle foto che circolano in rete.

Intanto, però, resta la violenza nella violenza, quella esercitata dal mediatore culturale che, a proposito dello stupro ha scritto sul suo profilo fcb:

«L o stupro è un atto peggio, ma solo all’inizio, poi la donna diventa calma e si gode come un rapporto sessuale normale».

Queste parole allucinanti, che fanno violenza anzitutto alla lingua italiana, sono state scritte dal mediatore culturale Abid Jee che vive a Bologna, dove studia Giurisprudenza (a dispetto della stessa !!! )

Tale soggetto percepisce regolare stipendio da una cooperativa per svolgere la nobile professione che, secondo la Treccani, consiste nel «mediare tra due o più culture, talora molto distanti l’una dall’altra, al fine di favorire l’inserimento di persone immigrate».

Il problema è che per mediare tra due culture bisognerebbe possederne almeno mezza, o forse l’unica, quella umana!!!

Invece, nel linguaggio da primitivo del sesso con cui Abid Jee ha commentato su Facebook lo scempio compiuto a Rimini da una banda di fallocrati, si avverte soltanto la presenza di un pregiudizio cavernicolo nei confronti delle donne.

In Europa avevamo cominciato a liberarcene (del pregiudizio, non ancora dei primitivi), prima che da oltremare giungessero rinforzi.

Sarebbe interessante conoscere i criteri in base ai quali vengono selezionati certi mediatori. Devono esprimersi in un italiano sgrammaticato per non demoralizzare gli ospiti circa le difficoltà della nostra lingua?

E devono ignorare secoli di Illuminismo, di Romanticismo e finanche di femminismo per non fare sentire a disagio chi a casa propria era abituato a considerare le donne una protesi silente del proprio ego? Ci spiegheranno che Abid Jee è un caso isolato…

Intanto, sulla vicenda del commento online interviene anche l’assessore al welfare del Comune di Bologna Luca Rizzo Nervo: “L’aggressione della coppia polacca a Rimini, lo stupro di gruppo della ragazza e della transessuale – scrive- è un fatto di una sconvolgente brutalità e disumanità che provoca rabbia e rivalsa collettiva e che chiede di trovare subito i responsabili e chiede alla giustizia di garantire una pena esemplare e certa.

Aggiungere all’indignazione per questa vicenda, parole di una gravità inaudita come quelle messe a commento della notizia da parte di un operatore sociale che opera nel campo della accoglienza dei migranti, è intollerabile”.

L’assessore continua: “sono certo che la cooperativa sociale, che conosco per la serietà del lavoro che svolge saprà trarre le conseguenze circa l’incompatibilità fra chi è portatore di una simile idiozia e il compito delicato della mediazione culturale.

Le competenze che sono richieste per gestire al meglio la complessità della vicenda migratoria non sono solo strettamente professionali ma anche umane e deve essere uno sforzo di tutti verificarle sempre con straordinaria puntualità, come so avvenire, specialmente in un sistema finanziato dallo Stato.

Poi la responsabilità di ciò che si dice e si fa è sempre personale e rifuggo un dibattito politico che voglia ricondurre, in modo strumentale, all’intero sistema dell’accoglienza e alle sue professionalità”.

Mah, speriamo…

Per ora, la presidente della Camera, tirata in ballo dalla destra per non essersi espressa sul presunto coinvolgimento di nordafricani nell’assalto a una turista e una trans, dichiara “C’è chi evoca la violenza contro le avversarie politiche. E alcuni leader ne portano la responsabilità”.

Quindi che frase sarebbe questa?

Che dire!?!

L’importante è circoscrivere l’episodio, staremo a vedere…

 

Antonella Ferrari




Studiare fino a 18 anni? Quando le idee sono poche e pure confuse…

Belgio, Portogallo, Paesi Bassi e Germania. Sono questi i soli paesi europei dove l’obbligo scolastico arriva fino a 18 anni, mentre nella stragrande maggioranza dell’Unione l’età di uscita dagli studi è fissata a 16 anni, come in Italia.

La proposta di innalzamento dell’obbligo avanzata dalla ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli farebbe dunque uscire l’Italia dal gruppo più ampio di paesi con una durata “standard” dell’istruzione obbligatoria.

Un aumento, quello voluto dalla titolare del Miur, collegato con la sperimentazione del diploma in quattro anni prevista dal recente decreto del ministero che, a partire dall’anno scolastico 2018/2019, coinvolgerà 100 classi dei licei e degli istituti tecnici, pertanto abbasso, alzo, corto lungo, ma che è?

Secondo l’ultimo rapporto sui sistemi educativi europei pubblicato dalla rete Eurydice, nella maggioranza degli stati Ue (Italia compresa) l’istruzione obbligatoria dura 9-10 anni e si conclude all’età di 15-16 anni.

Si sta sui banchi fino a 18 anni solamente in Belgio, Paesi Bassi, Portogallo e in Germania: in quest’ultima, in particolare, l’obbligo si ferma a 18 anni in 12 stati federali, mentre in altri 5 arriva fino a 19 anni.

Lo stesso avviene nella ex Repubblica jugoslava di Macedonia, dove si va a scuola obbligatoriamente fino a 18-19 anni.

C’è da sottolineare, spiega il rapporto Eurydice, che in questi paesi fra i 15-16 e i 18-19 anni gli studenti hanno la possibilità di frequentare percorsi in alternanza, che combinano corsi scolastici a tempo parziale con corsi part-time nei luoghi di lavoro.

In Austria, Polonia e in Inghilterra, dopo la conclusione ufficiale degli studi a 16 anni, gli studenti devono restare comunque nei percorsi di istruzione o formazione fino al compimento dei 18 anni di età, anche se – sottolinea il rapporto – la frequenza a tempo pieno non è obbligatoria.

I ragazzi possono infatti adempiere l’obbligo scegliendo corsi formativi full time o part time oppure percorsi di apprendimento basato sul lavoro.

Intanto, dall’anno scolastico 2018/2019 partirà la sperimentazione per “accorciare” la durata degli studi superiori a 4 anni, alla quale potranno partecipare sia le scuole statali che quelle paritarie.

L’avviso sarà pubblicato dal ministero entro la fine di agosto e gli istituti potranno aderire dal 1° al 30 settembre. Saranno stabiliti criteri comuni per la presentazione dei progetti, per «rendere maggiormente valutabile l’efficacia della sperimentazione», spiega il Miur in una nota.

Si potrà attivare una sola classe per scuola partecipante e un’apposita Commissione tecnica valuterà le domande pervenute.

Ora, il vero problema, non è innalzare l’obbligo scolastico ai 18 anni!!!

Fosse per me lo porterei al conseguimento della laurea!!!

La questione è che se lo Stato obbliga a studiare fino ad una determinata età, deve, di conseguenza coprirne le spese.

Come prevede la nostra Costituzione lo studio è un diritto fondamentale di ogni cittadino, quindi, prima di pensare ad innalzamenti di età, si finanzino tutti quei giovani costretti ad interrompere gli studi non potendo, la famiglia, sostenere i costi, sempre maggiori per arrivare ad un diploma o ad una laurea.

Ma poi in tutta onestà a cosa serve?

Così come è arrivata, la boutade della ministra è ridicola: dopo tre anni di discussioni sulla riforma della scuola ( e purtroppo a riforma ormai approvata ed in buona parte mal attuata ) si incomincia a parlare di che cosa i nostri ragazzi debbano studiare e per quanto tempo.

Ma senza riformare programmi e curriculum, senza risorse economiche ed umane per le scuole, la discussione è solo parziale e sterile.

Obbligare i ragazzi a stare sui banchi due anni in più non basta per motivarli a studiare, occorre creare nuovi metodi didattici, dare nuovo impulso alla scuola creando programmi innovativi, utilizzando strumenti tecnologici moderni, certo per far tutto questo serve gente preparata e capace di trovare pensieri divergenti e creativi … ecco forse perché tutto quello che è venuto fuori è alzare l’obbligo di due anni.

S T A T O     G E N I O O O O O O O !!!

Anzi, gli studenti a rischio di dispersione scolastica, sono spesso borderline, vere mine del sistema, più stimolati dall’avviamento precoce ad un mestiere che dalla frequenza alle lezioni, più gratificati dall’apprendistato di una professione che dalle nozioni teoriche di discipline letterarie o scientifiche!!!

Se la proposta di prolungamento dell’obbligo scolastico fosse l’inizio di una vera discussione su come impostare la scuola superiore (medie comprese), questo sarebbe un ottimo avvio.

Purtroppo, siamo fuori tempo massimo per fare qualcosa a breve termine.

La riforma è stata appena fatta e la legislatura sta per finire.

Forse, sarebbe meglio contenere i danni della BUONA SCUOLA, anziché provocarne altri…

Ai posteri l’ardua sentenza… (anche se possiamo già intuire come sarà N.d.R.)

 

Antonella Ferrari

 




I Vaccini Panacea di tutti i mali… ma ricordiamoci che da poveri ci si ammala di più…

Come al solito in Italia si esagera sempre!

Vaccini si, Vaccini no, se dici di non vaccinare sei un delinquente e ti arresto, nasce il fronte vaccini, la stampa si orienta per far credere al cittadino che senza i vaccini si muore, insomma siamo alle solite.

Non che i vaccini non siano importanti, certo che lo sono ci mancherebbe, ma con questo non sono le uniche cose che salvano la popolazione dalle malattie.

Vi sono altri fattori fondamentali,  QUESTI FATTORI SONO L’IGIENE, I SERVIZI IGIENICO-SANITARI, LA NUTRIZIONE, IL DIRITTO DEL LAVORO, L’ ELETTRICITÀ, LA CLORAZIONE, LA REFRIGERAZIONE, LA PASTORIZZAZIONE, E MOLTI ALTRI ASPETTI CHE OGGI GENERALMENTE DIAMO PER SCONTATI COME PARTE DELLA VITA MODERNA.

IL MIGLIORAMENTO DEL TASSO di MORTALITÀ non è solo legato alla medicina, ma alle condizioni di vita della popolazione.

Eppure oggi abbiamo fatto una legge sui vaccini, forse perché l’impoverimento del paese ed il cambio delle condizioni di vita della popolazione, l’aumento dei costi e la mancanza di reddito che obbliga i cittadini a diminuire i presidi sanitari primari, deve invece passare in secondo piano.

ed eccoci alla stragrande urlata e strombazzata legge sui vaccini!!!

s t a t o        g e n i o o o o o o!!!!!!!

Vediamo un poco di riassumere di cosa si tratta:

Dieci vaccini obbligatori per l’iscrizione a scuola da 0 a 16 anni. Pena la non iscrizione fino ai 6 anni, e il pagamento di multe per i genitori dai 6 anni in poi. E’ previsto l’obbligo di vaccinazione anche per i minori stranieri non accompagnati. I vaccini potranno essere prenotati anche in farmacia. Nasce l’Anagrafe nazionale vaccini, e vengono promosse iniziative di informazione e comunicazione sulle vaccinazioni. Queste le principali novità della legge sui vaccini, firmata dal ministro Lorenzin.

Ecco i 10 punti chiave del provvedimento.

1) Vengono dichiarate obbligatorie per legge, secondo le indicazioni del Calendario allegato al Piano nazionale di prevenzione vaccinale vigente (età 0-16 anni) e in riferimento alla coorte di appartenenza, dieci vaccinazioni.

  1. anti-poliomelitica;
  2. anti-difterica;
  3. anti-tetanica;
  4. anti-epatite B;
  5. anti-pertosse;
  6. anti Haemophilusinfluenzae tipo B;
  7. anti-morbillo;
  8. anti-rosolia;
  9. anti-parotite;
  10. anti-varicella.

Per queste ultime 4 è prevista una valutazione fra tre anni per l’eventuale eliminazione dell’obbligo. Non saranno dirimenti per l’iscrizione a scuola, ma saranno offerti gratuitamente (con un’offerta “attiva”, vale a dire con chiamata dalle Asl), i vaccini contro meningococco B, meningococco C, pneumococco e rotavirus (i primi due in origine erano previsti nel decreto come obbligatori). Sarà possibile procedere alla vaccinazione monocomponente per chi risulti già immunizzato per alcuni di questi vaccini.

Per tutti gli altri, comunque, non saranno necessarie dieci punture, anzi. Ne basteranno due: sei vaccini possono essere somministrati insieme, con l’esavalente (anti-poliomielite, anti-difterite, anti-tetano, anti-epatite B, anti-pertosse, anti-Haemophilus Influenze tipo b), e altri quattro possono essere somministrati con il quadri-valente (anti-morbillo, anti-rosolia, anti-parotite, anti-varicella).

Tali vaccinazioni possono essere omesse o differite solo in caso di accertato pericolo per la salute, in relazione a specifiche condizioni cliniche documentate e attestate dal medico di medicina generale o dal pediatra di libera scelta. Se un bambino ha già avuto le patologie indicate deve farsi attestare tale circostanza dal medico curante che potrà anche disporre le analisi del sangue per accertare che abbia sviluppato gli anticorpi.

In caso di violazione dell’obbligo vaccinale ai genitori esercenti la responsabilità genitoriale e ai tutori è comminata la sanzione amministrativa pecuniaria da 100 a 500 euro.

Le sanzioni vengono irrogate dalle Aziende sanitarie.

I genitori a cui l’Asl contesta la mancata vaccinazione possono provvedere entro il termine indicato a mettersi in regola.

Non possono essere iscritti agli asili nido ed alle scuole dell’infanzia, pubbliche e private, i minori che non abbiano fatto le vaccinazioni obbligatorie. In tal caso, il dirigente scolastico segnala, entro 10 giorni, alla Azienda sanitaria competente il nominativo del bambino affinché si adempia all’obbligo vaccinale. Il genitore può anche autocertificare l’avvenuta vaccinazione e presentare successivamente copia del libretto. Chi è in attesa di vaccinare il bambino può comunque iscriverlo, presentando copia della prenotazione dell’appuntamento presso l’azienda sanitaria locale.

Anche nella scuola dell’obbligo, i minori che non sono vaccinabili per ragioni di salute sono di norma inseriti dal dirigente scolastico in classi nelle quali non sono presenti altri minori non vaccinati o non immunizzati.

L’Agenzia del farmaco è coinvolta sul fronte della farmacovigilanza: predisporrà una relazione annuale con i dati degli eventi avversi associabili alla vaccinazione. Relazione che verrà trasmessa dal ministro al Parlamento. Stretta anche sui prezzi dei vaccini: dovranno essere sottoposti alla negoziazione obbligatoria dell’Aifa. Infine, la stessa Agenzia è sempre parte in giudizio in tutte le controversie riguardanti presunti danni da vaccinazioni e somministrazione di presunti farmaci non oggetto di sperimentazione.

I vaccini potranno essere prenotati anche in farmacia, gratuitamente.

I genitori potranno invece recarsi all’Asl per ricevere informazioni sulle modalità e i tempi di vaccinazione dei propri figli.

Nasce l’Anagrafe nazionale vaccini, nella quale sono registrati tutti i soggetti vaccinati e da sottoporre a vaccinazione, le dosi ed i tempi di somministrazione e gli eventuali effetti indesiderati. Inoltre viene istituita una Unità di crisi permanente, promossa dal ministero della Salute, per monitorare l’erogazione del servizio e prevenire eventuali criticità.

Il ministero della Salute avvierà una campagna straordinaria di sensibilizzazione per la popolazione sull’importanza delle vaccinazioni per la tutela della salute. Nell’ambito della campagna, i ministeri della Salute e dell’Istruzione promuovono, dall’anno scolastico 2017/2018, iniziative di formazione del personale docente ed educativo e di educazione delle alunne e degli alunni, delle studentesse e degli studenti sui temi della prevenzione sanitaria e in particolare delle vaccinazioni, anche con il coinvolgimento delle associazioni dei genitori e le associazioni delle professioni sanitarie.

Saltata, per assenza di coperture, l’obbligatorietà anche per operatori sanitari e scolastici, questi dovranno comunque presentare nei luoghi in cui prestano servizio una autocertificazione attestante la propria “situazione vaccinale”.

Fin qui la teoria, ma adesso vediamo la pratica…

Tutto questo giochetto ci costerà centinaia di milioni di euro, con genitori nel panico per l’obbligatorietà in data odierna di quattro vaccinazioni che potranno essere revocate dall’obbligo tra tre anni.

Ciò significa via libera alla sperimentazione, salvo poi, verificare, in itinere, i presunti danni da vaccinazione…

La mancata assoluzione dell’obbligo vaccinale per ragioni di accertato pericolo per la salute saranno dettate dall’ansia genitoriale o dalla professionalità del pediatra e dovranno essere documentate in che tempi, in che modi?

Le analisi del sangue per comprovare l’ immunità con sviluppo di anticorpi saranno attendibili e definitive o presunte e cicliche?

Nel frattempo, il Dirigente scolastico deve segnalare entro 10 giorni alla Asl competente il nominativo di tutti i bambini non regolarmente vaccinati.

A questo punto, i genitori faranno a gara ad autocertificare l’avvenuta vaccinazione, a fotocopiare il libretto od a documentare la prenotazione dell’appuntamento all’Asl…

Mi immagino nel caso di minori non accompagnati o di genitori non italianizzati come sarà facile assolvere a questi doveri di legge…

Ma, intanto, lo stesso povero dirigente scolastico, dovrà rivedere il criterio di formazione delle classi, per non mettere nella stessa classe alunni non vaccinabili per motivi di salute, con alunni non ancora vaccinati, in attesa dell’appuntamento all’Asl o di alunni immunizzati in attesa di responso delle analisi del sangue…

L’enorme spesa medica per sostenere questa campagna di vaccinazioni a tappeto, risponde ad un’evidente speculazione delle multinazionali farmaceutiche o un’ improvvisa calamità naturale peraltro non certificata?!?

E, dulcis in fundo, tutti gli operatori sanitari e scolastici, ( saltata l’assenza di coperture, ma sopravvissuti a tutte le malattie….) dovranno presentare nei luoghi di servizio un’autocertificazione che attesti la propria situazione vaccinale, e poi il certificato effettivo.

Ma avete idea del caos che state creando??????

Come se fosse facile per il personale docente, amministrativo, dirigente accedere e documentare le vaccinazioni fatte, anni fa, scarabocchiate su un libretto dell’ufficio d’igiene che non è di sicuro sopravvissuto, come noi, all’usura del tempo ed ai vaneggiamenti ministeriali…    

MA POI SE I RAGAZZI ALLA FINE SONO TUTTI VACCINATI, A COSA VI SERVONO LE VACCINAZIONI DEGLI ADULTI????????????? 

Antonella Ferrari




La Maturità immatura!

Se cambiamo significati cambiamo però anche il nome: non possiamo più parlare di Maturità se il nuovo esame sarà svolto come imposto dalla nuova riforma.

Stupiti ed attoniti, questo è come si rimane guardando le nuove regole dell’esame di maturità, o meglio del passaggio di fine superiore.

Non è più un esame, ma solo una formalità che chiunque potrà superare, ed a cui chiunque sarà ammesso.

Quindi a che serve? decisamente a nulla, un poco come il titolo di studio ed il suo valore legale, oggi a cosa serve essere diplomati se questo titolo di studio sul mondo del lavoro non vale più a nulla??

Non vale più nemmeno nei concorsi pubblici!!!

Svuotare così la scuola pubblica di ogni significato non sarà una mossa per favorire quella privata?

Ma procediamo con ordine, oggi parliamo di maturità e di come in tutto questo cammino si sia riusciti a farla diventare immatura.

Il governo ha proposto che non serva più il sei in ogni materia per essere ammessi, ma solo la media del sei (compreso il voto di condotta) e non si faccia più la terza prova …

Ma, procediamo con ordine, mica che il nostro futuro maturando si confonda …

Il 14 gennaio scorso, sono stati pubblicati sul sito del ministero dell’Istruzione e della Camera i testi degli otto decreti legislativi approvati dal Consiglio dei Ministri riferiti alla legge 107, cioè sulla riforma scolastica del luglio 2015, in breve, la BUONA SCUOLA di Renzi …

Il testo che più degli altri ha fatto notizia, è l’atto 384: “L’adeguamento della normativa in materia di valutazione e certificazione delle competenze degli studenti e degli esami di stato”.

In particolare, l’art. 15, si occupa delle ammissioni dei candidati interni agli esami di stato finali delle superiori, cioè chi verrà ammesso alla maturità.

E qui viene il bello …

I requisiti necessari saranno quattro: uno è rimasto invariato, gli altri tre sono nuovi.

Sarà necessaria, come avviene oggi, la partecipazione ad almeno il 75% delle ore di lezione, cioè, uno studente potrà continuare a stare a casa un giorno su quattro che, comunque, frequentando i ¾ del monte ore annuale, avrà assolto l’obbligo di frequenza.

Così, è sempre più istituzionalizzata anche l’assenza strategica o la malattia psicosomatica per allergia a quel prof tanto spietato che vuol pure interrogarti nella sua materia professionalizzante…

In più, rispetto ad ora, sono previsti gli obblighi alla partecipazione alle prove Invalsi, allo svolgimento dell’alternanza scuola-lavoro ed infine, una votazione di ammissione non inferiore alla media di 6/10 compreso il voto di condotta.

Dunque, non sarà più richiesta la sufficienza in tutte le materie.

Questo significa che si potrà essere ammessi all’esame di stato anche con un 5 (o un 4 o un 3!!!) purché ci siano dei 7 (o degli 8 o dei 9) a compensare su altre materie.

Ed allora, il nostro candidato tipo potrà affrontare la maturità classica con un bel 4 in latino od in greco, il suo amico maturando dello scientifico potrà esibire il suo 4 in matematica od in fisica ed un futuro ragioniere rivendicherà il suo 4 in economia aziendale od in finanze …

Che, intanto, le insufficienze sono indicate in modo generico.

E’ irrilevante che siano nelle materie professionalizzanti … Vedi allora che le assenze strategiche hanno ragione di esistere? … Un mio alunno direbbe: “Prof, Dio c’è !!!”

Ci sono delle novità anche per le prove Invalsi: si introduce una nuova prova di inglese, oltre quelle già previste di italiano e della seconda materia. Però la prova Invalsi sarà requisito per l’ammissione all’ esame, ma non confluirà nel voto finale.

Da povera addetta al lavoro, in classe da 29 anni, mi auguro solo che i quesiti delle prove Invalsi proposti nelle superiori siano un po’ più accordati alle conoscenze richieste ed alle competenze certificate di alunni reali e non virtuali …

Perché, se considero gli Invalsi proposti negli esami di terza media, vi assicuro che, ogni anno, il MIUR partorisce un tale inventario di quesiti scollati dalla realtà scolastica in atto, che, mi chiedo, chi sia ad inventarli e che cosa vogliano verificare, se non servano solo per abbassare la media finale anche degli studenti migliori…

Oppure, dubbio amletico, i nuovi quesiti continueranno a dimostrare che i nostri alunni non sono come ci aspettavamo ed allora, rinforziamo l’errore, la prova Invalsi non consideriamola nel voto finale, usiamola solo per far vedere che la nostra buona scuola funziona…

Ma sì, va tutto bene…Il decreto prevede, sempre per l’esame di maturità, l’eliminazione della 3° prova e della tesina portata dal candidato introdotta dal ministro Fioroni nel 2007.

Eh sì, povero il nostro candidato, togliamo pure l’insonnia da “notte prima degli esami” eliminando il famoso “quizzone “… Intanto, nella vita, succede proprio così, è tutto sempre più facile…

Si dovrà portare, invece, un resoconto del periodo alternanza scuola-lavoro. A questo punto entreranno in gioco le certificazioni Eipass, sperando che, almeno questa volta, qualcosa migliori…E che gli addetti ai lavori sappiano di cosa si stia parlando …

La prima prova scritta resterà quella di italiano, la seconda riguarderà la materia che caratterizza il corso di studi, ed infine ci sarà il colloquio orale.

Infine, con il nuovo decreto, il voto finale resta in centesimi, ma si dà maggiore importanza al percorso fatto negli ultimi tre anni, in modo progressivo.

Il credito scolastico avrà un peso maggiore passando da 25 punti a 40 ( fino ad un massimo di 12 punti in terza, 13 in quarta, 15 in quinta ), le due prove scritte e l’orale potranno valere invece fino a 20 punti ciascuno.

E qui, almeno, si inizia a riconoscere il percorso più o meno meritevole e non solo la prestazione finale…

 




La Tenerezza: unica cosa che rimane nella vita quotidiana.

LA TENEREZZA è il titolo del film di Gianni Amelio uscito nelle sale cinematografiche il 24 aprile come film d’apertura del Bifest 2017.

 Il film racconta un dramma familiare doloroso e delicato e si propone come uno sguardo disincantato sul mondo degli affetti umani, dove le stagioni della vita non conoscono emozioni prestabilite.

Più che di tenerezza, bisognerebbe parlare di amarezza, o forse ricordare il titolo del romanzo di Lorenzo Marone da cui è tratto il film: “La tentazione di essere felici”.

Questa frase, infatti, fotografa alla perfezione lo stato emotivo dei personaggi raccontati da Amelio.

Per ognuno di loro la felicità appare perduta, forse per sempre irraggiungibile, ma se esiste una dimensione da cui ripartire, quella è proprio la tenerezza, l’affetto istintivo nei confronti di qualcuno.

LA TENEREZZA diventa così la storia di una ricerca di senso del vivere umano.

Il film si trasforma in un’indagine lenta, ma densa, del regista calabrese che, svelando a poco a poco, il vissuto dei suoi protagonisti, conduce lo spettatore a “ scavare ” nell’animo, tra le luci e le ombre di ognuno di noi.

Amelio ispeziona l’animo fallibile (ed a tratti mostruoso) delle persone comuni, senza adagiarsi sulle etichette sociali.

Non è scontato che un figlio ami suo padre, non è scontato che tutti sappiano essere genitore.

La tenerezza non abita nei rapporti familiari di sangue, ma si nutre di legami profondi tra estranei che, così, diventano intimi.

 Il film scardina dunque ogni rassicurazione legata alla famiglia.

E’ la storia di Lorenzo, anziano avvocato di Napoli, con problemi di cuore.

Un uomo, padre, marito e professionista pieno di pentimenti impersonato da un ruvido e vibrante Renato Carpentieri.

L’uomo vive in una grande casa vuota, in mezzo a vecchi ricordi, vuole starsene solo, lontano dagli altri.

Persino dai suoi due figli a cui non vuole più parlare, che forse ha smesso d’amare.

Un giorno, di ritorno da un ricovero ospedaliero, Lorenzo incontra Michela (Micaela Ramazzotti), giovane madre un po’ sbadata, con la quale nasce subito un affetto sincero.

 Da questo incontro, avvenuto per caso, su un pianerottolo, parte una lenta ed inevitabile resa dei conti.

Il bilancio esistenziale di padri troppo assenti, di nonni non abbastanza amati, di figli che si sentono orfani senza esserlo.

La famiglia di Lorenzo, spezzata e logorata, e la famiglia di Michela, in apparenza felice e compatta, abitano di fronte.

Questi due focolari domestici, forse agli antipodi, diventano due famiglie allo specchio dove non mancano crepe.

Rappresentano però anche un miraggio di tenerezza costruita su sfumature quotidiane, su attimi condivisi, su piccole attenzioni all’altro.

E così, tra sprazzi di vite impregnate di ricordi, di rimorsi e di rimpianti, emergono pentimenti, parole non dette, confessioni non fatte che finalmente vengono a galla. La tenerezza diventa la singola capacità di ascoltare, sentire, amare.

La tenerezza è dentro il sorriso di una sconosciuta, che diventerà una figlia da non lasciare mai sola in un letto d’ ospedale.

La tenerezza è nella stretta di mano di un nipote che il nonno “ruba” alla scuola per stare un po’ con lui.  

La tenerezza è nell’amore della figlia (Giovanna Mezzogiorno ) che, pur sapendolo, lo lascia fare e non si arrende mai all’essere orfana di un padre ancora in vita. La tenerezza è il contenere in un abbraccio l’ira di Fabio (Elio Germano) marito di Michela, che nasconde un malessere alienante …

La tenerezza è dunque il dramma della vita familiare, piena di perdite e di riconquiste, in cui l’amore più tenero è un bene fragile e prezioso che va conquistato ed alimentato di continuo.