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GIOVANNI SUCCI: “CARNE CRUDA A COLAZIONE”

“Bazzico festival prestigiosi e circoli anonimi con progetti assurdi per chiunque altro”… questo è Giovanni Succi! Sacha Tellini lo ha intervistato in esclusiva per BetaPress.

Ciao Giovanni, il 20 Settembre scorso è uscito il tuo ultimo album di inediti, “Carne cruda a colazione”. Il titolo rappresenta molto lo spirito che hai messo nel realizzare i brani, crudi e decisamente amari, talvolta conditi con un pizzico di velata ironia. Come mai la scelta di un linguaggio così deciso per mettere nero su bianco i testi delle tue canzoni?

Mi fa piacere che si noti, scrivo così da vent’anni. Nei Bachi Da Pietra (Succi è cofondatore della band noise alternative; n.d.r.) porto il mio stile all’estremo, se ti piace te li consiglio.

L’uso di un linguaggio così graffiante è anche un modo per volersi distinguere dai testi di alcune canzoni che, al giorno d’oggi, risultano essere troppo spesso “accomodanti”?

Le canzoni accomodanti sono sempre esistite perché piacciono a tutti. Non si può dire lo stesso delle mie, ma non sono frutto di un brillante piano per distinguermi. Sono io.

Come nasce questo album?

Proprio dalla percezione che questi pezzi non rientravano nel mondo dei Bachi Da Pietra. Quindi insieme a Ivan Antonio Rossi abbiamo lavorato, come su “Con ghiaccio”, per fare in modo che la differenza fosse netta anche nella forma.

“Algoritmo”, seconda traccia del tuo album, propone un’invettiva contro le logiche che dominano le piattaforme odierne sulle quali è possibile ascoltare musica. Pensi che l’utente non abbia alcun potere decisionale rispetto a quello che è il consumo musicale?

Non è un’invettiva, è una fotografia, come nel video di Luca Deravignone. Penso che l’utente abbia pieni poteri, ma ci rinuncia volentieri, non ha più voglia di cercare, c’è troppa roba, lascia fare all’algoritmo che decodifica l’artista, lo giudica, lo etichetta, lo colloca. Proprio come fa con l’ascoltatore.

Qual è la tua visione del panorama musicale contemporaneo?

Dall’alto della mia collina in provincia di Asti, al centro del mondo, mi pare che il tutto conviva con il tutto, rigorosamente collocato dentro nicchie perfettamente etichettate. Se esposte al grande pubblico, le nicchie si gonfiano, durano per un po’, esplodono e

poi si ammosciano. Oppure diventano monumenti e la gente ai monumenti chiede solo che stiano fermi.

Come definiresti, da un punto di vista degli arrangiamenti musicali, il tuo ultimo lavoro?

Per onestà io lo definirei pop, ma mi dicono dalla regia che tutto quello che sfioro, anche solo di passaggio, diventa rock. Mi resta un’ombra di dubito. Allora mi mettono su uno dei Melliflui a caso e mi dicono: – ecco, senti, questo è pop! – Ah. Ok. Rock.

“Carne cruda a colazione” arriva dopo il tuo primo album,”Con ghiaccio”, pubblicato nel 2017. Quanto è cambiato Succi nel corso di questi due anni?

Non moltissimo, ma pensa che “Con Ghiaccio” arrivava dopo “Necroide” dei Bachi Da Pietra, per chiunque altro sarebbe follia. So bene che il pubblico premia chi conferma le certezze rimanendo sempre uguale. Nel mio caso la certezza è che posso portarti da Black Metal Il Mio Folk ad Algoritmo senza perdere la rotta.

C’è una canzone dell’album alla quale sei più affezionato? Se sì, qual è? Per quale motivo?

“Meglio di niente”, l’ultima nata del pacchetto Carne Cruda. Una canzone di cui sconsiglio l’ascolto, se non in determinate condizioni, tutte antisociali.

Chi è oggi, musicalmente parlando, Giovanni Succi?

Un grande.

Quali sono i tuoi progetti futuri in ambito artistico?

Campare almeno fino alla morte, poi si vedrà.

 

TRACKLIST

01_Povero zio

02_Algoritmo

03_Grazie per l’attesa

04_I melliflui

05_Cabrio

06_Arti

07_La risposta

08_Grigia

09_Meglio di niente

10_Balene per me *bonus track

https://www.youtube.com/watch?v=Qni4-DjXng4

 

Sacha Tellini




MODENA CITY RAMBLERS: “RIACCOLTI”.

Eccoci qua cari lettori. Non credo servano commenti quando si ha la fortuna di poter incontrare una Band che ha realmente fatto un pezzo di storia della musica italiana e sottolineo musica! Grandissimi musicisti che non hanno voluto piegarsi alle bieche regole dell’industria discografica ma leggiamo cosa ci raccontano Davide “Dudu” Morandi e Francesco “Fry” Moneti dei Modena City Ramblers.

PERTH

MODENA CITY RAMBLERS: “RIACCOLTI”.

1) Allora ragazzi, questo tour prende vita dal vostro ultimo lavoro, l’album “Riaccolti”, nato come vero e proprio omaggio al ventennale del vostro storico album acustico “Raccolti”. Com’è nata l’idea di incidere questo album e cosa rappresenta per voi ?

“L’idea di questo nostro lavoro non nasce, dal principio, per celebrare l’album “Raccolti”, motivazione che è arrivata in corso d’opera: avevamo voglia di fare qualcosa di veramente acustico, riproponendo quel suono che era una caratteristica di questo gruppo all’inizio della sua carriera. Dopo aver spinto per tanto tempo, sul palco, con chitarre elettriche e batterie, avevamo l’esigenza di “asciugare” il nostro suono, riproponendo qualcosa di diverso: visto che l’anno scorso era il ventennale di “Raccolti”, abbiamo quindi deciso di unire le due cose e di dar vita questo progetto. Ci siamo ritrovati allo Studio Esagono di Rubiera, uno studio che per molti anni è stata la nostra seconda casa e che ha riaperto da poco i battenti dopo un periodo di chiusura, e lì abbiamo cominciato a incidere il nuovo album. Sicuramente anche questo è stato un modo per riavvicinarci alle nostre origini.”

2) A cosa si deve la scelta di organizzare una campagna di crowfunding per la pubblicazione del cd? E come mai avete deciso di tornare nei live club per promuovere il vostro lavoro?

“Per quanto riguarda la scelta di utilizzare il crowfunding, non sentiamo di aver fatto niente di particolarmente nuovo: oramai viene ampiamente utilizzato anche in ambito discografico, anche se per noi è stata la prima volta. Ci è piaciuta l’idea di utilizzare questo strumento per fare qualcosa insieme ai nostri fan, oltre ad avere noi la possibilità di fare qualcosa che fosse, dall’inizio alla fine, completamente indipendente: finora ci era mancata soltanto la distribuzione dei nostri lavori, ma grazie a questa raccolta fondi, siamo riusciti a fare anche questo passaggio. Per quanto riguarda la dimensione dei club invece, noi in questo tipo di realtà ci siamo sempre stati, solo che, in genere, ci fermavamo dopo un tour estivo per ripartire a Marzo dell’anno successivo, in occasione delle feste di San Patrizio. Era molto tempo che non suonavamo quindi d’inverno, in special modo nei piccoli club, con 300/400 posti a disposizione: questa dimensione più intima ci mancava, quindi abbiamo deciso di riabbracciarla, facendo ritorno in quei club che ne offrono la possibilità. Oltre a questo, ci piace portare il nostro contributo a queste realtà con le quali siamo molto solidali, c’è molto bisogno, in Italia, di luoghi in cui poter fare musica dal vivo, però chi, al giorno d’oggi, decide di aprire un club, sa bene che non sono tutte rose e fiori. Oggi molte realtà di questo tipo stanno purtroppo chiudendo, soprattutto i club di medie e grandi dimensioni, un tempo il problema, almeno nelle grandi città, per una band, era quello di decidere dove andare a suonare, data la vastità dei posti disponibili. Ci dispiace, a questo proposito, dover ricordare come a Pordenone abbia da qualche anno chiuso un club storico che a noi ci ha ospitato tantissime volte, il Deposito Giordani, lasciando una città come Pordenone orfana di posti in cui potersi esibire dal vivo.”

3) Com’è cambiato, in generale, il rapporto che avete con la musica nel corso della vostra carriera ultraventennale ? A proposito della vostra carriera, come vede la vostra band, che di gavetta ne ha fatta tanta, i nuovi prodotti musicali partoriti oggi dalla televisione ?

“Beh, diciamo che siamo molto curiosi di seguire tutti i cambiamenti propri della sfera musicale, tutte le sue evoluzioni. Forti dei 27 anni di storia che abbiamo alle spalle, siamo coscienti del fatto che possiamo permetterci di sperimentare avendo sempre uno zoccolo duro di pubblico che ci segue e apprezza i nostri lavori. Se è vero che è cambiato il modo di fare e di proporre musica, è anche vero che è cambiato il modo di arrivare a fare musica: fra talent show, reality e altri format mediatici, un artista non viene più giudicato solo dal punto di vista del prodotto, che da questo punto di vista si ritrova ad essere “costruito”, per far fronte a tutta una serie di esigenze che certe trasmissioni impongono. Se si è perso l’attitudine a fare canzoni che siano rilevanti da un punto di vista politico e/o sociale, è anche perché per arrivare a scrivere determinati testi, devi necessariamente avere un certo percorso alle tue spalle . Ci sono, ovviamente, ancora tanti artisti che vogliono continuare a fare questo tipo di musica, però diventa difficile per loro, al giorno d’oggi, trovare dei posti in cui suonare: se ogni anno ci sono 70/80 artisti nuovi, è difficile riuscire a ritagliarsi il proprio spazio. E come riesci non appena l’hai ritagliato, rischi di essere già “vecchio”: basti pensare al fenomeno indie-rock, artisti importanti che qualche anno fa richiamavano ai concerti grandi numeri di spettatori, sono completamente spariti. D’altra parte, i fan hanno bisogno di essere “fidelizzati”, crescendo insieme a te: se un giorno diventi grande senza essere mai cresciuto, è difficile pensare di esserti costruito un solido rapporto con i tuoi fan (e questo rapporto è molto limitato nel tempo nel magico mondo dei talent show; n.d.r.).”

4) Quali sono gli ingredienti che contribuiscono ancora al vostro successo ?

“Questo non lo sappiamo. Cerchiamo di proporre qualcosa che, nel farlo, entusiasmi anche noi: se mentissimo, non saremmo affatto credibili, e chi ci segue presto se ne accorgerebbe. Non abbiamo nessuna formula magica da rivelare, anche perché, se così fosse, lo avremmo già fatto.”

5) Che cosa dobbiamo aspettarci da questo tour ?

“Sarà un tour acustico, e al tempo stesso, decisamente energico. Proporremo dei brani che è da qualche tempo che non facciamo più live, ma che ad ogni concerto ci vengono chiesti a gran voce: è arrivato il momento di riproporli. Ci sarà la nostra solita energia di sempre ad accompagnare i nostri concerti.”

6) Quali sono, per concludere, i progetti futuri della band dopo il tour ?

“Non abbiamo programmi per adesso, e, per fortuna, non siamo neanche costretti ad averli. Lavorando in un regime di totale indipendenza, possiamo più o meno fare ciò che vogliamo, senza dover rispondere a nessuna logica commerciale, a differenza di altri nostri colleghi. Ad esempio, una band che stimiamo e con la quale siamo molti amici, cioè i Negrita, dopo il festival di Sanremo non ha potuto decidere in autonomia cosa fare: c’è stato chi ha scelto per loro, e loro hanno dovuto eseguire. Quello che continueremo a fare è sicuramente tanta, tantissima musica, anche dal vivo: sono pronte alcune date estive che ai aggiungeranno a quelle già annunciate di questo tour, e che ci porteranno a giro per tutta Italia. Vi aspettiamo.”

PERTH e SACHA TELLINI

 

https://www.youtube.com/watch?v=yXkK_lnnTvU

MCR: Live presso lo Studio Esagono di Rubiera (RE) durante la registrazione di “Riaccolti”

 




Beatrice Antolini: musica, cuore e anima.

“La musica ? Una questione di cuore e anima”: Beatrice Antolini si racconta a Rockography.  (Photo by Alejandro Joaquin)

Allora Beatrice, partiamo dalle origini: la tua passione per la musica viene da molto lontano, considerando che hai suonato il tuo primo strumento musicale, un pianoforte, all’età di tre anni. Da dove nasce la tua passione per la musica ?
“Più che una passione, a farmi avvicinare così piccola al mondo della musica credo che sia stata una necessità, una vocazione, un modo di essere: non ho ricordi di me da bambina senza strumenti musicali in mano. Già da piccolissima, come hai detto tu, avevo qualche strumento in casa, e già allora cominciai a scrivere dei pezzi: avevo una grande curiosità verso tutto ciò apparteneva a questo mondo.”

La tua formazione nel mondo delle arti è stata anche come attrice (Scuola di Teatro Colli, Bologna, ndr); hai inoltre frequentato l’Accademia delle Belle Arti e il conservatorio (sempre a Bologna, ndr). Quanto è stato importante per la tua crescita personale e professionale avere conseguito una formazione così ampia all’interno del mondo artistico ?
“È stato importante tutto: ciascuno dei miei percorsi mi ha lasciato qualcosa che ha contribuito a farmi crescere sia livello professionale, sia a livello personale. Ricordo, ad esempio, che quando frequentavo la scuola di teatro, spesso scrivevo delle musiche per gli spettacoli. Allo stesso modo però, sono state importanti le situazioni non “istituzionali”, ossia tutte quelle cose che non mi hanno portato ad avere nessun diploma o nessuna qualifica: l’aver suonato qualsiasi genere musicale in qualsiasi situazione, dal punk fino alla musica da camera, credo che mi abbia dato la possibilità di aver vissuto tante vite da un punto di vista artistico, arricchendomi molto. Oltre a quello che ho fatto da sola, anche le collaborazioni con altri artisti hanno avuto per me, e lo hanno tutt’ora, un grande significato: in questo caso, non c’entra più quello che faccio io da solista, in quanto divento una musicista al servizio degli altri, e mettermi al servizio di altre persone, vedere se sono contente del contributo che posso dargli, è veramente bellissimo. La mia vita artistica è stata, ed è tutt’ora, molto variegata.”

Qual è stato il punto di svolta della tua carriera artistica ?
“Parto con una premessa: credo che parlare di carriera in Italia, in questo periodo storico, sia sbagliato; per i tempi che corrono, è molto difficile riuscire ad affermarsi. A questo proposito, non amo il termine “emergente”, con il quale vengono definiti gli artisti che non sono più di tanto famosi a livello mainstream: emergente è qualcuno che inizia a fare qualcosa, non è un artista che crea qualcosa da qualche anno e magari con discreti risultati. Mi piacerebbe che, in questo contesto, venisse utilizzato meno il termine “sommerso”, proprio perché è molto difficile, al giorno d’oggi, riuscire ad emergere; se poi un artista riesce a farlo, può darsi che la sua notorietà duri quel tanto che basta per farlo poi sprofondare nel dimenticatoio. Detto questo, per rispondere alla tua domanda, credo che il disco più importante per me sia stato A due, che mi ha portato a fare circa ottanta date live in un anno. Ricordo che per me fu un bel periodo (era il 2008, ndr), molto stancante ma allo stesso tempo molto appagante.”

Proprio come te, molta della critica di settore ha ritenuto il tuo album A due un punto di svolta, ma non pensavo che fossi contraria a parlare di carriera.
“In generale, quando pensiamo ad una carriera nel senso classico del termine, siamo portati a pensare a quest’ultima come se fosse una continua ascesa, intervallata magari da alcuni picchi, positivi o negativi, verso il successo. Adesso, in ambito musicale, non è più così: puoi produrre qualcosa che porta il tuo nome ad essere sulle pagine di tutti i giornali, per poi, come detto prima, essere poco dopo dimenticato da tutti. Credo che un artista, oggi, debba essere sempre in grado di ricrearsi e di pensare a se stesso in termini innovativi: è molto difficile pensare di vivere con una carriera esclusivamente da solista, perlomeno nell’ambito della musica alternativa, che è quello nel quale mi trovo ad operare io. Visto che lavoro ogni giorno perché voglio che ciò che sogno e ciò che desidero si realizzi, sono disposta a “mutare”, a cambiare, a continuare a fare i miei dischi facendo anche altro.”

C’è una cosa che mi ha affascinato molto del tuo percorso artistico, cioè la scelta di promuovere proprio il tuo secondo album, A Due, attraverso il progetto liveCASTour: tramite questa piattaforma, hai diffuso in rete un concerto a porte chiuse, che è stato distribuito in 8 clip destinate ad 8 portali generalisti. Come mai una scelta così non convenzionale per promuovere l’album ?

“Decisi di seguire questa strada con la mia etichetta discografica di allora. La paternità dell’idea non è mia, ma di Michele Faggi della rivista indie-eye, che è stato sicuramente innovatore e influente per quanto riguarda l’aspetto promozionale online: all’epoca (2008, ndr), quando lo sviluppo digitale non era ai livelli di cui fruiamo oggi, si è inventato qualcosa che dopo, nel mondo del web, ha fatto scuola.”

A Febbraio è uscito il tuo sesto album, L’AB, interamente prodotto e composto da te. Che cos’è L’AB per Beatrice Antolini ?
L’AB vuol dire tante cose per me. Sicuramente, L’AB significa laboratorio, che può essere rappresentato fisicamente da questa stanza, dove ho composto e prodotto interamente il cd (nel suo studio posto al piano inferiore di casa sua, ndr). L’AB è anche un laboratorio di ricerca interiore, di miglioramenti interiori: io credo che la spinta delle persone, in generale, debba andare verso il prossimo, cercando di fare tutte quelle piccole cose che, facendo bene a se stessi, possano fare bene anche agli altri. Cerco quindi di essere ogni giorno una persona migliore, e il mezzo attraverso il quale provo ad esprimere questa mia aspirazione ed ambizione è la musica; è, di fatto, il frutto di un grosso lavoro che ho fatto, e sto facendo tutt’ora, su me stessa. Ma L’AB è anche un’analisi, senza giudizio, della realtà di oggi: ecco perché ho deciso di mettere, nella copertina del mio album, una rappresentazione simbolica della femminilità, ridotta in questo caso a parentesi e puntini, che richiamano, a loro volta, il linguaggio delle emozioni ridotte a simbolo, come nel caso delle emoticons, che semplificano una realtà molto complessa da descrivere: io penso che le persone abbiano delle emozioni molto variegate e sfumate, e certi strumenti che possiamo utilizzare oggi per veicolarle agli altri, non sempre sono all’altezza per esprimere tutto ciò che abbiamo dentro. L’uomo è in continua mutazione, e con L’AB ho voluto fare una fotografia parziale alla realtà.”

Come mai la scelta di fare tutto da sola per quanto riguarda la produzione dell’ultimo cd ?

“Io ho prodotto tutti e sei i miei cd da sola, anche se questo non l’ho mai detto chiaramente, per paura di poter passare da presuntuosa e chissà cos’altro agli occhi degli altri. La mia direi quindi che non è stata una scelta: lavoro nel mondo della musica come produttrice e compositrice, ed è quindi per questa vocazione che ho deciso di produrre, oltre che comporre, tutti i miei cd. Al giorno d’oggi, essere produttori significa anche trovare un sound innovativo adatto alle diverse circostanze: molto spesso è ciò che fa la differenza fra un album prodotto bene e un album prodotto male. Di fatto, è ciò che ho cercato di fare con L’AB: adottare un suono che potesse essere innovativo rispetto ai tempi correnti.”

C’è un brano che mi ha particolarmente colpito di L’AB, ed è il brano Insilence (In silenzio, ndr), all’interno del quale affermi l’importanza del silenzio come strumento di difesa del proprio io rispetto alla società nella quale viviamo. Come mai ritieni il silenzio un’arma così importante e preziosa ?
“C’è una cosa che non ho mai detto, e che voglio dire adesso: fin da piccola, mi sono sempre chiesta il motivo per cui la gente tende a riempire i silenzi di parole, per evitare di creare quella situazione che i più definirebbero, probabilmente, di imbarazzo. Ho sempre pensato, in risposta a queste situazioni, che a volte sarebbe bello guardarsi semplicemente in faccia, oppure interagire senza parlare, come magari siamo portati a fare con gli animali; al perché l’uomo tenda a comportarsi diversamente, ad oggi non saprei ancora dare una risposta, ma posso certamente dirti che nel silenzio ci si può immergere senza aver paura. Insilence racchiude in se tutto questo, ed è anche la canzone “risolutrice” dell’album, in quanto si trova in apertura, ma in realtà è il pezzo che, razionalmente, “risolve” appunto tutto il mio lavoro: alla fine dei giochi, forse in se stessi si può trovare una via per vivere bene anche in una società come la nostra. C’è una soluzione, e la soluzione è Insilence, uno strumento più che mai prezioso per poter trovare la propria pace interiore.”

A proposito delle tue collaborazioni a cui accennavi poco prima, quanto pensi che siano state importanti per la tua carriera ? Qual è quella che ti ha lasciato qualcosa in più rispetto alle altre ?

“Le collaborazioni più belle che ho fatto sono state quelle con artisti di caratura internazionale: collaborare con Lydia Lunch Ben Frost è stata un’esperienza pazzesca. Un’altra che rientra in questa categoria, e che posso definire senza dubbio la più importante per la mia carriera, è stata l’ultima arrivata in ordine di tempo: collaborare con Vasco Rossi è stato, oltre ad un grandissimo onore, una delle esperienze lavorative in cui mi sono sentita più a mio agio.”

All’interno delle tue produzioni artistiche, misceli diversi generi musicali: dal pop classico all’elettronica, dal funk al rock progressivo. Chi è oggi, musicalmente parlando, Beatrice Antolini ?

“Una che non ha mai pensato ai generi. Tutti quelli ai quali sono stata accostata mi piacciono, e anzi, chi più ne ha più ne metta: tendiamo sempre ad etichettare, ma a me piacciono talmente tante cose nella mia vita che, racchiudere in una sola definizione tutto quello che faccio, mi fa sentire a disagio. Per esempio, non ho mai scelto uno strumento nel quale specializzarmi: non ho mai avuto le palle di decidere cosa suonare, e quindi ho deciso di suonare un po’ di tutto. Così, non potrei andare avanti con la mia ricerca e le mie sperimentazioni se decidessi di abbracciare un solo genere: visto che nella mia musica sono io, per potermi esprimere al meglio devo rifarmi a più generi, e L’AB, da questo punto di vista, ne è senza dubbio una perfetta sintesi.”


Come vedi il panorama musicale attuale ? È più difficile di un tempo riuscire ad emerger o i social media, ed internet più in generale, hanno messo nelle mani di aspiranti cantanti un’occasione mai vista prima per affermarsi ?

“Io penso che dietro a questi progetti che stanno dominando il panorama musicale contemporaneo, fatti di pochi singoli ma con un’immagine curata al dettaglio del cantante piuttosto che della band, ci sia sempre un investimento, un’organizzazione: non penso che sia tutto così casuale come sembra. Vedo delle cose, soprattutto nel rap, di altissima qualità, che è difficile pensare di improvvisare o di autoprodurre se si è estranei a certe tecniche. Di questo, ne sono anche contenta, così noi italiani possiamo arrivare al livello di produzione musicale di alcuni paesi esteri, che è veramente eccezionale. Tutto questo, non succede però in tutti i generi musicali: per esempio, in uno stile a cui mi sento particolarmente vicina, la musica alternativala tendenza della produzione non va affatto in questa direzione purtroppo, anzi. Se qualcuno sfrutta con l’artista le possibilità offerte dai nuovi mezzi di comunicazione, si schiudono delle possibilità mai viste prima per quanto riguarda la promozione di se stessi e delle proprie opere, ma, voglio ribadirlo, non credo affatto che alcune cose, ad esempio alcuni video, possono avere una qualità eccelsa se girati in autonomia nella propria cameretta.

In Italia, al di là del fattore promozione, resta il fatto che è una lotta fare dischi, a meno che un artista non decida di compromettersi, cosa che io non ho mai fatto.”

Ho letto in una tua passata intervista che, secondo te, gli artisti dovrebbero essere degli intellettuali. Tu ti ritieni un’intellettuale ? Cosa pensi, al riguardo, dei tuoi colleghi ?

“Ad essere sincera, non credo di aver mai detto una cosa del genere, anche perché penso proprio il contrario. Non solo non penso che per fare gli artisti si debba essere intellettuali, ma più vado avanti con l’età e l’esperienza, e più penso che bisogna andare oltre l'”intellettualismo”: ciò che conta veramente è saper rappresentare la realtà, perché questo è il compito che ogni artista ha, o quantomeno dovrebbe avere. Credo che la musica sia più un discorso di cuore e di anima.”

Tornando ai tuoi lavori, qual è l’album, e qual è il singolo, ai quali ti senti più affezionata ?

“L’album a cui sono più affezionata è probabilmente Big Saloon, che è stato il mio primo disco, nato peraltro come demo, che è quello che mi ha aperto porte molto importanti. Sono particolarmente legata a questo cd anche perché, quando lo ascolto, mi sento come se mi guardassi allo specchio: ogni volta, mi rendo conto che alcune cose che avevo allora non ce le ho più, mentre ne scopro continuamente di nuove dentro me stessa. Io non ho la passione di collezionare fotografie, ma devo dire che i miei album, fissando nel tempo un determinato momento, mi regalano l’emozione di riscoprire, di volta in volta, ciò che ancora mi porto dietro e ciò che invece non fa più parte di me: ascoltare Big Saloon, da questo punto di vista, è l’esperienza più introspettiva che io possa a fare. Come brano, invece, è più difficile sceglierne uno: posso citarti Planet, del mio terzo album Bio Y, che, senza nemmeno saperti spiegare bene il perché, riesce a mettermi in collegamento con qualcosa di celeste, di non terreno.”

Quali sono, per concludere, i tuoi progetti futuri a livello artistico ?
“Intanto, spero di riuscire a riprendere in mano la promozione di L’AB, che ho dovuto interrompere per andare in tour con Vasco, e spero di riuscire a farlo il prima possibile. Oltre a questo, sono arrivata ad un punto in cui sento il bisogno di cambiare e di provare qualcosa di nuovo, cercando di fare qualcosa, a livello musicale, che non ho mai fatto prima. Penso proprio che L’AB chiuderà un ciclo, sia mio personale, sia riferito al percorso artistico cominciato a suo tempo con Big Saloon: ho voglia di dedicarmi a cose diverse.

A Settembre dovrebbe uscire il vinile di L’AB: darò notizie più certe tramite i miei social quando ne avrò anche io.”

 

 




Alessandro Gaetano: Nuntereggaepiù tour

“Vi racconto la Rino Gaetano Band”

L’intervista ad Alessandro Gaetano della Rino Gaetano Band

Alessandro, oggi la Rino Gaetano Band riscuote molto successo ed è un punto di riferimento per tutti coloro che sono orfani di Rino Gaetano: come nasce questa band e chi sono i componenti attuali ?

 

“Il progetto nasce dal desiderio di riscoprire Rino, di presentarlo alle persone che non hanno avuto modo di conoscerlo: cerchiamo di farlo sia attraverso la sua musica, sia attraverso i testi, dei quali è stato sia compositore che paroliere. La line-up attuale è la seguente: Michele Amadori alle tastiere, Ivan Almadori voce e chitarra, Marco Rovinelli alla batteria, Alberto Lombardi alla chitarra elettrica, Fabio Fraschini al basso ed infine io, Alessandro greyVision, voce, chitarra e percussioni. La prima formazione risale al ‘99 e aveva un altro nome. Ci sentiamo molto vicini al suono di Rino degli anni ‘70”. “

Sarete in tour tutta l’estate ed oggi (4 Luglio, n.d.r.), qui a Cortona (AR), va in scena un’altra tappa del vostro tour: cosa dobbiamo aspettarci da questo Nuntereggaepiù tour ?

“Il Nuntereggaepiù tour è il nostro modo di abbracciare quell’ LP che uscì nel lontano ’78, dando particolare risalto al brano Gianna, il brano che Rino portò in quell’anno a Sanremo, consentendogli di raggiungere la terza posizione. È risaputo che la sua iniziale decisione fosse quella di presentare al Festival proprio il brano Nuntereggae più. Gianna gli consentì però di dare ugualmente quegli “scossoni”, anche in televisione, a lui tanto cari.”

Dietro alla Rino Gaetano Band c’è una vera a propria Associazione, nata per dare valore alla memoria di Rino. Di cosa si occupa, precisamente, l’Associazione culturale italiana “Rino Gaetano” della quale è presidente tua madre, nonché sorella di Rino, Anna Gaetano ?

“L’associazione è nata per organizzare il Rino Gaetano Day, giunto all’ottava edizione. Ciò che ci unisce come band al Rino Gaetano Day è il fatto di portare un grande concerto gratuito in piazza, insieme a tanta solidarietà: l’Associazione, nel nome di Rino Gaetano, supporta ogni anno associazioni benefiche, attraverso la sua musica.”

 

Pensi che, al di là del vostro impegno, ci sia, in generale, un’adeguata sensibilizzazione per quanto riguarda il ricordo della figura di Rino ? A livello istituzionale, per esempio nelle scuole, viene fatto qualcosa in suo ricordo ?

 

“Penso di si. Recentemente ho avuto modo di andare in una scuola per portare il brano inedito ‘’Ti voglio’’, rivisitato e cantato da Artù (il quale ha ultimato il testo lasciato incompleto da Rino Gaetano, ndr) arrangiato dalla Rino Gaetano Band. I bambini hanno fatto una recita con i brani di Rino e di Artù che abbiamo cantato con loro. Personalmente, non mi piace l’idea di strafare: non penso che sia bello cercare di esserci per forza, ma esserci dove ti chiamano, dove sei benvoluto, che è sicuramente la cosa più bella.”

 

(Alessandro Gaetano durante l’intervista di Sacha Tellin; photo credit to Alejandro Joaquin Sotoi)

 

Fra le cose che sono state fatte in suo ricordo, c’è la fiction Rino Gaetano – Ma il cielo è sempre più blu. È stata oggetto di numerose polemiche, dovute in larga parte ad una inesatta ricostruzione dei fatti attinenti la vita del cantautore calabrese. Cosa ne pensi tu al riguardo ?

 

“Io e mia madre abbiamo già dichiarato in altre interviste che questa fiction non è rappresentativa di Rino: forse può esserlo in una minima percentuale. Nelle tv italiane è apparsa una figura di Rino distorta fino all’eccesso, un’immagine poco realistica per chi lo ha conosciuto in vita. Era sicuramente un personaggio irriverente e scanzonato, un pò burlesco e sicuramente controcorrente. Claudio Santamaria (attore che interpreta Rino nella fiction, ndr), ci ha regalato certamente un’interpretazione emozionante, è stato davvero bravo, ma il personaggio che gli hanno dato non è Rino Gaetano.”

 

E secondo te, perché hanno così leso l’immagine di Rino ?

 

“Probabilmente si tende a voler commercializzare un pò tutto e tutti, credo sia questa la reale motivazione. Direi invece a certi signori di commercializzare se stessi e non l’immagine degli altri.”

 

Venendo al mondo del cantautorato moderno, cosa pensi che differenzi i cantautori della generazione di Rino rispetto a quelli di oggi ? Ammesso e concesso che tu creda che quest’ultimi ci siano ancora.

 

“C’è un cantautore che può essere, sotto certi aspetti, accostabile alla figura di Rino, ed è Max Gazzè. Per quanto riguarda il panorama attuale non vedo tanta luce. All’epoca non tutto era prestabilito, nonostante ci siano alcune similitudini circa gli accordi con le etichette di allora come di oggi. Rino, ad esempio, era costretto a fare un LP ogni anno sebbene fosse completamente libero di inciderci sopra ciò che voleva, purché ne censurasse alcune parole. Era molto difficile allora creare dei progetti a tavolino, cosa che invece viene fatta oggi. Lo stesso Rino si batteva per tutto il contrario di ciò che vediamo oggi: quando arrivava al Folkstudio dicevano che era arrivato “lo strano”. Oggi invece, facciamo il commerciale, mercifichiamo e vendiamo tutto.”

 

Oggi i talent show sono un mezzo che permette, agli aspiranti cantanti, una visibilità che prima non era assolutamente possibile: quale pensi sia il loro contributo alla musica italiana ?

 

“Non sposo l’idea di questi show, non riesco proprio ad avvicinarmi ad essi. Nel mio piccolo faccio musica strumentale e i talent show sono un mezzo nel quale non credo affatto. Se io fossi un cantautore, me ne terrei alla larga: ti prendono, ti cuciono i panni che vogliono vederti addosso, confezionandoti a loro piacimento. Ho qualche amico che, anche se ogni tanto torna a fare qualche apparizione, si è completamente dissociato dai talent show che lo avevano inizialmente ‘’impacchettato”.

 

Tornando alla figura di Rino Gaetano, come mai, secondo te, ha conosciuto un’esplosione di popolarità dopo la sua scomparsa?

 

“Rino era tanto ermetico quanto semplice e diretto, il suo messaggio è come qualcosa che arriva in modo forte soprattutto ai più deboli, agli ultimi. Non nego comunque che ci siano persone che lo apprezzano solo perché, oggi, è una icona di stile al di là del suo messaggio.”

Quanto ha influito sulla tua scelta di fare musica, il fatto di essere il nipote di Rino Gaetano ?

 

“Iniziai da bambino, mosso da un’estrema curiosità verso il mondo della musica, quando ancora non realizzavo affatto che mio zio ne fosse immerso. Penso che la parentela non abbia influito molto: ero già coinvolto dalla musica. A pochi anni avevo già un giradischi che ha poi accompagnato la mia crescita. I miei brani preferiti mi seguono perfino durante il sonno. Non dico, come alcuni ipocriti, che la musica è la mia vita, piuttosto, che è una grande compagnia.”

Per concludere, quali sono i progetti della band per il futuro ?

 

“Abbiamo in programma di fare, senza però saperti dire ancora quando, un cd della band con alcuni pezzi di mio zio, registrati live o in studio: è una richiesta che ci fanno molto spesso dopo i concerti ed abbiamo quindi deciso di attivarci per realizzarla. Per quanto riguarda invece i live, dopo la fine del tour, sicuramente torneremo in alcuni dei locali che ci accolgono ogni anno calorosamente come l’Auditorium Flog di Firenze, l’Hiroshima Mon Amour a Torino, senza parlare di Roma, dove in alcuni locali ci sentiamo ormai quasi ‘’di casa’’. Questo tour poi ci porterà in giro per l’Italia, dal Sud fino in Piemonte. Sarà per noi un vero piacere continuare a portare in alto il nome di Rino.

Buona musica!”.

 

 




Pistoia Blues Festival: calore, emozione e musica strepitosa

La magia della musica sotto le stelle: il racconto dell’ultima serata del Pistoia Blues Festival

Dopo l’esibizione, tra gli altri, di artisti del calibro di Alanis Morissette (chiamata ad aprire il festival a sei anni dalla sua ultima esibizione su un palco) e James Blunt (con il suo “The Afterlove Tour”, che dopo la tappa pistoiese, farà visita stasera al Carpi Summer Festival e domani sera all’Auditorium Parco della Musica di Roma), ieri sera è andato in scena l’ultimo atto della manifestazione, particolarmente ricca di ospiti famosi sia a livello nazionale che internazionale.

Piazza Duomo di Pistoia comincia a riempirsi a partire dalle 18.30, per prendere parte ad una lunga serata che comincia alle 19, con l’esibizione dei Seraphic Eyes, gruppo che presenta il suo ultimo lavoro registrato in studio, Hope. Un’ora dopo, è il turno di un’altra band che, con il suo tour, sta portando in giro per la tutta la penisola la loro ultima fatica: sono i Casablanca a dar seguito all’evento, con il suo Pace, Violenza o Costume (album uscito a Marzo di quest’anno), interrotti bruscamente, purtroppo, da esigenze organizzative, quando mancavano due canzoni soltanto alla fine della loro performance. L’atmosfera comincia a scaldarsi, le due band chiamate ad aprire la serata si dimostrano all’altezza del prestigio del festival, mentre il suggestivo scenario medievale di Piazza Duomo si fa sempre più pieno, preparandosi ad accogliere i due protagonisti della serata.

È alle 21 che, tutta la piazza, va in estasi: è infatti arrivato il turno di Mark Lenegan con la sua band (Mark Lenegan Band), che infiamma così tutti i presenti. L’ex voce di Screeming Tree e Quens of the Stone Age, porta in scena tutte le 10 canzoni del suo ultimo cd, Gargoyle, insieme ad altri successi che hanno segnato la sua carriera: si va da Nocturne a Sister, da Emperor a Goodbye to beauty, senza tralasciare la splendida performance di Blue Blue Sea. L’esibizione è curata e precisa in ogni suo particolare: la voce inconfondibilmente rauca del cantante e frontman della band si sposa perfettamente con gli arrangiamenti rivisitati in chiave blues dalla band, che lo seguono alle sue spalle curando ogni passaggio musicale.

Ma il calore delle persone con cui avevano accolto il primo grande ospite della serata, non viene affatto meno, anzi, si moltiplica, quando, intorno alle 22.40 circa, salgono sul palco i Supersonic Blues Machine. Il trio formato da Lance Lopez alla voce e chitarra, Fabrizio Grossi al basso e Kenny Aronoff alla batteria (con due coriste veramente eccezionali a supportarli), porta in scena l’ultimo lavoro, Californisoul, inciso grazie anche alla collaborazione con alcuni pesi massimi come Eric Gales, Robben Ford e Walter Trout, oltre a Billy Gibbons.

Sono tante le canzoni estratte dall’ultimo album che vengono riproposte in versione live: da This is Love a Elevate, da Bad Boys alla splendida Elevate, l’effetto delle canzoni dell’ultimo cd suonate dal vivo, rimanda prepotentemente ad una colonna sonora adatta ad un road trip immaginario degli anni Settanta lungo la costa californiana. Blues, rock e soul si fondono perfettamente in un connubio che invita tutti i presenti ad alzarsi e a ballare sulle note delle canzoni proposte dalla band. Oltrepassato la metà del concerto, sale sul palco l’ospite più atteso, Billy Gibbons (cantante e chitarrista degli ZZ Top), ospite d’onore della serata: è lui, una volta entrato sul palco, a convincere tutti i presenti ad alzarsi e a correre sotto al palco, prendendosi da subito la scena, accompagnando progressivamente il concerto verso la chiusura, non prima di uscire dal palco, per ritornare poco dopo e concedere il tanto sperato bis: La Grange, I’ve got my modjo working e I’m going down, chiudono una performance davvero molto appassionante.

Finisce così questa edizione del Pistoia Blues Festival, manifestazione nata nel 1980 che ha ospitato, negli anni, moltissimi artisti di fama internazionale all’interno della città. L’appuntamento, per tutti gli appassionati di blues e rock, è quindi per l’anno prossimo.