Beni confiscati, la polemica dopo le parole di Cracolici: l’intervento dell’autore di “Sbirromafia” Emilio Tringali
PALERMO – Il tema della gestione dei beni confiscati alla criminalità organizzata è tornato al centro del dibattito pubblico dopo l’articolo pubblicato da PalermoToday sulle dichiarazioni di Antonello Cracolici, presidente della Commissione regionale Antimafia dell’Assemblea Regionale Siciliana, che ha sollevato la necessità di superare alcune criticità legate alla legge 109 del 1996.
Le parole di Cracolici hanno riaperto il confronto su uno dei pilastri della legislazione antimafia italiana: il riutilizzo dei patrimoni sottratti alle organizzazioni criminali. La legge 109/1996 ha infatti introdotto il principio secondo cui i beni confiscati devono essere restituiti alla collettività attraverso progetti sociali, attività produttive e iniziative pubbliche gestite da enti locali, cooperative e associazioni.
Leggi Articolo Palermo Today : La confisca dei beni mafiosi, l’allarme di Cracolici: “Bisogna superare i problemi della legge 109”
https://www.palermotoday.it/cronaca/legge-109-beni-confiscati-mafia-cracolici.html

Nel dibattito è intervenuto anche Emilio Tringali, vignettista e scrittore, autore del dossier Sbirromafia, che in un lungo post pubblicato sui social ha espresso una posizione critica verso quello che definisce il sistema dell’antimafia legato alla gestione dei beni confiscati.
Nel suo intervento Tringali scrive:
«L’asso pigliatutto dei beni confiscati, “Libera”, la creatura dell’ex comunista Luciano Violante affidata al prete/manager don Ciotti, si lamenta attraverso il suo partner presidente della commissione regionale antimafia, il piddino Antonello Cracolici. Un “mal di pancia” antico, almeno da quando fallì il blitz, in combutta con l’altro Antonello, Montante, per mettere le mani sull’Agenzia nazionale dei beni confiscati.
In realtà il “via libera” era stato siglato dal governo Renzi, che affidava a Confindustria e a Libera un oligopolio sui 50 miliardi di euro di patrimonio confiscato. Se non che, un giornalista (Attilio Bolzoni) svelò, il 9 febbraio del 2015, che quel “paladino della legalità”, osannato e decorato, il cavalier Montante, era inquisito per mafia sotto il nome di copertura “Mauro Cavaleri”, notizia segreta già nota al don Ciotti dal 2014.
Per un decennio la politica ha atteso che il popolo dimenticasse tutto ciò. Adesso che tutto è stato riparato da certa magistratura, l’altro Antonello, quello presentabile, ricomincia a battere cassa.
In realtà lo anticipò l’anno scorso per commemorare Borsellino, mentre gli altri erano in solenne e rispettosa meditazione, egli manifestava, materialisticamente, con un convegno proprio sui beni confiscati alla presenza dell’immancabile senatrice Rando, ex “numero due” di Libera ed esperta avvocatessa in problematiche notarili, nonché responsabile nazionale per la legalità del Partito democratico.»
Tra gli episodi citati nel post vi è anche la vicenda del comune di Brescello, già sciolto in passato per infiltrazioni della ’ndrangheta, dove negli anni scorsi si è registrata una polemica tra amministrazione comunale e alcune realtà associative.
Secondo quanto ricostruito, la tensione nacque dopo che il sindaco Carlo Fiumicino decise di gestire direttamente alcuni beni confiscati alla criminalità organizzata, con il benestare degli organi dello Stato, senza affidarli a organizzazioni esterne. In particolare, alcuni capannoni confiscati furono destinati a officina e deposito per la manutenzione dei mezzi comunali e dei veicoli della Protezione civile, mentre alcuni appartamenti vennero concessi in affitto a canone ridotto alle famiglie di lavoratori rimasti senza occupazione a seguito della chiusura di aziende del territorio.
Secondo i sostenitori di questa scelta amministrativa, l’obiettivo era quello di mantenere i beni direttamente a disposizione della comunità locale, evitando che confluissero in circuiti gestionali esterni e garantendo un utilizzo immediato a favore dei cittadini.
La polemica nacque anche in occasione della presentazione del libro Sbirromafia 2, evento che aveva ricevuto il patrocinio del Comune. In quel contesto le critiche arrivarono da alcune realtà associative e sindacali, tra cui esponenti di Libera provenienti dal coordinamento di Reggio Emilia, dal momento che l’organizzazione non era direttamente presente a Brescello.
Il confronto riaperto dalle dichiarazioni di Cracolici e dalla replica di Tringali riflette dunque un dibattito più ampio che attraversa da anni il sistema dell’antimafia italiana: da una parte il modello del riutilizzo sociale promosso dalle associazioni, dall’altra la scelta di alcune amministrazioni locali di gestire direttamente i beni confiscati per destinarli immediatamente ai bisogni delle comunità.
Un tema che resta centrale nel confronto pubblico sulla gestione di un patrimonio enorme sottratto alla criminalità organizzata e restituito alla collettività.
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