Blitz, doppi standard e vasi di coccio: l’Occidente colpisce, l’Europa commenta
Corrado Faletti Gennaio 4, 2026 0‘Absolute Resolve’ (Risolutezza Assoluta), è il primo Blitz compiuto dagli USA per ordine del Presidente Trump a Caracas, in Venezuela, che ha portato all’arresto di Maduro e sua moglie, la mattina, in Europa, del 3 gennaio 2026. Operazione che ha avuto enorme effetto mediatico ma tacciato in Europa, da alcune fazioni minoritarie ma fortemente rumorose perché ideologiche, di invasione al Venezuela. Il secondo Blitz, nei pressi di Palmira in Siria, compiuto da Gran Bretagna e Francia, nel silenzio quasi totale se non per un paio di note brevi di agenzia.
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Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.
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Giornalista pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti, Ettore Lembo è una voce autorevole nell’ambito dell’attualità, della politica, della storia e della geopolitica. Con un percorso ricco di esperienze come editorialista, opinionista e moderatore di convegni, ha diretto la testata indipendente Betapress e collaborato con numerose realtà giornalistiche tra cui “La Notizia.net” e “Ettore Lembo News”. Ha ricevuto importanti riconoscimenti giornalistici, come il Premio “Le Voci della Libertà – Omaggio a Oriana Fallaci” (2025), il Premio “Ciao Federico” (2022) e il Premio Internazionale “Angeli di Luce” (2019).
3 Gennaio 2026; Blitz militari, il primo in Venezuela, il secondo in Siria.
di Ettore Lembo
Ha destato parecchia preoccupazione in Europa ed in Italia, la mattina del 3 gennaio, quando poco dopo le 7,00 in Italia, le 2,00 a Caracas, gli Stati Uniti, per ordine del Presidente Trump hanno lanciato il blitz Militare che ha portato alla cattura del Presidente del Venezuela Nicolas Maduro e sua Moglie.
L’operazione, denominata ‘Absolute Resolve’, (Risolutezza Assoluta), ha avuto una durata di appena 2 ore e 40, minuti ed è terminata brillantemente senza nessuna perdita di mezzi e di uomini USA.
Ad oggi, non si hanno dati certi su eventuali vittime o feriti sul fronte Venezuelano, l’unica fonte che indica la presenza di 40 morti proviene, solo dal New York Times.
Nessun’altra notizia ufficiale proveniente da Caracas, ha confermato o smentito.
Le cronache, con alcuni dettagli sul blitz, hanno riempito, stravolgendo i vari palinsesti, le tv, arricchiti da commenti, forse un po’ troppo affrettati e spesso con grandi incertezze, e prese di posizione che lasciano il tempo che trova.
Commentatori ed opinionisti, forse con poca conoscenza della cultura USA, pronti ad additare l’operato di chi ha ordinato il blitz, condotto con precisione, rapidità e professionalità da determinarne un successo indiscutibile.
Cultura Americana che, come ha riferito nella Conferenza Stampa avvenuta a Mar -a-Lago, il Presidente Donald Trump, al termine della brillante operazione, invoca la dottrina Monroe.
Dottrina che James Monroe, presidente degli Stati Uniti d’America, enunciò nel discorso sullo stato dell’Unione pronunciato innanzi al Congresso il 2 dicembre 1823, che esprime l’idea della supremazia degli Stati Uniti nel continente americano.
Monroe affermò che qualsiasi intromissione di potenze straniere negli affari politici del continente americano sarebbe stata considerata come ostile agli Stati Uniti. Inoltre, per Monroe, i processi di indipendenza dell’America Latina non potevano essere repressi da nessuna potenza europea.
Un segnale assai forte, allora, che lasciava intendere come “colonizzati”, figli dei colonizzatori europei, Spagnoli, Francesi, Olandesi, divenivano a loro volta colonizzatori indipendenti.
Dottrina cui bisogna ricordarsi anche quando si “tacciano gli Americani” come “colonizzatori”, dimenticando che furono proprio gli Europei, continuando ancora oggi, a colonizzare altri paesi.
Monroe sostenne che l’Europa non avrebbe dovuto più accampare pretese non solo sugli Stati Uniti, ma su tutto il continente americano, compresa l’America latina, che in quel tempo aveva avviato tentativi di affrancamento dalla madrepatria spagnola.
Tralasciando la cronaca, assai presente e ricostruibile anche attraverso i link a fine articolo, desideriamo porre dei seri spunti di riflessione.
Il continuo invocare il Diritto Internazionale, da parte di alcuni opinionisti, politicanti, giornalisti, propagandisti, docenti in varie discipline, ma forse intrisi di retorica ideologica, sembra doversi applicare a fasi alternate, tra chi lo deve applicare e chi può sottrarsi dall’applicarlo, è un primo spunto su cui desideriamo far riflettere.
Diverse volte è stato anche invocato, per altri conflitti e operazioni, negli ultimi anni, ma da tutti non rispettato, evidenziandone limiti, parzialità, in particolare nelle guerre.
Diritto internazionale che diventa assai difficile da rispettare quando poi si deve intervenire a tutela delle popolazioni.
Diventa così indicativo quanto ci invia, a poche ore dal Blitz, il Generale in congedo Corrado Pasetti.
Generale che ha piena conoscenza e competenza di operazioni di questo genere, spesso tenute segrete prima durante e dopo, avendo egli stesso predisposto, partecipato e guidato in prima persona insieme ad i Suoi Uomini, operazioni similari di “invasione, recupero e rientro”, in territori ostili, senza alcuna copertura militare e/o diplomatica. Operazione in Sierra Leone, da lui condotta, poco nota ma che permesso di salvare numerosi civili e che ci riserviamo di pubblicarne degli aspetti prossimamente.
“Negli ultimi anni, il mondo ha affrontato sfide sempre più complesse per la sicurezza globale e la protezione dei diritti fondamentali. Voglio sottolineare subito che questo non è un messaggio filo americano né filo russo: si tratta di guardare ai fatti concreti e riconoscere chi agisce realmente per la sicurezza e la libertà delle persone.
In Nigeria, l’intervento degli Stati Uniti contro i movimenti integralisti ha avuto un impatto reale sulla protezione dei civili e delle minoranze religiose, in particolare dei cristiani, rafforzando le condizioni di sicurezza necessarie allo sviluppo istituzionale e sociale del Paese.
Allo stesso modo, le iniziative americane in Venezuela mirano a sostenere il ripristino della legalità, della trasparenza istituzionale e dei principi democratici, offrendo solidarietà a una popolazione duramente colpita da instabilità politica ed economica.
In un mondo complesso e in rapido cambiamento, è fondamentale distinguere tra dichiarazioni retoriche e azioni concrete. Riconoscere chi effettivamente fa la differenza nella tutela della libertà, della sicurezza collettiva e dei diritti umani è un approccio pragmatico e basato sui fatti, non su schieramenti ideologici.”
Riflessione abbastanza netta, sappiamo che è condivisa da numerosi altri Generali di Italiani e non solo.
Che il Venezuela ci fosse sotto diretta attenzione della comunità internazionale ed in particolare della Presidenza USA, lo si sapeva, non tanto nei confronti della popolazione quanto proprio per Maduro, ritenuto oltre che dittatore, responsabile di crimini legati al traffico ed alla produzione di droghe e al traffico di esseri umani, oltre che nell’avere affamato il proprio popolo.
Per la cronaca, si registra che dopo il Blitz sia nella capitale Venezuelana che in molti luoghi dove sono rifugiati gli esuli venezuelani fuggiti perché perseguitati dal regime, si sono svolte manifestazioni di contentezza, pur con la preoccupazione di una possibile instabilità.
Il Venezuela infatti si trova da anni in una condizione di grave crisi politica, istituzionale ed economica, determinata dal progressivo venir meno delle garanzie democratiche, in particolar modo dopo le ultime elezioni dove Maduro sembrerebbe abbia commesso dei brogli. Ma anche dal mancato rispetto dello Stato di diritto e da una crisi umanitaria che ha colpito duramente la popolazione civile. Tale quadro è stato più volte oggetto di attenzione e preoccupazione da parte della comunità internazionale senza tuttavia aver preso mai dei provvedimenti.
Valutazioni equilibrate degli eventi dovrebbe tener conto della complessità della situazione interna al Paese, della volontà espressa da una parte delle sue strutture istituzionali e delle condizioni drammatiche in cui versa la popolazione venezuelana.
E’ in questo scenario che quindi avviene la decisione del Presidente Trump, che per la elezione a Presidente USA lo aveva addirittura inserito nel Suo programma.
E’ per questo che eventuali letture ideologiche che si stanno evidenziando, rischiano di oscurare quelle che sono tra le cause predominanti che hanno portato al Blitz.
Le dichiarazioni di condanna al blitz, che alcuni attribuiscono più di “facciata” che di “sostanza”, sono state espresse dalle diplomazie di molti paesi come Russia e Cina.
Ciascuno di queste potenze potrebbe trovare alibi e beneficio per questioni similari,
Russia/Ucraina -Cina/Taiwan, lo vedremo nel tempo.
E’ quindi ipotizzabile che prima del Blitz queste potenze potessero essere state informate.
Chi rimane completamente al palo ed allo oscuro di tutto, sembrano proprio quelle potenze, o presunte tali, che hanno fatto del colonialismo la propria bandiera, pur se oggi apparentemente disconoscono: I paesi Europei, con l’Inghilterra che gioca il su ruolo ambiguo alternato di paese europeo, quando gli conviene.
Europa contraria, come ha sempre dimostrato, ad ogni scelta del Presidente Trump.
E’ l’Italia quella che più deve preoccuparci da Italiani, anche per la sua posizione sempre più ambigua sia nei confronti dell’Europa che degli USA.
Ad aggravare questa incerta posizione il ruolo ideologico dell’opposizione, di sinistra?
Sembra infatti che Anpi Comitato Provinciale di Roma, Cgil Roma e Lazio, Rete Numeri Pari, Rete Italiana Pace e Disarmo, Rete #No Bavaglio, Sbilanciamoci e Stop Rearm Europe Italia hanno organizzato un presidio che si svolgerà a Roma lunedì 5 dicembre, alle 17:30, a piazza Barberini. Un luogo, probabilmente, scelto non a caso visto che, a circa 600 metri da lì, su via Veneto, c’è l’ambasciata degli Stati Uniti in Italia.
“Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente, Nicolas Maduro, e dei suoi familiari” si legge nel comunicato che continua, “si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati”.
Chiedersi quindi come mai nessun comunicato, nessun intervento, nessuna manifestazione da parte di qualcuno al Blitz di Gran Bretagna e Francia contro l’Isis in Siria che è stato effettuato sempre il 3 gennaio, annunciato con poche righe da alcune agenzie e non rilevato da nessuno dei media.
“Blitz di Gran Bretagna e Francia contro l’Isis in SiriaBombardato un deposito di armi sotterraneo
Le forze aeree britanniche e francesi hanno condotto un’operazione congiunta in tarda serata bombardando un deposito di armi sotterraneo utilizzato dallo Stato islamico in Siria. Lo ha reso noto il ministero della Difesa britannico su X. “I nostri aerei hanno utilizzato bombe Paveway IV per colpire diversi tunnel di accesso alla struttura – ha affermato il ministero britannico. La Raf si è unita con gli aerei francesi nell’attacco congiunto sulla struttura sotterranea. Secondo le prime indicazioni l’obiettivo è stato colpito con successo”. (Tgcom.24)
“Londra, ‘blitz contro l’Isis in Siria condotto insieme ai francesi’ ‘Bombardato un deposito di armi sotterraneo’ e forze aeree britanniche e francesi hanno condotto un’operazione congiunta in tarda serata bombardando un deposito di armi sotterraneo utilizzato dallo Stato islamico in Siria. Lo ha reso noto il ministero della Difesa britannico su X. “I nostri aerei hanno utilizzato bombe Paveway IV per colpire diversi tunnel di accesso alla struttura – ha affermato il ministero britannico -. La Raf si è unita con gli aerei francesi nell’attacco congiunto sulla struttura sotterranea. Secondo le prime indicazioni l’obiettivo è stato colpito con successo”. (ANSA)
“Gb e Francia bombardano bunker Isis vicino Palmira Il Typhoon della Rf e il caccia francese “hanno utilizzato bombe guidate Paveway IV per colpire un certo numero di gallerie di accesso alla struttura, completamente disabitata” ha riferito il Ministero della Difesa britannico in una nota e aviazioni britannica e francese hanno compiuto un attacco aereo congiunto contro una struttura sotterranea dell’Isis nei pressi di Palmira, in Siria. Lo ha riferito il ministero della Difesa britannico in una nota. “Gli aerei della Royal Air Force hanno completato con successo attacchi contro Daesh in un’operazione congiunta con la Francia”, si legge nella nota. L’aviazione di Londra ha continuato “a condurre pattugliamenti sulla Siria per aiutare a prevenire qualsiasi tentativo di rinascita del movimento terroristico di Daesh dopo la sua sconfitta militare a Baghuz Fawqani nel marzo 2019”, prosegue la nota. “Un’attenta analisi dell’intelligence ha identificato una struttura sotterranea, nelle montagne a qualche chilometro a nord dell’antico sito di Palmira. Questa struttura era stata occupata da Daesh, molto probabilmente per immagazzinare armi ed esplosivi. L’area intorno alla struttura è priva di qualsiasi abitazione civile”, spiega il ministero. Il Typhoon della Rf e il caccia francese “hanno utilizzato bombe guidate Paveway IV per colpire un certo numero di gallerie di accesso alla struttura. Mentre è in corso una valutazione dettagliata, le indicazioni iniziali sono che l’obiettivo è stato impegnato con successo. Non vi è alcuna indicazione che alcun rischio sia stato posto ai civili dall’attacco, e tutti i nostri aerei sono tornati sani e salvi”, è stato assicurato.” (RAI.NEW.IT)
Meditate gente, Meditate
https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/mondo.shtml?refresh_ce
https://www.romatoday.it/cronaca/presidio-piazza-barberini-roma-venezuela.html
I vasi di ferro e l’Europa di coccio: quando le élite litigano in pubblico e si capiscono in privato
di Corrado Faletti
C’è un dettaglio che spesso sfugge a chi commenta la geopolitica come fosse una rissa da talk show: le élite globali, tra loro, non si mangiano. Si minacciano, si sfidano, si colpiscono per procura, ma raramente oltrepassano la soglia in cui il conflitto diventa irreversibile per tutti. Nel frattempo, l’Europa resta a metà: ricca di norme e povera di potenza, piena di valori e carente di strumenti. E così finisce per subire la storia mentre la racconta.
Il ragionamento di Ettore Lembo, nel suo editoriale, mette il dito dove fa male: la selettività morale e mediatica. Due eventi nello stesso giorno, due azioni di forza nel perimetro occidentale, due reazioni pubbliche radicalmente diverse.
Non è solo “doppio standard”: è un termometro. Misura quanto la nostra scena pubblica sia diventata dipendente da cornici pronte all’uso—quelle che stabiliscono, prima ancora che i fatti si depositino, che cosa sia “scandalo” e che cosa sia “routine”. In altre parole: la cronaca non entra più nel dibattito come materia da capire, ma come pretesto per schierarsi.
E qui occorre dirlo con chiarezza, senza il pudore di chi teme di sembrare cinico: la politica internazionale contemporanea funziona sempre più come un teatro a doppia platea. Una platea è il pubblico interno—elettori, reti televisive, social, tifoserie.
L’altra è il tavolo reale—apparati, finanza, intelligence, filiere industriali, deterrenza. Nella prima platea si urla. Nel tavolo reale si calcola. Nella prima si recita la moralità assoluta. Nel secondo si negozia la convenienza reciproca.
È per questo che le élite mondiali “non si mangiano” tra loro. Non perché siano buone. Ma perché sono razionali nel senso più freddo del termine: sanno che esiste un punto oltre il quale l’escalation diventa perdita netta per tutti i grandi attori, soprattutto in un mondo in cui economia e tecnologia sono intrecciate come mai prima.
E dunque, anche quando fanno finta di odiarsi senza rimedio, mantengono canali, regole operative, livelli di comunicazione. È la grammatica della deterrenza e dell’interdipendenza: si combatte, sì, ma si preserva il pavimento su cui si combatte. Chi lo rompe, precipita insieme all’avversario.
Il problema è che l’Europa, in questo gioco, non è più il regista morale che immagina di essere. È troppo spesso un personaggio di contorno: commenta, ammonisce, s’indigna; ma arriva tardi quando si tratta di pesare davvero.
E quando prova a farlo, si scopre divisa—non sulle sfumature, ma sulle fondamenta: che cosa vuole essere, quali interessi riconosce come comuni, quale rischio è disposta a sostenere per difenderli.
Ed ecco la metafora che ormai non è più metafora: l’Europa come vaso di coccio tra vasi di ferro. Accanto agli Stati Uniti, alla Russia (erede geopolitico dell’URSS, nella postura imperiale e nella cultura strategica), alla Cina, al Giappone, all’India e a una costellazione di potenze regionali che hanno imparato a usare spazi, rotte, energia, tecnologia come strumenti di potere.
In mezzo, noi: un continente che dispone di mercato, regole e storia, ma fatica a trasformarli in una potenza coerente.
La domanda allora non è: “Chi ha ragione?”
La domanda è più imbarazzante: che cosa potrebbe dire un vaso di coccio al tavolo dei vasi di ferro senza essere ignorato?
Potrebbe dire una frase semplice, finalmente adulta: non vi chiediamo il permesso di esistere; vi proponiamo un equilibrio di interessi. Se ci trattate da appendice, vi offriremo instabilità; se ci trattate da polo, vi offriremo prevedibilità.
È un linguaggio scomodo, perché abbandona la consolazione dell’indignazione e costringe a parlare di leve reali. Ma è l’unico linguaggio che, in geopolitica, venga davvero ascoltato.
Agli Stati Uniti l’Europa deve dire: alleanza sì, vassallaggio no. Non per orgoglio, ma per funzionalità strategica. Un alleato dipendente è un alleato fragile.
Se l’Europa resta dipendente su difesa, tecnologia critica ed energia, diventa un moltiplicatore di rischio anche per Washington: ogni crisi europea si traduce in costo americano, ogni paralisi europea in opportunità per altri.
La cooperazione transatlantica ha senso solo se è cooperazione tra soggetti capaci, non tra un decisore e un esecutore.
Alla Russia l’Europa deve dire: la sicurezza europea non può essere un monologo armato. Né l’ingenuità del “dialogo comunque” né la liturgia delle condanne permanenti costruiscono stabilità.
Servono architetture verificabili: controllo degli armamenti, gestione dei confini, de-escalation, regole sulla guerra ibrida e sul cyberspazio. La pace non è un sentimento: è un dispositivo.
Alla Cina l’Europa deve dire: reciprocità o riduzione del rischio. Non è ideologia: è sopravvivenza industriale e sicurezza tecnologica. Se il mercato europeo è aperto, devono esserlo anche i mercati e gli ecosistemi cinesi in modo simmetrico; se la tecnologia europea è appetibile, allora servono regole credibili su proprietà intellettuale e trasferimenti forzati.
Qui l’Europa possiede una leva enorme—gli standard—ma la usa spesso come burocrazia, non come potenza.
Al Giappone l’Europa deve dire: partnership strategica su tecnologia e rotte. Tokyo conosce l’arte di essere sofisticata accanto a giganti; può essere alleato naturale su semiconduttori, supply chain, sicurezza marittima e innovazione dual-use.
In quel terreno l’Europa può smettere di essere coccio e diventare ferro: ricerca, industria avanzata, regolazione intelligente.
All’India l’Europa deve dire: vi trattiamo come polo, non come “mercato emergente”. L’India è demografia, tecnologia, diplomazia non allineata e ambizione industriale.
È un interlocutore che può bilanciare molte asimmetrie globali, ma chiede rispetto politico: accordi su formazione, visti, energia, digitale, infrastrutture, ricerca—non soltanto summit fotografici.
Tutto questo, però, resta retorica se l’Europa non compie tre mosse interne che oggi sembrano impopolari e per questo vengono rimandate all’infinito.
La prima: unità decisionale reale. Un continente che decide all’unanimità in un mondo che decide per velocità si condanna all’irrilevanza.
La seconda: potenza materiale. Difesa integrata, politica industriale su tecnologie critiche, autonomia energetica e infrastrutturale. Senza queste parole, i valori restano esortazioni.
La terza: diplomazia di interessi. I diritti e i valori non vanno abbandonati—sono il tratto distintivo europeo—ma devono camminare con strumenti, non con slogan.
Perché nel mondo che viene, la ragione senza forza è un bell’editoriale; la forza senza ragione è barbarie; e la politica che regge è la combinazione delle due.
Il punto più amaro—e più vero—è che la nostra opinione pubblica è stata educata a credere che basti “avere ragione”.
Ma la storia non premia chi ha ragione: premia chi è capace di trasformare la ragione in scelte, e le scelte in capacità. Le élite globali, proprio perché non si divorano tra loro, si spartiscono gli spazi con freddezza e continuità.
Se l’Europa vuole sedersi al tavolo, deve smettere di vivere di indignazione intermittente e cominciare a costruire potenza coerente.
Non per dominare. Per non essere dominata.
Autori
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Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.
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Giornalista pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti, Ettore Lembo è una voce autorevole nell’ambito dell’attualità, della politica, della storia e della geopolitica. Con un percorso ricco di esperienze come editorialista, opinionista e moderatore di convegni, ha diretto la testata indipendente Betapress e collaborato con numerose realtà giornalistiche tra cui “La Notizia.net” e “Ettore Lembo News”. Ha ricevuto importanti riconoscimenti giornalistici, come il Premio “Le Voci della Libertà – Omaggio a Oriana Fallaci” (2025), il Premio “Ciao Federico” (2022) e il Premio Internazionale “Angeli di Luce” (2019).
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