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Chi ha paura muore ogni giorno,

chi non ha paura muore una volta sola.”

 

Ed è con queste parole che il magistrato Paolo Borsellino dedicò la sua vita e il tempo di essa alla lotta della mafia.

Cade proprio in questo anno,  nel mese di Luglio, il trentesimo anniversario dell’assassinio avvenuto il 19 luglio 1992 in via D’Amelio, a Palermo,  del giudice Paolo Borsellino. Con lui persero la vita 4 uomini e una donna della scorta; soltanto due mesi prima era stato ucciso l’amico e collega Giovanni Falcone.

Oggi i due magistrati rappresentano per tutti il simbolo della lotta contro la malavita e del coraggio nello svolgere la propria professione tra i rischi e i pericoli che da questa possono derivare; decisi nel percorrere l’unica strada degna di essere percorsa: quella della Legalità.

La tragica fine di Paolo Borsellino ha ispirato molti autori e organi d’informazione allo scopo di mantenere viva la memoria del suo impegno straordinario.

Descrizione più fedele del magistrato proviene dal libro di  Agnese Piraino Leto, moglie del giudice Paolo Borsellino: “Ti racconterò tutte le storie che potrò” scritto con il giornalista Salvo Palazzolo. L’intento dell’autrice è mostrare prima di tutto la grandezza dell’uomo e dopo quella del magistrato, la sua enorme integrità morale, la determinazione, il coraggio e lo spessore culturale e umano.

Si racconta nel libro come il giudice nel parlare con la sua famiglia degli eventi lavorativi che gli accadevano, nel descrivere i  vari  criminali incalliti, rapinatori spregiudicati, truffatori, riuscisse a scorgere in ognuno di loro un tratto di umanità,  raccontandoli con estrema naturalezza, trovando in ogni assassino l’uomo che sotto questi si celava, e  suscitando  lo stupore dei suoi familiari che, spesso, non riuscivano a cogliere l’estrema sensibilità dell’Uomo-Borsellino.

– “…a differenza di tante altre persone lui credeva nell’uomo, anche il più terribile all’apparenza, come appunto è il mafioso. Ecco cosa diceva Paolo ai suoi imputati, persino agli uomini d’onore: “Voi siete come me, avete un’anima, come ce l’ho io. E oltre l’anima cosa avete? I sentimenti”. Loro gli rispondevano: “Signor giudice, si sbaglia, noi siamo delle bestie”. E lui insisteva: “ No, anche voi avete i sentimenti, solo che non sapete di possederli. Allora, è venuto il momento di tirarli fuori”. Mi chiedo quale sia oggi il magistrato che interroga in questo modo…”.

La moglie autrice ci racconta:

“…dietro quella bomba esplosa in via d’Amelio non c’è solo la mafia, ma ci sono anche pezzi dello stato…I depistaggi nelle indagini, l’omertà della stampa, lo sciacallaggio attorno alla figura di Paolo Borsellino, le trappole, le malignità…Persino Lucia (figlia di Paolo Borsellino)  mi ha detto: ‘Ero pronta alla morte di mio padre, ma non a quello che è accaduto dopo”. …la nostra passione…non è più solo un percorso di sofferenza, è ormai anche un sentimento civile di resistenza, che vuole cercare a tutti i costi le ragioni di quanto è accaduto. Ecco perché non siamo mai andati via da Palermo. Paolo fece la stessa scelta, per amore…”

Da questo estratto del libro si evince come i sani principi e i valori del giudice siano stati per i membri della sua famiglia il faro che guida i pescatori tra le onde del mare: la forza di  volontà, la determinazione, l’amore verso la città di Palermo provato dall’uomo Borsellino si scorge, oggi,        negli occhi dei suoi familiari.

Gesto d’amore verso Palermo che ci viene evidenziato dall’autrice anche in un altro frammento del libro:

-“…gli amici, o presunti tali, facevano certe scelte. Quasi ci allontanavano, come se fossimo stati portatori di chissà quale male contagioso…E Paolo mi confortava: “Evidentemente, non sono stati buoni amici, ne arriveranno degli altri, di sicuro migliori.” …Ma davvero certa gente continuava a guardarci in modo strano…Sì, forse avevano ragione, avevamo la malattia della verità e della giustizia. Non abbiamo mai smesso di averla, perché non ci siamo mai rassegnati a questa Palermo.”

Ci racconta la moglie di quanto suo marito mostrasse interesse nel recuperare i minori a rischio nella lotta alla criminalità organizzata; di quanto Paolo Borsellino ci tenesse al futuro dei ragazzi coinvolti in attività sociali volte a combattere con coraggio e con impegno ogni giorno la criminalità organizzata, del loro ruolo fondamentale nella lotta, e di quanto fosse importante il loro saper scegliere e schierarsi dal lato della legalità e della Giustizia:

-“…Paolo si rendeva conto che sarebbe stato importantissimo riuscire a portare dalla parte dello stato e della società civile i giovani che rischiavano di cadere nelle grinfie della mafia… Ecco perché vorrei rivolgere un appello ai figli dei mafiosi…Io voglio invitarli a ritornare persone normali, perché altrimenti moriranno con l’angoscia, magari di essere uccisi… …è un messaggio per i figli ma anche per le donne di mafia…oggi è più facile di ieri, perché la strada è stata già tracciata da tanti coraggiosi figli che hanno rotto con i ricatti dei padri…”

La scrittrice ci dedica alcuni elementi anche sull’amicizia e sul rispetto che Paolo Borsellino nutriva verso il suo collega Giovanni Falcone, assassinato il 23 maggio 1992, prima di poter diventare direttore nazionale antimafia:

-“…Giovanni Falcone è andato al ministero di Grazia e giustizia…non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato…ma perché a un certo punto della sua vita ritenne, da uomo delle istituzioni, di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante e nelle sue convinzioni decisivo, con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa…” …“Il suo intento era questo e l’organizzazione mafiosa…quando ha preparato e attuato l’attentato del 23 maggio, l’ha preparato e attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone…era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo…dal diventare il direttore nazionale antimafia.”

 

Agnese Borsellino, sul finire della sua testimonianza ci racconta di quanto suo marito fosse demoralizzato negli ultimi giorni della sua vita; sfiducia che derivava non dalla lotta all’illegalità per la quale ha sempre mostrato coraggio e determinazione, ma una sfiducia e  un pessimismo che proveniva dagli uomini e da alcuni dei suoi colleghi che lo avevano lasciato solo nelle battaglie contro la Mafia:  

-“Due giorni prima di morire…Paolo volle fare una passeggiata in riva al mare…non c’erano sorrisi sul volto…solo tanta amarezza. Mi disse: “ Per me è finita”…”Agnese, non facciamo programmi. Viviamo alla giornata”. Mi disse soprattutto che non sarebbe stata la mafia a decidere la sua uccisione, la mafia che non gli faceva paura, ma sarebbero stati alcuni suoi colleghi e altri a permettere che ciò potesse accadere… Qualche giorno prima, avevi chiamato al palazzo di giustizia padre Cesare Rattoballi, per confessarti”.

Ed, infine, conclude lo scritto con una testimonianza per un futuro migliore, e lo fa come se fosse lo stesso Giudice a pronunciarsi:

-“Le sue parole sono già diventate una guida importante, per giovani e meno giovani. Credo che questo racconto sarà una buona iniezione di speranza”. Lei annuisce: “Ecco, così dovrà essere. Io forse non arriverò a tenerlo in mano questo libro, ma mi piacerebbe che nel finale arrivasse spontaneo un sorriso. Non rivolto al passato, ma al futuro. Un sorriso che vuol dire: noi non ci rassegneremo”

 

Ed è con queste ultime parole che si comprende il senso della vita e del  sacrificio compiuto dal giudice e dall’uomo Paolo Borsellino: la speranza di un futuro migliore da donare alle nuove generazioni; la volontà, il desiderio di una Sicilia e un’Italia pulita, bianca, candida , senza più malavita, delinquenza, mafia, dolore e sangue per le strade.

Un gesto di coraggio che è giusto ricordare ogni anno nel giorno della sua morte, affinché tutti, ma soprattutto i giovani,  sappiano scegliere la strada giusta da percorrere, quella della Giustizia, della Pace, della Legalità.

Con le nostre azioni possiamo essere tutti Paolo Borsellino!

 

ANTONIO SAMO

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