Caso Marco Gallo Pachino: “Si poteva salvare”
Caso Marco Gallo Pachino: “Si poteva salvare” – la denuncia del padre, nuove indagini e l’unico indagato è il pusher che ha venduto hashish al ragazzo
Le parole del padre di Marco Gallo: un’accusa lucida che interpella la verità
Le parole di Carmine Gallo non sono soltanto lo sfogo di un padre.
Sono una narrazione strutturata, insistente, che prova a tenere insieme dolore e logica, memoria e ricostruzione.
Nel suo racconto c’è un punto fermo, ripetuto con forza:
“Marco si poteva salvare.”
Non è una frase emotiva. È una tesi.
Carmine costruisce questa convinzione su una sequenza precisa di elementi: un errore iniziale, un protocollo ritenuto inadeguato, un tempo — quasi un’ora — che diventa il vero spartiacque tra la vita e la morte.
Secondo il padre, tutto avrebbe avuto origine da una valutazione sbagliata: l’ipotesi di overdose. Da lì, racconta, si sarebbe attivato automaticamente un percorso sanitario non coerente con la reale condizione del figlio.
Ed è proprio su questo punto che le sue parole trovano oggi un riscontro anche sul piano legale.
Nel comunicato della difesa della famiglia si parla infatti di “ipotetico errore diagnostico” e di possibili criticità nei protocolli applicati durante i soccorsi. Non solo: viene evidenziata la somministrazione di Naloxone — farmaco utilizzato contro gli oppiacei — in assenza di evidenze di assunzione di tali sostanze, come confermato successivamente dall’autopsia.
Un elemento che rafforza, almeno sul piano del dubbio investigativo, ciò che Carmine sostiene da mesi.
Ma c’è un altro aspetto che rende le sue parole particolarmente forti: la centralità del tempo.
Il padre insiste su un dato preciso — oltre 50 minuti sul posto prima del trasferimento in ospedale — trasformandolo nel cuore della sua accusa. Non come semplice ritardo, ma come occasione persa.
È qui che la sua voce cambia. Diventa più incalzante, più tagliente.
Perché il tempo, nella sua ricostruzione, non è un dettaglio tecnico: è la differenza tra intervenire e non intervenire nel modo giusto.
E poi c’è la lucidità con cui separa i piani.
Carmine non nega il contesto, non difende comportamenti sbagliati, ma rifiuta con decisione che il fulcro della vicenda sia lo spacciatore di hashish. Per lui, quello è un elemento marginale rispetto a ciò che davvero conta: la gestione dell’emergenza.
Le sue parole, quindi, si muovono su due livelli:
- emotivo, perché nascono da una perdita irreparabile
- razionale, perché cercano coerenza tra fatti, diagnosi e interventi
Ed è proprio questa combinazione a renderle difficili da ignorare.

Oggi, con la proroga delle indagini e la richiesta di nuovi accertamenti tecnici, quelle parole non restano isolate. Entrano, almeno in parte, nel perimetro dell’inchiesta.
Non sono più solo una voce fuori dal processo.
Sono una pressione costante perché il processo arrivi fino in fondo.
Carmine Gallo non chiede scorciatoie.
Chiede che ogni passaggio venga verificato, che ogni dubbio venga sciolto.
Perché, nella sua visione, la verità non è ancora completa.
E finché resterà anche solo una domanda aperta, continuerà a ripeterlo:
Marco si poteva salvare.
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