CORRI CHE TI PASSA…

 

Il fenomeno sociale.

Ansia, depressione, aumento di peso, disagio psicologico, uso ed abuso di alcolici e di psicofarmaci.

Purtroppo la pandemia sta presentando il suo conto.

Non se ne può più e da domani, molte regioni ritornano in zona rossa.

Ancora una volta agli arresti domiciliari, senza saper cosa ne sarà di noi.

La risposta degli esperti.

Una risposta però, qualcuno ce la dà.

“Il 21% dei casi gravi di ansia o depressione si sarebbero potuti evitare se, nel corso del lockdown del 2020, le persone avessero potuto mantenere i consueti livelli di attività motoria”.

Se nel corso del lockdown dello scorso anno, scelto dalle autorità competenti per arginare la diffusione dei contagi da coronavirus, le persone avessero potuto mantenere i consueti livelli di attività motoria, “si sarebbero potuti evitare fino al 21% dei casi gravi di ansia o depressione”.

L’indagine universitaria.

È questo, in sostanza, il risultato più rilevante dell’indagine:

Io Conto 2020, condotta fra studenti e dipendenti delle università di Pisa, Firenze, Torino, Genova e Messina e i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Plos One”.

Lo studio, coordinato in particolare dai ricercatori dell’Università di Pisa, ha permesso di raccogliere informazioni relative allo stile di vita della popolazione universitaria durante il lockdown, in un periodo intercorso tra aprile e maggio 2020, tramite un sondaggio online a cui hanno aderito 18.120 tra studenti, docenti e personale tecnico-amministrativo delle università partecipanti.

Il comunicato stampa.

Come si legge all’interno di un comunicato apparso sul portale dello stesso ateneo toscano, il risultato dell’indagine si è concentrato sull’analisi dei dati relativi “al disagio psicologico dei partecipanti, da cui è risultato che elevati livelli di ansia o depressione erano presenti con maggiore frequenza fra gli studenti, fra i partecipanti con un basso reddito e fra coloro che, durante il lockdown, hanno interrotto la pratica dell’attività fisica”.

Un dato emerso è stato anche che, rispetto a coloro che sono sempre stati inattivi, chi è riuscito a praticare con continuità attività fisica anche durante il lockdown, ha manifestato un rischio ridotto del 20% di soffrire di ansia e depressione.

Invece, chi ha interrotto la pratica dell’esercizio fisico ha avuto un rischio maggiore del 50%.

Dunque,

“Il risultato suggerisce che durante la pandemia la promozione della pratica dell’attività fisica in condizioni di sicurezza dovrebbe essere una priorità di salute pubblica per il contenimento dell’inevitabile aumento del disagio psicologico associato all’insicurezza socio-economica della popolazione”

La risposta del governo.

Ma il governo cosa fa?

Nonostante tutte le misure, a norma di legge anti contagio, applicate dai responsabili, proprietari e gestori di palestre, piscine, club sportivi ed impianti sciistici, permane nella posizione di forzata chiusura di tutto.

Ed allora, almeno noi, gente comune, diamo retta agli esperti e cerchiamo di cogliere ogni occasione per fare un po’ di movimento.

Ormai, l’abbiamo capito, dobbiamo proteggere la nostra salute e tutelare il nostro benessere psico-fisico, facendo tutto da soli, imparando dall’esperienza e dal buon senso, alla faccia di tutti “i geni “della politica e del comitato tecnico scientifico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Depressione e Covid19: l’opinione.

Covid19 = aumento della depressione




Incidenti in volo, dimezzarli è possibile!

L’AeroClub d’Italia è pronto al decollo

50% in meno di incidenti in due anni, ecco il piano di sicurezza volo del nuovo AECI

La prima intervista alla stampa da parte del generale Gianpaolo Miniscalco nuovo Direttore Generale dell’AeroClub d’Italia.

A novembre del 2020, dopo 3 anni di commissariamento, l’AeroClub d’Italia (AECI) accoglie il nuovo Direttore Generale.

Si tratta di Gianpaolo Miniscalco, generale dell’aeronautica in pensione.

Il curriculum del generale Miniscalco è fiorentissimo: tra i ruoli e gli incarichi di spicco segnaliamo l’esperienza nella pattuglia delle Frecce Tricolori, sia da Leader, sia da Comandante, la Rappresentanza Italiana NATO a New York, la Classic Jet Association, il Comando del IX Stormo “Francesco Baracca” dell’Aeronautica Militare.

Generale, con che stato d’animo ha accolto la proposta di questo nuovo incarico e con che animo lo affronta?

In un certo senso con sorpresa: come potrei dire di ogni cosa della mia vita, questo incarico è arrivato per caso e inaspettatamente.

Sono membro dell’AECI da tanti anni, ho iniziato come socio quando stavo alle Frecce ma non avrei mai pensato che un giorno mi sarebbe stato chiesto di dirigerlo.

Per quanto invece riguarda lo spirito con cui lo affronto,  mi sento chiamato a far rispettare lo Statuto dell’AECI.

Sento che è mio dovere dare nuova vita all’AeroClub d’Italia  grazie soprattutto al contributo di tutti i soci e di tutti i colleghi che quotidianamente mi scrivono e mi danno suggerimenti.

Questo è il mio compito istituzionale nei confronti dell’Aeroclub.

Gianpaolo Miniscalco
Gianpaolo Miniscalco – DG AECI

Lei è un pilota dell’Aeronautica, qual è la tipologia di persone che frequentano un aeroclub? Ci sono solo professionisti o anche “civili”?

La passione per il volo è una specie di malattia.

Una malattia traversale che attraversa ogni settore sociale e professionale.

Tra i nostri soci l’unica continuità riscontrabile non sta né nella professione, né nell’estrazione.

L’unica continuità sta nella passione per il volo.

Il settore del volo è un mondo ricchissimo di attori e personaggi che declinano la passione per il volo in molteplici sfumature.

Spesso, quando si parla di volo, le prime categorie a cui si pensa sono le ali fisse e le pale rotanti ma esistono anche alti mezzi.

Altre strade che assecondano le persone nella passione del volo e che nel mio mandato intendo valorizzare e ricondurre all’interno delle pertinenze di AECI.

Sto parlando, per esempio, del paracadutismo che diversi anni fa è diventato una responsabilità dell’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile (ENAC) ma che oggi AECI è pronto a riprendersi.

Un altro settore che mi sta molto a cuore è quello del volo libero (il parapendio), un modo sportivo ed economico per vivere il volo.

Per anni il volo libero è stato un settore di serie B, noi vogliamo invece promuoverlo.

Ci sono infine gli aeromodelli per i quali l’AECI sta portando avanti un dialogo costruttivo con ENAC che nel nuovo regolamento UAS equipara gli aeromodelli con i droni cosa che non è esatta.

Infatti, mentre il drone può godere della doppia natura, professionale o da banco, l’aeromodello richiede una attività scientifico amatoriale complessa che richiede un attestato paragonabile a quello di un pilota.

Quali sono le caratteristiche che si sviluppano imparando a volare che poi possono essere utili nella vita a terra?

Il pilota è una persona in grado di fare dieci cose contemporaneamente e, soprattutto, sa dare le priorità governando i tempi.

Lei è alla direzione dell’AECI da pochi mesi, quali sono state le sue prime azioni?

Di fronte a un Ente (l’AECI) bloccato dal commissariamento, il primo passo necessario è stato risvegliare gli organi sociali come segnale simbolico della ripartenza.

È stata fatta la riunione con il Consiglio Federale e l’Assemblea annuale dei soci per definire tutte le attività amministrative coinvolgendo tutti gli aventi diritto in un evento in streaming molto partecipato.

Insomma, messa a galleggiare la nave abbiamo fatto in modo che questa avesse una rotta.

Ha detto che ci sono già tavoli di lavoro e dialogo attivati, quali sono i suoi progetti per il rilancio dell’AECI?

Direi che l’Aeroclub ha 3 grande priorità per la sua ripartenza:

  • Una nuova legge per il Volo da Diporto Sportivo (VDS)
  • Il rilancio dell’attività statutaria
  • La sicurezza del volo

Ce ne può parlare?

Molto volentieri.

1. Nuova legge per il Volo da Diporto Sportivo (VDS)

In Italia, la legge che regola il Volo da Diporto Sportivo risale al 25 marzo del 1985.
Ad oggi, in Italia, contiamo 6.000 attestati di VDS rilasciati e più di 13.000 mezzi tra elicotteri, aeroplani, vele da parapendio, volo libero e paramotore.

Questo vuol dire che l’industria aeronautica italiana si trova davanti a un mercato vigoroso e adesso più che mai è chiamata ad aprirsi al mondo se non vuole arrivare troppo tardi.

In un panorama all’interno del quale le norme si sono velocemente evolute, l’Italia, nata come eccellenza, deve assolutamente portarsi al passo per non restare inesorabilmente indietro.

È per questo che uno dei punti cardine del piano di rinascita dell’AeroClub d’Italia è l’impegno congiunto di tutti i tavoli di lavoro per la modifica della legge che regola il VDS.

In questo momento stiamo portando avanti una iniziativa parlamentare e una ministeriale.

Attori

Gli attori di questo enorme progetto sono AECI, ENAC, ENAV, Ministero dei Trasporti, Costruttori e agenzie nazionali di sicurezza volo.

Cosa si vuole ottenere?

a. Aumento del peso del veivolo ultraleggero da 450kg a 600 kg

Oggi è considerato un mezzo da diporto sportivo un veivolo di peso non superiore ai 450 kg.

La normativa europea, invece, riconosce come mezzo da diporto sportivo i veicoli che arrivano a 600 kg.

Un incremento di peso di questo tipo porterebbe con sé vantaggi diretti e indiretti.

Vantaggi diretti, ovvero direttamente legati al mezzo

  • Incremento delle prestazioni: sarà possibile affrontare tratte più lunghe con maggiore autonomia

Vantaggi indiretti, ovvero legati all’industria aeronautica italiana

  • incremento del mercato dei veivoli e del target di riferimento.

b. Mantenimento della semplicità di legge

La legge attuale si basa sul principio dell’autodichiarazione attraverso la quale l’utente è tenuto ad auto-certificare la propria conformità alla normativa.

Di contro, l’AECI si accollerà la responsabilità dei controlli verificando il peso legale degli aeroplani e di tutta l’attività del Documento Programmatico sulla Sicurezza (DPS) (che oggi è a carico del Ministero dei trasporti) avvalendosi anche della potestà sanzionatoria.

Una azione di questo tipo porterebbe uno snellimento estremo dei controlli e delle procedure alleggerendo il Ministero dei Trasporti da una incombenza delegabile.

2. Rilancio dell’attività statutaria

L’articolo 3 dello Statuto dell’AECI recita

“L’Aero Club d’Italia svolge ogni attività ritenuta necessaria ai fini dello sviluppo culturale, economico, didattico, sportivo, civile, sociale e democratico nel settore dell’aviazione civile non commerciale”.

L’AECI è chiamata a favorire l’attività di volo e per fare questo stiamo lavorando ad alcune azioni specifiche:

Crediti formativi per i corsi dell’AECI

L’AECI sta lavorando a un protocollo di intesa con MIUR affinché questo riconosca agli studenti di scuola primaria e secondaria che frequentino delle attività stabilite organizzate dall’Aeroclub, dei crediti formativi utili per la maturità.

Questi corsi imprimeranno negli studenti delle skills trasversali fondamentali per affrontare il mondo del lavoro quali, per esempio, la valutazione del rischio e la capacità di effettuare la scelta più semplice e meno rischiosa.

Accesso all’esperienza di volo

Il piano di apertura e condivisione dell’esperienza aeronautica prevede l’offerta non a fini di lucro di esperienze di volo per chiunque volesse farlo.

Rilancio delle scuole di volo

La scuola di volo italiana vanta una storia brillantissima.

All’Aeroclub toccava storicamente preparare una parte dei piloti che avrebbero fatto parte dell’allora Regia Aeronautica.

Oggi  la necessità è quella di preparare i piloti delle compagnie aeree e bisogna farlo in fretta perché per preparare un pilota sono necessari tra i tre e i quattro anni: bisogna preparasi oggi per domani.

Lo spirito che guiderà la scuola di volo sarà

Maggiore sicurezza costruita con il rispetto procedurale nell’utilizzo del buon senso e decidendo rapidamente.

3.Sicurezza del volo

Purtroppo, quasi ogni settimana si sente parlare di incidenti aerei.
Sebbene il rapporto tra veicoli in volo e incidenti sia basso, non possiamo permetterci neppure il minimo rischio soprattutto quando è evitabile.

Basti pensare che la quasi totalità degli incidenti è dovuto a un errore umano sul quale si può e si deve intervenire.

Per questo sto creando un gruppo composto da piloti esperti che porterà avanti un progetto di formazione che ha l’ambizioso obiettivo di ridurre del 50% il numero degli incidenti da qui ai prossimi due anni.

 

Ringraziamo il Generale Gianpaolo Miniscalco per la generosa intervista che ha voluto concederci e per l’onore che ci ha fatto nell’averci scelto per rilasciare la prima intervista del suo mandato. 

Sarà per noi un piacere continuare a seguire i progressi e le storie dell’AECI

Crediti

Chi è Gianpaolo Miniscalco

Statuto dell’AECI
DPCM 27 febbraio 2019 

Disegno di Legge VDS 17 dicembre 2020

Proposta di legge 16 novembre 2020

Legge vigente per il VDP 25 marzo 1985
Regolamento ENAC del 1 Gennaio 2021 

Lo Sport libero libera lo Sport

 




Quando hai la fundraiser a scuola – Elena Torretta

A volte le scuole hanno al loro interno tutto quello che serve loro per raccogliere i fondi.

L’istituto Tommaseo di Torino, per esempio, ha scoperto di avere tra i genitori dei suoi studenti una fundraiser e tra gli insegnati una artista.

Chiara Sparacio e Francesca Donati intervistano Elena Torretta che racconta di come ha offerto il suo aiuto alla scuola e con quali risultati




Cosa è il crowdfunding – Valeria Vitali

Nel corso degli incontri sul fundraising per la scuola abbiamo molto parlato di raccolta fondi e di pianificazione, spesso abbiamo accennato al Crowdfunding che è una attività molto popolare (nel senso che se ne sente molto parlare) di cui, però, non è chiarissimo il criterio di utilizzo.

Come abbiamo detto più volte, il crowdfunding (ovvero raccogliere donazioni tramite piattaforme on line), per dare il meglio di sé, va inserito all’interno di un piano di fundraising e non lasciato sospeso.

In questo appuntamento Chiara Sparacio e Francesca Donati incontrano Valeria Vitali fondatrice de La rete del dono, una famosissima piattaforma di crowdfunding.

Il Fundraising per la Scuola




“La Vita è una Scultura” con Sergio Grasso.

Aperitivo in trattoria …

Sono passati trentatré anni dalla sera in cui, in quella trattoria nel trevigiano, aspettando che si liberasse un tavolo, Sergio propose di farci un “cicchetto” al bancone.

Non dimenticherò mai il suo sguardo, quando mi azzardai a chiedere una cola: a distanza di più di tre decenni, al solo ricordarglielo, sgrana gli occhi come alla vista di uno spettro. Divertito però.

Ma torniamo indietro di trentatré e una manciata d’anni.

 

… nella ridente Marca Trevigiana.

Correva l’anno 1976. Le prime Radio private spuntavano qui e lì, come funghi dopo una bella piovuta.

Un giorno mamma portò a casa una bianca Brionvega.

Non mi ci volle molto a scoprire il paradiso, selezionando la modalità “fm”.

Fu subito amore: abbandonai la Barbie e Ken per Radio Marca, un crogiuòlo di talenti vocali tra i quali spiccava, per spessore e autorevolezza, lo speaker Sergio Grasso, allora poco più che ventenne.

Ci sono cose che la ragione non può spiegare. L’istinto invece sì: è “lui” a dirti che qualcuno è lì soltanto di passaggio, che il suo Destino è altrove, e la sua voce sarà udita (quasi) ovunque.

Così è stato.

Trentatré e una manciata d’anni dopo …

… mentre il resto d’Italia è davanti alla tv per godersi la finale del Festival di San Remo, incontro il mitico “Sergione” per una chiacchierata.

Nato a Venezia l’undici dell’undici del cinquantacinque alle ventidue e ventidue – quale esperto numerologo non vorrebbe tracciare il suo profilo? – la vita di Sergio si snoda in cicli della durata di undici anni: giusto il tempo di farsi venire nuove Idee, intraprendere nuove avventure, portare a compimento nuove imprese.

La prima di una serie di tappe che lo avrebbero portato, negli anni successivi, a esplorare il variegato mondo dei media come “voce” e non solo, fu la Radio.

Interviene e puntualizza: “Si dice ‘mèdia’, non ‘mìdia’, visto che deriva dal latino”.

In vena di confidenze, Sergio ammette di aver sempre odiato la sua voce fin da quando, appena undicenne, prendeva lezioni di canto lirico da Mario Del Monaco. Come baritono.

Prosegue raccontando che, quando gli capitava di chiamare l’amichetta per chiederle di uscire … se rispondeva lei, tutto bene. Se invece rispondeva il suo papà, Sergio si spacciava per suo padre e a quel punto, cominciava la commedia degli equivoci.

Alla fine, malgrado i paradossi, ad averla vinta è l’Esistenza: ovunque Sergio ha messo piede – alla radio, in studio di registrazione, in sala di doppiaggio, alla tv e in teatro – rimane l’eco del suo “vocione”, le emozioni che ha trasmesso, il piacevole ricordo di chi lo ha apprezzato come Speaker, Doppiatore, Autore, Attore, Regista Teatrale …

 

Una Voce, una Penna e un’ardente Passione per la Cultura del Cibo.

Ecco i tre ingredienti della magica Ricetta di una Vita che è sempre un work-in-progress! O, per dirla all’italiana, un “lavori in corso”!

Di Sergio ho sempre ammirato il coraggio di superare i limiti imposti da ogni “ruolo”, da lui già incarnato con successo.

Di persone eccellenti in ciò che fanno ne incontriamo, nella vita. E non importa se, nel tempo, si appassioneranno ad altro: la tentazione, per l’attore, è continuare a crogiolarsi sugli allori del passato. Lo spettatore invece si addormenta, certo che il proprio beniamino sia “quel che ha già  fatto” e più nient’altro.

Ma torniamo a Sergio.

Nei primi Anni Novanta, la sua vena artistica incontra e si fonde con quella di Alchimista dell’Arte Culinaria, Filosofo del Gusto e della sua Storia, Antropologo alimentare, Amante dei prodotti tipici e della Cultura che li ha generati – Storia, Geografia, Usi e Costumi, Tradizioni, Arte, addirittura Archeologia – cogliendone i significati rituali e sociali.

Ed ecco entrare in gioco l’esperienza, fino a quel momento maturata in teatro: il carisma dell’attore, la colta creatività dell’autore e la leadership del regista, fanno di lui l’ospite televisivo perfetto, il giudice imparziale disposto a giocarsi l’approvazione dell’audience, pur di non scendere a compromessi con i “Cuochi d’Artificio” (i personaggi costruiti a tavolino dal “sistema”: più divi e “influencer”, che veri cuochi).

Nel frattempo, la sua fama di esperto di storia sociale del cibo e dei costumi alimentari, varca i confini d’Italia e si spande per il mondo, come profumo di pane appena sfornato.

Per lui, infatti, gli alimenti sono più che “nutrienti”: sono “marcatori culturali”!

In altre parole: il cibo di un Popolo ne rappresenta l’Identità, la Cultura, la Civiltà. Non rimane che metterci a tavola e assaggiarlo, per conoscere davvero la Nazione che ci ospita!

 

Un Curriculum lungo una vita.

Come è facilmente intuibile, le sue aree di interesse più importanti sono: Cibo, Cultura, Civiltà antiche e moderne, Arte, Storia, Geografia, Viaggi, Archeologia, Antropologia alimentare …

Dal suo profilo – aggiornato con cura dall’Ufficio Stampa – estraggo i ruoli da lui rivestiti nei momenti più salienti della sua carriera, ancora in pieno svolgimento.

Il mio elenco, sommario e incompleto, rende l’idea di chi sia il professionista “Sergio Grasso”: speaker radiofonico e pubblicitario; doppiatore cine televisivo; autore e conduttore televisivo; autore e interprete di monologhi legati all’arte, alla storia e all’alimentazione; regista e attore teatrale; documentarista; food-writer; docente universitario; ricercatore e membro di commissioni scientifiche e tecniche; antropologo e consulente alimentare; esperto di gastronomia e merceologia; giudice tecnico e “mentore” del programma “La Prova del Cuoco”; autore e coordinatore dei contenuti antropologici e agronomici del reality “La Fattoria 1870”; animatore di manifestazioni enogastronomiche; curatore della progettazione e realizzazione di eventi gastronomici legati alle rappresentazioni del cibo nell’arte; scrittore, editore, pubblicista …

L’elenco potrebbe continuare, ma mi fermo qui.

Come una lista della spesa non può esprimere un pranzo preparato con amore, da gustare con gli affetti a noi più cari … un curriculum da solo non basta a raccontare la bellezza e il valore di un Essere Umano.

È stata una piacevole chiacchierata, quella di venerdì 5 marzo con Sergio Grasso, perché si è parlato un po’ di tutto.

Ne è uscito il ritratto di un Uomo coerente con se stesso e con i propri Valori; un uomo che, piuttosto che tradire ciò in cui crede, ringrazia con garbo, saluta e se ne va per la sua strada.

Il suo Viaggio dell’Eroe è tuttora in corso.

Verso la fine del nostro incontro, Sergio accenna a interessanti novità delle quali, “per scaramanzia”, preferisce non parlare.

Prima di accomiatarci, mi mostra con fierezza i “santini digitali”: le foto di Shanti, la sua adorata nipotina.

Di lui, questa bellissima bambina ricorderà che “… se l’ha avuto, un nonno, è già una fortuna; che il nonno scherza, ride e la fa ridere, le morde il sederino …”

La sua eredità per lei, la frase-mantra è: “Aspettati poco dagli altri: quel che ti serve nella vita, è già dentro di te”.  

E ancora: “La vita è una scultura, non una pittura: la pittura si fa aggiungendo delle cose su una tela bianca; la scultura, invece, si fa togliendo della materia per tirar fuori quel che c’è ‘dentro'”. La nostra vera Essenza!

Questa intervista è un’altra gemma preziosa incastonata nel Progetto di valore sociale “Ondina Wavelet World”, il Progetto multimediale che ha per Scopo la creazione di una Cultura basata sulla consapevolezza del Potere creativo delle nostre Parole.

E quando le Parole che pensiamo, diciamo e agiamo in coerenza, coincidono con i veri Valori dell’Uomo, possiamo dar vita, tutti insieme, a un mondo bellissimo.

Per partecipare iscriviti al Canale YouTube “Jasmine Laurenti” e, se i contenuti risuonano con te, fai del Progetto il “tuo” Progetto, abbonandoti al Canale stesso.

Ecco il video e il podcast della stupenda chiacchierata con “Sergione”.

Alla prossima!

Con Amore,

la vostra Eroina acquatica Ondina Wavelet (Jasmine Laurenti).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




L’isolamento al tempo del Covid: il congelamento della volontà di cambiamento

La natura dell’uomo, quando sussiste un buon equilibrio psichico, è sempre proiettata verso la socializzazione.

Con l’avvento della pandemia assistiamo invece ad un cambiamento radicale che prevede l’imporsi di un orientamento per la sopravvivenza rivolto all’isolamento.

Assistiamo dunque a quella che potremmo definire una “costrizione della vita collettiva”.

La vita collettiva porta in sé la possibilità di condividere esperienze fondamentali che rafforzano i processi di adattamento e di sicurezza essenziali per l’essere umano. In questo momento della nostra esistenza sono venuti meno questi capisaldi insostituibili per il benessere psico-fisico della persona.

La volontà, che ha sempre supportato l’uomo nell’accompagnarlo attraverso il passaggio da uno stato di malessere ad uno di benessere, è venuta meno e il nostro vissuto di inferiorità sembra essersi rafforzato.

Come afferma lo psicologo e medico Alfred Adler, il cui pensiero sembra di grande attualità ai tempi del Covid, nel suo testo “La conoscenza dell’uomo”: “La volontà indica la disponibilità al passaggio da uno stato di insufficienza ad uno di sufficienza.

La possiamo immaginare come una linea che ci poniamo davanti a noi e che ci proponiamo di seguire.

Ogni manifestazione di volontà subisce l’influenza del sentimento d’inferiorità e d’insicurezza e assieme stimola il perseguimento di uno stato di liberazione, di soddisfazione”.

Da più di un anno viviamo questo sentimento di malsicurezza in cui la volontà di un cambiamento individuale e a cascata collettivo sono congelati e hanno lasciato spazio all’isolamento che può portare con sé anche uno stato d’angoscia.

Tutte le fasce d’età, dai più giovani agli anziani, hanno forzatamente dovuto omologare il loro modo di vivere, rispettando delle regole uguali per tutti e necessarie per vivere.

Se prima del Covid ognuno aveva i suoi luoghi di appartenenza per la condivisione della socializzazione, oggi tutto ciò è venuto meno lasciando spazio solo ad un surrogato di vita sociale che avviene attraverso collegamenti virtuali.

Chi poi non ha imparato a beneficiare dell’opportunità fornita dai mezzi informatici sarà sottoposto ad un processo di isolamento forzato ancor più grave.

Possiamo supporre che chi per caratteristiche di personalità manifesta tratti del carattere orientati all’isolamento, e pensiamo alle persone per natura introverse, poco loquaci e distanti, in questo caso la vita sarà meno problematica rispetto a chi per tratti di personalità si presenta invece aperto, cordiale ed estroverso.

Il forzato isolamento ha innescato dinamiche spesso difficili da gestire e la paura per il virus ha sviluppato timore sia per il mondo esterno sia per quello interno al proprio sistema famigliare.

Stati d’angoscia e conflitti si stanno osservando nei sistemi famigliari e paradossalmente l’isolamento sociale da Covid ha portato ad un obbligo forzato di condivisione sociale di spazi fisici che influenzano poi la relazione armonica in ambito famigliare.

Si è spezzato con il Covid il legame tra singolo e collettività, lasciando spazio ad un’angoscia che potrà essere superata solo con il re instaurarsi di un legame fisico ed emotivo possibile solo in presenza e non in remoto.

In ognuno di noi è presente la “volontà di cambiare” ma dobbiamo attenderne lo “scongelamento” in quanto il virus è molto potente e ci sta impedendo le progettualità legate al sociale.

 




Sanremo oggi più che mai rock…

Ci siamo lasciati alle spalle pure la 71ª edizione del Festival della canzone italiana e credo che nessuno sia troppo triste neanche quest’anno.

Per la critica, per i media, per gli sponsor e pure per il pubblico (solo da casa, vista l’assenza di spettatori nella platea dell’Ariston), è stato un vero successo.

Lo era prima di iniziare, come ogni anno, e lo è stato anche ora che è finito.

Ma andiamo con ordine.

Fino allo scorso anno la musica trap ed il suo dio, quell’idiozia colossale ed antiartistica chiamata Auto-Tune, hanno permesso l’ingresso nella finzione discografica a veri e propri cani ululanti, incapaci di una dizione media ed incapaci pure di infilare in una singola frase un soggetto, un predicato verbale ed un oggetto.

Presenza scenica, costumi, provocazioni al limite della decenza e la parità di genere ridotta a commedia kafkiana; questo è stato il Festival dello scorso anno!

L’edizione 2021 invece ha esteso lo spettro musicale a più generi, pur mantenendo un filo con alcuni “interpreti” di un modello culturale prettamente estetico e provocatorio, legato al movimento trap.

Imitare precursori “glam” del calibro di DAFT PUNK, SLIPKNOT, KISS, il grande DAVID BOWIE e, dalle nostre parti anche i TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI, non renderà artista chi non lo è… pagliaccio invece si!

Così Fabrizio Rioda dei RITMO TRIBALE sulle apparizioni del Festival 2021 di Achille Lauro: “Non voglio togliere nulla ai vestiti di scena (così si chiamano) e alla performance (così si chiama) del buon Achille. (…) Buona finale sul divano, ragazzi. Che atroce pagliacciata!”

Mi domandavo e ci domandavamo lo scorso anno quanto ci avrebbe messo a scomparire la Musica in Italia; ma quest’anno è stato diverso, quest’anno, le Majors, prese dal timore del calo delle vendite e dell’interesse, soprattutto dei consumatori più giovani, hanno optato per scelte più Rock ed anche più neo melodiche, puntando sui non-più-tanto-giovani e sui non-più-tanto-big. E’ stato bello per me vedere i MANESKIN sul gradino più alto del podio sanremese con la loro “Sono fuori di testa”.

Una band che suona per davvero, sbaglia pure gli assoli, ma che porta in palco la propria musica  e lo fa con passione e dedizione… altro che Auto-Tune!!!

Parlando di Rock e di Sanremo, non tutti sanno che legata alla città che ospita la più famosa manifestazione canora italiana c’è un’altra manifestazione musicale…

sanremorock uemmepi

Sanremo Rock! Ho avuto la fortuna di partecipare alla finale con la mia band, gli UEMMEPI, tre anni or sono.

Per giungere in finale il percorso è stato lungo,  fatto di concerti e di giurie provinciali, regionali e nazionali.

Più di tremila artisti e band Rock, R’n’B, Soul, Jazz, Jive e Rockabilly provenienti da tutt’Italia e tutti con la propria musica e qualche sogno.

E’ stata un’esperienza unica tanto che, se il pubblico a casa avesse potuto vedere (e ascoltare!), avrebbe compreso di più il movimento musicale “underground” che esiste in Italia e forse avrebbe smesso di bere la spazzatura sdolcinata e smancerosa che il potere mediatico ci propina da molti anni! Tornando al Festival 2021, si deve riconoscere comunque al “grande esperto”, “profondo conoscitore di musica” nonché “Direttore Artistico” della Suprema Manifestazione Canora (ovvia l’ironia… Amadeus è un presentatore, non un critico musicale, ricordiamocelo! N.d.a.) il merito di aver dato retta alle Discografiche.

Ha puntato infatti su due cavalli di razza: la “Oriettona” Berti (in gara) e Ornella Vanoni che, a 86 anni suonati, potrebbe insegnare a cantare a quasi tutti gli artisti presenti all’edizione 2021 (escludo dalla lista Arisa e Francesco Renga!) ed alcuni ospiti di eccezione: Fogli, Tozzi, Zarrillo.

L’edizione 2021 è stata molto seguita e forse c’è da riflettere su come poter proporre il prossimo Festival della Canzone Italiana, perché siamo ancora lontani da una proposta culturale vera.

Per risollevare la Musica (con la “M” maiuscola) dall’immensa mole di immondizia in cui la discografia moderna ha contribuito a sprofondarla, ci vuole ben altro che un riff iniziale impeccabile della canzone vincitrice a Sanremo, oppure il testo coraggioso e pressoché perfetto di WILLIE PEYOTE: “Le major ti fanno un contratto se azzecchi il balletto e fai boom su Tik-tok” [questa la bellissima frase del brano in gara: “Mai dire mai (La Locura)”; n.d.a.].

Ci vuole cultura! Ci vuole un’educazione musicale, soprattutto dei giovani. Ci vogliono i veri maestri al servizio dell’Arte.

Non mi soffermo a parlare di altri artisti in gara, perché sono state a mio avviso delle mediocri comparse.

Una delusione c’è, per me che sono cresciuto con le sue canzoni ed i suoi vocalizzi: Francesco Renga.

Ma forse sono lontani i tempi dei TIMORIA.

 

 

PERTH

 

 

 

 

 

 

Festival di San Remo, ultima fortezza del monopolio della Musica!

OSCAR: “PERSA UNA GRANDE OPPORTUNITA’ AL FESTIVAL DI SANREMO”




L’influsso del Covid sulla gestione del tempo

Quando si introduce il tema del tempo non si può prescindere dal pensare a come la tecnologia abbia alterato i ritmi naturali della vita producendone di artificiosi.

Proprio in questo periodo di pandemia la dimensione di vissuto temporale dell’uomo ha subito delle modificazioni importanti.

Già da quando nasciamo, impariamo a mediare i nostri ritmi interni biologici, fisiologici e fisici con quelli esterni rappresentati dalle stagioni, dal giorno e dalla notte.

Ognuno di noi è in grado di organizzare la propria esperienza all’insegna di tre dimensioni che comprendono il passato, il presente ed il futuro e, a questo proposito, parliamo di orizzonte temporale.

Oggi siamo spinti dalla situazione di emergenza a vivere prevalentemente nel presente con un rimpianto per il passato, che sempre più apprezziamo rispetto ad un futuro caratterizzato da incertezza.

Al tempo del Covid più che dalla speranza siamo guidati da un profondo senso di paura in quanto ancora non sappiamo se riusciremo a recuperare il tempo perduto.

Riprendendo il pensiero di Gurvitch, prima della pandemia la nostra vita sociale scorreva in tempi multipli sempre divergenti e spesso contraddittori. L’autore parla infatti di tempo a lunga durata, di tempo in ritardo o in anticipo su se stesso, di tempo al rallentatore, di tempo ciclico, di tempo d’alternanza fra ritardo ed anticipo, di tempo delle comunicazioni creatrici.

Oggi questa dimensione temporale multipla è in crisi e siamo tutti proiettati su un tempo al rallentatore in quanto siamo bloccati nella possibilità di recuperare le nostre attività in quella dimensione del reale che prepotentemente è stata sostituita dalla realtà virtuale.

Oggi viviamo il tempo della connessione, un tempo che ha sottratto tempo alla dimensione temporale tradizionale.

Stiamo tutti soffrendo di questa situazione che ha coinvolto le varie fasce di età, dai più giovani ai più anziani.

La crisi del tempo riguarda sia gli aspetti qualitativi che quelli quantitativi.

Il tempo quantitativo è quello dell’orologio, il tempo qualitativo è invece quello legato ad eventi significativi per la vita dell’individuo e della collettività.

Purtroppo da più di un anno siamo limitati nelle nostre progettualità e sperimentiamo un forte senso di incompletezza che ci immerge in un tempo caratterizzato da incertezza.

Il tempo dell’incertezza è il tempo della pandemia che ha portato ad un isolamento sociale senza precedenti del nucleo famigliare.

Ma anche all’interno di quest’ultimo si sta creando l’isolamento tra i vari componenti dello stesso ed ognuno ha deciso di organizzare la quotidianità secondo i suoi ritmi.

Ci si può sentire autorizzati a star svegli di notte e a dormire di giorno in quanto viene meno la quotidianità scandita da orari precisi che determina l’impegno di ciascuna persona nella vita.

La noia può diventare una dimensione del tempo durante la pandemia e questo può indurre molte persone a sviluppare sintomi depressivi che potrebbero portare all’annullamento del tempo.

La pandemia ci ha fatto dunque rivisitare il concetto di organizzazione del tempo e, se prima tutto era scandito dall’agenda ed avevamo programmato ogni minuto della nostra giornata, oggi viviamo un tempo disorganizzato ove si possono confondere vita privata e lavorativa.

 

 

 

 

 

 

 

 




I CONTI TORNANO…

Lo scenario politico italiano si consuma ormai nei dejà vu e nelle notizie scontate.

Così, il ritorno sulla scena dell’ex premier Conte chiamato a rimettere in piedi le macerie del Movimento 5 stelle, riporta di attualità il forte attaccamento delle casta alle poltrone ed ai privilegi anche quando alle posizioni di potere vi si è arrivati dai percorsi costellati di rissosi insulti gridati brandendo la bandiera dell’antipolitica e del governo dei puri.

Un giudizio sulla scelta di Conte a pochi giorni dalla sua estromissione dalla guida del governo non sarà, tuttavia, oggetto di trattazione in questa sede anche se una sua pausa di riflessione un po’ più lunga sarebbe stata più elegante e maggiormente in linea con il profilo di garanzia che si è più volte voluto attribuire.  

Il punto che, invece, deve far riflettere riguarda i compiti a cui è stato chiamato l’avvocato del popolo.

L’idea, cioè, del Ministro di Maio, sempre più isolato, del signor Grillo e del comunicatore Casalino, di puntellare il Movimento 5 Stelle attraverso una transizione verso una forma strutturata di partito nell’alveo non già della tradizione socialista ma di quella liberale e democratica.

Un’affermazione espressa maldestramente da Di Maio che è passata quasi del tutto inosservata.

L’operazione in atto non deve spaventare per la superficialità dei suoi leader, la confusione dei suoi contenuti e il livello dei suoi obiettivi.

C’è un dramma più ingombrante.

Quello dell’inquinamento della politica italiana già alle prese con istituzioni rappresentative già provate dalle sempre maggiori iniezioni di democrazia diretta poste in essere da movimenti on line, reti social e dalle cifre della comunicazione a colpi di twitter.

L’idea della politica al servizio del bene comune suona strana e sul cammino di Draghi fanno capolino i fantasmi di una campagna elettorale di fatto già iniziata e che potrebbe essere, ancora una volta, sostenuta da programmi populisti ed orientata dal sensazionalismo degli annunci.

Sequenze che ricorderanno sempre di più la parodia dell’attore Antonio Albanese con il suo personaggio politico “Cettolaqualunque”.

Non sarà facile infatti districarsi nella scacchiera della politica dello schieramento progressista che metterebbe in campo le diverse anime del PD, Renzi ed i renziani, il nuovo partito di Conte e magari la parte espulsa dei parlamentari pentastellati anch’essi  tentati di formare un nuovo partito con o senza Di Battista.

Il limite della politica italiana in questo momento è proprio nella partitocrazia, fenomeno teorizzato nella prima repubblica ma di intatta carica espressiva anche nella fase attuale.

Il rischio è che in un mondo sempre più liquido dove i valori perdono di valenza e le ideologie di contenuti, la gestione del potere venga assunta da “partiti impresa” gestiti con mere logiche di consenso da valorizzare nel breve termine senza alcun riguardo al bene comune.

Non ci sarà da meravigliarsi se il dibattito politico riprenderà ben presto il tema della riforma elettorale per un sistema proporzionale puro che garantisca l’accesso in parlamento al più alto numero di rappresentanze territoriali per buona pace della governabilità e della semplificazione del sistema istituzionale e politico.

Il timore in conclusione è che la politica italiana potrebbe essere inadeguata ad interpretare le sfide che attendono il sistema Italia ancora in piena urgenza virale con il risultato di vedere ancora ampliato il distacco tra il paese legale e quello reale.

La domanda, in questo contesto, se il Governo Draghi riuscirà a portare avanti il piano vaccinale e le riforme non più rimandabili, resta di pungente attualità e purtroppo i dubbi prendono sempre più il posto delle certezze.

 

 

LA REDAZIONE DI BETAPRESS




Il ministero alla disabilità e i costruttori di futuro

Ministero delle disabilità sì o no?

Nei giorni scorsi, prima ancora della misurazione dell’operato, c’è stata molta polemica sul nome del ministero ritenuto da alcuni offensivo e discriminatorio come hanno riportato alcuni post sui social.

Non volendo in questa sede entrare nel merito della nomenclatura abbiamo chiesto a Vincenzo Falabella, direttore di FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap)  una opinione sullo stato delle cose e sulle prossime azioni di Governo.

Vincenzo Falabella direttore di FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell'Handicap)
Vincenzo Falabella direttore di FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap)

Presidente, ci sono state molto polemiche relative al nome  “ministero della disabilità”, lei che ne pensa? 

Noi siamo molto rispettosi della scelte del presidente della repubblica. Se loro hanno deciso in questo modo, ne prendiamo atto e ci concentriamo sull’obiettivo di costruttori di politiche sociali così come ci sentiamo.

Al di là del nome, le nostre priorità e i nostri punti saldo sono altri: noi non negozieremo sui diritti dei cittadini con disabilità e ci impegneremo a sollecitare politiche mirate.

Quello che vogliamo sono i pari diritti e incisivo dialogo tra i dicasteri.

Il problema non è il nome, il nome va bene, la cosa importante è che non sia una realtà isolata ma si relazioni e mobiliti tutto quanto ad esso connesso.

E, se mi permette, non importa neppure l’orientamento politico del ministro le politiche perché le disabilità, così come l’impegno che servirà, sono trasversali.

 

Quali si aspetta che siano le azioni di questo ministero? Che caratteristiche si aspetta che abbia?

Ci aspettiamo che sia un dicastero forte e trasversale.

Un ministero come questo, per poter davvero fare la differenza, deve coinvolgere tutti gli altri dicasteri:famiglia, lavoro, pari opportunità, salute…

Non può essere una realtà isolata, dee incidere in maniera chiara sugli altri ministeri.

 

Alla luce delle polemiche pubblicate in questi giorni, pensa che in politica il tema della disabilità sia strumentalizzato?

La disabilità e noi disabili siamo strumentalizzati da diverso tempo e da più parti.

Noi dobbiamo concentrarci su quello che possiamo fare adesso: ora bisogna mettere da parte strumentalizzazioni e slogan e agire.

 

C’è una priorità che avete particolarmente a cuore?

Le priorità sono tante: i vaccini, per esempio; nel nostro caso è importantissimo capire quando, come e dove: molte persone non possono muoversi ed è di fondamentale importanza capire come si intenderà agire in tal senso.

Ma non è tutto perché il problema della salute non è legato solo al covid, bisogna assicurarsi che siano garantite tutte le cure.

Poi ci sono la scuola, il lavoro, la gestione dei fondi dedicati a tematiche sulla disabilità e, non per ultimo, il diritto alla parità di genere.

Come vede i temi sono tanti e tutti di estrema urgenza.

 

Il 23 febbraio 2021, il ministro Erika Stefani ha incontrato una delegazione della FISH: in questo articolo è possibile vedere il piano concordato.

Chiara Sparacio

 

 

Sensuability – la prima volta siamo tutti disabili

 

L’arte come compensazione della disabilità fisica