1

NO COVER BAND: RAD1! INTERVISTA CON CESARE “RAD” ZANOTTI.

 Sono grato di aver potuto porre alcune domande a Cesare “Rad” Zanotti, una persona speciale, una persona vera, autentica!

Un grandissimo professionista ed un artista completo.

Ho avuto modo di vederlo in palco molte volte con i mitici RAD1 di cui è il leader storico ed è stata sempre un’esperienza travolgente… provare per credere!

Ho voluto pubblicare l’intervista per intero, senza alcun taglio perché, fidatevi, non c’è nulla fuori posto nelle considerazioni fatte da Cesare!

Stimo l’artista e stimo l’uomo e forse anche il lettore si appassionerà leggendo la sua… passione! Rock’n’Roll!

PERTH: Ciao Cesare, i nostri lettori sono amanti della Musica, come sono solito dire, con la “M” maiuscola. La domanda che si fanno in molti è: che fine farà nei prossimi anni? E non mi riferisco al tremendo periodo che stiamo vivendo ma anche ai Talent che imperversano nei media o ai Festival, Sanremo in primis.

CESARE: Ciao a te e a tutti i lettori! La domanda che mi fai è la spada di Damocle di qualsiasi musicista/cantante/appassionato di musica. Ci penso ogni giorno e ci vorrebbe un tomo della Treccani (vedi come sono “Old School”?) per esprimere il mio pensiero. Detto questo provo a riassumerlo in pochi concetti. Odio i Talent in generale, non come trovate televisive, in quel senso funzionano alla grande, li odio per come trattano la musica ed i cantanti in generale. Quando sei giovane e non vedi l’ora di diventare “ricco e famoso” firmeresti di tutto per raggiungere il tuo obiettivo ed i Talent si cibano di questa forma malata di arrivismo. I Contratti si firmano un po’ alla cieca prima ancora di sapere se andrai in onda e di fatto sono pagine di paragrafi che fondamentalmente si riassumono in “Nei prossimi X anni se piaccio al pubblico potete fare di me quello che volete”. Diciamo che Amici, Xfactor, The Voice e compagnia bella sono diventati la versione moderna del “patto col diavolo” che Robert Johnson firmò per diventare una leggenda del fingerstyle. L’unica differenza sta nel fatto che mentre R.J. vendette la sua anima per diventare BRAVO ora ci si vende per diventare FAMOSI. E’ molto diverso. Una volta bisognava necessariamente essere BRAVI per diventare famosi oggi invece… beh… è lì da vedere. Tuttavia non credo che né i Talent né Sanremo siano la causa del cambiamento epocale che sta subendo il modo di fare musica. Per esempio: nonostante Sanremo esista da prima dei PINK FLOYD, i PINK FLOYD hanno potuto fare dischi e ancora oggi ascoltiamo in tutto il mondo capolavori tipo “Dark Side of the Moon”, non credi? Il problema vero è un altro e si chiama internet, ovvero il consumo veloce e sconclusionato di musica mista ad immagini, la sensazione di avere tutto a disposizione con un click, la possibilità di skippare traccia dopo pochi secondi, la coscienza che la musica non abbia valore… E qui devo chiedere scusa. Devo scusarmi con un musicista che ho odiato tantissimo (fu facile, lo odiavano tutti!) che risponde al nome di Lars Urlich (batterista dei METALLICA; n.d.a.). Per quanto ancora oggi non brilli né di simpatia né di “altro” beh… sulla questione NAPSTER aveva ragione. L’avvento del peer to peer fu davvero l’inizio della fine. La cosa peggiore fu l’estinzione dei “negozietti” di vinili (Musicassette, CD etc…) e con essa la scomparsa dell’amico al bancone verso il quale si nutriva rispetto e fiducia, l’uomo che ti consigliava le uscite migliori. Si è estinto il rito del: “risparmio, lo compro, me lo porto a casa e lo ascolto”. Il fatto è che doveva andare così. Non c’erano alternative. Di fatto da allora è cambiato tutto.

PERTH: Come e quando è nata in te la passione per la Musica? Ci racconti brevemente la tua storia?

CESARE: Parto col dire che sono l’unico della famiglia con questa passione. I miei genitori non erano musicisti anzi, la loro musica preferita era una canzone che continuavano a cantare a squarciagola e faceva più o meno così: “PIANTALAAAAAAA!!!! ABBASSA QUELL’AMPLIFICATOREEEEEE!!!!” ma quando la scintilla c’è non ci sono ostacoli che tengano, solo il gusto di buttarli giù. Trovo però corretto dire che nel tempo si sono assolutamente redenti e sono diventati miei sostenitori. Avevo sette anni quando mio Zio Cesare (si chiamava come me) mi chiese: “Per il compleanno vuoi una chitarra o un violino?”, ancora prima di dire “chitarra” avevo la mano destra alzata col simbolo delle corna. :-D. Mi iscrissero subito alla scuola di musica di Pavia (Conservatorio “Franco Vittadini”) e il resto è storia. Studiavo musica classica ed ascoltavo i BLACK SABBATH. Non male per un bimbo che frequentava le scuole elementari e per giunta dalle Suore Salesiane. Se ci ripenso mi viene da ridere. Quando ero ragazzo avevo degli amici speciali. Tutti ottimi musicisti e tutti più bravi di me. Nel mio oratorio ce n’erano tantissimi, ma mica bau bau micio micio, gente a mio avviso superdotata fra cui ad esempio colui che diventò poi Jantoman, il tastierista di ELIO E LE STORIE TESE, giusto per citarne uno, ma potrei nominarne almeno venti, tutti mostruosi. E’ stata una benedizione dal cielo, mi bastava sentire loro per migliorare, figuriamoci quando poi ho avuto il privilegio di suonare insieme a loro. In seguito da adolescente fui “obbligato” a cantare in una delle mie prime band, cominciai allora a studiare come un pazzo la voce perché, detto inter nos, ero veramente una pippa. Non ero convinto di fare il cantante fino a quando vidi il tour di Operation: Mindcrime dei QUEENSRYCHE, uscii da quel concerto totalmente cambiato. Avevo ben chiaro che DOVEVO fare quella roba lì. Quando conobbi Geoff Tate (voce dei QUEENSRYCHE) dopo diversi anni glielo dissi: “Io faccio il cantante per causa tua!” e lui: “Che responsabilità! Spero che ti vada bene!” ed io: “Certo non sono il cantante dei QUEENSRYCHE ma non mi lamento!” e scoppiammo in una sonora risata. Comunque il percorso che consiglio anche ai giovani è sempre il solito: scuole, ricerca di insegnanti validi, esperienze formanti e tanta tanta sala prove. Nel mio percorso ho cambiato diverse scuole fino al giorno in cui incontrai Gloria Rusch, corista di STEVIE WONDER, la persona che mi ha ribaltato come un calzino, una vocal coach incredibile, quella che curò tutte le voci dei Mr.BIG nel capolavoro “Lean to it”. Mi prese in simpatia e mi fece capire quando la voce abbia un lato artistico e uno tecnico\fisico senza il quale potresti essere il più grande artista del mondo ma fallire miseramente nell’impresa di essere “cantante”.

PERTH: Il DNA dei RAD1, la Band che guidi da molti anni, si è affermato realizzando brani rivisitati di altri artisti, ci vuoi dire cosa significa NO COVER BAND?

CESARE: Quella definizione ci fu incollata addosso dal gestore di un noto superclub live italiano. Abbiamo sempre cercato (col massimo rispetto) di rendere più “nostre” le canzoni che suonavamo live. Si chiama EGOISMO oppure SUPERBIA, scegli tu (ride). Di fatto venivo da cinque anni di tour ininterrotto coi MISTER X, unica mia esperienza di “cover band” coi quali feci diverse centinaia di concerti. Mi trovavo in un punto di non ritorno per cui il mio “lavoro” era quello di intrattenitore live sebbene io avessi avuto sempre il bisogno di scrivere brani originali. Ho lasciato quella band per inseguire quel sogno: “sopravvivere” di inediti. Si, sopravvivere, non ero desideroso di fama, mi sarebbe bastato placare la fame. :-D. I RAD1 nascono da un progetto di inediti che avevo composto io e che dovevano essere proposti live all’interno di uno spettacolo di cover “sui generis”. Spesso però le cose non vanno come dovrebbero. Non è colpa di nessuno (si, sto mentendo in favore del politically correct) e con un contratto in mano, davvero in mano, ce l’ho ancora… abbiamo gettato alle ortiche il progetto di inediti per continuare nel remaking che però dopo anni è diventato di gran moda. Siamo stati a nostro modo dei precursori… un premio di consolazione. Comunque poco male. Alcuni di quei brani che avevo scritto sono usciti per altri artisti e forse hanno venduto più di quanto potevano vendere con noi… altro premio di consolazione. 😀

PERTH: C’è una “Cover” che non faresti mai neanche ri-arrangiata in chiave RAD1?

CESARE: No. Non credo. Anzi: potremmo lanciare una sfida! Diteci quale secondo voi è il brano più brutto del mondo che lo riarrangiamo e lo facciamo diventare fighissimo! 😀 La musica è un gioco, se non si gioca che musica è?

PERTH: Le tracce del vostro album Chiavichesuonano mi accompagnano da anni soprattutto in auto. E’ un disco che rappresenta a pieno i RAD1?

CESARE: INNANZITUTTO GRAZIE! Mi fa piacere!!! Quel disco Rappresenta i RAD1 del 2001 e con questo non voglio non riconoscerne l’indubbio valore personale e della band, so come è nato e cosa c’è dietro ma io sono essenzialmente un tipo crossover. La musica mi piace TUTTA e non smetto mai di evolvermi quindi chissà cosa succederà domani! Potrei lanciarmi in un progetto progressive-liscio, chi lo sa? In Chiavichesuonano c’erano Rock, Pop, Jazz, Canto a cappella, Heavy… quindi potrebbe succedere tutto.

PERTH: Credo che la passione per la musica porti alla fine ad esprimere delle composizioni originali… hai in parte risposto ma puoi specificare meglio?

CESARE: Il sogno è quello di arrivare agli inediti coi RAD1. Sarebbe facile buttare fuori roba a caso, avremmo già una discografia enorme sulle spalle ma sarebbe spazzatura come la maggior parte della musica inedita degli ultimi anni. Io non so se mai ce la faremo, ma se lo faremo sarà speciale. Almeno per noi. È una promessa… anzi, un giuramento!

PERTH: Credo che un artista debba portare i giovani (e non solo) ad amare l’arte e tu lo fai dal palco ed anche con la RAD1 Music Factory, ce ne parli?

CESARE: : La Factory era nella mia testa già dal 2001. Credo che siano proprio i musicisti con un certo tipo di esperienza e di trasporto emotivo che dovrebbero aprirsi alle nuove leve e raccontare il proprio mestiere con la mano tesa. Purtroppo le realtà che io ho “subito” da allievo (Gloria Rusch esclusa) sono state di musicisti frustrati che non avevano voglia di raccontare la musica agli allievi. Provavano noia nell’insegnare ai meno dotati e “paura” nell’insegnare a quelli che avrebbero potuto diventare loro concorrenti. Ovviamente io appartenevo alla prima categoria. La mia insegnante di chitarra non mi sopportava… cercava di insegnarmi “Asturias” dedicandomi si e no un quarto d’ora in luogo dell’ora che avremmo dovuto fare e si arrabbiava perché nei minuti in cui lei si dedicava ad altro io strimpellavo “Paranoid” (dei BLACK SABBATH). Ecco: quella roba lì non è insegnare. Invece ricordo con gioia e stima il Maestro Gatta che mi ha fatto amare la teoria e i dettati. Ho iniziato a studiare musica prima di imparare le frazioni a scuola, immaginate anche solo la difficoltà di capire cosa mai volesse dire quattro quarti? Notate con che classe ho nominato il Maestro bravo e non ho fatto il nome della Maestra Vangelista… (OPS!). Comunque la Factory è una realtà bellissima, siamo a Pavia, Monza, Piacenza, Casteggio, Cava Manara e forse presto conquisteremo la terza regione che forse i tuoi lettori conoscono bene… Abbiamo Sale Prova e Studi di Registrazione a disposizione degli allievi e insegnanti davvero preparati con un sacco di passione. Si chiama RAD1 Music Factory ma ovviamente non ci insegnano solo i RAD1. Voglio ricordare il mio socio storico senza il quale sarei durato un mese, uno dei miei allievi più validi ed un insegnante impeccabile: Mauro Maggi e l’altra mia socia senza la quale Mauro sarebbe impazzito, la bravissima batterista Verdiana Gariboldi. Non nomino tutto il corpo docente per questioni di spazio ma sono egualmente eccezionali.

PERTH: C’è un’evidente storia della Musica che va onorata ed il Rock è il giusto leitmotiv delle vostre performances live. Come riuscite ad attrarre i ragazzi, abituati alla “superficie” dei vari Mahamod, Lazza, Nitro?

CESARE: Semplice. Li prendiamo a calci nel culo! Ehm… no, forse è un termine un po’ forte se tradotto letteralmente ma gli americani dicono così: “Kick Ass”. In realtà, battute a parte, siamo felici di fare quello che facciamo e forse la gente lo sente, lo vede e lo vive. Nei nostri concerti non mancano mai l’ironia e il sorriso, non ci prendiamo troppo sul serio ma facciamo le cose seriamente. Ecco: diciamo che facciamo seriamente gli scemi che fanno i seri… Ehm.. Boh… No, non lo so. Mi arrendo. Bandiera Bianca. BATTIATO (R.I.P.; n.d.a.)…Cover… Ecco le nostre idee nascono più o meno così. Siamo pazzi. 😀

PERTH: So che sei molto amico di Nillo (il tastierista dei RAD1) e si nota un’unità veramente straordinaria tra voi nei live. Negli anni si sono succeduti diversi artisti al tuo fianco… che rapporto hai oggi con gli altri membri della Band?

CESARE: Dipende. Siamo esseri umani, con i nostri pregi e i nostri difetti. Con qualcuno sono rimasto davvero in rapporti di fratellanza nonostante alcune visioni differenti, con altri meno. Io sono di natura come il “Mio Cuggino” di ELIO E LE STORIE TESE, ovvero “amico di tutti” ma non è che posso convincere a sberloni chi non vuole esserlo con me, sarebbe una contraddizione troppo evidente. Gli “ex” sono sempre ben ritrovati o “mai persi” a livello di amicizia da parte mia. Dai RAD1 nessuno, dico NESSUNO è stato mai mandato via, (tranne un unico caso di cui ovviamente non parlerò) e a chi se ne è andato di sua iniziativa dedico il brano di VASCO: “Eh… Già”. 🙂

PERTH: So che tuo figlio è un vero rocker. Cosa vorresti ricordasse di te quando sarà grande?

CESARE: Beh… Claudio per me è tutto. Darei qualsiasi cosa, farei qualsiasi sacrificio, come ogni padre credo… quando ha compiuto un anno sono caduto nel trabocchetto in cui sono caduti tutti i musicisti e come gli altri ho scritto un brano che però non ho mai pubblicato perché a differenza di qualcuno il mio obiettivo non è “vendere” le mie emozioni. Mi piace condividere i sorrisi, l’amore, le risate, l’energia… ma non venderli. L’ho scritto per Claudio e lo hanno sentito solo la sua mamma e pochissimi parenti che mi hanno implorato di pubblicarlo ma non l’ho mai fatto. In quel brano una frase dice: “Sarò l’uomo del tuo angolo solo se tu me lo chiedi…” ecco, vorrei essere questo per lui. Vorrei fosse libero di inseguire i suoi sogni e vorrei che percepisse la mia presenza quando ne avrà bisogno indipendentemente se io condivida o meno le sue passioni, fossero l’Heavy Metal o la Danza Classica.

PERTH: Hai suonato con Frate Cesare (Bonizzi) in arte FRATELLO METALLO: un mito! Ci racconti questa esperienza e qualche aneddoto?

CESARE: Amo quell’uomo. Ha un coraggio disumano. Per questo ho accettato di salire sul palco al suo fianco… Cioè suonare al Gods of Metal prima dei JUDAS col Frate che growla “Sexus, sexus, sexus! MASTURBATOR INSANAE!!!” non ha prezzo. Ha lo stesso valore di una Crociata in Terra Santa alla ricerca del Santo Graal! :-D. E non è che io sia un cattolico modello… ma mi piacciono le cose pure e vere, per me l’essenza di Dio è quella, non certo la messa domenicale e i sacerdoti in alta uniforme. Quando la cronista dell’ANSA gli chiese durante un’intervista perché facesse Heavy Metal lui rispose: “Ma scusi… la scena di Gesù Cristo in croce, con mani e piedi trapassati dai chiodi, flagellato, con la corona di spine e il costato trafitto da una lancia… lei cosa ci sente sotto? I Canti gregoriani? Io ci sento l’Heavy Metal!” E niente il fratone lì ha vinto tutto e Rob Halford (leader dei JUDAS PRIEST; n.d.a.) …MUTO! :-D. A parte gli scherzi: lo adoro davvero. Ho fatto anche un disco di musica cristiana “tradizionale” con lui. L’ho cantato io e i cori li hanno fatti i miei allievi della Factory. L’ho fatto davvero volentieri.

PERTH: Ci racconti (liberamente!) cosa vuol dire per te essere vocal coach di Fedez?

CESARE: Un vocal coach ha un compito: permettere all’artista di raggiungere i suoi obiettivi e di farlo in tranquillità e in salute, un po’ come un allenatore sportivo, non importa di quale sport si tratti. A parte le battute devo dire che Fedez è stato l’unico artista famoso che ha voluto dire ai fans: “Ho dei limiti e studio” e non solo, ha voluto che io partecipassi al suo film/reality ed ha fatto riprendere le lezioni in cui… ehm… non è che fosse proprio un cardellino diciamo. Non hai idea di quanti accordi di riservatezza ho firmato nella mia carriera di vocal coach perché “quelli famosi” non vogliono far sapere che studiano canto o vanno da un coach. In questo Federico ha davvero fatto molto per la nostra categoria almeno fino a quando non ha dedicato il suo tempo anche ad altro rispetto alla sua musica. Ho sempre sperato che potesse un giorno fare un disco “punk rock” visto che è grande fan di BLINK, GREEN DAY etc… ma mi sa che ormai… Peccato! Avrei portato un suo CD in macchina con me per la prima volta! 🙂

PERTH: Un’ultima domanda: Cesare… il Rock è morto?

CESARE: Sincero? NO. Il Rock non è morto ma ti dirò di più: esisteva prima che la corrente elettrica desse volume alle chitarre. BEETHOVEN non era forse Rock? La musica è da sempre un pugno nello stomaco, una bordata di emozioni e per me il rock è quella roba lì… Non è il Rock ad essere morto ma le nuove generazioni non sanno più cosa voglia dire sudare per ottenere qualcosa. Tramite i Social Network sono tutti convinti di essere quello che credono fino a che non ci sbattono il muso. Sono pornostar in amore, atleti pazzeschi nello sport, grandi opinionisti su qualsiasi argomento, esperti in qualsiasi cosa e grandi pop star nel campo della musica… Poi c’è la vita reale che prima o poi capita a tutti. E si pigliano le mazzate… Booom!  Così dal nulla non saranno più quelle grandi cose che credevano di essere e si accorgeranno che il loro pisellino sembrava un menhir solo ai loro occhi. Cosa devo dirti? Io sono un cinquantenne con quasi quattromila concerti nello zaino e mi fa male vedere come viene trattata la musica e come i giovani si trattino male. Speriamo in una rinascita delle menti, in una ripresa delle emozioni vere. Quando succederà il Rock sarà lì ad aspettarli pronto a prenderli a calci nel culo (nel senso inglese e positivo del termine). Forse non si farà più nello stesso modo, forse cambieranno gli strumenti… ma il Rock sarà sempre Rock. Con qualsiasi mezzo venga fatto… il Rock vivrà sempre, ne sono certo. Anche Pete Townsend (chitarrista degli WHO; n.d.a.) diceva che il Rock’n’Roll era trasportare enormi amplificatori in giro per il paese, già con l’avvento dei Kemper e degli ampli digitali il Rock aveva cambiato forma e definizione… chissà cosa sarà domani… Ciao a tutti e grazie per essere arrivati fino a qui. Vi mando un grosso abbraccio!

 

 

 

PERTH




I Malvoluti: provocazione allo stato puro con Nessuno

I Malvoluti, un nuovo complesso di giovani studenti universitari bolognesi, sta spopolando sul  Darkweb con Nessuno, un pezzo di provocazione allo stato puro, formato da un motivetto musicale che potrebbe essere il nuovo tormentone estivo.

Il testo parte quasi in sordina con una forte provocazione sull’omosessualità fino ad arrivare alle molestie clericali.

Semplice ed efficace, ogni strofa tira un forte colpo al perbenismo che circola oggi, arrivando dritta al cuore con ogni ritornello dove siamo tutti pronti a parlare di accoglienza ma alla fine … nessuno vuole un negro in casa

Basta con questa facciata in cui tutti parlano e sbraitano, in cui tutti credono che a parole si risolvano le cose, non è così, occorre essere coerenti, decisi, certi e coscienti.

Nessuno raccoglie in poche strofe alcuni dei principali motivi di malvagità del mondo, buttando in faccia ai finti buonisti la verità: parole tante fatti pochi.

Troppo comodo parlare di accoglienza ma non accogliere nessuno, di malattie ma di non curare, di diversità ostentandola come se fosse un traguardo mentre invece è una partenza.

Bravi Malvoluti, avete dimostrato che basta una canzone per dare messaggi chiari e spesso nascosti dietro a fiumi di parole.

Occorre pensare ad un nuovo modo di ragionare sia sulle diversità che sull’accoglienza, non si può in continuazione pensare a risorse infinite, non è possibile continuare a buttare soldi senza ottenere risultati, fomentando spettri di razzismo quando qualcuno osserva che in un tavolo da dieci non ci si può stare in cento.

 

E poi, diciamolo, questo paese non è venuto dal nulla, ma dalla fatica di generazioni di Italiani, che peraltro hanno costruito anche altri paesi, mica solo questo, ed ora pensiamo che tutti ne hanno diritto, così, semplicemente perché esistono?

Ma non si pensi che in questo modo aiutiamo gli altri, se distruggiamo quello che c’è perché lo disperdiamo in modo indiscriminato, facciamo il male di tutti, anche dei non italiani.

La canzone dei Malvoluti ci è piaciuta molto perché rappresenta la fiaba del re nudo, nessuno lo dice tutti lo sanno molti fingono i Malvoluti NO.

Bravi.

 

 

 

Nessuno – I Malvoluti – CCEditore musical edition




BADFLOWER: STRAPPO O CONTINUITA’?

Mi sono svegliato con una domanda stamani: come si è evoluta la musica negli ultimi anni? Ho pensato poi: per un discografico ha maggior valore scovare nuove tendenze oppure nuove “continuità”?

Un amico mi ha proposto il nuovo singolo dei BADFLOWER: F*ck the world ed ho avuto la risposta.

Già da tempo sostengo che la Musica in generale ed il Rock in particolare siano attenti a non perdere “posizioni” rispetto agli ultimi due decenni.

Seguendo Band come DIRTY HONEY, GRETA VAN FLEET e BADFLOWER ho la matematica certezza che si può emulare in modo innovativo senza per forza inventarsi uno strappo con il passato.

I BADFLOWER, combo californiano nato all’ombra degli Angeli formato da Josh Katz (voce e chitarra), Joey Morrow (chitarra), Alex Espiritu (basso) ed Anthony Sonetti (batteria), stanno solcando l’alveo dell’Alternative Rock e del Post Grunge con una personalità disarmante.

Attivi dal 2013 i BADFLOWER sono considerati dalla critica una delle più interessanti band emergenti degli ultimi anni, hanno raggiunto il successo nel 2019 con OK, I’m sick, album che ho conosciuto per i “passaggi” in Radio.

Mi aveva colpito molto la splendida ballata Ghost che ha conquistato posti di rilievo nelle Top Ten di importanti classifiche quali Mediabase Active Rock Radio, Mainstream Rock Song, Billboard etc.

I temi trattati dalla Band sono attuali e si riferiscono al complicato universo adolescenziale. Le Tracks di OK, I’m sick  trattano di suicidio, di depressione e molti altri temi, quali ansia e attacchi di panico, che riguardano proprio il frontman Josh Katz.

I BADFLOWER dal vivo sprigionano una carica che affascina, il sottofondo musicale alle tematiche trattate nei testi è duro e crepuscolare: forse sono vivo perché non volevo davvero morire (…), passaggio della sopracitata Ghost, è un grido incessante.

L’ansia della vita ed il vuoto imperante non sfociano in un edonismo tipicamente italiano (vedi trap nostrana), ma nell’invocazione di una Bellezza, anche se solo accennata!

Non avendo il dilemma dei “soldi” per dirla alla MAHAMOOD, i BADFLOWER cercano una risposta vera alla fragilità del nostro tempo. “(…) perseguiterò tutte le vite che si sono prese cura di me”, citano i BADFLOWER… che domanda!

Io non la so la risposta!

Ma sicuramente capisco che è un tentativo! Quasi un manifesto, un appello di aiuto, che noi “adulti” dovremmo accogliere!

 

PERTH

 

 

 

MA DAI! IL ROCK E’ MORTO?




Un incredibile Pass … Over.

Alla vigilia di Pasqua, all’improvviso …

“Passover” è l’Inglese per “Pasqua” e sta per “passaggio”.

Mentre gli Ebrei la celebrano per ricordare l’attraversamento del Mar Rosso dalla schiavitù d’Egitto alla libertà, i Cristiani festeggiano il passaggio dalla morte alla vita di Gesù Cristo.

Alla vigilia di un weekend così significativo, simbolo e metafora di luce, rinascita e libertà, mentre gli Italiani si accingono a trascorrere l’ennesimo weekend tra le mura domestiche, accontentandosi di guardare il cielo dalle finestre, arriva un’improvvisa ventata d’aria fresca e pura.

 

… per colpa di Clubhouse!

Stavo piacevolmente chiacchierando con la mia cara amica Laura Merli Lavagna, doppiatrice e psicoterapeuta, al termine di un’intervista sul mio Canale YouTube. O forse era un live reading, ma poco importa. A un certo punto mi offre un invito per entrare su Clubhouse. “È l’app che va tanto di moda adesso: si aprono delle ‘room’, ogni ‘room’ un argomento di conversazione, e tu entri ed esci a piacimento: puoi parlare o ascoltare”. “No, grazie!” rispondo. “Ho già il mio daffare, ci manca solo questa…”

Le ultime parole famose. Nei giorni successivi, altre due persone mi fanno lo stesso invito. “L’Universo mi sta parlando!” mi dico. Entro.

Il ragazzo che cambiava foto profilo ogni cinque minuti.

Finché una notte, durante la mia room “Il Giardino Incantato degli Eroi”, non si presenta Fabio.

Ogni volta che apre il microfono per dire la sua, c’è un sottofondo musicale di quelli adatti alla meditazione.

Il tono di voce calmo e l’eloquio lento, ispirano tranquillità e pace. Ogni tanto lo perdo di vista: poi scopro che cambia la foto profilo adattandola, di volta in volta, al fluire delle nostre parole. Bene. Dovrò aguzzare la vista.

Nel frattempo vado a visitare la sua bio e … sorpresa, scopro che è un cantante di professione: “Fabio Gómez”.

In un nanosecondo sono su YouTube ad ascoltare “Over” nella versione newyorkese (la prima delle tre).

Ok. Questo “Soul Talk” s’ha da fare. Azzardo l’invito. Accetta. Si va.

 

Una chiacchierata tra anime.

Il “Soul Talk”, l’appuntamento del venerdì incastonato nel Progetto di Ondina, è un incontro fra anime.

L’anima di Fabio ha l’iridescenza dell’opale: a seconda di come la guardi, ti rivela di sé un colore diverso, una diversa emozione.

Ha solamente otto anni, quando il cielo notturno gli regala una stella cadente: occasione preziosa, per il piccolo Fabio, per pronunciare il desiderio del suo cuore: “Io voglio fare questo!”. Il cielo lo accontenta.

Il suo Viaggio dell’Eroe inizia a Lugano nel coro gospel “Amazing Grace”. Prosegue quindi i suoi studi in Germania, in Svizzera e a Chicago (U.S.A.).

Il resto è storia. Una storia costellata di momenti gloriosi, raccolti nella bio del suo sito.

Ma torniamo all’anima bellissima di questo Artista che ha scelto di cantare Se Stesso, i suoi Valori e la Fiducia nella Vita.

 

Over, Oltre, Siempre: Un inno alla Rinascita e alla Libertà emotiva.

Il suo ultimo successo, “Over” (“Oltre”), è uscito in tre versioni nell’arco del 2020: l’anno più “incredibile” che il mondo abbia vissuto nei decenni successivi ai due “eventi” mondiali (mi diverto a usare sinonimi High Vibes).

La prima versione, quella newyorchese, è dedicata alla chiamata dell’Eroe alla scoperta di Se Stesso e del suo vero Scopo.

Oltre il perbenismo di facciata, oltre la maschera sociale, oltre al quotidiano correr dietro a falsi valori …

Oltre alla paura, all’insicurezza, alla frustrazione, c’è la libertà emotiva di chi impara a dirigere le proprie emozioni come strumenti musicali di una grande orchestra. Ed ecco che l’anima può brillare, in tutto il suo splendore.

…Una canzone che è un inno alla rinascita, un messaggio di positività, un brano che vuole motivare l’ascoltatore a riprendere in mano la propria vita, spingendolo ad andare OLTRE …  soprattutto ad avere fiducia in se stessi, in questo duro momento storico, abbattendo le paure interiori e le catene che ci ancorano nel preservare la vita … (F. Gómez)

La seconda versione si ispira all'”Arcobaleno” come ponte fra terra e cielo; soprattutto, in questo particolare momento, simbolo di pace e di speranza dopo gli inevitabili temporali che la vita ci riserva.

Per questa versione Fabio si è ispirato all’immagine mistica dell’arcobaleno che simboleggia vita, speranza, trasformazione, e collegandosi a concetti come la coesione spirituale, rappresenta l’unione tra terra e cielo.

“L’arcobaleno funge infatti da ponte tra due dimensioni: quella materiale e quella spirituale. Al suo stadio metafisico è una combinazione di colori in armonia perfetta che produce un simbolo naturale di straordinaria bellezza, una promessa di pace e illuminazione.”  (F. Gómez)

La terza versione è “Montecarlo” che, nel suo mood elegante, acquista la potenza di un sogno che ciascuno di noi è chiamato a realizzare.
“Un messaggio motivazionale pieno d’amore puro … che simboleggia l’amore come un bellissimo fiore, una rosa. Con gli occhi pieni di immenso splendore, cerchiamo tutti i momenti passati e condivisi: attimi tristi, di stupore, di felicità, con la sola consapevolezza che nulla ci può accadere se ci aggrappiamo a questo sentimento, amore puro, che ci insegna a essere migliori.
Vorremmo non svegliarci da questo sogno che ci regala l’eternità mentre i colori si fondono per crearne di nuovi.
Noi persone comuni continuiamo ad amarci per scoprirne i contenuti, per creare un nuovo “Over”, oltre. (Fabio Gómez)
… ora voglio che sia Fabio a raccontarsi, portandoci  con lui tra giochi d’acqua, fiori di loto, profumi d’incenso, musica e candele accese qui e lì. Perlomeno, questo è ciò che “vedo” mentre continua a parlare di Sé, ‘sto ragazzone dal cuore grande!

 

Fabio ama Ondina!

Una cosa è certa: Fabio ama il Progetto ed è proprio la piccola Ondina ad averlo attratto nella sua prima room su Clubhouse: “Il Giardino incantato degli Eroi”!

Ogni lunedì, mercoledì e mercoledì alle 23:00, il Giardino della Buonanotte apre i suoi cancelli a visitatori occasionali e, soprattutto, a Eroi dei nostri giorni che, consapevoli del potere creativo delle loro Parole, condividono le loro storie dando vita a nuovi mondi.

Per approfondimenti sul suo curriculum artistico, vi rimando sempre al sito.

Ed ecco, per la vostra gioia, le clip delle tre versioni di “Over”:

la prima interamente girata a New York e dedicata al Cambiamento come Rinascita interiore;

la seconda, “Rainbow”, girata all’interno dell’affascinante Palazzo Malacrida di Morbegno, in Valtellina;

la terza, “Monte Carlo Mix”, realizzata nelle ville settecentesche tra l’esclusiva location di Villa Geno sul Lago di Como e Palazzo Malacrida a Morbegno.

L’intervista – “Soul Talk” – è qui.

Per concludere in Bellezza questa Pagina di Diario ho scelto un aforisma coniato dal papà di Fabio: “L’amore non si cerca: ti trova”.

… e due frasi di Fabio: “È necessario far tesoro di questo particolare periodo storico per concentrarci sui nostri sogni e creare un circolo virtuoso di persone alle quali vogliamo bene.”

“Ciascuno deve rimanere in ascolto del proprio cuore, della propria anima, e così facendo rimanere sintonizzato sui propri sogni.”

I Valori che riemergono con lui, alla fine della storia, sono: l’Amore, la Fede e la Libertà di sognare.

Alla prossima, Eroi!

Ondina Wavelet (Jasmine Laurenti)




METTI UNA CENA AI TEMPI DELLA PANDEMIA.

 

Metti una cena ai tempi della pandemia; metti quattro amici che non sono soliti parlare solo di scarpe à-la-page o dell’ultima ricetta vista in TV; metti anche un paio di bottiglie di Vouvray di troppo ed ecco che i componenti della miscela – o del cocktail, se vogliamo – sono serviti a tavola.

Ma la miscela potrebbe rimanere lì, stabile, inerte, inattiva, come il marmo prima d’essere modellato dallo scultore: un’opera d’arte in nuce, e per il momento un semplice pezzo di granito.

In quella cena i fattori innescanti e gli additivi incendiari, la miscela, sono stati la musica e la domanda disarmante e provocatoria di uno dei quattro amici: “qual è la canzone che ora, in questo momento, vi sta più a cuore? Perché non le ascoltiamo assieme e poi ci diciamo il motivo della scelta?”.

Bene, si parte!

E che partenza… Chicca cita “La donna cannone” di De Gregori; in effetti è un vero boom, una delle più belle canzoni italiane di sempre, ma questo forse è secondario; il pezzo le ricorda la nonna.

Anna fa raccontare da Fiorella Mannoia come la vita vada vissuta sempre, coraggiosamente, con “Che sia benedetta” (a chi ha perso tutto e riparte da zero / perché niente finisce quando vivi davvero).

Sappiamo quanto la Musica possa pizzicare alcune corde dell’anima, come sappia farle vibrare, soprattutto se sono corde autobiografiche.

Fede fa ascoltare Francesco Renga con “Tracce di te”, brano in gara a Sanremo 2002 per esprimere la sua delusione rispetto ad un talento cristallino, sbocciato ai tempi dei mitici Timoria e ora appiattito nel nome del business delle case discografiche.

Tocca a me. In effetti ci sono parecchi artisti che nell’ultimo periodo mi hanno accompagnato, ma chi e cosa posso fare girare nel piatto? – ah no, scusate, questo lo si faceva negli anni ‘80 e ‘90, quando la tua esistenza, il tuo essere al mondo dipendeva solo dalle note che il vinile gracchiava sul giradischi; ora bisogna dire che lo ricerchi in Spotify o Apple Music.

Non ho dubbi: il Niccolò Fabi di “Un mano sugli occhi”.

Dopo l’ascolto mi viene chiesto perché ho scelto questa canzone.

Alcuni lunghi istanti di riflessione che sembrerebbero preludio ad un discorso ispiratissimo, ad una dissertazione sulla filologia insita nei testi della canzone italiana contemporanea e le uniche parole che escono sono: “Perché in soli tre accordi ha saputo descrivere l’Amore nella sua semplicità”.

Semplice. Troppo semplice come spiegazione? Provate ad ascoltarla, magari a luci spente o ad occhi socchiusi, magari con un vostro caro accanto e forse ognuno darà una sua interpretazione, magari legata al preciso istante in cui la state ascoltando.

Per me il testo descrive l’Amore come “compenetrazione” di due pianeti diversi (tu insegni il silenzio / in tutte le lingue del mondo / io scrivo d’amore / ma mi nascondo) e come legame di profonda condivisione (sarà più facile in due rimanere svegli), fatto di cadute (hai fatto finta di non vedere / quando tradivo, giocavo, imbrogliavo) e di aiuto reciproco nel risollevarsi (ma ancora adesso stringiamo i pugni / e non ce ne andiamo da qui).

Nella parte finale è un crescendo musicale e i versi finali descrivono l’Amore come “una somma di piccole cose” (tu non parli mai / ma ciò che vuoi / è solo un giorno normale) e del suo naturale evolversi da innamoramento a qualcosa di diverso e più maturo (non è più baci sotto il portone / non è più l’estasi del primo giorno / è una mano sugli occhi prima del sonno / è questo che sei per me). L’uomo è per sua natura teso verso qualcosa di più grande, verso la ricerca di felicità che a me piace chiamare “risposta alle proprie domande”.

Alla domanda su cosa sia l’Amore tanti musicisti, poeti ed artisti hanno provato e proveranno a dare una personale risposta.

Niccolò Fabi è grandissimo interprete di questa ricerca e la sua musica mi è di conforto in questo momento così pesante e strano.

 

RIGE




Sanremo oggi più che mai rock…

Ci siamo lasciati alle spalle pure la 71ª edizione del Festival della canzone italiana e credo che nessuno sia troppo triste neanche quest’anno.

Per la critica, per i media, per gli sponsor e pure per il pubblico (solo da casa, vista l’assenza di spettatori nella platea dell’Ariston), è stato un vero successo.

Lo era prima di iniziare, come ogni anno, e lo è stato anche ora che è finito.

Ma andiamo con ordine.

Fino allo scorso anno la musica trap ed il suo dio, quell’idiozia colossale ed antiartistica chiamata Auto-Tune, hanno permesso l’ingresso nella finzione discografica a veri e propri cani ululanti, incapaci di una dizione media ed incapaci pure di infilare in una singola frase un soggetto, un predicato verbale ed un oggetto.

Presenza scenica, costumi, provocazioni al limite della decenza e la parità di genere ridotta a commedia kafkiana; questo è stato il Festival dello scorso anno!

L’edizione 2021 invece ha esteso lo spettro musicale a più generi, pur mantenendo un filo con alcuni “interpreti” di un modello culturale prettamente estetico e provocatorio, legato al movimento trap.

Imitare precursori “glam” del calibro di DAFT PUNK, SLIPKNOT, KISS, il grande DAVID BOWIE e, dalle nostre parti anche i TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI, non renderà artista chi non lo è… pagliaccio invece si!

Così Fabrizio Rioda dei RITMO TRIBALE sulle apparizioni del Festival 2021 di Achille Lauro: “Non voglio togliere nulla ai vestiti di scena (così si chiamano) e alla performance (così si chiama) del buon Achille. (…) Buona finale sul divano, ragazzi. Che atroce pagliacciata!”

Mi domandavo e ci domandavamo lo scorso anno quanto ci avrebbe messo a scomparire la Musica in Italia; ma quest’anno è stato diverso, quest’anno, le Majors, prese dal timore del calo delle vendite e dell’interesse, soprattutto dei consumatori più giovani, hanno optato per scelte più Rock ed anche più neo melodiche, puntando sui non-più-tanto-giovani e sui non-più-tanto-big. E’ stato bello per me vedere i MANESKIN sul gradino più alto del podio sanremese con la loro “Sono fuori di testa”.

Una band che suona per davvero, sbaglia pure gli assoli, ma che porta in palco la propria musica  e lo fa con passione e dedizione… altro che Auto-Tune!!!

Parlando di Rock e di Sanremo, non tutti sanno che legata alla città che ospita la più famosa manifestazione canora italiana c’è un’altra manifestazione musicale…

sanremorock uemmepi

Sanremo Rock! Ho avuto la fortuna di partecipare alla finale con la mia band, gli UEMMEPI, tre anni or sono.

Per giungere in finale il percorso è stato lungo,  fatto di concerti e di giurie provinciali, regionali e nazionali.

Più di tremila artisti e band Rock, R’n’B, Soul, Jazz, Jive e Rockabilly provenienti da tutt’Italia e tutti con la propria musica e qualche sogno.

E’ stata un’esperienza unica tanto che, se il pubblico a casa avesse potuto vedere (e ascoltare!), avrebbe compreso di più il movimento musicale “underground” che esiste in Italia e forse avrebbe smesso di bere la spazzatura sdolcinata e smancerosa che il potere mediatico ci propina da molti anni! Tornando al Festival 2021, si deve riconoscere comunque al “grande esperto”, “profondo conoscitore di musica” nonché “Direttore Artistico” della Suprema Manifestazione Canora (ovvia l’ironia… Amadeus è un presentatore, non un critico musicale, ricordiamocelo! N.d.a.) il merito di aver dato retta alle Discografiche.

Ha puntato infatti su due cavalli di razza: la “Oriettona” Berti (in gara) e Ornella Vanoni che, a 86 anni suonati, potrebbe insegnare a cantare a quasi tutti gli artisti presenti all’edizione 2021 (escludo dalla lista Arisa e Francesco Renga!) ed alcuni ospiti di eccezione: Fogli, Tozzi, Zarrillo.

L’edizione 2021 è stata molto seguita e forse c’è da riflettere su come poter proporre il prossimo Festival della Canzone Italiana, perché siamo ancora lontani da una proposta culturale vera.

Per risollevare la Musica (con la “M” maiuscola) dall’immensa mole di immondizia in cui la discografia moderna ha contribuito a sprofondarla, ci vuole ben altro che un riff iniziale impeccabile della canzone vincitrice a Sanremo, oppure il testo coraggioso e pressoché perfetto di WILLIE PEYOTE: “Le major ti fanno un contratto se azzecchi il balletto e fai boom su Tik-tok” [questa la bellissima frase del brano in gara: “Mai dire mai (La Locura)”; n.d.a.].

Ci vuole cultura! Ci vuole un’educazione musicale, soprattutto dei giovani. Ci vogliono i veri maestri al servizio dell’Arte.

Non mi soffermo a parlare di altri artisti in gara, perché sono state a mio avviso delle mediocri comparse.

Una delusione c’è, per me che sono cresciuto con le sue canzoni ed i suoi vocalizzi: Francesco Renga.

Ma forse sono lontani i tempi dei TIMORIA.

 

 

PERTH

 

 

 

 

 

 

Festival di San Remo, ultima fortezza del monopolio della Musica!

OSCAR: “PERSA UNA GRANDE OPPORTUNITA’ AL FESTIVAL DI SANREMO”




OSCAR: “PERSA UNA GRANDE OPPORTUNITA’ AL FESTIVAL DI SANREMO”

 

Lo scorso anno in piena prima ondata pandemica abbiamo intervistato Oscar Giammarinaro degli Statuto (BetaPress.it – EZIO BOSSO, UNO DEI MODS: Intervista a Oskar degli Statuto) che ci ha raccontato della grande amicizia con Xico, il Maestro Ezio Bosso.

Dopo la prima serata del 71° Festival della Città dei Fiori, ho commentato in un post FB quel che pensavo: Maneskin bel riff e GRANDE Willie Peyote! Tutto il resto… il solito clichè! Dispiace che il mitico Oskar degli Statuto non sia stato ammesso con un pezzo in onore del grande Xico (Ezio Bosso)!

Desidero ora condividere e pubblicare integralmente il pensiero d Oscar postato sulle sue pagine Social.

PERSA UNA GRANDE OPPORTUNITA’ AL FESTIVAL DI SANREMO

Considero totalmente riprovevole, incomprensibile, triste e avvilente che su ben cinque serate di trasmissioni del Festival della Canzone Italiana, durate almeno quattro ore ciascuna, non sia stato trovato il tempo per ricordare anche solo con una frase, un pensiero, un’immagine il Maestro Ezio Bosso, uno dei più grandi compositori contemporanei che nel 2016 aveva illuminato e impreziosito il palco del Teatro Ariston con un’esibizione rimasta unica nella storia per coinvolgimento, emozione e umanità. Ezio Bosso, con il suo sorriso, la sua sensibilità, il suo coraggio seppe dimostrare in pochi minuti che davvero “tutto è possibile”, regalando forza, speranza e amore a tante persone,specialmente a quelle in difficoltà.

Ezio Bosso, compositore strabiliante e geniale, direttore d’orchestra e anche pianista, arrivò dritto nel cuore degli Italiani con parole sublimi (grazie anche alla eccellente professionalità di carlo Conti) e un’esecuzione struggente che,oggettivamente, è rimasta una delle perle migliori di tutte le edizioni del Festival. Escludo problemi “aziendali”, in quanto la RAI ha dato a Ezio Bosso molto spazio e programmi prestigiosi in date e orari fondamentali e ricordo, commosso, la sua ultima intervista rilasciata proprio all’amico Fausto Pellegrini su Rainews 24,poco prima della sua scomparsa. Non mi permetto di esprimere valutazioni artistiche, musicali o televisive sulla qualità del 71°Festival della canzone italiana,non ne ho alcun interesse e neanche le competenze necessarie, ma esprimo sdegno per non aver sentito o visto il nome del musicista che ha portato l’eccellenza musicale italiana nel mondo proprio in quel programma in cui la musica è, comunque, la parte più importante e che Ezio Bosso aveva deciso di valorizzare, esibendosi al pianoforte.

Quello che è il programma TV più visto, ha perso una grande occasione per dar lustro a quello che, nonostante tutto, dovrebbe continuare ad essere un servizio pubblico.

 

 

 

PERTH

 

 

 

 

 

 

EZIO BOSSO, UNO DEI MODS: Intervista a Oskar degli Statuto.

Festival di San Remo, ultima fortezza del monopolio della Musica!

Il mondo della musica, e non solo, piange Ezio Bosso

 




MA DAI! IL ROCK E’ MORTO?

 

Premetto che le mie riflessioni non vogliono essere una accanita difesa (per dirla alla Jack Black di School of Rock) del dio del Rock… lui non ne ha sicuramente bisogno!

Non mi sognerei mai inoltre di criticare altre testate, perché non la pensano come il sottoscritto; tuttavia mi infastidisce alquanto la superficialità con cui alcuni noti giornalisti musicali (che non citerò per non offrire loro della visibilità gratuita) si cimentano in articoli senza capo né coda con a tema “La morte del Rock”.

Il lettore di BetaPress conosce bene la filosofia del nostro quotidiano online e sa che il compito dei suoi cronisti è quello di porre delle riflessioni libere, gli obiettivi sono quelli della proposizione analitica e dell’oggettività responsabile.

Invece nell’epoca in cui i Social generano quotidianamente tonnellate di “fuffa” mediatica condita da incompetenza, sentimentalismo ed illogicità, il compito della stampa specializzata dovrebbe essere quello di indirizzare i lettori verso concetti autentici e documentati. Purtroppo non è così!

Ma arrivo alla domanda: il Rock è morto?

Il Rock non è morto, ma con lealtà si può parlare certamente di declino. Il Rock è un “phylum” musicale composto da una miriade di sottocategorie (più di 70!), servirebbe un’attenta analisi per addentrarsi nel suo complesso “subphylum” e non basterebbero queste poche righe per raccontare tutte le evoluzioni ed i profondi mutamenti che ha subito negli utimi decenni.

Per più di 60 anni il Rock è stato una bandiera per intere generazioni di giovani che ha suscitato vere rivoluzioni politiche e sociali. E’ stato un mezzo potente di contestazione e denuncia e nel contempo un grido di amore, di bellezza, di verità.

Ma è negli ultimi 20 anni che si è consumato un radicale cambiamento nella società, che ha portato il Rock ad essere prerogativa quasi esclusiva degli appassionati, quasi tutti musicisti.

L’attrazione per il Pop, il Rap, il Trap, l’EDM ed altri generi più “digeribili” è evidente e va di pari passo con il mutamento dei tempi. La mia non vuole essere una critica ad altri generi diversi dal Rock, bensì una vera e propria denuncia contro la musica (in genere!) “usa e getta”, culmine della sporcizia (in termini artistici si intende!) in cui il “protagonista” vale più dell’artista e qualsiasi cane ululante, aiutato dalla tecnologia, può diventare (perfino!) un cantante.

Tutto il mercato musicale è diventato più veloce, più superficiale, la musica è smaltita in poco tempo e deve contenere messaggi commerciali più o meno palesi, il “product placement” infatti è diventato parte centrale ed integrante della musica dell’era moderna.

Il Rock invece è il genere musicale meno adatto a contenere messaggi pubblicitari di posizionamento di un prodotto e difficilmente si sposa con la comunicazione commerciale, a meno che non si tratti di grandi Artisti Planetari, che sono divenuti Brand Commerciali essi stessi.

Le imposizioni legate al business discografico, unite alla completa mancanza totale di valori (e qui metto in primo piano l’incapacità genitoriale della mia generazione), hanno contribuito enormemente a facilitare un forte individualismo ed una completa atarassia verso l’Arte da parte dei giovani, per cui il Rock, con la sua storia ed i suoi messaggi a volte complessi, non è più interessante.

Odio da anni l’estremo conservatorismo dei duri e puri del Rock tanto quanto odio, ed il lettore conosce bene la mia posizione in merito, l’intero apparato discografico che ha il grave torto di aver prodotto della musica scadente, attraendo grandi masse di giovani e favorendo il dileguarsi delle parole “Talento”, “Arte” e “Vocazione” e … “(…) lasciando alle generazioni future il vuoto di una musica techno rimanipolata al computer … ritmi ormai sintetizzati, canzoni che inneggiano la violenza e spazzatura sdolcinata slavata e smancerosa”, per citare il solenne monologo di Elwood Blues nel sequel dei Blues Brothers.

Uno dei fenomeni che ha contribuito al declino del Rock è quello che chiamo “artificial lung” e cioè “polmone artificiale”.

Le Majors sfruttano il più possibile artisti in età pensionabile o addirittura non più fra noi (Lemmy dei Motörhead ha venduto più dischi da morto che da vivo; n.d.a.), gente che a 80 anni è ancora sulla breccia ed è obbligata a pagliacciate tra live, studi di registrazione e promozione.

Questi gruppi storici stanno completamente oscurando le giovani rock band che, non avendo attenzione da parte delle Etichette Discografiche, finiscono per suonare cover degli stessi dinosauri del Rock, che oscurano le giovani bands. Insomma un loop destinato a durare fino all’infinito, o quanto meno fino a completa estinzione dei rocker triassici.

Ma per fortuna l’incapacità di produrre talenti emergenti da parte delle Majors non ha impedito al Rock di poter continuare ad esprimersi.

Ogni giorno infatti nascono band rock molto valide che produttori illuminati, quasi sempre legati ad Etichette Indipendenti, continuano a scovare in qualche garage e, rischiando in proprio, decidono di investire sui giovani talenti.

Questi sono i veri artefici del cambiamento!

L’augurio è che nascano e vengano scovati migliaia, milioni, centinaia di milioni di artisti (non solo rockers) a cui venga lasciata piena libertà creativa. Da tenere d’occhio sicuramente le seguenti band italiane che vi consiglio di ascoltare: DHARMA 108,  CASABLANCA ed i giovanissimi ENDLESS HARMONY della bravissima Pamela Pèrez (voce) con cui recentemente con la mia band, gli UEMMEPI, abbiamo avuto l’onore di dividere il palco.

Affinché emerga la creatività e la vera Musica, come la vera Arte, servono delle guide, degli educatori che pongano al centro il Bello della Musica perché il problema non è Rock sì e Trap no!

Senza testimoni ed appassionati educatori non ci sarà cultura e quindi chiarezza tra la contrapposizione di motivetti insulsi e degradanti legati al largo e veloce consumo e l’Arte vera.

Il grande Blu Lou (Marini) in una recente intervista mi disse: Non siamo più abituati ad accompagnare i giovani nell’ascolto dell’arte vera che apre la mente ed il cuore al bello! Se un giovane sapesse con quale violenza la macchina pubblicitaria delle “discografiche” manipola le coscienze… tornerebbe al Blues.

Lo stesso vale per il Rock.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PERTH




NICK CAVE e la meraviglia della realtà.

 

Cosa fa di Nick Cave un artista, cioè una di quelle persone cadute “bel apposta” sulla terra e che “portano il Fuoco”, per dirla con il McCarty di The Road, che per un istante o per infiniti istanti riescono a scoprire il velo della quotidianità e che ci fanno scoprire “immagini che portano scritto: più in là” per dirla con il Montale di Maestrale?

Cosa fa di Nick Cave un artista, cioè una di quelle persone che con la loro sensibilità intuiscono e, spesso involontariamente, fanno intuire a noi ascoltatori il vero significato delle parole Amore e Morte, cioè tentano attraverso la loro arte di dare senso alla propria e nostra esistenza, di dare senso in definitiva alla realtà che ci circonda?

Da quando ascolto musica (molto) e faccio musica (poco) mi sono sempre approcciato all’arte (in senso lato, qualsiasi forma essa abbia) con un tipo di domanda che è fondamentalmente questa: ciò che ascolto/vedo/gusto mi fa andare “più in là”, mi fa porre queste domande, mi fa crescere la ricerca di senso?

La bellezza che fuoriesce da una canzone o da un dipinto o dal frame di un film mi pone questi interrogativi oppure ciò che sto ascoltando/vedendo/gustando è solo “intrattenimento”?

Di questo parlavo qualche giorno fa con mia figlia diciannovenne, in uno scontro e incontro epocale (perché siamo di “epoche geologicamente” differenti, evidentemente) in cui i nostri “epocalmente” diversi punti di vista si sono riconciliati solo nel constatare che la musica che amiamo ci dovrebbe far andare alla ricerca della meraviglia che c’è in questo mondo.

Pensavamo entrambi a quali compositori ed artisti fossero contigui a tal modo di sentire e la figura dinoccolata di Nick Cave mi si stagliava netta davanti agli occhi, per quella dimensione profetica che è resa evidente dal suo modo di esibirsi sul palco, da ciò che scrive e canta, soprattutto da come mi ha confortato nei periodi bui e portato lucidità di pensiero nei periodi lieti della mia vita, cioè, in definitiva, da come la sua arte mi sia stata ed è tuttora “vicina”.

Pensare a Nick Cave mi porta a riascoltare tutto il suo repertorio come ad una evoluzione che tende a Qualcosa, come ad un naturale crescendo del concept di canzone verso forme musicali diverse; alcune tematiche sono come fiumi sotterranei che risalgono in superficie ed alimentano perennemente la fonte.  

Come non pensare che già all’inizio della propria carriera con i Birthday Party e con le prime formazioni dei Bad Seeds il tema del bene e del male e della violenza insita nel cuore umano è stato un leit motiv che percorre molti sui testi. Uno dei pezzi più espliciti è The Mercy Seat, tratto dall’album Tender Pray del 1988, un brano capolavoro, attinto ancora nei concerti del nostro King Ink (soprannome di cui si è appropriato Nick dopo averci scritto una canzone).

Il brano narra degli ultimi istanti di vita di un condannato a morte tramite sedia elettrica – la mercy seat, la sedia della misericordia per l’appunto – e viene narrato in prima persona dal condannato attraverso un io narrante incalzante, soffocante, drammatico nel dibattersi tra bene e male, tra menzogna e verità, negli ultimi spasmi di vita.

La musica stessa è assillante: comincia con uno spoken word per poi passare alla ripetizione parossistica di quello che potrebbe essere il ritornello, il tutto ritmato da un rullante che scandisce una veloce marcetta militare.

La narrazione trova momenti topici e climaterici nelle immagini delle mani del condannato “La mia mano assassina si chiama M.A.L.E./ Porta una fascia nuziale che è B.E.N.E.” o nella descrizione della sua testa, in un crescendo da film noir, che par quasi d’essere accanto al condannato: “e credo la mia testa bruci […] / e credo la mia testa fumi […] / e credo la mia testa si stia sciogliendo […] / e credo la mia testa stia bollendo”.

Il tema dello scontro tra verità e menzogna emerge nel testo: all’inizio della canzone recita: “e comunque ho detto la verità/ e non ho paura di morire” mentre l’ultimo verso della canzone sembra molto diverso: “e comunque ho detto la verità/ ma ho paura di aver mentito”.

E’ quest’alternanza di chiaro e scuro, di divino e diabolico, di speranza e disperazione, di peccato e redenzione che rendono le teofanie di Cave così attaccate alla realtà, così credibili, quasi fossero dei vestiti fatti su misura per ciascuno di noi, dove Dio, o quello che intendiamo per concetto di divino, lo intra-vedi da una porticina piccola-piccola, ma che essendo aperta fa percepire la luce che proviene dall’interno.

D’altro canto due dei suoi scrittori preferiti – ce lo dice esplicitamente Nick nella rubrica online che dal 2018 tiene con i fans, The Red Hand Files – sono William Faulkner e Flannery O’Connor e le idee dei due autori sudisti al riguardo sono molto esemplificative.

Sentite la ragazza di Savannah cosa scrive nelle sue Lettere: “C’è qualcosa in noi, sia come narratori che come ascoltatori, che richiede l’atto di redenzione, al fine di offrire a chi cade la possibilità di risorgere» e poi ancora “In breve, leggendo ciò che scrivo, ho constatato che argomento della mia narrativa è l’azione della Grazia in un territorio tenuto in gran parte dal diavolo”.

Il premio Nobel Faulkner nel romanzo Requiem per una monaca fa dire ad uno dei personaggi: “La salvezza del mondo sta nella sofferenza dell’uomo“.  

Nell’ultimo suo lavoro Ghosteen, che giudico un capolavoro, uno di quei dischi che puoi annoverare già tra i migliori di questa decade appena iniziata, Cave va ad aprire un altro cassettino della sua arte, purtroppo schiuso da una ferita terribile, quale la morte del figlio quindicenne, con un registro musicale che è altro rispetto alle chitarre sferzanti e al post-punk degli inizi carriera, concedendo spazio alla creatività del fidato sodale Warren Ellis e ai suoi tappeti sonori.

Credo che quest’ultimo lavoro dimostri quanto la dicotomia di cui ho parlato sopra non abbia mai abbandonato il nostro aussie (e forse noi tutti?,) e che dall’interno di questo cassettino sia spuntata una consapevolezza non  nuova ma evidentemente fatta emergere paradossalmente dalla scomparsa del figlio e cioè che la vita, per quanto possa apparire arida e dura, va vissuta alla ricerca della bellezza, della meraviglia, facendo fruttare tutti i nostri talenti, da quelli che ci sembrano insignificanti a quelli più eclatanti.

Scrive nel primo dei suoi The Red Hand Files come risposta ad un fan: “Qual è il centro delle nostre vite? Nel caso di un artista (e magari è lo stesso per tutti) io direi che è quel senso di meraviglia. Le persone creative, di solito, hanno una propensione molto acuta per la meraviglia […]. Noi tutti abbiamo bisogno di fare un passo indietro verso la meraviglia”. 

Beh, caro Re Inkiostro, certamente l’arte di comunicarci questa meraviglia l’hai imparata molto bene!

 

RIGE




“La Musica Dell’Anima”

Un dono bellissimo.

Uno dei doni più belli che l’anno 2020 mi abbia fatto, è stato imbattermi nel Team giornalistico di BetaPress.it, con cui ho il piacere e l’onore di collaborare.

Un giorno, nella chat della Redazione, compare l’invito di “Perth” – pseudonimo di Federico Pertile, Capo Redattore Musica del giornale online – a far girare il link di un video di beneficenza.

 

Un dono nel dono!

Un click e sono sul Canale YouTube. È un video musicale, la rivisitazione di “Plush” degli Stone Temple Pilots. 

A eseguirla cinque amici sulla cinquantina appassionati di musica “grunge” che, ispirati dalle parole “Would you even care?” – “Te ne prenderesti cura?” – decidono di suonare, insieme dopo tanto tempo, una delle loro canzoni preferite. 

Che cosa c’è di speciale in tutto questo? 

C’è che questi ragazzi hanno scelto di esprimere quel che hanno nel cuore in un Linguaggio universale alla portata di tutti: quello musicale.

In barba ai limiti imposti dall’emergenza sanitaria sugli spostamenti e sulla realizzazione di eventi dal vivo, un video clip diventa un atto d’amore, un pretesto per dire: “Ehi, noi ci siamo, siamo qui e siamo pronti a dare una mano.”

 

Il segreto per essere felici.

Per Simon (voce), Rige (basso) e Perth (chitarra e background vocals), i tre musicisti intervistati che si fanno portavoce anche dei due amici non presenti – Gas (tastiere) e Alba (batteria) –  basta avere una passione ed esprimerla con tutto il cuore, in piena libertà, per dar vita a qualcosa di bello, di utile e speciale.

Ed ecco che due formazioni, “Slim Simon’s Boys” e “UEMMEPI”, si riuniscono in un super gruppo allo scopo di condividere la Bellezza della musica Grunge, suscitando in chi l’apprezza un gesto di solidarietà concreta: una donazione a favore dei numerosi progetti dell’ONG “AVSI”, a sostegno di quattrocento bambini e cinquemila famiglie bisognose in Italia e nel mondo.

I numerosi progetti umanitari di AVSI trovano supporto e promozione anche grazie al generoso contributo dei volontari dell’Associazione Santa Lucia.

Da circa un ventennio, oltre a iniziative locali come le cucine popolari e le case di accoglienza per minori, l’Associazione cura la realizzazione di un fantastico Evento di Beneficenza: la “Cena di Santa Lucia”.

Per saperne di più clicca qui.

Per guardare il video autoprodotto e autofinanziato dai cinque musicisti e dai loro amici, clicca qui. 

Nella descrizione del video trovi anche le modalità con cui puoi fare la tua donazione. Anche un euro è importante per restituire il sorriso a bimbi, ragazzi e famiglie che stanno attraversando un periodo di disagio, soprattutto dal punto di vista finanziario.

Infine, per guardare la video intervista realizzata venerdì 8 novembre 2021 in occasione del settimanale “Soul Talk”, clicca qui.

Alla prossima!

Ondina (Jasmine Laurenti).