Prof, ha sentito cosa è successo?

Ha scioccato tutta Italia la morte della bambina che per prendere parte alla Black out challenge su Tik Tok si è legata una cintura alla gola, finendo per soffocarsi.

Una tristissima vicenda, con tragico epilogo, che ha messo in allarme tutti i genitori di adolescenti e preadolescenti sul pericolo che corre in rete.

Non è la prima volta che accade, e la Blackout Challenge è solo l’ultima pericolosa moda in circolo sui social.

Ma quello che mi ha scioccato, ancor più, è stato ascoltare la versione dei miei alunni, la “loro” versione della sfida, il loro giocare alla roulette russa ai tempi dei social.

Alcuni miei alunni preadolescenti mi sono sembrati persino estranei alla tragica morte della bambina di 10 anni di Palermo, come se quello successo a lei, non riguardasse loro, loro che partecipano alle stesse sfide o per lo meno, le seguono sui social.

“E’ una gara prof., vince chi resiste più a lungo, chi non molla, puoi farlo tu il video, ma è meglio se ti prende il tempo chi ti filma…”

E così ho scoperto che la famosa black out challenge”, virale su TikTok, è per alcuni di loro una “figata”.

Ma non solo, che ci sono altre sfide, a dir poco assurde, come quella di posizionarsi allineati in tre e saltare, quello in mezzo deve saltare mentre gli altri due gli fanno lo sgambetto, in contemporanea, falciandogli le gambe, e così quello in mezzo cade all’indietro di schiena, ma vince chi resta in piedi “è solo questione di coordinarsi…”

Sono senza parole.

Di chi è la colpa?!?

Dei social che sono l’incubo dei nostri giorni, perché inducono ragazzi e ragazze a fare cose idiote, per il solo scopo di prendersi una manciata di like?!?

Dei genitori, che hanno dato un cellulare a una bambina di dieci anni?!?

Della scuola, che non ha saputo educare all’uso di questi strumenti?!?

O magari, la colpa la daremo agli amici che hanno coinvolto la ragazza nella sfida?!?

Punteremo il dito su questo e su quello, e illustri psicologi televisivi lanceranno il loro armamentario di giudizi su una generazione ormai persa e senza valori, su famiglie ormai disperate o su insegnanti incapaci e demotivati.

Certo, i social contengono trappole, insidie, pericoli.

Sarebbe da ciechi non vederli.

Ma non ha neppure senso pensare di eliminarli tutti o di vietarli in blocco.

I ragazzi di quell’età li vedono come un paradiso da raggiungere a qualunque costo, creando profilo falsi, anzi si compiacciono di falsificare l’età e di postare foto trasgressive…

Per me, prima di proibire, sarebbe bello parlarci, magari, con i ragazzi e le ragazze di quell’età.

Ne verrebbero fuori cose molto interessanti.

A me capita di farlo tutti giorni.

E vi assicuro che più ci parlo e meno riesco a trovare un solo colpevole.

Ho capito che quando una bambina di dieci anni si stringe una cintura al collo non è colpa di TikToknon è colpa della famiglia, dei social, della scuola, degli amici

Non è colpa di nessuno, ma la responsabilità è di tutti.

Ho capito che i social non sono il male.

Che anzi, proprio in questo periodo, per molti sono stati una salvezza, un modo per darsi forza a vicenda, per tenere vivi i contatti.

Ho capito che il male comincia molto prima.

Il male è non essere visti, non essere ascoltati, non avere nessuno vicino che ti chiede come stai.
Il male è doversi fare del male per ottenere un minimo di attenzione e considerazione.
Il male è il vuoto che trovi fuori, nel mondo, quando provi a farti sentire.

Il male non è che bambini e adolescenti passino troppo tempo soli con un cellulare.
Il male è che passino troppo tempo da soli, punto.

I ragazzi non li salvi cancellando TikTok.
I ragazzi li salvi chiedendo loro, tutti i giorni: “Come stai?”.

E fermandoti lì tutto il tempo che serve per ascoltare davvero la loro risposta, anche se sei stanco e, tu per primo non ce la fai più…

E questo è il punto di vista dei minorenni più fragili della nostra epoca.

Poi, per il punto di vista dei genitori, per cercare di dare loro un supporto su come combattere i pericoli delle sfide iniziate per gioco, per noia o per ottenere visualizzazioni dai loro figli, ecco i consigli della Polizia Postale che tutti i genitori dovrebbero leggere:

  • Parlate ai ragazzi delle nuove sfide che girano in rete in modo che non ne subiscano il fascino se ne vengono al corrente da coetanei o sui social network;
    Assicuratevi che abbiano chiaro quali rischi si corrono a partecipare alle challenge online.

I ragazzi spesso si credono immortali e invincibili perché “nel fiore degli anni”: in realtà per una immaturità delle loro capacità di prevedere le conseguenze di ciò che fanno potrebbero valutare, come innocui comportamenti letali.


Alcune challenge espongono a rischi medici (assunzione di saponi, medicinali, sostanze di uso comune come cannella, sale, bicarbonato, etc), altre inducono a compiere azioni che possono produrre gravi ferimenti a sé o agli altri (selfie estremi, soffocamento autoindotto, sgambetti, salti su auto in corsa, distendersi sui binari, etc).

Monitorate la navigazione e l’uso delle app social, anche stabilendo un tempo massimo da trascorrere connessi.

  • Mostratevi curiosi verso ciò che tiene i ragazzi incollati agli smartphone: potrete capire meglio cosa li attrae e come guidarli nell’uso in modo da essere sempre al sicuro.
    Se trovate in rete video riguardanti sfide pericolose, se sui social compaiono inviti a partecipare a challenge, se i vostri figli ricevono da coetanei video riguardanti le sfide segnalateli subito a www.commissariatodips.it
    Tenetevi sempre aggiornati sui nuovi rischi in rete con gli ALERT che vengono pubblicati sul portale www.commissariatodips.it e sulle pagine Facebook Una Vita da Social e Commissariato di PS Online.

 

Così, prima di andare in giro a cercare di chi è la colpa, proviamo ad assumerci ciascuno la propria responsabilità, proviamo a fare rete per combattere, insieme, i pericoli della rete…

Io, almeno la penso così, parola di mamma, di insegnante e di referente cyberbullismo…

Fonte: Polizia Postale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Distanziamento A-sociale

 




Qui e là …

… “IN PRESENZA” … “A DISTANZA” …

L’ultimo DPCM prevede per il 18 gennaio il ritorno in presenza a scuola, seppur con il limite del 50%, ma l’Ordinanza regionale lascia le scuole superiori pugliesi a distanza fino al 23 gennaio.
Dal 5 marzo dell’anno passato la scuola non è più Scuola. Il maledetto virus ha stravolto le nostre vite e oggi, quasi ad un anno di distanza, si continua a sfogliare la margherita con il dilemma tra “didattica in presenza” o “didattica a distanza”.
Nonostante tutte le sue storture, la didattica a distanza ha permesso di continuare le attività didattiche ed è stata utile e salvifica in piena emergenza. Ma oggi non possiamo più parlare di situazione di emergenza, ma di situazione di pandemia, che per essere governata necessita di una rimodulazione dell’organizzazione scolastica, non estemporanea, ma frutto di programmazione.
Certo il distanziamento, le mascherine e il gel igienizzante hanno fanno sì che le scuole siano sicure, non causa di contagi significativi al loro interno, tuttavia non possono non risentire del della situazione epidemiologica esterna, perché i casi di positività al covid o i contatti stretti generano a scuola un pericoloso effetto domino tra gli alunni, i docenti ed il personale ata.
Non possiamo andare a scuola con la paura, la preoccupazione. Questa non è scuola. Che si tema l’arrivo della terza ondata non un segreto. Il rischio di aprire e poi richiudere c’è.
L’emergenza è per definizione una circostanza imprevista, quindi non possiamo continuare a parlare di emergenza in riferimento alla scuola, il problema ha acquisito una connotazione strutturale, perché per anni si è disinvestito sull’istruzione, sui trasporti e servizi, sulla sanità ed oggi ci viene presentato il conto.
E allora? Per tornare in presenza ed evitare che ogni regione vada in ordine sparso è necessario vaccinare il personale scolastico, sottoporre tutta la popolazione scolastica a test rapidi, dotare ogni scuola di termoscanner per la rilevazione della temperatrura, di sistemi di aereazione di classe per lo più sottodimensionate, risolvere il sovraffollamento dei mezzi di trasporto pubblico.
Bisogna stare sui fatti, sui casi concreti e su questi prendere decisioni: riaprire oggi la scuola sarebbe un rischio eccessivo.
Continuiamo con la didattica a distanza, consapevoli di tutte le sue storture, ma altrettanto consapevoli del grande rischio di tenere tutti in classi sempre più numerose e in aule non adeguatamente dimensionate e con difficoltà al ricambio aria, adesso che le temperature non permettono di spalancare le finestre.
La Scuola con la S maiuscola è solo in presenza, ma ciò vale in periodi ordinari e non straordinari come quello che stiamo vivendo, proseguiamo con la didattica a distanza, aspettando i primi effetti dei vaccini e non rischiare di provocare una terza ondata di contagi che sarebbe più deleteria delle precedenti.
Ai nostri ragazzi possiamo dire “Non è vero che questo sia un anno perso. Dimostrate il contrario, studiate non per il voto, ma per voi stessi, dimostrando così di essere più capaci di chi dovrebbe decidere per voi”.

Pio Mirra

Dirigente Scolastico




“La Musica Dell’Anima”

Un dono bellissimo.

Uno dei doni più belli che l’anno 2020 mi abbia fatto, è stato imbattermi nel Team giornalistico di BetaPress.it, con cui ho il piacere e l’onore di collaborare.

Un giorno, nella chat della Redazione, compare l’invito di “Perth” – pseudonimo di Federico Pertile, Capo Redattore Musica del giornale online – a far girare il link di un video di beneficenza.

 

Un dono nel dono!

Un click e sono sul Canale YouTube. È un video musicale, la rivisitazione di “Plush” degli Stone Temple Pilots. 

A eseguirla cinque amici sulla cinquantina appassionati di musica “grunge” che, ispirati dalle parole “Would you even care?” – “Te ne prenderesti cura?” – decidono di suonare, insieme dopo tanto tempo, una delle loro canzoni preferite. 

Che cosa c’è di speciale in tutto questo? 

C’è che questi ragazzi hanno scelto di esprimere quel che hanno nel cuore in un Linguaggio universale alla portata di tutti: quello musicale.

In barba ai limiti imposti dall’emergenza sanitaria sugli spostamenti e sulla realizzazione di eventi dal vivo, un video clip diventa un atto d’amore, un pretesto per dire: “Ehi, noi ci siamo, siamo qui e siamo pronti a dare una mano.”

 

Il segreto per essere felici.

Per Simon (voce), Rige (basso) e Perth (chitarra e background vocals), i tre musicisti intervistati che si fanno portavoce anche dei due amici non presenti – Gas (tastiere) e Alba (batteria) –  basta avere una passione ed esprimerla con tutto il cuore, in piena libertà, per dar vita a qualcosa di bello, di utile e speciale.

Ed ecco che due formazioni, “Slim Simon’s Boys” e “UEMMEPI”, si riuniscono in un super gruppo allo scopo di condividere la Bellezza della musica Grunge, suscitando in chi l’apprezza un gesto di solidarietà concreta: una donazione a favore dei numerosi progetti dell’ONG “AVSI”, a sostegno di quattrocento bambini e cinquemila famiglie bisognose in Italia e nel mondo.

I numerosi progetti umanitari di AVSI trovano supporto e promozione anche grazie al generoso contributo dei volontari dell’Associazione Santa Lucia.

Da circa un ventennio, oltre a iniziative locali come le cucine popolari e le case di accoglienza per minori, l’Associazione cura la realizzazione di un fantastico Evento di Beneficenza: la “Cena di Santa Lucia”.

Per saperne di più clicca qui.

Per guardare il video autoprodotto e autofinanziato dai cinque musicisti e dai loro amici, clicca qui. 

Nella descrizione del video trovi anche le modalità con cui puoi fare la tua donazione. Anche un euro è importante per restituire il sorriso a bimbi, ragazzi e famiglie che stanno attraversando un periodo di disagio, soprattutto dal punto di vista finanziario.

Infine, per guardare la video intervista realizzata venerdì 8 novembre 2021 in occasione del settimanale “Soul Talk”, clicca qui.

Alla prossima!

Ondina (Jasmine Laurenti).




Il senso dell’abbandono

Nella vita può capitare di essere abbandonati o di abbandonare, qualcuno, qualcosa, un luogo, sempre questo fatto, sia che sia voluto sia che sia subito, genera un senso di spiacevolezza, di tristezza, di inadeguatezza, di paura.

Questo perché il nostro organismo percepisce un cambiamento e reagisce, generando in noi una reazione che può assumere varie forme, dalla disperazione al disinteresse.

La tipologia di reazione dipende molto dal nostro vissuto e da eventuali richiami al nostro passato che questi eventi portano alla nostra memoria, spesso un abbandono infantile dimenticato può scatenarsi durante un abbandono nell’età adulta miscelando così nelle nostre reazioni un amarcord di difficile interpretazione.

Viene facile quando pensiamo all’abbandono ragionare in termini di perdita di una persona cara o di interruzione di un rapporto affettivo, in realtà uno degli abbandoni più pericolosi è quello dal lavoro.

Un licenziamento può generare un trauma  sociale molto forte perché la rottura di un rapporto amoroso ha una eco verso una persona, colei/colui che ha interrotto, nel caso di perdita del posto di lavoro l’eco si espande a livello sociale fino a far sentire l’abbandonato inadatto non tanto all’ex partner ma alla società tutta.

 Nell’abbandono, di qualsiasi natura esso sia, vi sono varie fasi che susseguono all’evento traumatico e che devono essere gestite con la massima attenzione per poter riequilibrare lo stato psicologico di chi ha perso qualcosa.

la prima fase è sicuramente quella dello stupore, molti la definiscono della negazione, ma credo che sia più giusto vederla come un momento di meraviglia, in cui la nostra mente non riesce a connettere il fatto ai suoi motivi, anche perché i motivi spesso non sono quelli dell’abbandonato ma dell’abbandonatore.

Da qui la sensazione di stupore che poi si trasforma in mancato riconoscimento dei motivi dell’abbandono e pertanto della loro negazione.

Questo è il momento più doloroso perché la nostra anima si rifiuta di credere e di razionalizzare un perché, quindi subentra un momento di panico emotivo che pochi riescono a gestire.

In questa fase conta molto poco gestire la persona cercando di spiegargli motivi o situazioni, la cosa migliore è portare l’individuo su un campo differente, in un certo senso allontanarlo dal suo sbigottimento e farlo vivere su argomenti più congeniali.

Nemmeno è utile sminuire l’abbandonatore perché ancora lo stesso riveste un ruolo fondamentale nell’abbandonato, ma è molto più importante in questa prima fase consolidare le caratteristiche dell’abbandonato riportando alla sua memoria le doti per le quali le persone lo stimano.

In coda a questa fase di stupore subentra la sottofase della negazione in cui tutto diventa senza senso perché quanto per l’abbandonato aveva valore nella relazione, qualsiasi essa sia (lavoro, sentimentale, affettiva), non è servito a mantenerla, di conseguenza la negazione del valore è un modo di difesa dalla perdita.

Proprio in conseguenza della perdita di valore subentra la seconda fase ovvero quella della rabbia o meglio del risentimento,

Questo risentimento si rivolge verso la perdita, ovvero l’ex partner, il datore di lavoro, il destino, dio, etc.

E’ proprio in questa fase che occorre una grande capacità di intervento per poter indirizzare la rabbia ed i sentimenti ostili verso un bersaglio neutrale, occorre scaricare a terra tutta l’adrenalina che la consapevolezza della perdita attiva nell’organismo.

E’ il momento delle grandi azioni, perché lo scatenarsi adrenalinico nel nostro organismo scuote mille altre emozioni contrastanti fra loro che innalzano il livello di astio nei confronti dei presunti oggetti della perdita.

In questa fase è fondamentale poter fare un intervento razionale ma soprattutto in grado di indirizzare la rabbia verso un qualcosa di tangibile, riconoscendo uno per uno i sentimenti scatenanti, identificandoli anche nella loro origine più profonda e permettendo all’individuo di convogliare la propria rabbia più verso il riconoscimento degli elementi scatenanti che verso il soggetto scatenante.

La gestione lucida di questa fase permetterà una serena consapevolezza.

La consapevolezza introduce le due fasi successive, il bisogno di trovare una quadra, una specie di tentativo di patteggiamento per riportare la situazione allo stato originario, è in questa fase che si fanno gli errori più comuni, telefonare continuamente, cercare un accomodamento, fare i fioretti o accendere le candele in chiesa, arrivando inevitabilmente alla fase della depressione.

La fase della depressione può essere quella definitiva, ovvero quella in cui il soggetto se non correttamente aiutato, trova un rifugio oscuro ma sicuro, rifugio nel quale il mix di consapevolezza e sensi di colpa ma anche la mancanza di soluzioni porta l’abbandonato a percorrere la strada della ricerca della privazione sensoriale, non si cercano più stimoli (che inevitabilmente generano ricordi), ci si estrania dal mondo e si cerca rifugio in quelli che definirei i beni stordenti, alcool, droga, evitando tutto ciò che faceva parte del mondo precedente, persone comprese.

In questa fase il ricordo di quanto perso diventa assoluto, perché rabbia e consapevolezza ci hanno fatto già bruciare tutto il brutto che abbiamo cercato per allontanare il dolore della perdita, quindi in questa fase diviene acuta la sensazione di mancanza.

Proprio in questa fase è necessario consumare tutto il dolore, fino a rimanerne esausti.

Solo così si potrà aprire l’ultima fase ovvero quella dell’accettazione.

Questa è una fase che richiede tempo ed è molto legata a come l’abbandonato è riuscito ad affrontare le prime fasi soprattutto quella della depressione.

L’Accettazione non elimina il dolore, lo mette solo al suo giusto posto incasellandolo ed archiviandolo, permettendo all’abbandonato di riprendere il suo percorso con un bagaglio esperienziale maggiore.

Quello che in tutte queste fasi sarà un elemento comune è il senso dell’abbandono, una sorta di emozione continua, un taglio dell’anima che rimarginandosi ci tiene vivi e che spesso è quello che ci aiuta a superare la fase della depressione.

Il senso dell’abbandono è qualcosa di concreto che entrerà a far parte del nostro bagaglio emotivo, un importante imprinting che la nostra intelligenza emotiva saprà gestire nei casi successivi spesso portandoci a mediare in situazioni simili o a trovare soluzioni differenti.

Il senso dell’abbandono è il vero valore che ci rimane dopo un lutto, la perdita di un amore, la perdita di un lavoro o simili.

Il senso dell’abbandono è il vero valore, perché permette di continuare liberamente e senza alcun velo a pensare ad un amore, ad una persona cara, ad un’esperienza vissuta tenendo tutto come patrimonio del cuore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Covid19 = aumento della depressione




Manuale degli aiuti umanitari

 

Alex Manini, novarese di origini, ma cittadino del mondo, nel vero senso della parola, è il Presidente dello IEMO (International Emergency Management Organization).

Alex Manini ha compiuto 38 viaggi in Africa, non per piacere, ma per dovere, se così si può dire.

Sì, perché Alex Manini ha un dovere categorico che lo pervade, quello di aiutare gli altri, ma nel modo giusto.

Pretesa? Sfida? Obiettivo?

Di sicuro impegno sociale, oserei dire missione esistenziale.

Basti dire che ora Alex Manini è autore del Manuale degli Aiuti Umanitari, edito da C.C.Editore.

Un manuale, il primo nel suo genere, a livello internazionale, redatto in tre lingue, inglese, francese, italiano.

Una guida pratica che unisce le best practices alla base della raccolta, dell’invio e dell’erogazione degli aiuti umanitari con la classificazione, analitica e dettagliata degli attori umanitari.

Un compendio dal preciso intento di stimolare le migliori istanze solidaristiche e di carattere etico-sociale.
Un manuale operativo per rendere efficaci ed efficienti gli aiuti umanitari.

Ma anche un libro che abbatte antichi pregiudizi tra paesi ricchi e paesi poveri.

Un testo pioneristico che scardina illusorie certezze di paesi “buoni” e paesi “cattivi”, un manuale per agire e reagire nella selva oscura della solidarietà internazionale.

Questo manuale propone una check list in 100 punti e diventa il primo tentativo, al livello internazionale, di razionalizzare l’invio di generi umanitari, rendendoli accessibili a chiunque.
Particolarmente studiato ed utile ad associazioni, ONG e singoli benefattori, è per noi di betapress, una certezza: siamo sicuri che stimolerà il settore degli aiuti umanitari, a favore dei molteplici scenari di emergenza, attualmente in rapida crescita.

 

Come redazione, abbiamo avuto l’onore di conoscere di persona Alex Manini, abbiamo avuto la soddisfazione di leggere nei suoi occhi quella luce di chi guarda oltre e di chi vede prima.

 

Betapress- Presidente Manini, ci parli un po’ di lei e del Manuale degli Aiuti Umanitari, recentemente pubblicato da Currenti Calamo Editore

 

Manini- Grazie, Dottoressa, sono molto lieto di aver scritto il Manuale degli Aiuti Umanitari, appositamente studiato per Associazioni di volontariato e solidarietà internazionale, ONG, (Organizzazioni Non Governative) e gruppi di cittadinanza attiva e solidale.

E’ il primo Manuale divulgativo presente oggi sulla scena mondiale, che consente di effettuare un’efficace ed efficiente operazione umanitaria, grazie ad una check list di 100 punti, che se supportate e seguite portano al compimento di un’operazione umanitaria capace di ridurre le necessità immediate di collettività estere svantaggiate

 

Betapress- Da dove nasce la sua esperienza nel settore?

 

Manini- Il manuale nasce dall’esperienza dello IEMO (International Emergency Management Organization) che presiedo dalla sua istituzione, nel 2006.

 

Betapress- Quanti viaggi ha compiuto nel continente africano?

Manini- Parecchi, almeno due volte all’ anno vado in Africa, la conosco praticamente tutta.

Questa esperienza dello IEMO mi ha portato a compiere 38 viaggi in Africa.

E’ da questi viaggi che non sono dei semplici soggiorni nelle capitali, ma diventano dei veri e propri itinerari nei villaggi, che prendiamo lo spunto per trattare un argomento ancora molto attuale: come effettuare degli aiuti umanitari in modo corretto e efficace

 

Betapress- Ma gli Aiuti Umanitari, servono ancora in un mondo così globalizzato?

 

Manini- Gli Aiuti Umanitari servono, eccome, e servono laddove ci sono fenomeni di marginalizzazione.

Gli aiuti umanitari non devono però scendere “a pioggia” su tutto un territorio, ma devono essere mirati alla riduzione della marginalizzazione esistente in determinati punti e fasce sociali di quel territorio.

 

Betapress- Cioè aiuto umanitario come lotta alla marginalizzazione?

 

Manini- L’obiettivo di un valido aiuto umanitario è infatti quello della riduzione della marginalizzazione di collettività connotate da esclusione, povertà, isolamento e discriminazione.

 

Betapress- Quali sono gli aiuti umanitari più ricorrenti?

 

Manini- E’ proprio nell’ ottica di ridurre la marginalizzazione che si giustificano ancor oggi gli aiuti umanitari tradizionali, quali vestiario, cibi e medicinali, pur in un’epoca globalmente interconnessa in campo internazionale.

 

Betapress- Allora gli aiuti umanitari servono, ma non possono rappresentare una forma di assistenzialismo?

 

Manini- Gli Aiuti umanitari servono, ma non possono e non devono rappresentare, nella nostra visione, alcuna forma di assistenzialismo o espressione di futile buonismo.

Gli aiuti umanitari sono elementi basilari per la vita e la sussistenza di coloro che non vengono raggiunti dalle grandi correnti del commercio internazionale.

Attenzione a questo dato: nella realtà, sono ancora molti, circa 800 milioni gli individui situati nelle periferie delle metropoli, nei luoghi di guerra. 800 milioni le persone in balìa di conflitti che vivono nelle aree neglette e abbandonate, soprattutto in zone rurali e nei cosiddetti Paesi in Via di Sviluppo.

 

Betapress- Il suo manuale è in tre lingue, vero?

 

Manini- Proprio per essere fruibile nel maggior numero di paesi possibili, il mio Manuale degli Aiuti Umanitari è trilingue, in Italiano, Inglese e Francese.

 

Betapress- Quali sono i targets (destinatari) degli aiuti umanitari?

 

Manini- Gli Aiuti Umanitari toccano targets che altrimenti non verrebbero beneficati dai loro stessi sistemi/paese.

Gli aiuti umanitari devono raggiungere quegli individui che sono nascosti nella loro marginalizzazione.

Nascosti o di fatto, o volutamente occultati dal loro governo politico.

Gli Aiuti Umanitari vanno a porsi come alternativa alla mancanza cronica e totale di beni e servizi vitali.

 

Betapress- Qual’ è un bene prezioso, oltre l’acqua e il cibo?

 

Manini- Alcuni medicinali essenziali, per noi banali.

Pensiamo ai disinfettanti: una semplice piaga, come quella che vedete nella foto, é degenerata in un’infezione che può portare alla morte per setticemia: la presenza e l’accessibilità in loco di questo particolare tipo di bene-salvavita (il disinfettante appunto) testimonia come si possano salvare vite umane con sistemi semplicissimi, a patto però di disporne”.

 

A questo punto, il Dr. Manini mi mostra una serie di foto che non lasciano ombra di dubbio a proposito della assoluta, urgente, improrogabile necessità di aiuti umanitari pilotati, gestiti e controllati in modo sistemico.

Adesso, forse, inizio a capire il valore del suo manuale ed il perché della sua check list.

Adesso, forse, mi convinco che aiutare significa mirare a colpire il bersaglio della marginalizzazione e che per fare questo bisogna davvero seguire il suo percorso a tappe, superando non pochi ostacoli doganali, raggiri politici, escamotages, e chi più ne ha, più ne metta…

 

Grazie, Dr. Manini per il suo impegno sociale, il suo coraggio di dire, ma soprattutto per la sua coerenza nel fare e nel vivere una vita di Aiuto Umanitario.

Ed un invito ai nostri lettori, andate di persona a leggere il Manuale degli aiuti Umanitari.

Si tratta di una buona lettura per chi vuole informarsi per sapere come realmente stanno le cose, ma è anche un prezioso manuale di formazione per chi vuole aiutare, e di supporto per chi già opera nel campo.

Per andare incontro ad un mondo migliore, o per lo meno, per lasciarci alle spalle un po’ di povertà economica e di miseria sociale.

 

NOTA DEL DIRETTORE:

Il tema degli aiuti umanitari non può essere affrontato senza alcune note che mi permetto di scrivere in calce al bel lavoro di Antonella che ci illustra l’altrettanto ottimo lavoro del dott. Manini.

Gli aiuti sono purtroppo oggi anche fonte di dolorose considerazioni da fare obbligatoriamente ed anche, se mi si permette, con coraggio.

Quante volte, moltissime, gli aiuti umanitari non raggiungono la loro destinazione ma vengono bloccati alle varie frontiere, fatti scadere e buttati o peggio sequestrati dalle varie milizie terroriste che poi li utilizzano per le loro attività.

Quante volte questi aiuti vengono in realtà usati come merce di scambio o peggio ancora come  vigliacchi rifornimenti alle frange violente nei territori della martoriata Africa.

Spesso inoltre alcuni governi utilizzano gli aiuti umanitari bloccandoli alla frontiera come merce di scambio con i vari signori della guerra locale.

Inoltre gli aiuti umanitari spesso non sono visti come un elemento strutturato di uno stato ma solo come elemosina momentanea, pertanto di scarsa efficacia.

 

 

 

.  




Natale in solitaria

E’ stato un Natale snaturato, amputato, un Natale senza fiocchi.

Eppure, mai come quest’anno, senza ninnoli e senza fronzoli, abbiamo fatto i conti di chi ci è vicino, anche se lontano, di chi ci abita dentro, anche se non lo vediamo, di chi è vivo, ma è come se fosse morto e di chi è morto, ma è come se fosse vivo.

Soprattutto abbiamo raggiunto la consapevolezza di chi ci può davvero mancare e di che senso ha festeggiare.

Ho superato il mezzo secolo di vita, quanto basta per aver visto sfumare la poesia dei miei sogni di bambina, ma non ancora abbastanza per raggiungere la saggezza e l’equilibrio di certi anziani che stimo.

Sono uno spirito libero ed adoro viaggiare.

Sin da ragazza, tra Natale e Capodanno, partivo per un’altra avventura, immergendomi in usi e costumi locali, spesso esteri.

Non è quindi così strano per me essere lontana dai miei cari il giorno di Natale, quelli seguenti e a Capodanno.

Eppure questa volta è tutto diverso.

Sono mesi che non ci si vede, se non tramite gli schermi dei cellulari, e non ci si abbraccia.

Questa volta, stare lontani non è una scelta e rende tutto differente.

Dall’ultima volta che ci si è visti sono successe tante cose.

In mezzo ci sono persone care che sono venute a mancare, la paura di essere contagiati, i giorni in attesa di sapere se gli amici che avevano contratto il virus stessero bene.

Ci sono i timori per come andranno i prossimi mesi, gli interrogativi su quanto ancora dovremo aspettare prima che la situazione cambi.

La libertà di scelta, la libertà di muovermi mi manca, terribilmente.

Così come mi manca viaggiare, perché è parte del mio modo di vivere, del mio modo di rapportarmi al mondo e agli altri.

So bene che è un sacrificio necessario e lo faccio con la consapevolezza che è fondamentale.

Non mi lamento, ma ci penso.

Penso ai miei genitori che vivono solo al di là del “confine regionale”, che prima neanche mi accorgevo ci fosse un confine, mentre ora è come se ci fosse un muro.

Sono a meno di un’ora da me e sembrano lontani come quando ero all’estero. 

Penso agli amici sparsi in altre parti d’Italia e del mondo, che non vedo da tanti mesi e non so quando rivedrò.

Sono abituata alla distanza, alle persone care lontane da me – gran parte dei miei amici più stretti vivono in altri città o paesi -sono abituata a vivere il “Natale” in posti strani dove magari non si festeggia come qui.

Ma questa volta, è un Natale diverso da tutti gli altri e mi pesa, sono sincera. 

Mi mancano gli abbracci, le piccole tradizioni che, seppur spostate di qualche giorno, si ripetevano ogni anno.

Mi mancano e mi mancheranno i viaggi, come pure quella spensieratezza che accompagnava quei giorni.

Sono lontana dai miei cari e continuerò a starci nella convinzione che sia la cosa più sensata.

Ma non posso e non voglio far finta di niente, perché questa pandemia ha sconvolto tutto e dobbiamo dare forma e parole ai sentimenti per poterci convivere e non farci logorare.

Perché l’emergenza iniziale è stata una tempesta arrivata all’improvviso con una forza disumana, ma questa seconda fase per molti aspetti sta diventando ancora più faticosa, perché c’è il trauma e il ricordo di quanto vissuto da marzo, perché l’incertezza e l’imprevedibilità ci accompagnano giorno dopo giorno.

Difficile, se non impossibile, fare progetti.

Vivere con la paura di una terza fase può diventare paralizzante.

 

Eppure, in questi giorni, ho capito il potere e l’eccezionalità della libertà.

 

Questo Natale amputato ha fatto germogliare in me tutti quei pensieri che costantemente mi accompagnano da mesi e mi ripetono quanto siamo privilegiati.

Perché ora non ci sentiamo liberi (anche se poi possiamo fare un sacco di cose), ma lo siamo stati fino a marzo e per un po’ anche d’estate.

Salvo imprevisti, torneremo ad esserlo fra qualche mese.

 

Ma c’è chi non lo è, non lo è mai stato e forse in questa vita non lo sarà mai.

Non mi sono accorta solo ora della loro esistenza, non ho sviluppato solo in questi giorni questa consapevolezza e chi mi conosce lo sa.

 

Eppure, solo ora, capisco il potere, il privilegio, l’onere e l’onore della libertà in cui sono nata e cresciuta.

 

Per qualcuno possono essere frasi retoriche, ma non credo lo siano.

 

Perché in fondo penso che non ci rendiamo mai veramente conto di quanto siamo fortunati a vivere in questa parte di mondo, in un paese che seppur con tanti, tantissimi limiti, è una democrazia.

Perché forse non ci soffermiamo mai abbastanza su cosa voglia dire essere bianchi, vivere in salute, avere un passaporto come il nostro.

 

Sono cose che forse già sapevo, ma che il covid mi ha sbattuto in faccia con forza.

Sono cose a cui da marzo penso e ripenso continuamente.

Vorrei che ci riflettessero di più anche altre persone (e non mi dilungo su chi, perché è scontato e sono già oltre la lunghezza sopportabile per un articolo).

Ma non sono sicura che ciò accadrà: questa pandemia ci ha sconvolti, ci ha cambiati, eppure su molti aspetti e posizioni non ha avuto impatto, nonostante gli slogan iniziali secondo cui ne saremmo usciti migliori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lettera di una Professoressa a Babbo Natale

La libertà di stampa




Morgione: poesia anticovid.

Siamo onesti. Sono giorni, sono anni difficili.

Niente e nessuno è più come prima.

Solo e sempre problemi.

Una domanda sorge spontanea di questi tempi:

dov’è finita la poesia? O, ormai, c’è rimasta solo la prosa?

Noi di betapress pensiamo che, mai come in questo periodo, ha ancora senso scrivere e parlare di poesia.

Anzi, solo un’anima poetica, intimamente innamorata della vita, può cercare un senso, dare un volto, incapsulare in curve d’ inchiostro quest’ aborto di vita che stiamo vivendo da quasi un anno.

Siamo andati ad intervistare Ulisse Morgione, un poeta che ha appena pubblicato la sua prima raccolta di poesie “La cura del liutaio” edito dalla Currenti Calamo Editore.

Ed abbiamo scoperto che un poeta può partorire poesie stupende anche ai tempi del covid, precisamente nei giorni del primo lockdown:

“In questa lontananza

non mi mancano – uomo –

i tuoi bagliori fatui

i gesti grevi

l’andirivieni scaltro

le condizioni che mi poni

per essere altro da ciò che sono.

Mi manca il grano verde

la fioritura dei papaveri

le costellazioni dei ciliegi

le mani giunte e tiepide dei tulipani

la scorza dei limoni

il biancospino cresciuto sui cancelli

che darà a nessuno, temo, la sua essenza.”

 

Questa poesia è stata scritta nell’aprile di quest’anno, durante il primo lockdown.

Giorni in cui la lontananza dal mondo e l’isolamento sociale, ci hanno fatto rimpiangere non la frenesia umana, la diplomazia sociale, la falsità collettiva, ma la meraviglia del creato, i colori, i profumi, le emozioni visive, olfattive, tattili della natura…

Solo un poeta può sbucciare la realtà e portarci al nocciolo della questione.

Per esempio, dare voce e volto a questa fame di amore profuso solo dalla natura.

Ed allora abbiamo voluto ricaricarci dentro e conoscere di persona chi può aiutarci a volare sopra gli affanni quotidiani di questi giorni snaturati.

 

Betapress- Buongiorno Ulisse, complimenti di cuore per le tue poesie. Partiamo un attimo dalla tua vita.

Quali eventi significativi hanno avuto maggior impatto emotivo nella tua anima poetica?

 Morgione-Tra gli eventi biografici significativi, c’è sicuramente la morte prematura di mio padre avvenuta quando avevo 20 anni, un lutto tardivamente elaborato, uno strappo esistenziale su cui, a distanza di quarant’anni, ancora scrivo.

Tra i tanti accadimenti della mia vita, posso citare i miei spostamenti: dalla Calabria dove sono nato e vissuto fino a 19 anni, alla Toscana, terra certamente d’elezione per me, il cui paesaggio è l’unico nel quale posso ritrovare me stesso e tendere all’armonia.

Infine Napoli dove vivo da 20 anni, con le sue potenti contraddizioni, le sue lusinghe e i suoi strazi.

 

Betapress- Ulisse, che valore ha la poesia nella tua vita?

 

Morgione-La poesia è una costante della mia vita, sia come fruitore che come autore.

Mi sono sempre accostato ad essa con molta soggezione e infinita curiosità.

 

Betapress- La poesia è inizio o termine di una ricerca interiore?

 

Morgione- Ho imparato, da lettore innanzitutto, che la Poesia è un’Intenzione, è il principio di una strada, il desiderio di scoperta.

La Poesia non ha risposte, ma aiuta a farsi le domande, interrogarsi sul mondo e su sé stessi.

 

Betapress- Le domande esistenziali avvicinano la poesia alla filosofia?

 

Morgione-La poesia non è filosofia, è metafora e come tale deve avere la capacità di evocare, di decollare dalla pagina scritta ed approdare in quello spazio tra conscio e inconscio, dove teniamo in segreto le nostre vite.

La poesia è un dialogo, un alter ego che non mente e se lo fa è perché glielo concediamo.

 

Betapress- La tua raccolta è intitolata “La Cura del Liutaio”, perché?

 

Morgione- “La cura del Liutaio” è un verso di una mia poesia e dà il titolo alla raccolta perché esprime il mio proposito umano e professionale.

Questo titolo vuole essere evocativo, vuole richiamare un mestiere di alto profilo artigianale come quello del liutaio.

Il liutaio con lentezza, sapienza e passione, si prende cura di uno strumento danneggiato che non risuona come dovrebbe o ne costruisce uno nuovo partendo dal legno, con infinita maestria e pazienza. 

Ognuno di noi dovrebbe cercare di essere artigiano della propria vita.

Ed il poeta è l’artigiano del verso che va cesellato, levigato, lucidato infine fino a risplendere.

Perché la vita, nella poesia, possa risplendere, anche nei momenti più bui

 

Betapress- Quando sono state scritte queste poesie?

 

Morgione- Nella raccolta ci sono poesie scritte negli ultimi 5 anni, ma che spaziano nella mia biografia per più di quarant’anni.

 

Betapress- Durante la giornata, esiste un momento privilegiato per scrivere una poesia’?

 

Morgione- Sì, sovente una poesia germoglia tra il sonno e la veglia, i primi versi scaturiscono sulla linea di confine tra il conscio e l’inconscio.

 

Betapress- Nelle tue poesie ci sono dei temi ricorrenti?

 

Morgione-Tra i temi a me più cari, sicuramente, posso citare

la Natura nel suo compiersi ostinato e salvifico.

Ma anche la Durata come aspirazione e fonte al contempo di delusione inevitabile, vista la precarietà dell’essere.

Ne deriva un tornare nel tempo, un ripercorrere il bordo delle fratture che la Discontinuità dei luoghi e delle persone 

mi ha creato.

Infine potrei citare una tensione all’Immanenza, al mistero del creato e a quella lucida consapevolezza che esistere è solo una “tentazione”, per citare E. Cioran.

In fondo la poesia e l’uomo sono sul limite, sul varco, sulla rottura dell’”anello che non tiene “.

Un passo al di qua della linea d’ombra”.

 

Ed allora, un invito ed un augurio ai nostri lettori.

Un invito a guardare oltre i fatti, dentro le cose e dietro le apparenze, perché questo ci rende uomini liberi.

Ma anche un augurio.

Perseguire questo nostro intento conoscitivo della realtà, non con lucido cinismo e sterile pragmatismo.

Percorrere la vita come fanno i poeti, danzando sotto la pioggia, riannodando i fili, dipingendo il buio, cogliendo in attimi di folgorazione fulminea quel “preludio onirico di paradiso”.

Grazie Ulisse, perché le tue poesie ci aiutano a riprendere quota in questi giorni di male di vivere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




“Vulnerabili” con Paolo Crepet

Introduzione.

“Ciascuno di noi è ciò che appare durante una burrasca, nel bene e nel male, nella destrezza e nell’incapacità: ci si conosce nelle difficoltà …

… È la crisi – ovvero il distress, nel senso di iperstimolo – a portare a un opportuno tumulto interiore che obbliga a un esame, che costringe ognuno a guardarsi allo specchio e a dirsi la verità, invece di raccontarsela (cosa che si tenderebbe a fare se non si è obbligati da una data congiuntura).”

  • Paolo Crepet

 

Scrivere, che ossessione!

Il “Soul Talk” di venerdì 19 dicembre 2020 si apre con un pensiero tratto da “Vulnerabili”, l’ultima fatica letteraria di Paolo Crepet.

“Fatica” perché non è facile convivere con “un’ossessione che ti entra dentro e diventa tua compagna di scrittura”.

“Fatica” come frutto di un travaglio interiore: “Non nasce dalla pace un libro. È una guerra interna, una tribolazione”, confessa l’Autore. 

“Fatica”, perché in ogni capitolo c’è una parte dello Scrittore che descrive ciò che vede e prova, dello stesso evento, a un pubblico diverso, da una differente prospettiva.

 

La Genesi del Libro.

Il primo lockdown lo ha sorpreso in un paesino dove “eravamo rimasti in sette, e c’era un Silenzio che quasi sentivamo passeggiare i gatti”. 

Un Silenzio che l’Autore ha sentito il bisogno di rispettare e al tempo stesso di rompere … per amore e per rabbia.

Non dev’essere stato facile, per lui, mettere su carta le contrastanti, contraddittorie sensazioni provate nei lunghissimi mesi di “confinamento”.

Al suo iniziale senso di smarrimento si sarebbe, nel tempo, sostituito qualcosa di diverso: la paura. 

Paura per un’Umanità miope alle proprie responsabilità che, nel corso della storia, non è ancora riuscita a interrompere un circolo vizioso di antichi schemi, paradigmi ricorrenti, ciechi automatismi.

Mentre la Banalità, regina indiscussa dei media e della tecnologia digitale, tutto appiattisce, tutto omologa, tutto priva di sapore, senso, memoria.  

 

I nostri Eroi.

Eppure, le persone che più ammiriamo – i nostri musicisti preferiti, le icone cine televisive, le voci fuori dal coro in ogni ambito – hanno in comune un vissuto di dolore …

La vita degli Eroi è infatti spesso costellata di lutti, difficoltà economiche, imprevisti cambiamenti che li privano di ogni sicurezza.

Vien da chiedersi se questo dolore non sia in realtà un Regalo, una preziosa Risorsa evolutiva …

La “sicurezza” che l’Uomo brama tanto, a quanto pare, non è la miglior palestra dove sviluppare il proprio pieno potenziale.

 

Un nuovo mondo.

Ecco perché, nella straordinarietà del periodo storico che stiamo vivendo, è racchiuso il seme di un nuovo mondo.

Un mondo di persone che di fronte alle impreviste, inevitabili, dolorose a volte sfide della vita, riescono a guardarsi allo specchio scoprendosi “vulnerabili”.

Un mondo governato da Leader che, di fronte alla tragedia, abbassano il capo, tolgono il cappello e chiedono perdono al loro popolo (anziché dar la colpa ad altri, agli eventi o al fato).

Un mondo di Uomini che, con umiltà e coraggio, guardando in faccia la realtà, si aprono a un più che necessario Cambiamento. 

Perché è la Verità, non il “raccontarsela”, la pietra angolare di ogni presa di coscienza, di ogni assunzione di responsabilità: il solido terreno su cui costruire un futuro che abbia un senso.

“Vulnerabili” nasce proprio come onesto, lucido intento di capire come, aldilà del virus, gli esseri umani siano potuti arrivare a tanto e come possano, consapevoli dei loro “nei”, diventare visionari “Cacciatori di Orizzonti”.

Ed ecco la video intervista all’Autore, trasmessa in live streaming sul Canale YouTube “Jasmine Laurenti”.

JL (Ondina Wavelet)

 

P.S.: Ringrazio di cuore l’amica, Mentore e “Fata Madrina” Elena Cipriani Pagliacci, psicanalista e scrittrice, per avermi messa in contatto con il suo caro amico Paolo Crepet: psicanalista, sociologo, scrittore, saggista, libero pensatore, opinionista.

 




Perché imparare piangendo se lo si può fare ridendo?

Oggi vi voglio raccontare una storia.

Una bella storia, che ha a che fare con le favole e la musica.

Il personaggio principale è un musicista, scrittore e regista che da anni si occupa di diffondere tra bimbi ed adolescenti un modello di scrittura non banale su cui aggiungere una melodia.

La storia è quella di Gianluca Lalli, 44 anni, marchigiano, di Colle d’Arquata, piccola frazione di Arquata del Tronto, provincia di Ascoli Piceno.

Un cantautore, di quelli “impegnati” avremmo detto negli anni Settanta.

Non a caso ha collaborato con il bolognese Claudio Lolli (“ Ho visto anche degli zingari felici”, “Aspettando Godot”, “Borgesia”).

Nel 2005 ha vinto il premio Rino Gaetano, a cui ha poi dedicato una canzone e anche un docufilm, titolati entrambi Rino, nel 2019.

Per completarne il profilo artistico, nel 2013 il video del suo brano “Il lupo ha vinto il premio Hard Rock Café nella sezione video musicale alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

In più Lalli è un educatore, di formazione e di professione, anche se la musica resta il suo interesse primario.

Dopo il terremoto del 2016 che ha raso al suolo il paese dov’era nato e cancellato casa sua, oggi vive a San Benedetto del Tronto.

Mi ha catturato l’attenzione perché ha appena pubblicato un nuovo album, Favole al telefono tratto dall’omonima raccolta di racconti del 1962 di Gianni Rodari.

Favole che sono per piccoli, ma anche per adulti, come del resto tutta la letteratura dello scrittore di Omegna: la sua bravura stava proprio nel riuscire a raccontare la stessa storia disponendola su più piani.

Quest’anno, il 23 ottobre, si sono celebrati i cento anni dalla nascita di Rodari.

Bene, a ridosso del centenario della nascita del noto autore piemontese, Maestro dei maestri, Gianni Rodari, scopriamo oggi il prezioso lavoro di Gianluca Lalli a partire dal suo ultimo album “Favole al Telefono” tratto, per l’appunto, dall’omonima opera di Gianni Rodari.

L’idea di mettere in musica le favole di Gianni Rodari nasce per Gianluca Lalli da un progetto chiamato “Il Cantafavole”, ideato e realizzato dall’artista stesso; si tratta di un laboratorio di scrittura creativa e musicale, che in qualità di esperto esterno il cantastorie propone nelle scuole statali da molti anni con l’intento di insegnare ai bambini l’arte del cantautorato e della scrittura.

Il progetto ha avuto e continua ad avere molto successo, ed è in questo contesto che è nata l’idea di mettere in musica i testi di Rodari, rendendo protagonisti i bambini.

Ma, attenzione, l’opera narrativa di Gianluca Lalli non si ferma qui, oltre a far vivere i valori narrati da Rodari a Rino Gaetano, dando voce alle storie dell’autore fuse a quelle dei bambini, il cantautore porta nella sua musica la ricchezza e le ispirazioni tratte dai suoi tanti incontri musicali e quotidiani, dai grandi artisti da lui apprezzati a tanti sorrisi e colleghi cantautori.

Autore e musicista dalla spiccata sensibilità e dal merito riconosciuto, non solo dai tanti premi ricevuti, ma dal calore che riceve nelle sue esibizioni di stampo a dir poco socio-educativo, realizza opere musicali e teatrali a contrasto degli stereotipi e contro la violenza di genere.

Uno spettacolo contro la discriminazione di genere è Lisistrata e le altre.

Questa creazione/produzione teatrale Lisistrata si propone di ripercorrere, attraverso vari personaggi femminili e con l’ausilio della poesia, le fasi storicamente più importanti della nostra società, raccontando vicende di donne, protagoniste-vittime della violenza di genere.

 

Il titolo è una rievocazione e insieme un omaggio alla commedia di Aristofane che per la prima volta collocò le donne come protagoniste di uno spettacolo teatrale, immaginando così un mondo alla rovescia, un mondo pacifico guidato da donne, suscitando angosce ancestrali di cui neppure lo stesso grande commediografo fu scevro.

Volgendo brevemente lo sguardo alla nostra storia, raramente alle donne sono stati offerti gli strumenti attraverso i quali ribellarsi: istruzione, autonomia economica, autodeterminazione, tutele giuridiche.

 

Tuttavia, con il passar del tempo, ci sono state importanti rivoluzioni a favore delle donne e spesso promosse dalle donne stesse: dalla legge più importante, quella del mondo romano, che concesse alle donne il diritto di ereditare, alle più recenti conquiste quali il diritto di voto, l’abolizione della ridicola legge sulla delitto d’onore o la lentissima agonia del matrimonio riparatore, le leggi sul divorzio e sull’aborto, il lento ma progressivo riconoscimento delle competenze femminili nel mondo del lavoro.

 

Tuttavia, il fatto che i femminicidi e gli omicidi di genere siano sempre più frequenti (fino a 114 in un mese!) fa riflettere su come questa società, malgrado le conquiste giuridiche, sia ancora in effetti una società violenta, analfabeta in senso civico, incapace di accogliere come un arricchimento le diversità di ogni sorta, spesso vissute con competitività e percepite come un impedimento alla realizzazione di se stessi.

A tale proposito, come redazione di betapress, segnaliamo con grande piacere le migliori poesie di Gianluca Lalli, poesie proprio dedicate al valore e alla dignità di ogni donna.

 

“BAMBINA” Poesia sulla tematica della Prostituzione minorile

https://youtu.be/x_keAZosRCU

 

“VIOLENZA” Poesia sulla tematica del Matrimonio Riparatore dedicata a Franca Viola

https://youtu.be/nX4CrJFp4f8

“SEXY” Poesia sulla tematica della sensualità stereotipata

https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=343572082499822&id=100005410990670

 

Dunque, come dicevamo all’inizio, la storia di Gianluca Lalli, è proprio una bella storia. 

Certi di aver contribuito ad una scelta etica nel condividerla con i nostri lettori, vi diamo appuntamento a dei nuovi incontri con questo grande artista a 360°.

Continueremo a scoprire insieme a lui le creazioni musicali e le produzioni teatrali che possono fare la differenza in un periodo come il nostro di appiattimento culturale e di omologazione sociale.

AD MAIORA, Dunque, caro Gianluca Lalli.

 




“Malattia: Messaggio D’Amore?”

“Dimmi che scherzi”.

Per Monica Grando, Naturopata e Consulente del BenEssere a 360°, la malattia è il modo in cui l’anima fa sapere al corpo che il suo “abitante” si è smarrito per via.

Lo stesso sintomo, sotto forma di disagio o addirittura dolore fisico, è il linguaggio con cui l’anima esprime l’allontanamento del paziente dal suo e nostro comune Scopo: risvegliarci all’Amore, alla Bellezza, alla Perfezione del Tutto di cui facciamo parte; fluire con la Vita, rimanendo collegati alla Sorgente da cui la Vita stessa procede; mantenere, durante il Viaggio in una dimensione più densa, Armonia, Integrità, Coerenza tra il mondo interiore e le nostre azioni / reazioni alla realtà esterna.

La domanda che sorge spontanea è se sia da considerarsi allo stesso modo la malattia di un bimbo appena nato, o quella che sorprende un Viaggiatore, ormai vicino al suo Traguardo, reso inconsapevole da una mente vuota, senza più memoria né giudizio né “presenza”.

Monica risponde alla mia prima domanda con serena lucidità: anticipando inevitabili obiezioni, estirpando sul nascere i pregiudizi di chi si affida alla medicina ufficiale come unica risorsa, preparando un fertile terreno di Fiducia all’imminente semina di chicche di Consapevolezza.

 

“Stai zitto!”

In due parole liquidiamo il sintomo quando si presenta, il dolore fisico, il disagio con cui l’anima ci parla.

Un antidolorifico e via. Tutt’al più ci accontentiamo di una cura che si accontenta di assopire la parte del corpo in cui l’anima, amorevolmente, continua a mandarci i suoi messaggi.

Il corpo in tutto questo non ha colpa alcuna. Nella sua innocenza, si presta a essere canale di comunicazione tra le dimensioni più sottili e quelle più dense della “carne”.

È l’ego qui, a farla da padrone. Fino a che il Viaggiatore non arriva al limite di sopportazione e riceve, a volte in modo un po’ brusco, la sua “chiamata dell’Eroe”.

Ed ecco che il malessere diventa viatico di Conoscenza, Porta d’accesso a una Saggezza antica, vero e proprio Percorso iniziatico.

Nella totale identificazione dell’Eroe nei suoi disagi e dolori fisici, non c’è speranza di salvezza: tutto si risolverà, se si risolverà, nella dimensione in cui il corpo abita. Qui a dolore e sintomo risponde la chimica, non la Consapevolezza.

La Sorgente della Vita è aperta a tutti, ma non tutti hanno il coraggio di risalire la corrente: decidere di farlo implica il voler guardare in faccia la propria verità, l’assumersi la responsabilità delle proprie scelte, il coraggio di aprirsi al Cambiamento.

 

“Il ruolo del Terapeuta”

E qui entra in gioco il Terapeuta che, consapevole del proprio ruolo, accompagna il Viaggiatore nel suo Percorso verso la Guarigione.

Guarigione che, esprimendosi a livello fisico con la progressiva attenuazione e scomparsa del sintomo, affonda le sue radici nella Consapevolezza di essere molto di più di un corpo dotato di intelligenza: siamo spirito, anima – sede del raziocinio e delle emozioni – e corpo fisico: inseparabili, intercomunicanti.

Punto di partenza di ogni Terapia è la rinuncia, da parte del Viaggiatore, al proprio ego – programmato per la mera sopravvivenza – riconoscere di aver perso il contatto con la parte più profonda e più vera di Se Stesso; lasciar fare alla Vita che, con infinito amore, ripristina Equilibrio, Armonia e Coerenza interiore.

Il Terapeuta, da parte sua, deve mettersi da parte e, con umiltà e saggezza, educare il Viaggiatore all’ascolto e alla piena accettazione del dolore come parte integrante dell’Esperienza.

È così che il nostro Eroe può imparare a decifrare il messaggio che l’anima gli porge!

A Viaggiatore e Terapeuta non rimane che lasciar fare a Dio – o comunque lo si voglia chiamare – in un attivo abbandono all’infinita intelligenza della Vita.

Ondina Wavelet – Jasmine Laurenti

Per guardare il “Soul Talk” con la Naturopata e Consulente del BenEssere Monica Grando, clicca qui.

Scopri i vantaggi riservati ai sostenitori del Progetto multimediale “Ondina Wavelet World”, che ha lo scopo di creare una cultura basata sulla consapevolezza del potere creativo delle nostre Parole pensate, dette e agite, cliccando qui.