Lupi di stato contro l’articolo 21

Il tema della libertà di stampa è di cruciale importanza nelle società democratiche, fungendo da pilastro per il mantenimento di un dibattito pubblico aperto e informato.

L’articolo 21 della Costituzione, come in molti stati liberal-democratici, riconosce esplicitamente il diritto alla libertà di espressione e di stampa, affermando il principio secondo cui ogni individuo ha il diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero per mezzo della parola, della scrittura e di ogni altro mezzo di diffusione.

Questo articolo rappresenta un fondamento legale essenziale che dovrebbe garantire non solo la libertà di espressione individuale ma anche la protezione e il sostegno alla stampa come istituzione fondamentale per la democrazia.

Nonostante la presenza di tale articolo nella Costituzione, si può osservare una marcata discrepanza tra la teoria e la pratica nell’applicazione delle leggi che tutelano la libertà di stampa.

La critica principale che si può muovere in questo contesto è che lo stato, nonostante riconosca formalmente il diritto alla libertà di stampa, spesso non mette in atto meccanismi efficaci per la sua difesa e promozione.

Ciò si manifesta attraverso varie dinamiche, tra cui la mancanza di leggi adeguate che proteggano i giornalisti dalle minacce e dalle aggressioni, la presenza di normative che limitano l’accesso alle informazioni e la tendenza di alcuni governi a esercitare pressioni indirette sui media, attraverso pratiche come la pubblicità governativa selettiva o l’uso strumentale della giustizia per intimidire e sanzionare voci critiche.

L’assenza di un’applicazione pratica efficace del diritto alla libertà di stampa riflette non solo una vulnerabilità per i professionisti dell’informazione ma minaccia anche il diritto dei cittadini di essere informati su questioni di pubblico interesse.

Inoltre, la mancata implementazione di misure protettive per la stampa può portare a un clima di autocensura tra i giornalisti, i quali possono sentirsi costretti a evitare temi controversi o critici nei confronti del potere per paura di ritorsioni.

È imperativo che lo stato adotti un approccio più proattivo nella difesa della libertà di stampa, attraverso l’elaborazione e l’applicazione di leggi che non solo riconoscano formalmente il diritto alla libera espressione ma che offrano anche protezioni concrete ai giornalisti e ai media.

Ciò comprende l’istituzione di meccanismi di protezione per i giornalisti minacciati, la garanzia di accesso alle informazioni pubbliche, e la creazione di un ambiente in cui la libertà di stampa possa prosperare senza il timore di censure o repressioni.

In conclusione, sebbene l’articolo 21 della Costituzione stabilisca un solido fondamento teorico per la libertà di stampa, è evidente che lo stato deve fare di più per tradurre questi principi in azioni concrete.

La creazione di un ambiente sicuro e aperto per i giornalisti e la stampa non è solo una questione di rispetto dei diritti costituzionali ma è essenziale per il mantenimento di una democrazia sana e vibrante.

 

 

La libertà di stampa

 

 

L’indipendenza di Stampa




Elezioni americane 2024: “Di vero dicono il venti per cento.”

A dirlo è il giornalista, scrittore ed esperto di comunicazione Alessandro Nardone, assurto a fama mondiale in occasione delle Presidenziali Americane del 2016.

“Il caso Alex Anderson”

Chi seguì le Elezioni Presidenziali americane otto anni fa, ricorderà certamente il giovane e rampante Alex Anderson che, accanto ai “giganti” Hillary Clinton e Donald Trump, correva per la nomination a Presidente degli Stati Uniti.

Caso volle che anche il protagonista del thriller fantapolitico a stelle e strisce “Il predestinato” di Alessandro Nardone si chiamasse così e che l’Autore, spinto dal desiderio di lanciare il suo romanzo sul mercato anglofono e di promuoverlo in modo originale e divertente, avesse avuto la brillante idea di offrire al suo avatar un’entusiasmante avventura nel mondo “reale”: una vera e propria campagna elettorale.

L’operazione, a dir poco geniale, aveva un altro ambizioso obiettivo: dimostrare al mondo intero la “craccabilità” del sistema dell’informazione. Di questo Nardone avrebbe dissertato nel suo libro “Orwell”, nel cui glossario digital dà delle “fake news” la seguente definizione:  “Contenuti falsi o parzialmente veri diffusi al fine di manipolare la pubblica opinione”.

Il sistema di dis-informazione

“Un tempo la notizia si poteva verificare in modo minuzioso.” Confessa Nardone. “Oggi invece, fare il giornalista è diventato difficilissimo: si è quotidianamente bombardati da una mole enorme di notizie, si viene pagati poco o niente, si ha pochissimo tempo per valutare se la notizia è vera o meno e comunque, in nome del numero dei clic, vince chi arriva per primo”.

E infatti ci vollero ben nove mesi prima che le istituzioni americane, i media e il grande pubblico si accorgessero che Alex Anderson – il cui nome è l’anagramma di Alessandro Nardone – era un “fake”. Proprio come le “fake news” nelle quali, se non stiamo attenti, rischiamo di imbatterci ogni giorno nel web e attraverso i canali tradizionali di informazione.

E veniamo alle Elezioni presidenziali USA 2024

Quanto di vero ci stanno raccontando i media riguardo alle presidenziali americane, previste per il 5 novembre prossimo? 

Non più del venti per cento. Quello che arriva alle nostre latitudini dai cosiddetti “mainstream”, è filtrato dalle lenti della partigianeria a senso unico contro Trump. Utilizzano la tecnica del “framing”, quindi o mentono spudoratamente, o utilizzano solo la parte della notizia che è funzionale alla loro narrazione. 

Qual è il tuo punto di vista su Donald Trump e su ciò che rappresenta, rispettivamente, per i “patrioti” conservatori e per i suoi detrattori?

Per i patrioti Trump è il baluardo che può “salvare l’occidente” dalla deriva woke. Per i suoi detrattori rappresenta il maggiore ostacolo. Tieni conto che, con la sua vittoria elettorale nel 2016, di fatto ha sancito la nascita di questo nuovo bipolarismo: a livello mondiale, quanto meno occidentale, non più destra – sinistra ma popolo contro establishment, patrioti contro globalisti. Chiaramente il ruolo di Trump, per chi come il sottoscritto è conservatore, rappresenta una grande speranza.

… Establishment che ingloba tutto: dai media alle multinazionali, alla sanità, al mondo dello showbusiness…

Comunque, tutti noi conservatori continuiamo a essere la maggioranza silenziosa, perché rappresentiamo quello che è la realtà nei fatti. Non il modello di società che questo insieme di interessi e di lobby vorrebbe costruire, ma un tessuto sociale che è fatto di famiglie, papà, mamme, figli, lavoratori che si rimboccano le maniche per far quadrare i conti. Persone che non vogliono sentirsi dire da nessuno se devono o possono pronunciare il termine “famiglia”; persone che non si vogliono sentire in colpa per il fatto di essere normali. Oggi, infatti, se non sei gay, trans o nero vieni accusato di essere l’archetipo dell’uomo bianco occidentale. E poi il patriarcato…  Tutte queste bestialità. Noi non vogliamo essere accusati di essere “razzisti” o “xenofobi” perché siamo per la difesa della sicurezza dei nostri confini. Non vogliamo essere considerati “fascisti” perché non la pensiamo come i radical chic di sinistra. Questo siamo noi e questo sono le persone che votano Trump negli Stati Uniti, Giorgia Meloni in Italia, Milei in Argentina. Difendiamo i nostri valori e il nostro modo di essere, molto semplicemente. 

Alessandro, vorrei un tuo bilancio sull’amministrazione Biden dal punto di vista politico (guerre, Afghanistan, Ucraina, Medio Oriente, Cina), economico (inflazione), sociale (immigrazione clandestina), culturale (educazione, istruzione).

Un disastro totale, per l’Occidente. Guerre: l’abbandono dell’Afghanistan. Quelle immagini parlano da sole. Una vergogna, un’onta che una potenza come gli Stati Uniti non cancellerà mai dai libri di storia. Ucraina: ricordiamoci le implicazioni di Hunter Biden, il figlio di Joe Biden, con Burisma… E come Biden abbia soffiato sul fuoco fino all’ultimo giorno, spingendo Putin ad attaccare, facendo il contrario di quello che avrebbe fatto Trump, che avrebbe invece messo Putin e Zelensky a un tavolo finché non si fossero messi d’accordo. Dal punto di vista economico c’è, a mio parere, una totale mancanza di strategia. Anche dal punto di vista culturale c’è decadenza totale. E qui mi riferisco all’ideologia gender, che dal mio punto di vista è veramente un qualcosa di criminale, perché fuorviano i bambini sin dalle scuole elementari con la pornografia e con l’idea che possano cambiare sesso anche senza il consenso dei genitori. Sono bestialità che faccio anche fatica a pronunciare, da papà. Un decadimento totale. Oggi, dopo soli tre anni e mezzo di Biden – che valgono per quanti disastri ha fatto per trent’anni – gli Stati Uniti sono una nazione in declino. Basta andare a farsi un giro a New York, a San Francisco, a Los Angeles, le grandi città amministrate dai democratici, per rendersi conto di quanto sto dicendo. È una nazione in declino.  

Se il bilancio “dem” è fortemente in rosso, quante probabilità ritieni ci siano, per i democratici delusi da Biden, di rivolgersi a Trump nella speranza che possa fare di meglio?

Molti democratici hanno già dichiarato che si tureranno il naso e voteranno per Trump. Gli Americani sono molto pragmatici: se tu chiedessi loro se stanno meglio adesso o quattro anni fa… Il problema è quello che si trascina da anni: i democratici non sono stati capaci o non hanno voluto creare le condizioni affinché emergesse qualche leader credibile. Oggi, se i candidati fossero Biden e Trump, molti democratici o voterebbero per Trump, o non andrebbero a votare e comunque favorirebbero Trump. 

Hai un’idea di quanti siano questi dem, in percentuale, rispetto al totale? 

La situazione attuale ricalca quella del 2016, con Hillary Clinton che era molto, molto impopolare anche presso il suo elettorato. Alcuni sostenitori di Bernie Sanders – avversario alle primarie a cui la Clinton ha scippato la candidatura – dichiaratamente hanno votato per Trump, e molti altri si sono astenuti. 

Qual è il programma politico di Trump in risposta all’evidente flop democratico e quali sono, a tuo avviso, i suoi punti deboli e i suoi punti di forza?

Sicuramente Trump ha le idee molto chiare perché è già stato alla Casa Bianca. Dal punto di vista economico, sicuramente il punto di forza è quello di rimuovere le follie e i fanatismi woke, che in questo caso si traducono in fanatismo green. Anche dal punto di vista energetico, quindi, il ritorno ai combustibili fossili. E poi, un’economia che punti a riportare le aziende negli Stati Uniti e a scoraggiarle dall’”esternalizzare”, come aveva già fatto nel suo primo mandato. In questo modo si avvantaggia chi investe e produce negli Stati Uniti, creando ricchezza e posti di lavoro. E ancora, la ripresa del discorso dei dazi con la Cina. Biden quando è arrivato lo ha criticato, ma non li ha rimossi: vuol dire che anche su questo Trump aveva ragione. Continuare quindi sull’America First. Il punto debole, paradossalmente, è anche il punto di forza: la tentazione di un eccessivo isolazionismo. Ma Trump è un uomo d’affari e io credo che saprà coniugare l’America First con una dimensione internazionale, che gli Stati Uniti dovranno continuare ad avere da protagonisti. 

Cos’è l’“Ideologia Woke” fiorita nel periodo democratico e perché, a tuo avviso, non sta funzionando?

L’ideologia Woke è un insieme di dettami che partono dall’assunto del pensiero unico, il “politicamente corretto”: una sostanziale dittatura delle minoranze –  lgbt, razziali  – che applicano una sorta di razzismo al contrario, utilizzando anche la “cancel culture”. Come la cancellazione della storia da parte dei regimi totalitari, ad esempio. I fautori dell’ideologia woke, che troviamo anche nelle Università di Harvard e di Yale, ritengono tutto quello che deriva dalla cultura occidentale dal Rinascimento in poi, il Male. Estremizzo per chiarire e sintetizzare il concetto: la storia è fatta solo da bianchi che sottomettevano i neri e le donne e quindi è tutto “male”, tutto da cancellare. Harvard che cancella il corso sul Rinascimento, statue di Cristoforo Colombo abbattute… Insomma: tutta una serie di nefandezze che fanno parte dell’ideologia woke, di cui fa parte anche l’ideologia gender. Dal mio punto di vista è quest’ideologia a rappresentare il male, ciò che oggi sta portando al declino gli Stati Uniti. Ideologia che si traduce in negativo anche dal punto di vista economico: ad esempio i criteri di sostenibilità energetica e ambientale… Il falso mito della sostenibilità che introduce dei criteri assolutamente inattuabili per aziende “normali”, che magari sono costrette a chiudere perché non si possono adeguare. Alla fine a essere favorite sono sempre le multinazionali. È una partita di giro.

Quali scenari prevedi, negli States, nel caso in cui venga eletto presidente un democratico che dovesse rendersi, ancora una volta, portavoce delle summenzionate culture e ideologie?

Negli Stati Uniti si potrebbe arrivare anche alla guerra civile. Sì perché… Ribadisco, io sto facendo delle constatazioni oggettive, basta ascoltare un qualsiasi comizio di Biden, o anche leggere i suoi tweet, o quelli degli altri esponenti democratici. Accusano Trump per i suoi toni, però andiamo a vedere come parlano loro. Loro sono assolutamente divisivi. Dopo il trionfo di Trump in Iowa, Biden non ha parlato degli “elettori” repubblicani, ma degli “estremisti” repubblicani. E lui, attenzione, dovrebbe essere e parlare da Presidente di tutti. Quindi prevedo uno scenario, nel caso in cui dovessero affermarsi loro… Apocalittico. Per non parlare poi di tutto quello che potrebbe succedere nelle scuole, per via dell’ideologia gender…

Quali scenari potrebbero aprirsi, invece, per effetto dell’elezione di un presidente americano di fede repubblicana?

Di fede repubblicana ce ne sono diversi. Se vincesse Trump, rimetterebbe i valori tradizionali al centro del villaggio. Dal punto di vista geopolitico, gestirebbe il conflitto in Ucraina e quello in Medio Oriente aprendo i tavoli delle trattative. Fermo restando che questo sarebbe sicuramente più semplice con Putin e Zelensky, mentre invece Hamas sappiamo che è un’organizzazione terroristica, quindi… Lì sarebbe un po’ più complicato. 

Parliamo un po’ di Robert Kennedy Junior. Aldilà dell’alto consenso trasversale di cui sembra godere, sia fra i globalisti democratici, sia fra i repubblicani conservatori, quali sono i suoi argomenti e fino a che punto possono far breccia nell’elettorato americano sia globalista, sia conservatore di oggi?

Beh, sicuramente la sua totale avversione al concetto di “guerra”. C’è un passaggio molto bello di un suo discorso che è diventato virale online, in cui dice: “Abbiamo imparato a utilizzare la parola ‘guerra’ in tutti i frangenti: la guerra all’immigrazione, la guerra al virus, la guerra all’inquinamento…” Kennedy ha puntato molto su una pacificazione tra i due elettorati: questo è un tema che può fare presa su entrambi i gruppi, soprattutto sulle persone che sono stanche di questo clima da guerra civile permanente, che da qualche anno a questa parte si vive negli Stati Uniti. In questi ultimi anni, infatti, abbiamo acquisito la forma mentis che ci ha indotto il web. La “polarizzazione”, il fenomeno che caratterizza il nostro tempo, ci induce a considerare chi la pensa diversamente da noi non come qualcuno che ha idee differenti dalle nostre, ma un nemico vero e proprio. Così, ci si allontana sempre di più e ci si capisce sempre di meno. I media mainstream, infatti, parlano di un certo argomento utilizzando una determinata linea. Si stabilisce quindi un frame, una cornice, entro la quale discutere di quel dato argomento. Ed ecco che chiunque esca da quel frame viene aggettivato come “anti sistema”, “omofobo”, “fascista”, eccetera.

Quali sarebbero le sfide che oggi dovrebbe affrontare il personaggio digitale “Alex Anderson”, rispetto alla sua corsa elettorale del 2016? Il sistema dell’informazione è ancora altrettanto craccabile, riguardo all’infiltrazione e alla conseguente diffusione di fake news o qualcosa è cambiato da allora?

Hai sollevato una questione grandissima. La sua candidatura sarebbe irripetibile, come nel 2016. La sfida dell’informazione si è fatta ancora più difficile perché in questi anni abbiamo capito – e il resto dell’intervista in parte lo testimonia – che i veri conduttori di fake news alla fine sono i media tradizionali, non gli pseudo “complottisti”. Quelli sono in certi casi gli “utili idioti” che servono ai media mainstream. Quindi, la vera sfida che si gioca è quella dell’informazione e della comunicazione. 

Quindi in Europa ci arriverebbero delle notizie vere al 20%?

Quando va bene! Questo te lo firmo e te lo sottoscrivo.

Che frecce avrebbe al suo arco Alex Anderson e come convincerebbe i sostenitori di Trump a votare per lui, anziché riconfermare la loro fiducia all’Autore del motto: “Make America Great Again”? 

Sicuramente l’età. Una maggiore contemporaneità e consapevolezza di quelle che sono le necessità delle nuove generazioni, e anche una maggiore garanzia di proiettare gli Stati Uniti nel futuro. Questo potrebbe essere il suo valore competitivo. Con tutto il rispetto per Trump e per la sua agenda, Alex si proporrebbe come un’alternativa più nuova e anche scevra da quello che è il carico da novanta che, nel bene o nel male, si porta sulle spalle Trump. 

C’è qualcosa che vorresti aggiungere, a conclusione di questa nostra bella chiacchierata?

Alla fine, secondo me, il trait d’union di tutto è la coerenza. La coerenza e il rispetto per le idee altrui, sono due elementi che mancano sempre di più nel dibattito pubblico. E questo non avviene a caso, ma perché qualcuno lo vuole… Del resto, ce l’hanno insegnato i romani con “Dividi et impera”…  Dal mio punto di vista, invece, sono molte di più le cose che uniscono gli esseri umani. Se facessimo delle domande tipo: “Sei d’accordo sul fatto che tutti dovremmo vivere nel benessere? … Sul fatto che non ci dovrebbero essere guerre? … Sul fatto che le nostre città dovrebbero essere sicure? … Che la sanità dovrebbe funzionare?” Chi ti potrebbe dire di no? Nessuno. Dipende anche da come le poni, le questioni. Poi, alla fine, si torna sempre lì. È per questo che io insisto sul fatto dell’importanza dell’informazione e della comunicazione. Perché sono loro, alla fine, a determinare il corso della storia.”

 




Ecco perché un bravo docente non può essere umiliato con 1500 euro di stipendio.

Vorrei delineare come io vedo un buon docente e perché un buon docente non può essere pagato solo 1500 euro al mese, più o meno.

lo faccio per punti sintetici ma giusto per dare il senso della cosa.

Un modello ideale di docente come guida dei giovani può essere concepito attraverso l’integrazione di diverse qualità, competenze e atteggiamenti, ognuno dei quali contribuisce a formare un’immagine completa di ciò che rappresenta un “buon insegnante”.

Un modello così definito non solo rispecchia le migliori pratiche pedagogiche, ma si adatta anche alle esigenze individuali e collettive degli studenti, promuovendo la loro crescita intellettuale, sociale e personale.

 Conoscenza e Competenza Accademica

Profonda Conoscenza della Materia: Un insegnante dovrebbe avere una solida comprensione della materia che insegna, aggiornandosi costantemente sulle ultime ricerche e sviluppi nel suo campo.

Competenza Didattica: Essere in grado di presentare contenuti complessi in modo chiaro e comprensibile, utilizzando varie metodologie didattiche per adattarsi ai diversi stili di apprendimento degli studenti.

 Capacità Relazionali e Comunicative

Empatia e Sensibilità: Mostrare comprensione e sensibilità verso le diverse esigenze emotive e sociali degli studenti, creando un ambiente di apprendimento inclusivo e accogliente.

Capacità di Comunicazione Efficace: Saper comunicare chiaramente, ascoltare attivamente e incoraggiare il dialogo costruttivo in classe.

 Orientamento al Supporto e alla Crescita Personale

Guida e Mentoring: Fornire non solo istruzione, ma anche orientamento, supportando gli studenti nel loro percorso di crescita personale e professionale.

Modello di Ruolo Positivo: Agire come un modello di integrità, responsabilità e curiosità intellettuale, influenzando positivamente gli studenti attraverso il proprio comportamento e atteggiamento.

 Innovazione e Creatività Didattica

Incorporazione di Metodi Innovativi: Utilizzare tecnologie educative e approcci didattici creativi per rendere l’apprendimento più coinvolgente e efficace.Promozione del Pensiero Critico e Creativo: Stimolare gli studenti a pensare in modo critico e creativo, incoraggiando la risoluzione di problemi e l’esplorazione indipendente.

 Responsabilità Sociale e Cittadinanza Attiva

Educazione ai Valori e alla Cittadinanza: Insegnare il rispetto per la diversità, la giustizia sociale e promuovere la consapevolezza civica tra gli studenti.

Risposta ai Cambiamenti Sociali: Essere consapevoli delle dinamiche sociali e culturali contemporanee, integrando questioni rilevanti nella didattica e preparando gli studenti ad affrontare le sfide del mondo moderno.

 Auto-riflessione e Crescita Professionale Continua

Disponibilità alla Crescita Personale: Essere aperti al feedback, alla critica costruttiva e alla continua formazione professionale per migliorare la propria pratica didattica.

Autoregolamentazione e Riflessione Critica: Avere la capacità di riflettere criticamente sulla propria pratica, identificando aree di forza e di miglioramento.

 Flessibilità e Adattabilità

Adattabilità alle Diverse Situazioni: Essere flessibili e in grado di adattarsi a diverse situazioni di classe, sfide educative e bisogni degli studenti.

Gestione Efficace della Classe: Possedere competenze nella gestione della classe, creando un ambiente di apprendimento ordinato e favorevole, dove tutti gli studenti si sentono valorizzati e coinvolti.

 Collaborazione e Coinvolgimento della Comunità

Collaborazione con Colleghi e Famiglie: Lavorare in modo collaborativo con altri insegnanti, personale scolastico e famiglie per promuovere il successo educativo e il benessere degli studenti.

Impegno nella Comunità Scolastica: Essere attivamente coinvolti nella vita scolastica, contribuendo al miglioramento continuo dell’ambiente educativo.

Un modello ideale di docente come guida dei giovani va oltre il semplice ruolo di trasmettitore di conoscenze.

Esso incorpora una gamma di competenze e qualità che abbracciano  l’empatia, l’innovazione, la responsabilità sociale e la capacità di ispirare e motivare.

Tale modello enfatizza l’importanza di un approccio olistico all’insegnamento, dove il docente non solo impartisce lezioni, ma guida gli studenti nel loro sviluppo integrale come individui e membri attivi della società.

L’essere un buon docente, quindi, significa essere un facilitatore di esperienze, un mentore, un innovatore, un leader compassionevole e un appassionato apprendista per tutta la vita.

In un’epoca di cambiamenti rapidi e sfide globali, la figura dell’insegnante come guida dei giovani assume un ruolo sempre più cruciale nel plasmare non solo il futuro accademico, ma anche quello personale e sociale degli studenti.

Questa visione del docente come guida completa e multidimensionale riflette un impegno profondo verso l’educazione, riconoscendola come uno strumento vitale per il progresso individuale e collettivo.

In tal senso, il modello ideale di docente è quello che riesce a integrare tutte queste diverse sfaccettature in un unico, coeso e dinamico approccio all’insegnamento e all’apprendimento.

Il ruolo del docente, particolarmente in quanto orientatore, può essere esaminato e definito attraverso diverse prospettive, tra cui la pedagogia, la psicologia dell’educazione, la sociologia e la filosofia dell’educazione.

La nozione di “orientatore” si riferisce non solo all’aspetto didattico e conoscitivo, ma anche al ruolo più ampio del docente come guida nello sviluppo personale e sociale degli studenti.

 Prospettiva Pedagogica

Dal punto di vista pedagogico, il ruolo dell’insegnante come orientatore è fondamentale nel guidare gli studenti nel loro percorso di apprendimento.

Questo implica non solo la trasmissione di conoscenze, ma anche la capacità di stimolare la curiosità, il pensiero critico e l’autonomia nell’apprendimento.

Il docente orientatore agisce come facilitatore, aiutando gli studenti a costruire il proprio sapere attraverso metodi didattici che promuovono l’interazione, la riflessione e l’indagine.

 Prospettiva Psicologica

Nella psicologia dell’educazione, l’orientatore è colui che supporta lo sviluppo emotivo e cognitivo degli studenti.

Attraverso un’attenzione alle diverse esigenze individuali, il docente può identificare e intervenire in situazioni di difficoltà o di bisogno, promuovendo un ambiente di apprendimento inclusivo e sensibile alle diverse modalità di apprendimento.

Questo ruolo comporta anche la capacità di gestire le dinamiche di gruppo, favorire la socializzazione e il rispetto reciproco tra gli studenti.

 Prospettiva Sociologica

Da una prospettiva sociologica, il ruolo dell’insegnante come orientatore comprende la preparazione degli studenti per il loro futuro ruolo nella società.

Questo implica fornire loro non solo conoscenze e competenze, ma anche valori, etica e consapevolezza sociale.

L’educazione è vista come uno strumento per promuovere equità e giustizia sociale, e il docente ha il compito di guidare gli studenti verso una cittadinanza attiva e responsabile.

 Prospettiva Filosofica

Dal punto di vista filosofico, l’orientamento può essere inteso come un aiuto nel processo di auto-realizzazione e ricerca di senso.

Il docente non è solo un trasmettitore di sapere, ma anche un mentore che guida gli studenti nella comprensione di se stessi, delle loro passioni e delle loro aspirazioni.

Questo aspetto richiede un approccio olistico all’educazione, dove il sapere non è compartimentalizzato, ma integrato in una visione più ampia dell’esistenza umana.

 

In conclusione, il ruolo del docente è multiforme e complesso.

Non si limita alla sola dimensione didattica, ma si estende a quella sociale, emotiva e filosofica.

La capacità di un insegnante di fungere da orientatore efficace può avere un impatto significativo non solo sul successo accademico degli studenti, ma anche sul loro sviluppo personale e sulla loro futura partecipazione nella società.

Questo ruolo richiede quindi un impegno costante nella formazione professionale, nella riflessione critica e nell’adattamento a un contesto educativo in continua evoluzione.

Secondo voi cari lettori uno così che si prende cura bene dei vostri figli può essere insultato con solo 1500 euro di stipendio?????

Invitiamo questo governo a smettere di umiliare i docenti ed a usare i fondi del PNRR per pagare meglio i docenti e dare loro percorsi di qualificazione professionale seri ed appaganti.

 

 




Caro Ministro Valditara, tutor di orientamento ma è veramente utile???

La domanda sulla validità e l’utilità dei tutor di orientamento solleva diverse questioni complesse e può essere affrontata da diverse prospettive.

Per sviluppare un’analisi critica, considererò vari aspetti come il ruolo dei tutor di orientamento, la loro efficacia, il contesto educativo e sociale, e gli eventuali limiti e sfide che questo ruolo può comportare.

I tutor di orientamento sono spesso impiegati nelle istituzioni educative con l’obiettivo di fornire guida e supporto agli studenti nel loro percorso accademico e professionale.

La loro funzione primaria è quella di aiutare gli studenti a comprendere le loro opzioni accademiche e di carriera, fornendo informazioni, consigli, e risorse.

Una critica è che l’orientamento fornito da un tutor può essere troppo standardizzato e non adeguatamente personalizzato per le esigenze individuali degli studenti.

Questo approccio “taglia unica” può non essere efficace per tutti gli studenti, specialmente in un contesto educativo sempre più diversificato.

La qualità dell’orientamento fornito può variare significativamente a seconda della formazione e dell’esperienza del tutor.

In alcuni casi, i tutor potrebbero non essere adeguatamente formati o aggiornati sulle ultime tendenze nel mondo dell’istruzione e del lavoro.

Vi è il rischio che gli studenti diventino troppo dipendenti dai tutor per prendere decisioni importanti, invece di sviluppare la capacità di valutare autonomamente le proprie scelte e percorsi.

L’orientamento fornito potrebbe non essere sempre in linea con le reali esigenze del mercato del lavoro, portando gli studenti a perseguire percorsi di studio o carriere meno vantaggiosi.

Il vero orientatore è in realtà il docente che ben conosce, o dovrebbe, il suo giovane allievo, e pertanto per molti studenti, soprattutto in fasi critiche del loro percorso accademico, il docente può fornire supporto essenziale, aiutandoli a navigare in un sistema educativo complesso.

Gli stessi docenti possono agire come un importante collegamento tra gli studenti e le risorse disponibili, come borse di studio, tirocini, e opportunità di studio all’estero, che altrimenti potrebbero essere difficili da scoprire.

Invece di creare dipendenza, un buon docente può in realtà aiutare gli studenti a sviluppare competenze decisionali e di pianificazione autonome, fornendo strumenti e metodi per valutare in modo critico le proprie scelte.

In un contesto educativo che valorizza la diversità e l’inclusione, i docenti correttamente formati ed aggiornati possono svolgere un ruolo cruciale nel supportare studenti con background e esigenze diverse, inclusi quelli con difficoltà di apprendimento o provenienti da contesti svantaggiati.

È importante considerare, inoltre, il contesto in cui operano i tutor di orientamento.

In alcuni sistemi educativi, potrebbero essere sottoposti a pressioni per indirizzare gli studenti verso percorsi specifici che riflettono gli obiettivi istituzionali piuttosto che le esigenze individuali degli studenti.

Inoltre, il rapido cambiamento del mercato del lavoro e l’evoluzione delle carriere richiedono un aggiornamento costante delle competenze e delle conoscenze da parte dei tutor di orientamento.

In conclusione, mentre ci sono critiche valide riguardo all’efficacia e all’approccio dei tutor di orientamento, è anche chiaro che solo i docenti possono svolgere un ruolo significativo nel supportare gli studenti.

Quindi caro Ministro alla fine forse era il caso di valorizzare maggiormente il corpo docente che lei ha a disposizione senza buttare altri soldi, smettendola di umiliarlo con progetti che non valorizzano il ruolo dei docenti.

 




LA POLITICA DEL CENTRISMO IN ITALIA TRA ATTUALITA’ E PROFEZIA

“Alla società del non pensiero ancora oggi la Democrazia Cristiana propone una visione fondata sui valori umani e cristiani.”

Bisogna riportare le lancette degli orologi indietro nel tempo per cogliere l’importanza e le ragioni del sorgere del c.d. centrismo nella politica nel nostro Paese …

Il PPI nasce nel 1919 con Sturzo e poi De Gasperi che poi confluisce pure lui nel 1920 nel PPI.

A questi si unisce il futuro Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, allora sindacalista cattolico.

Il Partito si fondava sul popolarismo di Sturzo e la Dottrina Sociale della Chiesa. Grazie a ciò, molti cattolici tornarono in politica dopo il Non Expedit.

Il PPI raccolse anche molti Liberali cattolici antisocialisti e una grande parte della massa contadina, in quanto appunto non legato a una classe sociale borghese.

Il Manifesto di Sturzo è noto come «Appello ai liberi e forti», i cui capisaldi sono:

  • Il ruolo della Società delle Nazioni
  • La libertà religiosa
  • La famiglia
  • I sindacati cattolici

Il PPI ottenne il 20 % dei voti nel 1919 e circa 100 deputati. Altre istanze del Partito riguardavano: il decentralismo, la lotta al latifondo e il voto alle donne, temi dichiaratamente antifascisti.

Dopo la Marcia su Roma tuttavia don Sturzo aderì al nuovo governo di Mussolini con atteggiamento critico.

Nel 1924, i Popolari conobbero una sconfitta notevole, poiché diversi cattolici aderirono al Fascismo tanto che nel 1926 i Popolari si sciolsero.

In seguito, la DC raccolse diversi ex esponenti cattolici del Fascismo, tra cui Fanfani, Tambroni, Giuseppe Medici etc.

Nel 1942 De Gasperi, Gronchi, Scelba, Malvestiti, Andreotti e Moro con Fanfani e Dossetti, si radunarono presso la casa di Giorgio Falk per discutere la costituzione di un partito cattolico.

Il 1943 viene comunemente considerato come il momento di fondazione della DC con il relativo simbolo storico.

Venne inoltre elaborato qui nel luglio 1943 il c.d. Codice di Camaldoli, un documento programmatico che tratta tutti i temi della vita sociale: dalla famiglia al lavoro, dall’attività economica al rapporto cittadino-stato.

Si elencano inoltre anche i principi morali cui deve sottostare anche il mondo economico.

Nel 1944 Ivanoe Bonomi fu incaricato di costituire un nuovo governo, il terzo col suo nome, con appoggio di DC, PLI, PCI, PDL, nel quale De Gasperi rafforza la sua influenza.

Il comitato cattolico resta clandestino fino al Governo Badoglio. La DC partecipa alla Resistenza armata contro il Nazifascismo; uno dei capi di essa fu Enrico Mattei.

Nel 1945 Nacque il Governo Parri appoggiato da varie forze democratiche e in seguito il Governo De Gasperi che avrebbe dovuto organizzare le elezioni democratiche referendarie.

Era la mattina del 2 giugno 1946 quando per la prima volta in Italia anche le donne partecipavano ad una consultazione politica nazionale determinandone l’esito: votarono infatti circa 13 milioni di donne e 12 milioni di uomini. L’Italia il 2 giugno 1946 si sveglia una Repubblica.

Un esame degli avvenimenti più rilevanti da un punto di vista storico, sociale, politico, economico e antropologico ci fornisce uno spaccato per comprendere i primi passi del giovane paese repubblicano, nella prospettiva di intendere le prime significative scelte propedeutiche alla difficile ricostruzione dell’Italia post bellica proprio attraverso la politica del centrismo.

 

Il centrismo nella politica nasce con Alcide De Gasperi, figlio della cultura popolare e strumento operativo del “popolarismo sturziano”, la più alta forma di democrazia che aprì un varco in quella stagione storica così da generare una rinascita e una ricostruzione democratica dell’Italia sulle spinte riformiste.

Il centrismo rappresenta una cornice ideologica non nettamente definita, alla quale appartengono quei partiti che si collocano nel centro dello schieramento politico e che si fanno promotori di una posizione intermedia tra le posizioni estreme di destra e di sinistra in campo socio-economico.

In Italia, dal 1946 in poi, il centrismo è stato principalmente sinonimo di “cristianesimo” democratico.

La DC ha racchiuso al proprio interno variegate posizioni sia in campo economico- sociale che culturale, tutte, però, cresciute nel comune alveo della dottrina sociale della Chiesa cattolica e ha saputo coltivare una sorta di partito società, in quanto rispecchiava le diverse classi sociali caratterizzandosi per essere interclassista.

Questa scelta di politica moderata adottata dal centrismo sostanzialmente viene generata dalle condizioni storiche poste in rilievo che concentrano il loro momento topico sulle elezioni politiche del 18 aprile 1948: le prime dell’Italia Repubblicana, nelle quali la Democrazia Cristiana consegue un risultato inequivocabile, il Paese nel timore delle sinistre, coagula nel responso delle urne un consenso elettorale storico del 48,5 %: gli italiani scelgono di dare fiducia al Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi e al suo progetto di governo centrista.

Le contrapposizioni e le conflittualità non producono frutto se non indirizzate in una dialettica di reciproco ascolto che conduce ad una riflessione.

La politica senza dialogo, confronto e proficua riflessione sui problemi continuerà progressivamente a generare uno scollamento della gente dalla politica stessa, le persone alla luce degli scenari del tutto deludenti e inefficaci che certificano il fallimento della politica insensibile alle esigenze sociali ha prodotto sentimenti diffusi di incredulità e profondo pessimismo.

Il percorso del governo De Gasperi si profilava alquanto difficile e complicato, doveva fare i conti oltre che con le contingenze della storia anche con i contrasti tra i partiti della maggioranza e all’interno della stessa DC, dove il gruppo guidato da Dossetti e Fanfani si batteva facendo leva sulla conoscenza intellettuale per cambiare la realtà del Paese anche attraverso una diversa visione dello sviluppo economico e sociale, aspetto basilare per un effettivo cambiamento della società.

Dopo il successo elettorale della Democrazia Cristiana del 19 aprile 1948, nel quale ottenne il risultato storico del 48,5% dei consensi in Italia, De Gasperi, anziché optare per un governo monocolore, diede a battesimo quella scelta politica del centrismo che, nel prendersi cura delle Istituzioni democratiche, si rilevò profetica e rispondente ai bisogni del Paese.

De Gasperi mise insieme per sostenere l’azione di governo: “Socialdemocratici”, figli della tradizione culturale del pensiero marxista; “Repubblicani”, laici ispirati dai riferimenti culturali inizialmente ancorati alle posizioni di sinistra non marxista e anticlericale del pensiero mazziniano; “Liberali”, una parte della classe dirigente che partecipava attivamente alla vita politica ponendo in grande considerazione le questioni sociali che generarono un contributo alla discussione pubblica del tempo.

In queste diversità di posizioni politiche, De Gasperi non chiese una comunione di pensiero alla coalizione, ma un sostegno all’azione di governo per contribuire, ognuno nella propria autonomia di vedute politiche, alla costruzione della democrazia rappresentativa nel Paese.

La legislatura si chiude sulla inattuata e controversa riforma elettorale che tuttavia alle elezioni politiche del 1953 conferisce nuovamente la maggioranza allo schieramento centrista che segnerà anche la fine del percorso politico di Alcide De Gasperi che da saggio uomo politico quale era, si ritira dalla politica di quegli anni e morirà prematuramente l’anno successivo nell’agosto del 1954.

Le elezioni politiche del 1958 definiscono uno scenario politico interno e internazionale cambiato rispetto agli anni precedenti che avevano favorito la genesi e caratterizzato la stabilità dei governi figli del “centrismo degasperiano” e dell’indiscussa egemonia politica della DC, appoggiata dai partiti di centro minori da cui era scaturita la definitiva emarginazione governativa del PCI e del PSI.

Durante la II Legislatura della Repubblica Italiana in carica dal 25 giugno 1953 all’11 giugno 1958 la politica di governo del centrismo sopravvisse al suo fondatore in maniera sempre più instabile e mostrando ormai segni evidenti di deterioramento che nel 1958 ebbero il loro epilogo, in quanto la formula centrista adottata per contrastare la sinistra socialcomunista e per evitare accordi con la destra monarchica e neofascista segnava ormai il suo declino.

Si alternarono governi deboli e, da un lato il progressivo distacco del PSI dal PCI con la fine dell’unità delle Sinistre, e dall’altro l’involuzione conservatrice cui andò incontro il PLI, contribuirono a mettere in crisi la formula centrista sulla quale si era costruito il solco della democrazia rappresentativa, una esigenza inarrestabile del Paese.

Alle lezioni del 1958 la prognosi del primo declino dei governi centristi fu conclamata dalla storia, la DC sotto la guida di Amintore Fanfani prima, e di Aldo Moro poi, elaborò alcune coalizioni verso la sinistra che si batteva per una più equa distribuzione del reddito cercando di intercettare in ogni modo il consenso popolare.

Dopo le elezioni politiche del 1958, furono sperimentate le prime esperienze politiche di “centro- sinistra”, rese possibili dall’appoggio esterno dei socialisti, con la nascita nel 1962 del governo tripartito guidato da Amintore Fanfani, con la partecipazione di DC, PSDI, PRI e con l’astensione benevola del PSI, fino all’ingresso organico del partito progressista nel governo nel 1963, con la nascita del primo governo Moro.

Il 1969 aprì una nuova drammatica fase: con la bomba di piazza Fontana (MI) iniziò così la strategia della tensione, che per oltre un decennio condizionerà la vita politica italiana, gli anni di piombo culminarono nelle atrocità inflitte al sistema politico dall’uccisione, da parte delle Brigate Rosse, di un uomo politico illuminato, Aldo Moro.

La virtù nella quale Aldo Moro si elevò e distinse fu la preziosità del servizio nella politica.

L’agire politico di Moro è stato non solo il frutto maturo di una genialità intellettuale e giuridica, che tutti gli riconoscono, ma anche la fioritura di un’autentica testimonianza di vita nascosta che rileva il senso profondo della sua pratica di essere servo inutile di Cristo, servizio che reclama, per Aldo Moro politico, sapiente, saggio e interprete fedele della carità, gli onori dell’Altare a sugello della sua vita santa.

Aldo Moro, Giorgio La Pira, Giuseppe Lazzati, Giuseppe Dossetti, Igino Giordani, autorevoli personaggi politici del dopoguerra, sono stati discepoli di Paolo VI, che in quegli anni formava i suoi ragazzi sui corposi testi, densi di profezia e attualità, di Jacques Maritain, San Tommaso e di quella nouvelle théologie che giungeva dalla Francia.

Questi allora giovani si sono formati sulle ferite delle atrocità della guerra e sulla profondità del pensiero illuminato dell’altissimo magistero del giovane Montini, divenendone figli spirituali e lasciando all’umanità un solco di eredità di pensieri politici che ancora oggi genera una fioritura di semina e una copiosità di messi.

Fu proprio Paolo VI ad accennare alla Santità di Aldo Moro quando, alle esequie ufficiali, nella preghiera, lo definì con quelle parole dense di profezia «uomo buono, mite, saggio, innocente e amico».

Il sistema politico centrista assesta la sua azione di governo facendo leva sulla base centrale degli assetti politici per contenere pulsioni e segnali estremi.

La politica governativa centrista, in una visione di corsi e ricorsi storici, potrebbe attrarre tutte le forze politiche moderate del Paese diventando coagulante sociale e politico delle diverse prospettive per dare realizzazione ad una politica a misura di uomo che si nutra dei valori umani e cristiani e dia valore al pensiero europeista degasperiano formidabilmente rifletto nel concetto espresso dallo statista della “Nostra Patria Europa” cercando di arrestare le spirali sovraniste di un nazionalismo anacronistico e di arginare le derive degli estremismi di destra e di sinistra con l’obiettivo di annientare definitivamente nostalgie pericolose e destabilizzanti.

Occorre una ricostruzione delle coscienze e del loro peso interiore, che passa attraverso l’educazione e la formazione che potrà poi, per intima coerenza e adeguato sviluppo creativo facendo tesoro dei propri vissuti, esprimersi con un peso culturale e finalmente sociale e successivamente politico per porre in essere una politica alta.

Per riscoprire il valore della “Politica” dobbiamo ritornare a comprendere il travaglio, il pathos, la sofferenza i drammi esistenziali e sociali del popolo, lasciato per troppo tempo fatalmente al suo destino sfrattato dalla sua stessa dimora: il Parlamento che attraverso le leggi avrebbe dovuto essere il fedele interprete delle esigenze sociali e invece è stato un luogo estraneo a chi avrebbe dovuto essere il vero sovrano e si è caratterizzato per aver dato tutela a interessi personali snaturandone la funzione e il ruolo democratico, divenuto sempre più cassa di risonanza di accordi presi fuori dal Parlamento.

Con il ritorno alla antropologia delle problematiche esistenziali e sociali riscopriremo l’immenso valore di Dio che governa la storia e che deve essere sempre al centro di ogni pensiero e azione che ha a cuore il futuro dell’uomo dobbiamo ricostruire insieme una nuova idea di futuro, se l’umanità vuole riscattarsi dalla deriva e dal caos che la pervade l’umanità deve rimettere al centro della storia Dio nella prospettiva di sentire il disagio, il bisogno altrui che determina il senso dell’umanità nella politica.

Senza la guida dall’alto attraverso l’umiltà dell’uomo e ispirato dallo Spirito non potrà non riconoscersi bisognoso di aiuto, l’esistenza si deprime e scade negli istinti e negli impulsi senza controllo che conducono allo smarrimento e alla dispersione dei valori e dei principi che dovrebbero edificare un mondo migliore dove prevalga il bene comune, la giustizia, la solidarietà e la pace.

Se in politica non cercheremo con sincero sforzo di comprendere l’altro, il prossimo che ci sta dinnanzi, sentire il suo dramma esistenziale, la sua sofferenza, il nostro agire politico non potrà rivestirsi di quella connotazione umana della Politica definita da Paolo VI come la più alta forma di carità” la politica in questa nobile accezione partecipa del divino.

Diceva La Pira dopo la mistica la politica e lo strumento che più avvicina a Dio.

Nella odierna dimensione politica porre al centro dell’agire il “servizio” rappresenta la via maestra che conduce alla ricerca del bene comune, obiettivo dimenticato da “certa politica” insensibile di questi anni. In questo cammino quasi messianico, possiamo trovare la giusta ispirazione in quella realtà evangelica da cui tutto ebbe inizio.

Allo stesso modo nella politica occorre pronunciare e testimoniare quel profetico “” di “Maria” che faccia nascere nella società una “nuova civiltà di diritti e soprattutto un “nuovo senso del dovere” per rimettere in campo la “speranza” nella giustizia per farci uniti-insieme ma diversi costruttori di pace partendo dal piccolo gesto, consapevoli che “ogni piccolo gesto è rivoluzione non violenta in sé”, se accompagnato da uno spirito solidale di tutti e di ciascuno perché “nessuno è dispensato dal partecipare alla costruzione della società che vogliamo” per renderla più libera, più giusta e solidale con i più bisognosi e deboli, al fine di raggiungere il bene comune, prima essenza della Politica che deve rivestirsi di carità.

Quel “nuovo senso del dovere” avvertito dalla sensibilità e profezia di “Aldo Moro” nel suo ultimo intervento in Parlamento, alla Camera del 28 febbraio 1978 : “Questo Paese non si salverà,

la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere”.

Parlare di doveri non è mai facile e si rileva al quanto complesso e difficile perché mentre i doveri segnano dei limiti, i diritti aprono spazi. I diritti richiamano libertà e democrazia; i doveri mobilitano gerarchia e autorità.

Di qui l’interesse più per i diritti che ci stimolano che per i doveri che ci comprimono.

Tuttavia, i diritti, pur costituendo l’essenza della democrazia, non sono sufficienti, da soli, a sostenerla; possono affermarsi solo in una società che adempie ai doveri nell’equilibrio delle due funzioni di stimolo e di compressione nelle quali si rivela la bellezza del vivere in armonia con le fluttuazioni del divenire della società.

Fattori questi propedeutici per rimettere in campo la “speranza” nella prospettiva della “giustizia” per farci tutti insieme ma diversi “costruttori di pace” nel Paese e nel mondo.

Molto spesso la politica si rivela per non essere per i più affar nostro, i giovani si disinteressano, le persone se ne allontanano perché non condividono gli esempi negativi di certi “politicanti” che hanno ridotto la politica ad un mercimonio, degradata oltre il prevedibile ad una attività da evitare, rendendola estremamente impopolare.

Tale deriva di pensiero nel quale è precipitata l’interpretazione disincantata di una politica lontana dalla gente che ha dimenticato la bellezza della polis, del pensare politicamente per risolvere i problemi del popolo sovrano, relegato in soffitta e defraudato dal diritto primario di scegliere attraverso l’esercizio del voto, la rappresentanza parlamentare, la classe dirigente che emerge dalle segrete stanze delle segreterie dei partiti generando l’aberrante logica della “partitocrazia”, una delle “tre male bestie” individuate da Don Luigi Sturzo unitamente allo “statalismo” e “l’abuso del denaro pubblico”.

La politica deve riscattarsi da questa disonorevole onta, dovrebbe riuscire a trovare soluzioni, aborrire il calcolo e sperimentare ancora la passione di un tempo, quando la politica si faceva proprio per passione vivendo la cultura dell’alterità e del servizio come missione perché se non serviamo agli altri a che serve vivere.

La politica è “affar nostro” perché anche se non ci occuperemo di essa, la politica non smetterà mai di occuparsi di noi, lasciare deleghe in bianco ai politicanti di strapazzo è un grave errore che non si dovrebbe fare perché lascia in meno a degli irresponsabili il timone della storia.

Dobbiamo riscoprire con Aldo Moro oltre alla conquista dei diritti una rimodulazione di “quel nuovo senso del dovere” che suona di profezia e attualità ancora oggi per dare un’altra possibilità alla politica.

Suonano di monito e di profezia l’attualità delle parole di Papa Francesco: “Non pensiamo che la politica sia riservata solo ai governanti: tutti siamo responsabili della vita della ‘città’, del bene comune; e anche la politica è buona nella misura in cui ognuno fa la sua parte al servizio della pace”.

In questo scenario di divisioni e disfattismo organizzativo occorre rivivere il valore cristiano dell’“eccomi” divenendo questa la risposta unanime al bisogno diffuso della gente, da troppo tempo inascoltato, affinché si innalzi un inno alla concretezza del fare per una politica più alta, più umana e caritatevole incrementando la pasienza e la capacità di ascolto fondamentali per sentire i bisogni del popolo.

L’eccomi sia strumento profetico della carità, come espresso dal pensiero illuminato del Pontefice Paolo VI nella Enciclica del 26 marzo 1967 Populorum Progressio.

Tale disegno potrà realizzarsi attraverso l’unica scelta possibile quella dell’amore: fare germogliare semi di speranza nella politica che facciano fiorire una nuova civiltà di diritti e soprattutto un nuovo senso dei doveri realizzando così la profezia di Moro.

Sul punto risuonano attuali e profetiche le parole del filosofo Carl Gustav Jung: «Dove l’amore impera, non c’è desiderio di potere, e dove il potere predomina, manca l’amore. L’uno è l’ombra dell’altro».

La politica non deve accontentarsi di raggiungere nel dialogo, il minimo comune denominatore che non serve, se non a vegetare, così come ha fatto nel tempo senza più emozionare nessuno, senza generare entusiasmo, imitazione, partecipazione, relegandosi ai margini della società e determinando astensionismo, indignazione e disapprovazione.

Quando la politica non diviene strumento prolifico di servizio nel cammino verso il miglioramento delle condizioni dell’uomo, e strumento d’amore per il prossimo, rimane inefficace, si impoverisce la sua fondamentale forza naturale di essere generatrice di progresso e di sviluppo sociale, economico e culturale.

Sotto tale profilo, la politica dovrebbe vivere una nuova stagione storica che si alimenti della bellezza del “dialogo” che miri a sperimentare l’ascolto reciproco che nel confronto riesca ad elaborare una “riflessione” che cerchi di analizzare i bisogni e individuare il modo di risolvere i problemi che attanagliano la gente.

Se analizziamo la parola “dialogo” che letteralmente indica un incrocio, e ci sforziamo di ricercare un sinonimo possibile, lo possiamo trovare nella parola “incontro”, occorre mettere al centro del “dibattito politico” questa prospettiva dialettica di incrocio fatta di ascolti reciproci volti a elaborare una riflessione che coniughi le diversità contrapposte.

La parola “incontro” è formata da due elementi antitetici, la preposizione “in” che vuol dire andare verso, mettersi in ascolto, alla fine condividere; ma abbiamo anche l’avverbio “contro” che vuol dire di per sé “opposizione”, ecco perché il dialogo non deve essere omogeneizzazione del pensiero e non può e non deve accontentarsi di arrivare ad un minimo comune denominatore, deve andare oltre il dialogo.

Deve generare un confronto che per essere produttivo, fecondo deve tendere a comprendere le diversità di vedute, percependone le differenze, sentire le ragioni dell’altro e i suoi vissuti sperimentare in un cammino comune l’elaborazione di una riflessione.

Nella consapevolezza che è proprio da queste diversità, dal sentire le ragioni dell’altro, che una società cresce e progredisce in questa prospettiva di “incontro” di opinioni che generino nella riflessione la conoscenza, mutuando Wilde potremmo dire : “Le cose vere della vita non si studiano né si imparano, ma si incontrano.

Attualizzare il “pensiero della visione cristiana” nella politica e nella storia vuol dire analizzarne lo stato di salute e verificare se si sia di fronte ad una visione moribonda, anacronistica o al contrario sia ancora viva per svolgere il grande ruolo di unire piuttosto che dividere, ricucendo gli strappi e le lacerazioni attraverso una via: applicare alla politica il “codice materno” che vuol dire “prendersi cura dell’altro”, “non confondere mai le persone con il numero” essere al servizio degli altri e in particolare di chi è più debole e bisognoso.

Pensiamo quali effetti positivi potrebbe generare l’applicazione del “codice materno” alla politica, alla economia, alla imprese al vivere nelle sue diversificate forme del sociale.

La politica deve rivalutare e adottare il potere delle emozioni, deve puntare sul valore cognitivo delle emozioni che sostanzialmente precedono lo stesso valore cognitivo dell’intelletto.

Quando la politica riesce ad emozionare coinvolge le masse, genera imitazione, condivisione e partecipazione, senza emozione la politica rimane sulla soglia della conoscenza, ne conseguono disapprovazione e a tratti disprezzo, perché nessuno vi si rispecchia più; cresce progressivamente il risentimento e la sensazione ostile che nulla possa effettivamente cambiare, tutto ristagna e rimane così com’è a prescindere da chi vada a governare, tanto nell’opinione collettiva non cambierà mai nulla e il tasso dell’astensionismo, diventato ormai il partito di maggioranza assoluta ne è la più triste attestazione della sconfitta della politica.

Un pensiero se coltivato nel cuore della responsabilità, della fortezza e della libertà non muore, vive nella speranza le diverse stagioni della storia.

La politica si deve riappropriare della libertà di parlare pubblicamente il linguaggio della verità.

La verità la si incontra vivendo con l’amore dentro il senso profondo del servizio, e il vivere comprende tutto quanto ci accade, oltre a quello che facciamo accadere noi quando diventiamo strumento della nostra carità.

La politica senza carità diventa sterile conquista del potere per il potere e nessuna azione ci gioverebbe anche se conquistassimo il cento per cento dei consensi.

Questi sentimenti descritti germinano nella Democrazia Cristiana, realtà che deve riproporsi a tratti rinascere, ma per rotolare la pietra del sepolcro e risorgere deve ricordare, perdonare e innovare, nella prospettiva di quella attualizzazione profetica finora descritta applicando quel codice materno menzionato.

Da qui, riannodando i fili della memoria, diviene facile seguire il cammino verso l’incontro dell’uomo e nell’incontrare l’altro, i suoi bisogni riscoprire il senso profondo della nostra umanità e finalmente incontrare nell’altro, nel prossimo, nel bisognoso, nel povero il volto trasfigurato del Cristo la cui umanità dopo la rivelazione nella storia è in mezzo a noi.

E allora con Dossetti riapriamo una nuova stagione di riforme che pongano al centro la persona umana, la sua dignità e valore sin dal concepimento, con La Pira ridefiniamo la politica, guardiamo alla persona incontriamo la bellezza dell’altro e soprattutto del povero e bisognoso, su queste dinamiche di servizio riuscire ad incontrare il Cristo trasfigurato nei poveri e nei più bisognosi, solo in questo modo si potrà elevare la politica alla più alta forma di carità come teorizzato da Paolo

VI. In queste successioni di senso, generare una nuova stagione nella storia contemporanea nella quale la politica di centro, moderata può ancora avere un “ruolo centrale” nella politica nazionale, europea ed internazionale nel riportare in campo il “confronto” e nel “dialogo” la speranza dell’incontro dei popoli ricucendo lo strappo tra la politica e la gente.

In questa umanità nuova occorre che la DC divenga strumento indispensabile per risolvere e dissolvere ogni ingiustizia sociale che si verifica sempre come diceva Aldo Moro per una mancanza d’amore”.

Il mondo non ha bisogno di erigere muri, di chiudere i confini, di chiudere i porti. L’umanità e i popoli hanno necessità di costruire ponti, l’accoglienza è un principio fondativo, fondante e fondamentale di civiltà e di progresso a cui la politica non può rinunciare per esprimere la bellezza della umanità. Il mondo deve aprirsi alla libertà di transitare e potere decidere liberamente dove vivere nel rispetto delle culture e nel rispetto dell’altro e dello straniero in una prospettiva di reciprocità e nella equidistanza dei diritti. 

I diritti umani sono inviolabili e vanno garantiti al di là di ogni discriminazione di sesso, razza, di idee, di religione, di cultura. In questa stagione storica di buio nella politica, di disagio economico, di incertezza del futuro, sull’esempio di “Noè” dovremmo farci “piantatori di vigne” perché in questo semplice gesto Noè agisce non solo come strumento di Dio guidato dalla volontà del Signore ma anche facendo leva sulla sua umanità.

Quando “pianta la vignaNoè agisce nella sua umanità, come uomo che con il gesto simbolico di piantare la vigna restituisce l’avvenire al tempo e alla politica una nuova opportunità.

Dobbiamo sulla metafora della vigna generare un nuovo germoglio di speranza, promuovendo l’ “unione cristiana” su quel patrimonio di idee fondate sui valori umani e cristiani per ritrovarci “uniti-insieme”, ma diversi, a dare una nuova possibilità alla “Politica” che restituisca l’avvenire al tempo e riconquisti la fiducia perduta da parte del popolo così da farlo ritornare ad essere sovrano.




S.P.Q.R.

Ma chi saremmo oggi se ci fosse rimasto qualcosa degli antichi romani?

Che paese avremmo e che ruolo avremmo nel mondo?

Se fossimo riusciti a mantenere quel valore di unità che noi stessi a quel tempo avevamo creato, cosa saremmo ora?

In Italia, l’arte del ‘fare squadra’ è spesso oscurata dall’ombra del campanilismo, dove l’individualismo e le lealtà locali prevalgono sull’unità nazionale e sulla collaborazione.

Questa frase riflette la tendenza storica e culturale italiana a favorire le lealtà locali e l’individualismo rispetto a un senso di unità o collaborazione a livello nazionale.

Il termine “campanilismo” si riferisce proprio all’attaccamento agli interessi e alle tradizioni locali, a volte a scapito di un’efficace collaborazione e solidarietà su scala più ampia.

Cosa ci ha portato questo campanilismo?

Sicuramente ad un nichilismo storico.

.A noi manca il senso della Storia.

Lo abbiamo perso durante il primo novecento, e peraltro si era molto affievolito già partendo dal medioevo.

La mancanza di senso della storia, specialmente nel contesto italiano, è un argomento che merita un’analisi approfondita sotto vari aspetti: storico, culturale, educativo e sociale. 

Per quanto riguarda il contesto Storico e Culturale ci pare logico osservare che l‘Italia si è unificata relativamente tardi rispetto ad altre nazioni europee, nel 1861.

Questo ritardo ha influito sulla formazione di un’identità nazionale consolidata e, di conseguenza, su una percezione comune della storia.

Non giova nemmeno, anche se può in alcuni casi essere un valore, l’eccezionale diversità culturale e linguistica tra le regioni.

Questa varietà, pur essendo a volte una ricchezza, può anche comportare una visione frammentata della storia nazionale.

Non dimentichiamo il periodo del fascismo e la Seconda Guerra Mondiale che hanno lasciato un’eredità complessa.

La difficoltà di elaborare criticamente questo periodo ha spesso portato ad una visione distorta o semplificata del passato, soprattutto perché ci si ostina ad interpretare la storia di quel periodo solo in un senso, demonizzando qualsiasi altra visione.

La Chiesa ha svolto un ruolo centrale nella storia italiana, influenzando non solo la religione ma anche l’educazione e la cultura.

Questo può ha avuto nocivi effetti sulla percezione della storia, privilegiando alcuni aspetti a scapito di altri.

La modalità con cui la storia è insegnata nelle scuole italiane influenza il senso storico degli studenti.

Un approccio che enfatizza la memorizzazione di date e eventi, piuttosto che la comprensione critica, può limitare la percezione della storia come qualcosa di vivente e rilevante.

I mezzi di comunicazione e la letteratura popolare giocano un ruolo fondamentale nella diffusione della conoscenza storica.

La tendenza a semplificare o drammatizzare eventi per scopi narrativi può distorcere la comprensione del passato.

La storia può essere utilizzata dagli attori politici per giustificare azioni presenti o per costruire un’identità nazionale.

Questo uso strumentale può allontanare la popolazione da una comprensione obiettiva e critica della storia.

La mancanza del senso della storia in Italia, come in altre nazioni, è un fenomeno multidimensionale che riflette le sfide educative, le tensioni sociali e le complessità storiche.

Viene il sospetto, che in realtà è una certezza, che questa situazione sia stata voluta, sia per giustificare alcune parti politiche ma anche per anestetizzare il popolo italiano, rimettendo la sua capacità critica in un cassetto.

Milioni di giovani sono stati plasmati al non pensiero, soprattutto negli ultimi decenni, il che porta sicuramente ad una maggiore governabilità della massa, ma di contralto rende ebete un popolo, ne distrugge la comprensione degli eventi, blocca la capacità critica individuale rendendo ameboide il pensiero della massa.

Senatus Populusque Romanus, o prima ancora Senatus Populus Quirites Romani, è la formula con cui con un colpo solo si identificava una nazione ed i suoi appartenenti, con cui un popolo si presentava.

Poche parole che indicavano forza, orgoglio, fierezza, senso di giustizia, futuro, un futuro peraltro durato più di 1000 anni.

Cosa siamo diventati oggi, siamo tornati ad essere una frazione di un popolo, non ci sono più i Romani, ma i laziali, i lombardi, i pugliesi, i siciliani, etc. siamo divisi in regioni.

Perché siamo tornati a ragionare con le frazioni?

Perché è più facile?

Vorrei ricordare che le frazioni esistono perché rappresentano parte di un intero.

Stiamo facendo un danno alle nuove generazioni; obblighiamole a capire la storia, non tanto a saperne le date (anche se servono comunque per dare una linea temporale al senso degli eventi anche attuali).

Sembra logico quello che sto dicendo? Certo che sì, perché non lo stiamo facendo con tutte le forze? perché abbiamo venduto il nostro umanesimo alla facilità delle cose, abbiamo messo la lingua italiana in 700 emoticons, abbiamo relegato la capacità di esprimerci a semplici suoi gutturali dell’età della pietra.

Stiamo tornando ad un livello espressivo che viene relegato a poche espressioni, e come può un giovane esprimere quello che ha dentro se ha solo 700 faccine, peraltro tutte uguali, come può esprimere la sua diversità, il suo valore individuale, le sue peculiarità, se lo può fare con un linguaggio talmente limitato che l’aggressività diviene l’unico modo per sfogarsi?

Ma torniamo a fare i conti con la Storia, e pensiamo che il contesto Storico e Culturale in cui gli antichi Romani vivevano era  completamente diverso.

La loro identità era fortemente legata alla città di Roma e allo stato romano.

La loro concezione di patriottismo era legata all’espansione e alla grandezza di Roma, che vedevano come una manifestazione diretta della loro superiorità e destino.

In aggiunta i  Romani erano educati fin dalla nascita a rispettare le leggi, onorare gli dei e venerare Roma.

Questa educazione, unita a un forte indottrinamento, contribuiva a creare un senso di lealtà e dedizione allo stato.

Per giunta la militarizzazione della Società era profondamente radicata.

Il servizio militare non era solo un dovere ma anche un onore, e l’esperienza condivisa nell’esercito rafforzava il senso di appartenenza e fedeltà a Roma.

Oggi invece l‘Italia moderna si è formata solo nel 1861, e prima di ciò era divisa in numerosi stati e entità politiche con forti identità regionali.

Questa frammentazione storica ha lasciato un’eredità di forti identità locali che talvolta prevale sull’identità nazionale.

La società moderna è molto più complessa e diversificata rispetto a quella antica.

L’individualismo, i diritti umani e la democrazia hanno un peso maggiore oggi, cambiando il modo in cui le persone vedono la loro relazione con lo stato.

Nel mondo globalizzato, le persone spesso identificano con più culture e nazioni.

Questo può diluire il senso di patriottismo nazionale, diversamente dall’epoca romana dove l’identità era prevalentemente unica e centrata su Roma.

Quindi, il “patriottismo” dei Romani era un prodotto del loro tempo, cultura e sistema politico, profondamente diverso dal contesto italiano contemporaneo.

Ma la vera domanda non è legata tanto al contesto storico politico, ma a chi vogliamo essere, che tipo di popolo vogliamo rappresentare, che Italiani pensiamo sia giusto essere nel mondo.

Sono convinto che lo studio del senso della storia permetta ai giovani di rispondere a questa domanda, e noi siamo moralmente obbligati a dar loro gli strumenti per comprendere la Storia, il problema è noi li abbiamo? Noi generazione che deve trasmettere, li abbiamo? ed anche, ammesso che li abbiamo, li vogliamo mettere a disposizione di questi giovani? .

Per affrontare questa problematica, è necessario promuovere un approccio critico e inclusivo allo studio della storia, che tenga conto delle diverse voci e prospettive.

Inoltre, è essenziale incoraggiare un dialogo aperto e continuo tra il passato ed il presente, permettendo così una comprensione più profonda e matrice della storia e del suo impatto sulla società contemporanea.

 

 




Ombre di Autorità: l’Impatto del Bossing sulla Cultura e l’Integrità della Pubblica Amministrazione

Nella pubblica amministrazione sempre più si diffonde il fenomeno del “bossing”, ovvero l’abuso di potere esercitato da un superiore nei confronti di un subordinato, diventando un argomento di grande rilevanza nel contesto lavorativo, soprattutto quando coinvolge il settore pubblico e si intreccia con attività illecite di natura politica.

Questa pratica, per sua natura subdola e spesso difficilmente dimostrabile (ma a volte è talmente palese che la sua dimostrazione è nei fatti), può assumere diverse forme e funzioni, incluse quelle di mascherare o deviare l’attenzione da comportamenti illeciti all’interno della sfera politica.

Questa pratica viene spesso utilizzata per far si che il dipendente si licenzi dal posto di lavoro.

 

 Definizione e Caratteristiche del Bossing

 

Il “bossing” si distingue dal mobbing in quanto è caratterizzato da un abuso di potere verticale (dall’alto verso il basso), piuttosto che orizzontale (tra colleghi). Le azioni che rientrano in questa categoria possono includere:

 

– Pressioni indebite: Il superiore esercita pressioni ingiustificate sul dipendente, spesso con richieste irragionevoli o con termini di esecuzione impossibili; spesso vengono avviate contestazioni al dipendente, demansionamenti, limitazioni del suo contesto professionale.

– Isolamento e marginalizzazione: Il dipendente viene escluso dalle decisioni, dalle comunicazioni importanti o dalle attività di gruppo, rendendolo isolato all’interno dell’organizzazione, si arriva addirittura a chiedere a terzi di non entrare più in contatto con il dipendente oggetto del bossing.

– Denigrazione e discreditamento: Attacchi alla professionalità e alla reputazione del dipendente, con lo scopo di minarne la credibilità e l’autostima.

 

 Il Bossing nel Contesto della Pubblica Amministrazione e della Politica

 

Nel settore pubblico, il bossing può essere particolarmente insidioso. I dipendenti pubblici, spesso sottoposti a un controllo rigoroso e a una gerarchia ben definita, possono essere più vulnerabili a questo tipo di abuso. Inoltre, quando il bossing si intreccia con la politica, le sue implicazioni diventano ancora più gravi:

 

  1. Copertura di Attività Illecite: In alcuni casi, il bossing può essere usato per distrarre, intimidire o silenziare i dipendenti pubblici che potrebbero essere testimoni o avere conoscenza di attività illecite all’interno dell’amministrazione.

  

  1. Controllo e Manipolazione: I politici o i dirigenti possono usare il bossing come strumento per mantenere il controllo sull’organizzazione, garantendo che le attività illecite o i comportamenti eticamente discutibili rimangano nascosti, spesso i politici esercitano la loro influenza chiamando i superiori del dipendente per chiedere la sua rimozione.

 

  1. Creazione di un Clima di Paura: Un ambiente di lavoro in cui il bossing è diffuso può generare un clima di paura e di sottomissione, dove i dipendenti sono meno propensi a denunciare irregolarità o ad esprimere opinioni critiche.

 

 Conseguenze e Interventi

 

Le conseguenze del bossing possono essere devastanti sia per il singolo che per l’organizzazione nel suo insieme.

Per il dipendente, possono verificarsi problemi di salute mentale, stress, perdita di autostima e di fiducia nel sistema.

Per l’organizzazione, si rischia di creare un ambiente di lavoro tossico, con bassa morale, alta rotazione del personale e perdita di efficienza.

 

Per contrastare il bossing, soprattutto nel contesto pubblico, è fondamentale:

 

– Promuovere una Cultura Organizzativa Positiva: Creare un ambiente di lavoro basato sul rispetto reciproco, sulla trasparenza e sull’integrità.

– Formazione e Sensibilizzazione: Educare i dirigenti e i dipendenti sui temi del bossing e sulle sue conseguenze.

– Canali di Denuncia Protetti: Assicurare che esistano canali sicuri e confidenziali per segnalare casi di abuso di potere.

– Interventi Normativi e Legislativi: Implementare leggi e regolamenti che tutelino i lavoratori dal bossing e che promuovano la responsabilità e l’etica nel settore pubblico.

 

In conclusione, il bossing, soprattutto quando si intreccia con attività illecite in ambito politico, rappresenta una problematica complessa che richiede un approccio olistico e multidisciplinare per essere efficacemente contrastata.

La sua esistenza e persistenza in ambienti lavorativi, in particolare nel settore pubblico, è un campanello d’allarme che richiede un’attenzione e un intervento costanti da parte di enti governativi, organizzazioni sindacali, e della società civile nel suo complesso.

https://betapress.it/se-esercito-il-potere-per-il-potere/




Lo spione: una commissione a favore dei whistleblower

Una delle traduzioni che internet suggerisce per il termine whistleblower è lo spione, ma anche il fischiatore, il suggeritore, l’informatore.
In America il whistleblower (neologismo introdotto dall’inglese americano) viene anche associato, in certi casi, alla figura di gola profonda (deep throat), ovvero colui che denuncia o riferisce alle autorità, pubblicamente o segretamente, attività illecite o fraudolente nel governo, in un’organizzazione pubblica o in un ente privato.
L’istituto del c.d. whistleblowing è disciplinato dall’art. 54 bis “Tutela del dipendente pubblico che segnala illeciti” del decreto legislativo n. 30 marzo 2001, n. 165, come modificato dall’art.1, c.1, della legge 30 novembre 2017, n. 179, il quale prevede una tutela rafforzata per il pubblico dipendente che, nell’interesse dell’integrità della pubblica amministrazione, segnala al Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza ovvero all’Autorità nazionale anticorruzione (ANAC) o denuncia all’autorità giudiziaria ordinaria o a quella contabile delle condotte illecite di cui è venuto a conoscenza in ragione del proprio rapporto di lavoro.
Whistleblower comunque ha una connotazione semantica positiva che in italiano non esiste, anzi molto spesso viene confuso con il termine delatore che ha invece connotazioni negative.
Questo la dice lunga sull’abitudine italiana di rispettare la persona che denuncia attività scorrette nella propria azienda, sia essa pubblica o privata, e di tutelarla.
A partire dal sottoscritto, l’amico Fabio Delibra, ma fino ad arrivare a Carlo Bertini ex dipendente di Bankit che denunciò il famoso caso diamanti, nel nostro paese chi denuncia non viene visto come un eroe o solo un cittadino corretto, ma come un rompicoglioni da allontanare da qualsiasi cosa ed a qualsiasi costo, anche a distanza di decenni.
Peggio ancora nei confronti di queste figure viene avviata una macchina del fango che non ha eguali, se non addirittura una macchina fatta dall’uso fuorviato dei tribunali, che comunque poi si conclude sempre con un nulla di fatto, ma fa guadagnare tempo al “segnalato” e comunque permette di screditare i poveri whistleblowers.
L’uso improprio della giustizia ha anche un altro effetto, quello di costringere il denunciatore ad un significativo dispendio economico, mettendolo comunque in difficoltà.
Cose peraltro già successe e già vissute in prima persona dal sottoscritto, ma anche da tutti quelli che si sono trovati a voler correggere cose sbagliate.
Dobbiamo renderci conto che il nostro sistema italiano ha ormai più sovrastrutture ideologiche e lobbistiche che funzioni oggettive.
Gli apparentamenti politici oggi incatenano il nostro paese, giustizia compresa, e ne minano alla radice il senso etico e di conseguenza l’operatività morale.
Il quadro pertanto legato ai temi del cosiddetto “whistleblower” è abbastanza deludente: denunciare oggi il datore di lavoro sembra essere un’impresa rischiosa, che porta danno solo al lavoratore e ne mina anche salute e finanze.
Vero, è occorre dirlo, che in una piccola percentuale ci sono stati anche casi in cui chi ha denunciato ha avuto il giusto riconoscimento, ma comunque anche nei casi che sono andati a buon fine, meno del due per cento, sono passati anni di sofferenza.
Non abbiamo speranza che in questo paese le persone oneste vengano rispettate.
Comunque faccio una proposta:
Propongo la creazione di una commissione indipendente esterna alla politica ed alla amministrazione, formata da chi ha subito le ritorsioni ed ha perso la sua posizione, giornalisti non legati a movimenti politici e non influenzabili, che sia a disposizione di chi denuncia ancor prima di farlo o ha già denunciato ed è stato stritolato dalla morsa del potere, per tutelarli ed accompagnarli.
Questa commissione dovrebbe avere un budget di spesa per aiutare chi denuncia e per poter svolgere indagini preventive.
Forse questo organismo affiancato ad una norma giusta potrebbe risolvere qualche enorme intoppo oggi presente e favorire chi vuole migliorare il paese.
Fin da ora mi candido a farne parte.
Ma credo che nessuno raccoglierà questa mia proposta, soprattutto nessun politico, perché il BLA BLA BLA elettorale lo sanno fare tutti, ma mettere in atto cose scomode… 



ho visto lei che odia lui che odia lei che odia me…

L’odio in rete è un fenomeno complesso e multi-dimensionale, influenzato da una serie di fattori, e questi fattori sono tutti agevolati dalla tecnicità dello strumento che viene utilizzato, ovvero la rete.

In estrema sintesi riportiamo i punti principali:

1. Anonimato: La possibilità di rimanere anonimi online consente a molte persone di esprimere liberamente le proprie opinioni senza il timore delle conseguenze. Questo anonimato può portare a un comportamento più impulsivo e aggressivo, alimentando l’odio.

2. Disinibizione online: La disinibizione online si riferisce alla tendenza delle persone a comportarsi in modo più estremo o aggressivo rispetto a quanto farebbero nella vita reale. Questo fenomeno può essere amplificato dalla separazione fisica e dalla mancanza di contatti diretti con le persone colpite.

3. Filtri a bolle: I social media e gli algoritmi di raccomandazione spesso mostrano alle persone contenuti che confermano le loro convinzioni preesistenti. Questo può portare all’isolamento in “bolla informativa” e rafforzare le convinzioni estremiste, contribuendo all’odio.

4. Effetto da tastiera: La distanza fisica tra mittente e destinatario online può sfumare l’empatia e la comprensione reciproca. Le persone possono dimenticare che ci sono esseri umani dall’altra parte dello schermo, incoraggiando comportamenti più aggressivi.

5. Problemi sociali: L’odio in rete spesso riflette tensioni sociali più ampie, come il razzismo, il sessismo, l’omofobia o le divisioni politiche. Le piattaforme online possono fungere da sfogo per le frustrazioni e le paure delle persone.

6. Effetto d’onda: Quando un utente pubblica contenuti odiosi e riceve una reazione positiva da parte di altri, ciò può rafforzare il comportamento. Questo può creare una spirale di odio e radicalizzazione.

7. Mancanza di regolamentazione efficace: Molte piattaforme online hanno difficoltà a regolamentare i contenuti odiosi a causa delle dimensioni e della complessità del web. La moderazione dei contenuti può essere imperfetta o soggettiva, il che rende difficile combattere l’odio in rete in modo efficace.

8. Frustrazioni personali: Le persone possono riversare le proprie frustrazioni e insoddisfazioni personali online, spesso prendendosela con altri utenti in modo non costruttivo.

9. Tendenze di gruppo: L’appartenenza a gruppi online che promuovono l’odio può portare le persone a conformarsi alle norme del gruppo, anche se queste norme sono odiose.

In sintesi, l’odio in rete è una manifestazione complessa di diversi fattori, tra cui l’anonimato, la disinibizione, le bolle informative e le tensioni sociali.

Per combattere questo fenomeno, è necessaria una combinazione di misure tecnologiche, educative e legislative, che spesso sono ostacolate da una serie di fattori chiave tra cui annoveriamo:

1. Libertà di espressione: Uno dei principi fondamentali delle società democratiche è la libertà di espressione. Regolare il discorso online in modo troppo severo potrebbe sollevare preoccupazioni sulla censura e la limitazione della libertà di espressione. Le sfide emergono quando si cerca di bilanciare la protezione contro l’odio online con la tutela di questa libertà.

2. Ambito globale e confini sfumati: Internet è un ambiente globale e decentralizzato. Le leggi nazionali variano ampiamente, e le piattaforme online spesso superano i confini nazionali. Ciò rende difficile applicare regolamenti uniformi e coerenti contro l’odio in rete.

3. Moderazione soggettiva: La moderazione dei contenuti è spesso una sfida soggettiva. Determinare cosa costituisce “odio” o “discorso offensivo” può essere aperto a interpretazioni diverse. Le piattaforme online devono affrontare la sfida di applicare politiche di moderazione in modo equo ed efficace.

4. Volume e scala: Internet ospita enormi quantità di contenuti ogni giorno. La moderazione manuale di tutto il contenuto sarebbe sovraumana e costosa. Le piattaforme si affidano spesso a algoritmi di moderazione, ma questi possono commettere errori e non essere in grado di valutare il contesto in modo efficace.

5. Evoluzione delle tattiche: Gli autori di contenuti odiosi sono spesso abili nel modificare le loro tattiche per eludere le misure di moderazione. Questo richiede un costante adattamento delle strategie di contrasto.

6. Anonimato e pseudonimi: L’anonimato online consente alle persone di nascondere la loro identità, rendendo difficile l’attribuzione di responsabilità per contenuti odiosi.

7. Bilanciare la privacy: La lotta all’odio in rete può portare a una maggiore sorveglianza online, il che può minacciare la privacy degli utenti. La sfida è trovare un equilibrio tra la sicurezza e la protezione della privacy.

8. Regolamentazione internazionale: Le questioni relative alla regolamentazione dell’odio in rete spesso richiedono una cooperazione internazionale. Gli sforzi per sviluppare standard globali sono complessi e richiedono tempo.

9. Cultura e istruzione: L’odio in rete è spesso radicato in questioni culturali e sociali più ampie. Affrontare l’odio richiede un cambiamento culturale a lungo termine e una maggiore istruzione sulla civiltà digitale.

Appare evidente quindi che gestire l’odio in rete ha delle complessità notevoli, che potrebbero essere superate dalla semplice educazione dei cittadini di ogni parte del mondo, cosa alquanto utopica se si pensa che molte culture fanno dell’odio un collante interno per la loro sopravvivenza.

Cosa fare quindi?

Di certo occorre una “ferma moderazione” che deve essere applicata dai parlamenti sfruttando il percorso di crescita formativa della nazione.

In Italia è stato fatto?

No, ma speriamo che si cominci…




Finlandia C/ Italia … trova le differenze

La Finlandia è da anni nella top ten dei migliori sistemi scolastici del mondo.
Test a scelta multipla, lezioni teoriche, compiti a casa sono prassi abbandonate.
La conoscenza olistica prevale su quella specialistica.
Non esistono scuole di serie A e di serie B, la didattica è personalizzata per valorizzare talenti e capacità.
La scuola è uno strumento di uguaglianza sociale e le famiglie non sostengono nessuna spesa per il materiale didattico, mensa e trasporti.
I docenti hanno un’età media inferiore ai 50 anni e un gran numero di docenti è under 30 con conseguente sensibile riduzione del gap generazionale con gli studenti.
La formazione in ingresso del corpo docenti è di elevata qualità. Tutti i docenti devono avere una laurea specialistica per accedere alla professione e i percorsi formativi sono molto selettivi. Questo porta ad un elevato riconoscimento sociale del ruolo di docente.
La scuola inizia più tardi rispetto agli altri paesi europei e gli anni obbligatori sono nove da 7 a 16 anni in un ciclo unico.
Se al termine del percorso gli studenti non hanno ancora le idee chiare sulla scelta futura, possono frequentare un decimo anno supplementare e concludere l’istruzione di base a 17 anni, per avere maggior tempo per la scelta dell’indirizzo loro più adatto.
Al termine del primo ciclo lo studente deve far domanda per la scuola secondaria superiore, infatti la frequenza è obbligatoria fino a 18 anni.
Si può scegliere la
“Scuola generale” della durata di 3 anni e non qualifica gli studenti per una particolare occupazione. Si conclude con l’esame nazionale di maturità che permette di accedere all’università. Oppure si sceglie la “Scuola professionale” con percorsi specifici e anche con ricorso all’apprendistato.
La scuola si conclude con una qualifica specialistica.
In classe si impara a cooperare e non a competere e un
grande aiuto è dato dai consulenti specializzati nell’orientamento scolastico, dagli psicologi e dagli assistenti sociali presenti nelle scuole e infine anche dai docenti che tengono corsi di recupero dopo le lezioni.
Nelle aule gli studenti hanno a loro disposizione armadietti personali e i laboratori sono dotati di strumentazioni all’avanguardia. Sono presenti sale destinate alla musica con diversi strumenti musicali e le palestre dispongono di attrezzature necessarie per fare tutti gli sport. Anche i docenti hanno spazi personali attrezzati per il lavoro individuale.
Quando entri in una scuola in Finlandia respiri un clima sereno, la sala docenti è un luogo di relazione, c’è anche la cucina e tra una tisana e un tramezzino si parla della quotidianità e non delle note disciplinari inflitte ai turbolenti o dei cattivi risultati conseguiti dagli studenti all’ultima verifica.
Allora, ci sono differenze?

Pio Mirra, DS IISS Pavoncelli Cerignola (FG)