Settembre 10, 2026
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Scrivo queste righe in un tempo della vita in cui le parole non servono più a conquistare un posto, ma semmai a restituire un ordine interiore a ciò che si è vissuto.

Non scrivo per difendermi.

Le difese appartengono alle aule, alle polemiche, ai giorni in cui si crede ancora che basti spiegarsi bene per essere compresi. Io non appartengo più a quell’illusione.

Scrivo, piuttosto, perché a un certo punto un uomo sente il bisogno di salvare il senso del proprio cammino dalla caricatura che gli altri ne hanno fatto.

Il momento in cui ho capito di doverlo fare è stato quasi semplice, perfino banale nella forma. Mi venne riferito che, dopo l’uscita del mio libro sul fascismo, qualcuno era arrivato a ritenermi addirittura un antifascista. Non fu la definizione in sé a colpirmi.

Le etichette, nella mia vita, sono arrivate numerose e quasi sempre interessate. Quello che mi colpì fu il vuoto che quella parola conteneva. In essa non c’era soltanto un fraintendimento. C’era una confessione. C’era la prova che in questo Paese non si legge quasi più per capire, ma per classificare.

Non si entra in una pagina per misurarsi con la verità che vi pulsa dentro, ma per estrarne un marchio, una sigla, una patente morale da appiccicare all’autore. Non si cerca il pensiero. Si cerca il recinto.

Fu allora che compresi di non poter lasciare il mio gesto in balia di questa fame di etichette. Non perché il mio nome meritasse protezione, ma perché il senso di un’opera, se non viene custodito almeno da chi l’ha generata, rischia di dissolversi nel frastuono delle interpretazioni interessate.

Io non avevo scritto quel libro per essere assolto da qualcuno, né per essere arruolato da qualcun altro. Non cercavo la benevolenza di una tribù, né l’applauso dell’altra. Avevo scritto perché sentivo da tempo il peso di un equivoco nazionale diventato abitudine, il fascismo in Italia continua a essere usato molto più di quanto venga compreso.

Da una parte come reliquia, dall’altra come maledizione rituale. Quasi mai come oggetto di studio intero, difficile, contraddittorio, storico.

Io volevo la storia. Volevo sottrarre il fascismo sia alla nostalgia sentimentale sia alla pigrizia di un antifascismo ridotto a formula.

Volevo rimetterlo al suo posto, che non è il santuario né il tribunale permanente, ma la storia. Questo significava riconoscerne senza esitazione la violenza, comune in quel periodo (si veda il cosi detto biennio rosso), la repressione, la natura autoritaria, la successiva rovina morale e politica.

Ma significava anche riconoscere che esso seppe leggere bisogni reali di un popolo italiano ferito, sbandato, umiliato, disilluso all’indomani della Prima guerra mondiale.

Occorre ammettere che seppe interpretare lo spirito di un popolo bisognoso di riscossa, e nel contempo riuscì a ridare alla nazione una marcia nuova ed a rimettere l’Italia in un percorso tra sviluppo e idea di futuro.

E qui stava, lo so bene, il punto che molti non volevano e non vogliono ancora vedere.

Perché capire perché un fenomeno storico abbia avuto presa non significa amarlo. Significa soltanto avere il coraggio di guardarlo interamente.

Invece, in Italia, chi guarda interamente viene subito sospettato. Se riconosci al fascismo una forza storica, allora per alcuni sei un nostalgico.

Se ne condanni l’esito e la natura illiberale, allora per altri diventi un antifascista. Il problema non è mai ciò che hai scritto.

Il problema è che non sanno dove collocarti.

E quando non sanno collocarti, ti riducono. È la grande miseria del nostro tempo, non la povertà delle idee, ma la povertà del discernimento.

Non si sa più stare davanti a una complessità senza trasformarla in sospetto.

Non si sa più leggere senza chiedere al testo di confermare un’appartenenza. Non si sa più distinguere tra studio e militanza, tra comprensione e adesione, tra libertà del giudizio e fedeltà di scuderia.

Quel giorno, sentendo che qualcuno mi riteneva addirittura antifascista per aver scritto ciò che avevo scritto, capii che non era il libro a essere stato frainteso.

Era l’Italia a essersi rivelata per ciò che è diventata, un luogo in cui la complessità viene vissuta come un affronto.

Un Paese che preferisce il fanatico all’uomo di giudizio. Il fanatico è comodo, perché conferma il teatro delle parti.

L’uomo di giudizio, invece, incrina la scena, rende instabili i riflessi, costringe a pensare. E il pensiero, quando è libero, non viene quasi mai perdonato.

Scrivo da quel punto in avanti. Scrivo da quella crepa. Scrivo da quella tristezza asciutta che non nasce dall’essere insultati, ma dal vedere quanto poco si sia disposti a comprendere un gesto di onestà intellettuale.

E tuttavia, se questa è stata la scintilla, so bene che la materia che brucia viene da più lontano.

Perché la mia vita, se dovessi riassumerla senza indulgenza, è stata sempre segnata dalla medesima tensione. Non separare troppo quello che capivo da quello che facevo. Non fingere di non vedere per restare accettabile.

Non vendere il rigore in cambio della quiete.

Io non sono mai stato un uomo comodo. Lo dico adesso senza amarezza e senza orgoglio, come si dice una verità finalmente resa semplice dal tempo.

Non sono stato comodo nelle banche, dove pure ho portato innovazione, modelli, visione, sistemi, futuro.

Non sono stato comodo nelle assicurazioni, dove l’efficienza e la progettazione erano bene accette finché non si accompagnavano al controllo.

Non sono stato comodo nel ministero, dove ho cercato di costruire strumenti, risparmi, ordine, verifiche, razionalità, salvo poi scoprire che ogni controllo vero, quando tocca la malagestione, smette di essere apprezzato e comincia a fare paura.

Non sono stato comodo nel giornalismo, perché ho sempre rifiutato l’informazione come galateo del potere.

E non sono stato comodo nemmeno nei libri, perché non ho mai amato scrivere per rassicurare il mio pubblico.

Ho sempre preferito inquietarlo.

La verità è che io ho portato innovazione ovunque sono stato.

E l’innovazione, in sé, viene celebrata da tutti finché resta una parola elegante da mettere nei convegni, nei premi, nelle autopresentazioni dei sistemi.

Ma quando l’innovazione diventa chiarezza, quando rende leggibili le crepe, quando trasforma la tecnica in responsabilità, allora il sistema cambia tono.

Ti usa finché gli servi.

Ti teme quando cominci a vedere. Ti isola quando ciò che hai visto non può più essere liquidato come un’impressione.

Ho imparato presto che esiste una linea sottile tra innovazione e verità, ed è precisamente il punto in cui i sistemi smettono di amarti.

Da lì in avanti ho conosciuto la macchina del fango, che in Italia non è un accidente, ma quasi un’istituzione parallela.

Essa funziona così, se non posso dire che ciò che affermi è falso, devo riuscire a convincere tutti che sei tu a essere sbagliato.

Non devo demolire l’argomento, mi basta corrodere il volto di chi lo pronuncia. È un meccanismo vigliacco, ma raffinato. Non elimina il contenuto, lo rende socialmente impronunciabile attraverso la delegittimazione del suo portatore.

Anch’io sono stato raccontato come il polemico, l’inquieto, l’ingestibile, quello che “fa casino”. Ma chi usa simili parole quasi mai descrive l’altro.

Costruisce un alibi per sé stesso.

Perché se dovesse riconoscere che sei stato coerente, che hai innovato, che hai costruito, che hai visto prima degli altri ciò che non voleva essere visto, allora dovrebbe anche ammettere che almeno una parte delle tue denunce era fondata.

E questa ammissione, per molti ambienti, è più intollerabile di qualunque verità.

Il mio carattere non è mai stato docile, questo lo so. Ma il carattere da solo non spiega nulla.

È solo la superficie di una fedeltà più profonda. In me quella fedeltà è sempre stata al rigore.

Ho sempre pensato che un’idea, per meritare rispetto, dovesse reggere alla prova dei fatti. Ho sempre pensato che il potere andasse controllato e non blandito.

Ho sempre pensato che l’intelligenza priva di etica fosse soltanto una forma sofisticata di servitù. E ho sempre pensato che la parola scritta, se vuole restare degna di sé, debba accettare il rischio di dispiacere.

Per questo anche il mio giornalismo è stato ciò che è stato.

Non una professione addomesticata, ma un presidio.

Non il desiderio di piacere, ma la necessità di dire. Non l’educazione del silenzio, ma una pedagogia civile della verità.

Ho creduto in una parola che non si inginocchiasse, che non si lasciasse comprare dalla prudenza, che non barattasse la libertà con l’accesso ai salotti del consenso.

Betapress, per me, non è stata soltanto una testata. È stata la prova che si poteva ancora tentare di scrivere come se la coscienza avesse un dovere e non solo un pubblico.

Lo stesso vale per i miei libri.

Chi li vede dall’esterno può immaginare una dispersione di interessi, tecnologia, organizzazione, educazione, sociologia, diritto, storia, etica, giornalismo.

Io, invece, vi ho sempre riconosciuto una sola strada.

Tutto ciò che ho scritto nasce da una domanda costante, come si salva l’umano dentro sistemi che tendono a dimenticarlo.

Ho scritto di banche virtuali e di rischio informatico perché avevo già intuito che la tecnica avrebbe cambiato non solo le strutture, ma le coscienze.

Ho scritto di infanzia, empatia, educazione, perché sapevo che nessuna civiltà può reggere a lungo se non sa più formare persone capaci di relazione.

Ho scritto di potere, di valori, di crisi della società, di storia, perché mi era sempre più chiaro che le istituzioni non crollano prima di tutto per mancanza di strumenti, ma per svuotamento morale.

In questo senso, tutta la mia opera è stata un’unica lunga meditazione sulla tenuta etica dei sistemi.

Non ho mai creduto che la competenza bastasse. Ho incontrato troppe persone competenti e interiormente deserte.

Non ho mai creduto che l’intelligenza coincidesse con il valore.

Ho visto troppe intelligenze raffinarsi al servizio del quieto vivere. Non ho mai creduto che il successo fosse un criterio di verità.

Ho visto troppe carriere impeccabili costruite sul prezzo invisibile della resa.

Forse è per questo che, se oggi mi guardo indietro, non vedo una vita lineare.

Vedo una vita coerente.

E la coerenza non ha mai il conforto della linearità.

La linearità è il premio di chi accetta di non urtare mai davvero il mondo. La coerenza, invece, comporta deviazioni, solitudini, ferite, espulsioni, infamie. Ma almeno conserva il centro.

E un uomo, alla fine, non è ciò che il mondo ha detto di lui.

È il centro che è riuscito a non perdere.

Se dunque queste righe devono aprire qualcosa, non vorrei che aprissero un processo, né una rivendicazione, né una difesa tardiva.

Vorrei che aprissero una stanza di verità. Una stanza nella quale si possa entrare senza le scarpe sporche delle tifoserie e senza il bisogno infantile di assegnare subito una divisa a chi parla.

Vorrei che chi legge sospendesse per un momento il riflesso del giudizio e accettasse il peso più difficile, quello della comprensione.

Perché io non ho vissuto per piacere a tutti.

Non ho vissuto nemmeno per essere capito da tutti.

Ho vissuto per portare ordine dove altri avevano imparato a vivere nel torbido. Ho vissuto per innovare senza inginocchiarmi al nuovo. Ho vissuto per dire la verità senza farne un teatro.

Ho vissuto per studiare la storia senza consegnarla né ai suoi sacerdoti né ai suoi blasfemi. Ho vissuto, in fondo, per una cosa soltanto, restare umano là dove l’umano era spesso il primo prezzo richiesto.

E se c’è qualcosa che vorrei restasse di me, non sono i titoli, non sono le cariche, non sono i premi, non sono le polemiche.

È una linea. La linea di un uomo che ha tentato, con tutti i suoi limiti e tutte le sue asprezze, di non separare mai troppo il pensiero dalla vita. Tutto il resto passa.

Questa linea, se resiste, basta.

Non so se il tempo renderà giustizia alle mie parole. Il tempo, spesso, è meno giusto di quanto si creda e più pigro di quanto si speri.

Ma so una cosa.

Un uomo non fallisce davvero quando viene frainteso, isolato o colpito. Fallisce quando, per paura di esserlo, accetta di diventare estraneo a sé stesso.

Io questo, almeno, ho cercato di non farlo.

Se dunque un giorno qualcuno vorrà dire chi sono stato, non dica che sono stato soltanto un dirigente, un giornalista, uno scrittore, un innovatore o un polemista.

Dica qualcosa di più semplice e più duro.

È stato un uomo che ha cercato di portare luce dentro meccanismi abituati alla penombra.

È stato un uomo che ha preferito perdere consenso piuttosto che perdere asse.

È stato un uomo che non ha vissuto invano se almeno una volta, passando, ha costretto il buio a fare un passo indietro.

 

Autore

  • Direttore responsabile Betapress.it

    Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.


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6 pensieri su “Etichette? ne ho avute tante, ma l’ultima…

  1. Corrado,
    sono deliziato e stupefatto dal tuo “pezzo” perché nello spiegarti, in maniera magistrale, mi hai spiegato e mi sono visto.
    Riducendo il tutto a semplici concetti, hai definito la differenza che passa tra un uomo libero (o che almeno tenta di esserlo) e l’ignavo, colui che scegliendo di non scegliere rimane schiavo di mediocri visioni e deve ridurre il “libero” ad una etichetta per tentare di superarlo. In fondo è solo una questione di invidia.
    Grazie
    Giulio Maniscalco

  2. Umanità ed Etica insieme, come un’unica stella polare … una porta spalancata sul proprio universo interiore che mi ha commossa. Grazie

  3. Pensare liberamente, credo sia proprio questo!
    Questo che esprimi nei tuoi articoli, dallo stile fluido e dal pensiero puro,
    dove le parole toccano e le frasi motivano.
    Che significa per me, esplorare le idee, cercare la verità,
    al di fuori dei costrutti culturali, in base ai propri valori e
    con fiducia esprimere il proprio pensiero
    per liberare il progresso umano che oggi è stato arrestato.
    Progresso che non è prima di ogni cosa tecnologico ed apocalittico
    ma che accoglie la gravità della attuale catastrofe
    come sfida ed impulso per il cambiamento.
    Perché non esistono formule predefinite per la sopravvivenza o
    per la costruzione di un futuro migliore,
    ma le soluzioni nascono dal basso e
    dalla esperienza condivisa della crisi.
    Forse, la lezione che il mondo economico globalizzato voleva darci
    è proprio quella di farci capire che la destra e la sinistra
    non hanno più ragione di esistere
    e che ad essere posto al centro del mondo è l’essere umano
    per ripristinare oggi una convivenza pacifica e produttiva,
    che significa garantire l’innovazione e le strutture organizzative
    che servono ai cittadini.
    Ancora grazie per i tuoi articoli
    Maria

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