Ettore Lembo a Radio Roma su Afganistan e Iran
“Camelot” su Radio Roma TV: Afghanistan e Iran come due specchi della crisi dell’ordine regionale
Nella puntata di Camelot dedicata alle “tensioni in Iran” e all’ipotesi di un possibile intervento statunitense, Ettore Lembo ha scelto una chiave di lettura che, per densità e per ambizione interpretativa, vale più della semplice cronaca.
Ha infatti accostato il dossier iraniano a quello afghano, facendo emergere una tesi implicita ma robusta: quando una regione vive una lunga sequenza di “transizioni forzate”, un paese non resta mai un caso isolato, perché ogni frattura produce onde d’urto che riorganizzano confini, alleanze, economie morali, immaginari collettivi.
La puntata, presentata come Camelot, Tensioni in Iran, USA pronti ad attaccare?, si colloca nel calendario editoriale di metà gennaio 2026.
Perché Afghanistan e Iran nello stesso discorso pubblico
L’accostamento Afghanistan Iran non è un espediente retorico, è un dispositivo analitico.
In Afghanistan, l’uscita improvvisa delle forze internazionali e il ritorno talebano hanno funzionato, negli ultimi anni, da dimostrazione brutale di quanto rapidamente possano collassare architetture istituzionali sostenute dall’esterno, e di come questo collasso ricada in modo sproporzionato sui soggetti più vulnerabili, in primis donne e minori.
In un intervento precedente, Lembo aveva insistito proprio su questo punto, criticando le liturgie convegnistiche che parlano “intorno” all’Afghanistan senza attraversarne la concretezza: chiusura degli spazi educativi femminili, povertà crescente, cancellazione sistematica di diritti, e trasformazione del paese in una piattaforma di insicurezza regionale.
Portare quella lente sull’Iran significa, in sostanza, interrogare una domanda più generale: che cosa accade quando la gestione di una crisi interna viene letta, da attori esterni, come questione di sicurezza regionale, e dunque “convertita” in opzione militare.
È qui che la comparazione diventa fertile: l’Afghanistan ricorda i costi di una soluzione militare lunga e dispersiva; l’Iran, per peso demografico, infrastrutturale e geopolitico, ricorda i rischi di una soluzione militare breve e “chirurgica” che in realtà non è mai davvero chirurgica, perché produce escalation, ritorsioni e nuove dipendenze strategiche.
L’Iran tra repressione interna e pressione esterna: la soglia del conflitto
Il contesto in cui la puntata si inserisce è segnato da un doppio movimento.
Da un lato, la crisi interna iraniana con proteste e repressione, che diventa oggetto di narrazione transnazionale e di pressione diplomatica; dall’altro, la dinamica di deterrenza e contro deterrenza tra Washington e Teheran, con segnali di preparazione, avvertimenti di ritorsione e riposizionamenti che alimentano l’ipotesi di un attacco.
Nelle stesse ore in cui la discussione pubblica cresceva, fonti giornalistiche internazionali hanno registrato una forte attività diplomatica di paesi regionali volta a evitare l’escalation: la Turchia ha dichiarato la propria opposizione a qualsiasi intervento militare in Iran, insistendo sulla priorità della stabilizzazione; parallelamente, Arabia Saudita, Qatar, Oman ed Egitto avrebbero spinto per raffreddare la crisi, mettendo in guardia sugli effetti di un conflitto in termini di sicurezza e shock economici, a partire dai prezzi dell’energia.
In questo quadro, l’analisi di Lembo, per come la si può ricostruire coerentemente con il suo metodo, lavora su una soglia: la soglia in cui la politica estera smette di parlare il linguaggio della “gestione della crisi” e inizia a parlare il linguaggio della “risoluzione”, cioè della scorciatoia.
Ed è una soglia pericolosa perché tende a comprimere le alternative.
Quando la retorica del “pronti ad attaccare” entra nel circuito mediatico, il tempo della diplomazia viene percepito come lentezza, mentre spesso è l’unico spazio in cui la violenza non diventa destino.
L’Afghanistan come lezione morale e strategica: il dopo che non finisce
La parte afghana del ragionamento è, insieme, morale e strategica.
Morale perché ricorda che la politica internazionale non misura soltanto interessi ma produce gerarchie di vite: l’Afghanistan è diventato, nella percezione globale, un “dopo” permanente, un capitolo chiuso per chi può permettersi di chiuderlo, un presente senza uscita per chi lo abita.
Nel testo Kabul senza orizzonti, Lembo insiste su due linee che, in trasmissione, possono essere diventate cornice implicita: la libertà non come concessione ma come responsabilità condivisa, e l’idea di un bivio storico che non riguarda solo Kabul, perché i dispositivi di controllo e di cancellazione dei diritti hanno una capacità inquietante di migrare e di normalizzarsi.
Strategica perché l’Afghanistan mostra tre elementi che tornano utili per leggere l’Iran.
Primo: la “ritirata” come trauma politico, capace di destabilizzare intere filiere regionali di sicurezza e di mobilità.
Secondo: la fragilità delle categorie con cui spesso si descrivono gli attori, moderati e radicali, stato e milizie, alleati e proxy, perché nella crisi reale queste categorie si ibridano.
Terzo: l’effetto domino sulle frontiere, economiche prima ancora che militari.
Anche quando non c’è guerra dichiarata, cambiano rotte, corridoi, passaggi, flussi di beni e persone. Emblematicamente, all’inizio di gennaio 2026 è stata riportata l’apertura di un nuovo corridoio terrestre al confine Afghanistan Iran per facilitare scambi e transiti commerciali: un dettaglio logistico che, letto politicamente, segnala come la frontiera sia già uno spazio di negoziazione e di pressione, prima che di scontro.
L’ipotesi di intervento: la differenza tra “atto” e “processo”
Uno snodo centrale, in una discussione come quella di Camelot, riguarda l’equivoco frequente sul significato di “attacco”.
Nel dibattito pubblico, l’attacco viene spesso immaginato come atto puntuale; nella realtà geopolitica, l’attacco è quasi sempre l’avvio di un processo, e i processi hanno inerzia.
Le notizie di quei giorni parlano, infatti, di segnali coerenti con una fase di allerta: avvertimenti iraniani circa possibili ritorsioni su basi statunitensi nella regione, e misure precauzionali come il riposizionamento o la riduzione di personale in alcune strutture.
In questa prospettiva, la riflessione proposta in trasmissione può essere letta come una critica della semplificazione: non basta chiedersi se un intervento “sia giusto” o “sia utile” in astratto, bisogna chiedersi che tipo di catena causale attiva.
L’Afghanistan insegna che la catena causale lunga produce logoramento, cinismo, abbandono; l’Iran suggerisce che la catena causale rapida può produrre invece moltiplicazione di fronti, perché il paese ha profondità strategica e reti regionali tali da trasformare un teatro in più teatri.
La responsabilità del discorso mediatico: nominare senza incendiare
C’è poi un livello metanarrativo, decisivo per una trasmissione televisiva: come si parla di guerra senza diventare megafono della guerra. In un programma che pone domande ad alta temperatura emotiva, l’operazione più difficile è tenere distinti tre piani: la descrizione dei fatti, l’interpretazione delle intenzioni, la prescrizione delle soluzioni.
Confonderli significa passare dalla cronaca alla propaganda senza accorgersene.
Il valore di una lettura che unisce Afghanistan e Iran sta anche qui: l’Afghanistan, con il suo bilancio storico, costringe a una forma di umiltà cognitiva; mostra che molte decisioni sono state prese con lessico morale, liberazione, diritti, sicurezza, e hanno finito per produrre una lunga scia di conseguenze non governate.
Ricordare questo non significa neutralità morale, significa rigore. E il rigore, nel discorso pubblico, è una forma concreta di responsabilità.
due crisi, un’unica domanda di fondo
Alla fine, l’intreccio proposto da Lembo consegna al pubblico una domanda che supera la contingenza del titolo: che cosa succede quando l’ordine internazionale si abitua a oscillare tra abbandono e intervento, tra disimpegno e “risoluzione” armata.
Afghanistan e Iran, letti insieme, descrivono la stessa patologia sotto due forme: nel primo caso, l’Occidente si ritrae e lascia un vuoto riempito da un potere illiberale; nel secondo, l’Occidente minaccia di entrare e rischia di trasformare la crisi interna di un paese in detonatore regionale.
In un tempo in cui la politica tende a comunicare per slogan e la geopolitica tende a essere consumata come spettacolo, la trasmissione si presta a una lettura più alta: non tanto una puntata su “chi attacca chi”, quanto un invito a ricostruire, con pazienza, le condizioni perché la diplomazia resti un’opzione praticabile, e perché i diritti non diventino soltanto un argomento, ma un criterio di coerenza, anche quando i riflettori si spengono.