image_pdfimage_print

 

Negli Stati Uniti continuano le inchieste per provare a far luce sul mistero delle origini del coronavirus.

Le certezze si fermano al fatto che il Covid-19 si è inizialmente manifestato in Cina e ora conta oltre due milioni di casi in tutto il mondo, circa la metà in Europa.

Dopo che gli Usa hanno avviato un’indagine sulla possibilità che il virus sia nato in un laboratorio di Wuhan e che si sia diffuso per incidente (la Cina ha prontamente smentito), il Washington Post ha raccolto e analizzato le tre teorie più diffuse sul contagio:

“Una è chiaramente falsa, una è possibile ma non supportata da prove note e una è sostanzialmente vera”.

Secondo la prima ipotesi, l’epidemia è collegata alla ricerca sulle armi biologiche, mentre la seconda sostiene che il coronavirus si è diffuso in un laboratorio a causa di un incidente.

A riguardo ci sarebbero “prove circostanziate”, scrive il Post in riferimento alle ricerche sui coronavirus dei pipistrelli, portate avanti dai ricercatori della sede di Wuhan del centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie.

Questo, però, non dimostra che il nuovo coronavirus sia mai stato studiato in quel laboratorio e quindi non ci sono prove che si sia diffuso da lì.

La terza teoria, invece, è quella secondo cui il governo cinese avrebbe ingannato il mondo sul Covid-19.

Già in passato il Post aveva scritto dell’offuscamento di informazioni da parte della Cina: “Pechino è stata lenta nella condivisione dei dati, anche con gli esperti dell’Oms”,

scrive il giornale citando l’inchiesta dell’Associated Press,

secondo cui il gigante asiatico non avrebbe dato l’allarme per sei giorni, cruciali per la diffusione del virus.

Sulla seconda ipotesi, cioè che il Covid 19 si è diffuso in laboratorio a causa di un incidente, si è espresso anche Luc Montagnier, premio Nobel per la medicina nel 2008.

Ecco la sua teoria. 

Il coronavirus è un virus manipolato ed è uscito accidentalmente da un laboratorio cinese di Wuhan, dove si studiava un vaccino per l’Aids.

 

Questo è quanto spiegato, direttamente da Montagnier in un podcast francese specializzato in medicina e salute.

 

Secondo il professore, che nel 1983 ha scoperto l’Hiv come causa dell’epidemia di Aids, la Sars-CoV-2 è un virus è che stato lavorato e rilasciato accidentalmente da un laboratorio di Wuhan,

specializzato nella ricerca sui coronavirus, nell’ultimo trimestre del 2019.

 

“Con il mio collega, il biomatematico Jean-Claude Perez, abbiamo analizzato attentamente la descrizione del genoma di questo virus Rna”, ha spiegato Montagnier.

 

“Non siamo stati i primi – ha specificato – un gruppo di ricercatori indiani ha cercato di pubblicare uno studio che mostra che il genoma completo di questo virus ha all’interno delle sequenze di un altro virus, che è quello dell’Aids.

Il gruppo indiano ha ritrattato dopo la pubblicazione, ma la verità scientifica emerge sempre. 

 

La sequenza dell’Aids – ha concluso il Nobel – è stata inserita nel genoma del coronavirus per tentare di fare il vaccino”.

 

Sulla terza ipotesi, quella del volontario ritardo con cui il governo cinese ha dato l’allarme e, soprattutto della connivenza dell’OMS con la Cina, ecco quanto sta emergendo

 

Mercoledì 8 aprile, il New York Times titolava “Trump ha attaccato l’Oms sul coronavirus. Non è il solo”.

E sottotitolava: 

“I critici dicono che l’Organizzazione mondiale della sanità si è mostrata troppo fiduciosa con la Cina e non ha sottolineato i suoi primi passi falsi”.

Sì, Trump non è il solo.

Infatti, il 28 marzo, il vice primo ministro giapponese, Taro Aso, davanti al parlamento del suo paese, aveva ribattezzato l’OMS, organizzazione cinese della sanità, a motivo della sua subalternità a Pechino.

Il 31 marzo, il senatore repubblicano della Florida, Rick Scott, aveva chiesto l’ istituzione di una commissione d’inchiesta del Congresso

«sul ruolo dell’Oms nell’aiutare la Cina comunista a nascondere informazioni relative alla minaccia del coronavirus».

Del resto, già alla fine di febbraio, scriveva Micael Collins, del Council on Foreign Relations:

«Il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus è stato uno strenuo difensore della risposta del governo cinese al Covid-19.

Il 28 gennaio Tedros ha incontrato il presidente cinese Xi Jinping a Pechino.

Dopo quell’incontro Tedros ha lodato la Cina per “aver creato un nuovo modello per il controllo delle epidemie” e la massima leadership del paese per la sua “apertura alla condivisione di informazioni” con l’Oms e altri paesi».

In realtà, la Cina ha ritardato di tre settimane la comunicazione dell’epidemia al resto del mondo.

La Cina tramite le autorità regionali ha fatto arrestare i medici che avevano cercato di far conoscere la situazione.

La Cina, ancora a fine gennaio ha censurato in tutti i modi gli organi di stampa e i giornalisti cinesi che indagavano sugli avvenimenti!

Prosegue Collins:

«Nonostante le prove crescenti della pessima gestione dell’epidemia e la crescente indignazione dell’opinione pubblica cinese a riguardo della censura governativa, Tedros resta impassibile.

Il 20 febbraio alla Conferenza per la sicurezza di Monaco conferma il suo apprezzamento per la Cina dichiarando che “la Cina ha permesso al mondo di guadagnare tempo”.

Mentre si profonde in lodi nei riguardi della Cina, Tedros non ha perso tempo nel criticare altri paesi per il loro approccio all’epidemia.

Ha fatto appello alle nazioni perché non mettessero limiti ai viaggi dalla Cina e ha ammonito contro la “recriminazione o politicizzazione” dell’epidemia.

I media cinesi danno molto rilievo alle lodi di Tedros nei confronti di Xi Jinping e alle sue critiche ai governi stranieri».

Al filo-cinese direttore dell’Oms è attribuibile anche il ritardo nella dichiarazione ufficiale della pandemia:

«Più preoccupante è il ritardo di Tedros nel dichiarare il Covid-19 un’emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale

[Pheic nell’acronimo inglese, ndt].

Il 23 gennaio il comitato per l’emergenza dell’Oms si è spaccato sulla decisione di dichiarare una Pheic.

Facendo valere la sua autorità ultima, Tedros ha deciso di aspettare nonostante l’ammissione che “questa è un’emergenza in Cina”.

Una settimana dopo, ha dichiarato la Pheic.

A quel punto i casi di Covid-19 erano decuplicati arrivando a 7.781 in 18 paesi.

John Mackenzie, un membro del comitato esecutivo dell’Oms, ha dichiarato pubblicamente che l’azione internazionale sarebbe stata diversa senza il “riprovevole” offuscamento dell’estensione dell’epidemia da parte della Cina».

Ma da dove viene quest’ alleanza tra Tedros ed il governo cinese?

La Cina è stata un’importante alleata di Tedros Adhanom Ghebreyesus nella sua elezione a direttore generale dell’Oms il 23 maggio 2017.

Tedros, laureato in biologia, è stato prima ministro della Sanità e poi ministro degli Esteri dell’Etiopia, il paese dell’Africa orientale dove è indirizzata la maggiore quota di investimenti cinesi.

Da soli gli investimenti cinesi rappresentano il 60 per cento di tutti gli investimenti esteri diretti (Fda) in Etiopia, che l’anno scorso ammontavano a 2,5 miliardi di dollari.

Alcuni mesi prima dell’elezione Tedros fu invitato a parlare all’Università di Pechino, dove auspicò una più intensa cooperazione fra la Cina e il i paesi del Sud del mondo in materia sanitaria.

Il giorno dopo la sua elezione, Tedros confermò ai media statali cinesi che lui e l’Oms avrebbero continuato a praticare il principio “una sola Cina”, che esclude Taiwan da rapporti diretti con l’Oms.

Questo fatto ha già creato problemi in passato, e sembra averne creati anche in occasione di questa epidemia.

Wall Street Journal del 6 aprile ha dichiarato

«Dirigenti di Taiwan avvisarono l’Oms il 31 dicembre scorso che avevano prove che il virus si poteva trasmettere da un essere umano all’altro.

Ma l’agenzia, in omaggio a Pechino, non ha un rapporto normale con Taiwan. Il 14 gennaio l’Oms lanciava un tweet:

“Indagini preliminari condotte dalle autorità cinesi non hanno trovato chiare prove di trasmissione fra esseri umani”.

All’agenzia ci volle un’altra settimana per correggere queste informazione sbagliata».

Indizi eloquenti della subalternità dell’Oms alla Cina e in particolare del suo direttore Tedros Adhanom Ghebreyesus non mancano.

Uno dei primi atti del nuovo direttore entrato in carica il 1° luglio 2017, fu di nominare ambasciatore di buona volontà dell’Oms per le malattie non trasmissibili nell’ottobre dello stesso anno niente meno

che Robert Mugabe, l’allora 93enne dittatore che in 37 anni aveva trasformato lo Zimbabwe,

paese a medio reddito, in un caso disperato di corruzione, malgoverno e miseria diffusa, senza parlare delle violazioni dei diritti umani su vasta scala.

Durante il suo lungo regno il Pil dello Zimbabwe è diminuito del 40 per cento, trascinando nel baratro i servizi sanitari: Mugabe, come i suoi ministri, si faceva curare all’estero.

Quali meriti aveva allora l’anziano presidente?

Senz’altro quello di essere l’alleato storico in Africa della Cina, il paese che aveva finanziato la sua organizzazione guerrigliera (lo Zanu)

al tempo della lotta contro il regime segregazionista dell’allora Rhodesia governata dai bianchi, mentre l’organizzazione rivale dello Zapu era finanziata dall’Unione Sovietica.

Alla Cina poi Mugabe dapprima come primo ministro e poi come presidente aveva aperto le porte dello Zimbabwe.

L’alzata di scudi internazionale contro la nomina, definita da alcuni «un insulto», convinse Tedros a ritirare il provvedimento nel giro di una settimana.

Non sono invece bastate le proteste di molte organizzazioni internazionali per la protezione della fauna selvatica e delle associazioni animaliste a impedire che l’Oms iscrivesse la medicina

tradizionale cinese nel suo Global Medical Compendium nel maggio dello scorso anno.

Com’è noto, molti rimedi tradizionali cinesi utilizzano parti di animali in via di estinzione, come tigri e rinoceronti.

L’Oms ha risposto strategicamente alle critiche affermando che l’inserimento delle pratiche cinesi nella sua guida non implica la sua approvazione dello sfruttamento di animali selvatici proibito da convenzioni internazionali.

L’influenza che la Cina sta esercitando all’interno dell’Oms è tanto più sorprendete in quanto la sua quota di partecipazione è molto inferiore a quella di un paese come gli Stati Uniti.

Nel biennio 2018-19 la Cina ha versato 86 milioni di dollari contro gli 893 milioni di Washington.

È facile intuire quale sarà uno dei cavalli di battaglia di Donald Trump alle elezioni presidenziali del prossimo mese di novembre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Covid19, un nuovo futuro.

Coronavirus, stare dall’altra parte!

Rispondi

potresti aver perso

WP to LinkedIn Auto Publish Powered By : XYZScripts.com
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: