Luglio 17, 2026
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Ci sono momenti nella storia della Chiesa che lasciano un segno destinato a durare nel tempo, perché aprono ferite che a fatica poi si rimarginano e che interrogano la coscienza di tutti i cattolici.

Le consacrazioni episcopali celebrate nei giorni scorsi a Écône (Svizzera) dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X, nonostante il pressante invito di Leone XIV a sospenderle, appartengono purtroppo a questa categoria di eventi. Al di là delle inevitabili conseguenze canoniche e delle diverse interpretazioni che ne verranno date, rimane una certezza: la Chiesa esce da questa vicenda più divisa e più debole.

Ed è questo il primo sentimento che dovrebbe prevalere: non la soddisfazione di chi vede riaffermata l’autorità, né quella di chi considera necessaria una scelta di rottura, ma il dolore perché da una parte e dall’altra c’erano e ci sono persone che credono e che soltanto per una serie di durezze e incomprensioni, sono giunte alla rottura reciproca.

Lefevriani, un percorso che viene da lontano

Fondata nel 1970 dall’arcivescovo francese Marcel Lefebvre, missionario in Africa ed ex Superiore generale dei Padri dello Spirito Santo, la Fraternità nacque con l’intento di preservare la formazione sacerdotale tradizionale e la liturgia latina nel clima di profonde trasformazioni seguito al Concilio Vaticano II. Negli anni successivi i rapporti con la Santa Sede si fecero sempre più difficili, fino alle consacrazioni episcopali del 1988, celebrate senza mandato di Giovanni Paolo II, che portarono alla dichiarazione di scomunica nei confronti di Lefebvre e dei vescovi consacrati.

Nel 2009 Benedetto XVI revocò quella scomunica nel tentativo di favorire una riconciliazione, pur precisando che la Fraternità rimaneva priva di uno status canonico regolare all’interno della Chiesa. Da allora il dialogo è proseguito tra aperture, speranze e nuove difficoltà, senza mai giungere a una piena comunione giuridica.

Le vicende di questi giorni sembrano purtroppo aver riportato indietro le lancette della storia.

Eppure, la Fraternità San Pio X non può essere liquidata come un semplice gruppo di nostalgici o di contestatori. Chi conosce le sue opere sa che vi si trovano seminari ricchi di vocazioni, sacerdoti preparati, famiglie numerose, scuole cattoliche, una intensa vita sacramentale, una disciplina religiosa rigorosa e una fedeltà convinta alla tradizione liturgica e dottrinale della Chiesa (seppure nella sua forma più antica). Bisogna aggiungere che tra i motivi della rottura di questi giorni ci sono il rifiuto di quelli che i “lefevriani” considerano cedimenti allo spirito del mondo moderno: vale a dire l’eccessiva apertura all’ecumenismo e al dialogo interreligioso che prefigura una riduzione dell’autorevolezza dell’unica Chiesa voluta da Cristo; un accento sempre più debole sulle norme perenni della morale rivelata, specie in tema di sesso e di matrimonio, soppiantata da un permissivismo ritenuto demoniaco (basti pensare ai numerosi cedimenti su temi quali le unioni omosessuali, per le quali addirittura alcuni vescovi e diocesi sembrano trasformarsi in succursali dell’ “Arcigay”).

La realtà che è emersa da questo conflitto teologico-spirituale tra i sostenitori della dottrina “antica” e la Chiesa “moderna” mostra un quadro preoccupante per i paesi di antica cristianizzazione.

Da una parte vi sono intere diocesi europee nelle quali le ordinazioni sacerdotali si contano ormai sulle dita di una mano; seminari che vengono accorpati o chiusi; comunità religiose sempre più anziane; parrocchie che faticano a trasmettere la fede ai giovani. Dall’altra esiste tutto un mondo “tradizionalista” che invece vuole resistere all’avanzata del secolarismo. Tipico il caso della Francia con  i “catho tradis” (abbreviazione colloquiale di catholiques traditionalistes). Si tratta di cattolici francesi che si identificano fortemente con la tradizione liturgica, dottrinale e culturale preconciliare; che propongono la famiglia tradizionale come culla della vita; che in genere hanno numerosi figli, un po’ come fanno gli appartenenti a un’altra realtà associativa tradizionalista: quella del Cammino Neocatecumenale. Questo mondo dei fedeli tradizionalisti non costituisce un gruppo unico: sono in realtà un arcipelago, con sensibilità diverse, che vanno dalla semplice preferenza per la liturgia antica fino a posizioni apertamente contestatarie verso il magistero recente. Tutte però accomunate da una fede forte e battagliera, da una vita sacramentale e spirituale intensa, dal coraggio di manifestare anche pubblicamente ciò in cui credono e di contestare ciò che denunciano come frutto del maligno.

Non rifiutare “a priori” i fedeli tradizionalisti

I lefevriani fanno parte di questo mondo, tornato sul proscenio ecclesiale dopo lo strappo di Econe: si tratta di una Fraternità che, seppure piccola dal punto di vista numerico e in condizione di irregolarità canonica, continua ad attirare giovani, formando sacerdoti secondo una disciplina esigente e una concezione del ministero profondamente radicata nella tradizione cattolica. Alla fine del 2025 la Fraternità contava, secondo i dati disponibili online, 733 sacerdoti, 264 seminaristi, 250 religiose, 145 fratelli e membri provenienti da cinquanta nazionalità, distribuiti in oltre settanta Paesi. Dietro quelle cifre vi sono diverse decine di migliaia di fedeli, con volti, vocazioni, famiglie, giovani che scelgono liberamente una vita di sacrificio, di studio e di preghiera.

E’ chiaro che occorre considerare il modo in cui la Chiesa affronta il rapporto con le sue componenti più legate alla Tradizione. Benché, ad esempio, in Italia pochi si riconoscano nella preferenza per i riti e le forme liturgiche più antiche, al tempo stesso tra la maggioranza dei cristiani comuni non si avverte alcuna forma di rifiuto a-priori verso i “tradizionalisti”. Anzi, per lo più si rimane incuriositi sul perché molte persone esprimano queste preferenze così particolari e quasi “anti-storiche”. Certo che male non fanno, semmai qualcuno potrebbe considerarli “esagerati” e troppo nostalgici. Ma da questo a detestarli ed espellerli, ce ne vuole!

Un dramma consumato troppo bruscamente

Ed è proprio questo il dramma che oggi si è consumato sotto i nostri occhi. La Fraternità rappresenta una componente numericamente limitata, ma spiritualmente significativa del cattolicesimo contemporaneo. Potremmo dire che si colloca all’ “estrema destra” della Chiesa. Mentre, dall’altro lato, all’ “estrema sinistra”, troviamo preti e laici che parteggiano per i movimenti e partiti progressisti; che sono a favore delle unioni gay, che invocano più immigrati e difendono gli irregolari tacciando di “razzisti” i credenti che invece vorrebbero limitare l’arrivo di clandestini. Sul “progressismo cattolico” molto ci sarebbe da dire: ad esempio, sugli interessi economici inconfessati e inconfessabili di alcune realtà di punta, che sono sempre presenti a sostegno dei migranti irregolari e che probabilmente dal loro arrivo e dalla loro “assistenza” ricavano ingenti finanziamenti pubblici. Ma questo è un altro discorso. Torniamo ai tradizionalisti.

La Fraternità di San Pio X, vista come una componente del multiforme panorama ecclesiale di oggi,  costituisce per molti fedeli un punto di riferimento a difesa dei principi della fede cattolica, contro le derive del relativismo etico e dell’agnosticismo dei nostri giorni.

Perdere questa componente significa privare l’intero corpo ecclesiale di una forza che avrebbe potuto continuare a offrire il proprio contributo nella testimonianza del Vangelo. Naturalmente nessun cattolico può sottovalutare la gravità di consacrazioni episcopali celebrate senza il mandato del Romano Pontefice. L’unità della Chiesa attorno al Successore di Pietro non è un elemento accessorio, ma appartiene alla sua stessa costituzione. Proprio per questo, però, ci si domanda se davvero tutto ciò che era umanamente possibile sia stato tentato, specialmente dentro le sacre mura del Vaticano, prima di arrivare a un gesto così grave.

Forse ci sono state sviste e ritardi?

Molti osservatori hanno ricordato come il Superiore generale della Fraternità avesse chiesto per mesi un’udienza personale a Leone XIV. Analoghe richieste erano state formulate pubblicamente da altri esponenti della Fraternità. L’unico incontro ufficialmente noto è stato quello con il cardinale Víctor Manuel Fernández. Un’udienza con il Pontefice, invece, non è mai stata concessa. Almeno così risulta.

Solo il 29 giugno, alla vigilia delle consacrazioni annunciate da molti mesi e preparate da lungo tempo, è stata resa nota una lettera del Papa nella quale, con toni paterni e riconoscendo esplicitamente la fedeltà della Fraternità alla tradizione teologica e liturgica della Chiesa, si chiedeva di sospendere il gesto per non lacerare ulteriormente l’unità ecclesiale. È una lettera che colpisce per il tono rispettoso e affettuoso. Ma proprio la sua tempistica ha suscitato interrogativi difficili da ignorare. Perché nessuno dei suoi consiglieri ha suggerito al Papa di concedere udienza nei mesi precedenti, quando le richieste erano state avanzate con insistenza? Perché non cercare un dialogo personale quando ancora vi era il tempo per evitare l’irreparabile? Qualcuno ritiene che non sarebbe servito a niente un incontro con Papa Leone, per la durezza delle posizioni dei lefevriani. Ma, chissà?, un dialogo franco e aperto, cuore a cuore, forse avrebbe smosso le montagne delle reciproche impuntature.

Per tutto questo sarebbe un errore leggere quanto accaduto come la vittoria di una parte sull’altra.

Non ha vinto Roma. Non ha vinto la Fraternità. Ha perso la Chiesa. Ha perso una Chiesa che attraversa una delle crisi più profonde della sua storia recente: crisi di vocazioni, crisi di partecipazione alla vita sacramentale, crisi dell’identità cristiana in un mondo sempre più secolarizzato.

In questo contesto ogni energia autenticamente cattolica dovrebbe essere considerata una risorsa preziosa. Ai “modernisti” presenti nella Chiesa oggi si potrebbe chiedere: ma che male vi fanno, personalmente parlando, dei giovani seminaristi innamorati della Tradizione? Che peccato compiono degli anziani preti che insegnano, valorizzando i vecchi dettami della morale, mentre molti preti di oggi non osano più spiegare cosa sia “peccato” e cosa no?

Lasciamo una ultima domanda, che però potrebbe non avere mai risposte: forse che nel segreto del confessionale siano emerse “colpe” di tale gravità da indurre il Papa alla durezza della scomunica? Non lo sapremo mai. Certo perdere l’unità della Chiesa, sacrificando dei figli magari disobbedienti, ma certamente fedeli e rigorosi, è una sconfitta. La speranza è che in un prossimo futuro si cerchi di sanare questa ferita.

IL CREDENTE

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