Il 24 maggio dimenticato, quando l’Italia non sa più ricordare sé stessa
L’Italia è un Paese singolare, forse unico nella sua capacità di trasformare la memoria in terreno di scontro permanente.
Celebra alcune date con solennità quasi obbligatoria, ne dimentica altre con una disinvoltura che rasenta l’ingratitudine storica. Sembra quasi che la memoria nazionale, invece di essere patrimonio comune, debba passare ogni volta attraverso il filtro della convenienza politica, dell’appartenenza ideologica, della lettura di parte.
È ciò che accade, in modo evidente, con il 24 maggio 1915.
Ogni anno il 25 aprile viene celebrato come Festa della Liberazione, data centrale nella storia repubblicana e nella memoria della fine dell’occupazione nazifascista.
Nessuna nazione adulta dovrebbe avere paura di ricordare la propria liberazione, così come nessuna nazione adulta dovrebbe consentire che quella memoria venga trasformata in una proprietà privata di partito, in una liturgia ideologica o in un rito di esclusione morale.
Il problema, dunque, non è ricordare il 25 aprile.
Il problema è ricordare soltanto ciò che una parte della cultura politica italiana ritiene compatibile con la propria narrazione.
Perché accanto al 25 aprile esiste anche il 24 maggio.
Esiste il 4 novembre.
Esiste il Piave.
Esistono Caporetto e Vittorio Veneto.
Esistono il Milite Ignoto, i fanti, gli alpini, i bersaglieri, gli artiglieri, i marinai, gli aviatori, i volontari, le famiglie rimaste ad attendere, le madri rimaste senza figli, le città che videro partire giovani spesso poverissimi e quasi sempre ignari della tragedia nella quale stavano entrando.
Il 24 maggio 1915 non è la data della vittoria italiana nella Grande Guerra.
La vittoria sarebbe giunta il 4 novembre 1918, con la conclusione vittoriosa del conflitto sul fronte italiano e con l’armistizio di Villa Giusti.
Ma il 24 maggio è la data dell’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale contro l’Impero austro-ungarico.
È l’inizio della prova, il varco tragico attraverso il quale l’Italia entrò nel suo più grande dramma collettivo dopo l’unificazione nazionale del 1861.
Una prova immane, sanguinosa, dolorosa, ma anche decisiva per la costruzione della coscienza nazionale.
Ed è proprio questo il punto.
Perché l’Italia ha progressivamente smesso di ricordare il 24 maggio?
Perché quella data, che per generazioni evocò il sacrificio dei soldati italiani, la difesa dei confini, il compimento del Risorgimento e la partecipazione di un popolo intero a una vicenda tragica e grandiosa, è oggi quasi sparita dal discorso pubblico?
Perché nelle scuole, nelle istituzioni, nella comunicazione pubblica, essa sopravvive appena come una nota a margine, mentre un tempo apparteneva alla memoria viva delle famiglie, delle piazze, dei monumenti, delle caserme, delle canzoni popolari?
La risposta non può essere liquidata con superficialità.
Vi è certamente, nella cultura italiana del secondo dopoguerra, una comprensibile diffidenza verso ogni retorica bellica.
Due guerre mondiali, il fascismo, la sconfitta del 1943, la guerra civile, l’occupazione straniera, le distruzioni materiali e morali del Novecento hanno prodotto una reazione profonda contro il linguaggio del nazionalismo.
Ma da questa reazione, legittima nella sua origine, è nata spesso una confusione pericolosa.
Si è finito per scambiare il patriottismo con il militarismo, la memoria dei caduti con la nostalgia autoritaria, l’amore per la patria con una malattia politica da sorvegliare.
E così, lentamente, una parte della storia nazionale è stata messa in soffitta.
Il 24 maggio è diventato scomodo perché ricorda che l’Italia non è nata soltanto dai dibattiti parlamentari, dalle costituzioni e dalle formule giuridiche.
L’Italia è nata anche dalla fatica, dal sangue, dalle trincee, dalle marce, dalle ferite, dalle vedove, dagli orfani, dai mutilati, dai nomi incisi sui monumenti di ogni paese.
Ogni borgo italiano ha una lapide, ogni campanile ha avuto un caduto, ogni famiglia ha conservato almeno per un tempo il racconto di un nonno, di un bisnonno, di un ragazzo partito per il fronte e mai tornato.
Dimenticare tutto questo non è pacifismo.
È smemoratezza.
La Grande Guerra fu certamente una tragedia.
Nessuno può negarlo.
Fu una carneficina, un conflitto di massa, una frattura antropologica, una scuola spaventosa di dolore.
Ma ridurla soltanto a follia bellica significa commettere un’altra ingiustizia.
Perché dentro quella tragedia vi furono anche disciplina, coraggio, senso del dovere, sacrificio, sofferenza civile, partecipazione popolare, costruzione di un’identità comune.
Chi ha studiato la Grande Guerra sa bene che essa fu, per l’Italia, una prova terribile e insieme fondativa.
Un Paese ancora giovane, nato politicamente nel 1861 e culturalmente ancora diviso da profonde fratture territoriali, linguistiche e sociali, si trovò improvvisamente costretto a riconoscersi in un destino comune.
Il Piave non fu soltanto un fiume.
Divenne un confine morale.
Dopo Caporetto, nell’autunno del 1917, quando l’esercito italiano subì una delle sconfitte più drammatiche della sua storia, il Piave divenne la linea della resistenza.
Là si ricostruì non soltanto un fronte militare, ma anche una volontà nazionale.
Là l’Italia, ferita e umiliata, trovò la forza di non crollare.
Là il Paese comprese che la guerra non era più soltanto questione di diplomazia, di alleanze, di territori contesi, ma sopravvivenza stessa della comunità nazionale.
È in questo contesto che nasce la “Leggenda del Piave”, composta nel 1918 da Giovanni Ermete Gaeta, noto con lo pseudonimo di E. A. Mario.
Quel canto non è soltanto una canzone patriottica. È un documento spirituale, popolare e civile.
Racconta l’ingresso in guerra, la tragedia di Caporetto, la resistenza sul Piave, la vittoria finale.
In poche strofe trasforma la vicenda militare in racconto collettivo.
Il fiume diventa voce, coscienza, testimone.
Il soldato diventa popolo.
La frontiera diventa promessa.
Il celebre verso sul Piave che mormorava al passaggio dei fanti appartiene alla memoria profonda dell’Italia.
Non occorre trasformarlo in retorica vuota per riconoscerne la forza.
Basta comprenderlo.
Quel canto fu intonato da generazioni di italiani, al nord come al sud, nelle case, nelle scuole, nelle caserme, nelle cerimonie pubbliche.
Fu anche adottato provvisoriamente come inno nazionale dopo l’8 settembre 1943, in un momento di smarrimento istituzionale e morale, quando l’Italia cercava disperatamente un simbolo attorno al quale raccogliere ciò che restava della propria dignità nazionale.
Eppure oggi tutto questo sembra lontano, quasi imbarazzante.
Si ricordano poco Riccardo Giusto, primo caduto italiano della Grande Guerra. Si ricordano poco Francesco Baracca, Cesare Battisti, Enrico Toti, Nazario Sauro, Alessandro Tandura e molti altri uomini che, pur con storie diverse, appartengono a quella lunga galleria di figure che hanno consegnato la propria vita alla storia nazionale.
Si ricordano poco i soldati senza nome, i contadini diventati fanti, i ragazzi delle isole e delle montagne, i figli della povertà italiana mandati al fronte con un fucile, una gavetta e una lettera della madre nel taschino.
Si parla spesso di pace, giustamente.
Ma una pace senza memoria non è pace, è rimozione. Una pace che disprezza il sacrificio di chi ha combattuto prima di noi è una pace ingrata.
Una pace che confonde il ricordo dei caduti con l’esaltazione della guerra dimostra soltanto di non avere strumenti morali per distinguere la pietà dalla propaganda.
Qui si inserisce anche il problema politico e culturale.
Una parte rilevante della cultura italiana, soprattutto nel secondo dopoguerra, ha guardato con sospetto alla Grande Guerra perché essa era stata successivamente inglobata e deformata dalla retorica fascista.
Ma il fatto che il fascismo abbia usato, piegato e strumentalizzato alcuni simboli nazionali non significa che quei simboli debbano essere consegnati per sempre all’oblio.
Al contrario, una Repubblica matura avrebbe dovuto recuperarli, liberarli dalle deformazioni propagandistiche e restituirli alla loro dimensione storica più autentica.
Non è avvenuto.
La memoria della Grande Guerra è stata spesso lasciata alle Forze Armate, agli appassionati di storia, alle associazioni d’arma, a qualche cerimonia locale, a qualche corona deposta in silenzio.
Lo Stato, invece, avrebbe dovuto fare di più.
La scuola avrebbe dovuto fare di più.
La cultura pubblica avrebbe dovuto fare di più.
Non per militarizzare la memoria, ma per educarla.
Non per insegnare ai ragazzi ad amare la guerra, ma per insegnare loro a rispettare il sacrificio, a comprendere la complessità, a distinguere tra la tragedia del conflitto e la dignità di chi vi fu travolto.
E invece, troppo spesso, si preferisce semplificare.
Quando alcune associazioni leggono la storia con lenti rigidamente ideologiche, trasformando ogni vicenda nazionale in un processo politico permanente, non rendono un servizio alla verità.
L’ANPI, in particolare, avrebbe il dovere di custodire una memoria importante, quella della Resistenza e della lotta contro il nazifascismo, senza però pretendere di dettare da sola il canone morale dell’intera storia italiana.
La memoria nazionale non può essere sequestrata da nessuno.
Non dalla destra, non dalla sinistra, non dai reduci di alcuna ideologia, non dai nostalgici, non dagli antifascisti di professione, non dai patrioti da cartolina.
La storia non è un volantino.
La storia è fatica, documentazione, rispetto, proporzione, complessità.
La storia non serve a confermare ciò che già pensiamo.
Serve, semmai, a metterci in difficoltà.
Serve a ricordarci che una nazione è fatta anche di contraddizioni, di errori, di grandezze, di vergogne, di sacrifici e di debiti morali non ancora saldati.
Il 24 maggio appartiene a questi debiti morali.
Non è necessario farne una festa obbligatoria del sentimento nazionale.
Non serve imporre inni, cerimonie o retoriche d’ordinanza.
Serve però smettere di vergognarsene.
Serve riconoscere che quel giorno l’Italia entrò in una guerra tremenda, che non tutti vollero, che molti subirono, che moltissimi pagarono con la vita, ma che fu combattuta anche con coraggio, disciplina e senso di appartenenza.
Serve riconoscere che senza quella storia non si comprende il Novecento italiano.
Non si comprende il Milite Ignoto.
Non si comprende il 4 novembre.
Non si comprende il Vittoriano.
Non si comprende il dolore inciso nelle pietre dei nostri comuni.
Non si comprende neppure il rapporto, ancora irrisolto, tra gli italiani e la loro idea di patria.
Per questo il 24 maggio dovrebbe tornare a essere studiato, spiegato, commemorato.
Non contro il 25 aprile, ma di più del 25 aprile.
Non contro la Repubblica, ma dentro una memoria nazionale più ampia della Repubblica stessa.
Non per alimentare nuove divisioni, ma per sanare una mutilazione.
Una nazione adulta non sceglie tra i propri morti.
Non stabilisce quali sacrifici siano politicamente presentabili e quali debbano essere nascosti.
Non trasforma la memoria in un calendario di parte.
Una nazione adulta sa ricordare la Liberazione dal nazifascismo e sa ricordare i fanti del Piave.
Sa onorare la Costituzione e sa inchinarsi davanti al Milite Ignoto.
Sa dire che la guerra è una tragedia e, nello stesso tempo, che chi ha combattuto per la propria patria non merita l’oblio.
L’Italia, purtroppo, fatica ancora a farlo.
Ed è per questo che il 24 maggio resta una data scomoda.
Perché obbliga il Paese a guardarsi allo specchio e a domandarsi se sia davvero capace di avere una memoria nazionale intera, oppure soltanto una memoria selettiva, frammentata, addomesticata dalle convenienze del presente.
Ricordare il 24 maggio 1915 non significa celebrare la guerra.
Significa onorare coloro che vi entrarono, spesso senza comprenderne fino in fondo la portata, e che pagarono sulla propria pelle il prezzo della storia.
Significa ricordare i nostri nonni, i nostri bisnonni, le famiglie che patirono fame, paura, lutto e attesa. Significa ringraziare chi, sul fronte e nelle retrovie, contribuì a tenere in piedi una nazione ancora fragile.
Un particolare ringraziamento va alle Forze Armate, che ancora oggi, spesso con sobrietà e silenzio, custodiscono questa memoria meglio di quanto facciano molte istituzioni civili.
In quel silenzio vi è forse più dignità che in molte celebrazioni rumorose.
Vi è il rispetto di chi sa che la patria non è uno slogan, ma un’eredità difficile.
E le eredità difficili non si gettano via solo perché qualcuno, un giorno, ha deciso che ricordarle non era più conveniente.
Considerazione del Direttore di Betapress
E Bravo il nostro Ettore, centra un argomento che ritengo fondamentale per ritrovare questo paese (ammesso che lo si voglia fare).
Vi sono date che uniscono e date che, comunque le si voglia vestire di retorica civile, continuano a dividere. Il 24 maggio appartiene alla prima categoria.
Il 25 aprile, piaccia o non piaccia ai custodi professionali della memoria autorizzata, appartiene alla seconda.
Il 24 maggio 1915 segnò l’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra, aprendo il ciclo doloroso e tragico che avrebbe condotto, attraverso Caporetto, il Piave e Vittorio Veneto, alla vittoria del 4 novembre 1918.
Fu una data di popolo, di nazione, di confine, di sacrificio comune.
Non fu la vittoria di una fazione sull’altra, non fu il trionfo di una parte politica su un’altra parte politica, non fu l’occasione per stabilire chi fosse moralmente legittimato a parlare e chi dovesse invece tacere.
Fu, nel bene e nel male della storia, un momento nel quale l’Italia si pensò come Italia.
Il 25 aprile, invece, per quanto istituzionalmente celebrato come Festa della Liberazione, resta una data strutturalmente più complessa, più lacerata, più esposta alla manipolazione ideologica.
Non perché non segni la fine di una stagione tragica, ma perché la memoria che ne è stata costruita sopra ha spesso assunto il volto della vittoria di italiani su altri italiani.
Una vittoria interna, una frattura civile, una pagina dolorosa che avrebbe richiesto misura, pietà storica e senso dello Stato, non la trasformazione permanente in tribunale politico della nazione.
Il punto non è negare il 25 aprile.
Il punto è smettere di usarlo come clava.
Il punto è domandarsi perché il Paese debba celebrare con tanta enfasi una memoria divisiva e, nello stesso tempo, lasciare nell’ombra una data come il 24 maggio, che richiama la nazione nella sua interezza, i suoi soldati, le sue famiglie, i suoi caduti, il suo dolore, il suo coraggio, la sua unità ancora fragile ma finalmente percepita come destino comune.
Esaltare il 25 aprile a discapito del 24 maggio non è un’operazione storica.
È un’operazione ideologica. E, soprattutto, è un’operazione che di autenticamente italiano ha ben poco, perché non cerca di ricomporre la memoria nazionale, ma di possederla.
Non educa il Paese a ricordare, lo addestra a ricordare soltanto ciò che conviene a una precisa linea politica. Non onora tutti gli italiani, ma seleziona quelli utili alla propria narrazione.
Una nazione seria non dovrebbe avere paura né del 25 aprile né del 24 maggio.
Ma una nazione libera dovrebbe diffidare di chi pretende di trasformare una data in dogma e l’altra in imbarazzo.
Perché quando la memoria diventa monopolio, la storia smette di essere maestra e diventa propaganda.
E allora diciamolo con chiarezza. Il 24 maggio fu certamente più del 25 aprile sotto il profilo dell’unità nazionale, perché chiamò l’Italia a riconoscersi come corpo comune davanti alla prova della storia.
Il 25 aprile, invece, per come è stato spesso raccontato e utilizzato, ha finito per diventare il vessillo di una parte che pretende di parlare a nome del tutto.
Il valore vero degli italiani non sta nelle liturgie di parte, ma nel sacrificio comune.
Non sta nella memoria amministrata dai professionisti dell’ideologia, ma nei nomi incisi sulle lapidi dei paesi, nei fanti passati sul Piave, nei caduti senza volto, nelle famiglie che hanno pagato il prezzo della patria molto prima che qualcuno decidesse di trasformare la storia nazionale in un comizio permanente.
Comunque noi ancora non abbiamo smesso di combattere, Avanti Savoia!

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