Settembre 10, 2026
i compiti non svolti

Un Paese complesso non può essere governato come una diretta social, sperando che il consenso sostituisca la preparazione.

C’era un tempo in cui un ministro, prima di parlare, leggeva un dossier. Oggi, più prudentemente, legge i commenti sotto il proprio ultimo post.

Non è soltanto una battuta. È la fotografia di una mutazione profonda della politica italiana. La conoscenza dei problemi è stata progressivamente sostituita dalla capacità di raccontarli. La competenza legislativa dalla rapidità dello slogan. La previsione delle conseguenze dalla conferenza stampa convocata per spiegare perché le conseguenze, ancora una volta, non erano state previste.

Il Governo Meloni si era presentato agli italiani come il Governo finalmente pronto. Dopo anni trascorsi all’opposizione, Fratelli d’Italia sosteneva di avere studiato, compreso e preparato ogni cosa. Era la classe diligente rimasta fuori dall’aula, quella che assicurava di conoscere tutte le risposte mentre gli altri sbagliavano l’interrogazione.

Una volta entrata in classe, però, ha scoperto che governare è leggermente più complicato che commentare chi governa.

La preparazione politica, sia chiaro, non si misura contando le lauree dei ministri. Si può essere laureati e politicamente inadeguati, così come si può possedere una straordinaria cultura istituzionale senza aver collezionato titoli accademici. Preparazione significa conoscere la macchina dello Stato, distinguere una norma da un annuncio, prevedere gli effetti di una decisione, scegliere collaboratori più competenti di sé, ascoltare gli apparati senza diventarne prigionieri e comprendere che ogni provvedimento produce conseguenze economiche, sociali, amministrative e costituzionali.

Soprattutto, preparazione significa correggere gli errori prima che arrivino nella Gazzetta Ufficiale, non dopo.

L’attuale maggioranza sembra invece avere trasformato l’urgenza in una forma ordinaria di governo. Decreti, conversioni, emendamenti, correzioni, interpretazioni autentiche, rinvii e nuovi decreti destinati a sistemare quelli precedenti. È una specie di pedagogia legislativa dell’errore permanente. Prima si decide, poi si studia, infine si nomina una commissione per capire che cosa si sia deciso.

Non si tratta soltanto di un’impressione polemica. Nel febbraio 2025, in sede parlamentare, veniva rilevato che il 58,5 per cento delle leggi approvate nella XIX legislatura era costituito da conversioni di decreti-legge. La stessa attività parlamentare ha più volte segnalato che le norme introdotte attraverso la decretazione d’urgenza mostrano spesso scarsa stabilità e richiedono successivi interventi correttivi. In altre parole, il Governo governa frequentemente come uno studente che consegna la brutta copia e pretende che venga considerata definitiva. 

Il problema non è soltanto quantitativo. È culturale.

Ogni governo può commettere errori. Ogni maggioranza può cambiare opinione quando mutano le condizioni. La politica seria non è ostinazione travestita da coerenza. Tuttavia, quando il ripensamento diventa metodo, quando l’annuncio precede sistematicamente l’istruttoria, quando il provvedimento sembra concepito anzitutto per occupare una serata televisiva, non siamo più davanti alla fisiologica correzione della rotta. Siamo davanti alla navigazione a vista celebrata come strategia oceanica.

Il Governo Meloni non è necessariamente il peggiore della storia repubblicana. Sarebbe un’affermazione tanto assoluta quanto poco dimostrabile. È però uno dei governi che più visibilmente risente dell’impoverimento della selezione politica avvenuto negli ultimi trent’anni.

E qui il confronto con la Prima Repubblica diventa inevitabile.

Quando i partiti erano anche scuole avevano quantomeno un licello di competenza “politica” maggiore, anche se la Prima Repubblica non fu l’età dell’oro. Conobbe clientelismo, corruzione, consociativismo, lottizzazioni, inefficienze, debito pubblico, privilegi e zone d’ombra che ancora oggi pesano sulla memoria nazionale. Trasformarla in un paradiso perduto sarebbe un esercizio di nostalgia più che di storia.

Eppure, quella Repubblica possedeva qualcosa che abbiamo dissipato. Aveva partiti strutturati.

La Democrazia Cristiana, il Partito Comunista, il Partito Socialista, il Partito Repubblicano, il Partito Liberale e persino le formazioni minori non erano semplici comitati elettorali costruiti intorno al volto del leader. Erano organizzazioni radicate nella società, dotate di sezioni territoriali, scuole di formazione, uffici studi, giornali, associazioni culturali, movimenti giovanili, amministratori locali e congressi autentici.

Quelle strutture avevano anche una funzione educativa. Introducevano migliaia di cittadini al linguaggio delle istituzioni, alla discussione politica, alla lettura del bilancio pubblico, alla storia dei movimenti sociali e alla complessità delle relazioni internazionali. I partiti della Prima Repubblica operarono come vere agenzie di integrazione politica e culturale, grazie alla loro presenza capillare nella società. 

Prima di diventare parlamentare si passava spesso attraverso il consiglio comunale, la provincia, il sindacato, l’associazionismo, la direzione provinciale, il congresso nazionale. Prima di diventare ministro si erano conosciuti i regolamenti parlamentari, le commissioni, i dossier e gli equilibri internazionali. Esisteva una carriera politica che poteva produrre conformismo e apparato, ma produceva anche competenza.

De Gasperi, Moro, La Malfa, Fanfani, Nenni, Berlinguer, Spadolini, Andreatta e tanti altri potevano essere amati, contestati o combattuti. Ma conoscevano la storia, l’economia, il diritto e la macchina dello Stato. Quando pronunciavano un discorso parlamentare, non sembravano leggere il testo di un collaboratore social particolarmente ispirato. Esprimevano una cultura politica.

Persino il famigerato manuale Cencelli richiedeva una certa preparazione. Almeno, prima di spartire le poltrone, bisognava saper fare le proporzioni.

Oggi non abbiamo eliminato la spartizione. Abbiamo eliminato la preparazione matematica.

I partiti contemporanei sono diventati formazioni personali, spesso tenute insieme non da una visione del mondo ma dalla permanenza del capo. Le correnti culturali sono state sostituite dalle cordate. I congressi dalle incoronazioni. Il dibattito interno dalla prudente arte di annuire. Il dirigente competente rischia di apparire pericoloso, perché chi conosce una materia potrebbe perfino formulare un’opinione autonoma.

Il vero leader dovrebbe circondarsi di futuri leader. Il capo insicuro preferisce circondarsi di futuri sottosegretari riconoscenti.

L’attuale Governo è figlio di questo sistema. Non ne è l’unico responsabile. Il centrosinistra ha partecipato largamente alla personalizzazione della politica. Il Movimento 5 Stelle ha trasformato la semplificazione in ideologia, immaginando che uno valesse uno anche quando uno conosceva un argomento e l’altro lo aveva appena cercato su Internet. Forza Italia ha edificato il modello del partito proprietario. La Lega ha progressivamente sostituito il radicamento territoriale con la centralità comunicativa del leader.

Fratelli d’Italia ha ereditato questa lunga decadenza e l’ha portata al governo dopo aver promesso di rappresentarne l’alternativa.

Qui sta la responsabilità politica maggiore. Chi si proclama pronto non può poi presentarsi all’esame chiedendo quali fossero le domande.

Rappresentare il popolo o rappresentare il capo, classico dilemma odierno che evidenzia la crisi della rappresentanza.

La mancanza di preparazione della classe dirigente è inseparabile dalla crisi della rappresentanza.

L’articolo 49 della Costituzione stabilisce che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere, con metodo democratico, alla determinazione della politica nazionale. 

La Costituzione non assegna dunque ai partiti la funzione di distribuire candidature. Affida loro il compito ben più alto di trasformare la partecipazione dei cittadini in indirizzo politico.

Senza preferenze il cittadino vota un simbolo, ma sono le segreterie a scegliere gli eletti. Così la rappresentanza popolare diventa obbedienza al capo e il Parlamento non risponde più agli elettori, bensì a chi compila le liste.

Oggi, invece, il cittadino partecipa sempre meno alla vita dei partiti e sempre più alla loro rappresentazione televisiva. Non sceglie un progetto dopo averlo discusso. Sceglie un marchio dopo averne osservato la campagna pubblicitaria. Vota il volto stampato sul manifesto, mentre il gruppo dirigente decide chi entrerà effettivamente in Parlamento.

Il sistema elettorale vigente, con collegi uninominali e liste bloccate nella quota proporzionale, limita fortemente la possibilità dell’elettore di scegliere i singoli rappresentanti. Il cittadino vota, ma la selezione preventiva degli eletti rimane in larga parte nelle mani delle segreterie. Così il parlamentare deve formalmente rappresentare la nazione, come prescrive l’articolo 67 della Costituzione, ma sa benissimo che la sua futura candidatura dipenderà dalla benevolenza del capo politico.

È difficile esercitare il mandato senza vincoli quando il proprio posto nella lista è legato a un vincolo molto concreto, quello della riconoscenza.

Ne deriva un Parlamento sempre più disciplinato e sempre meno rappresentativo. Deputati e senatori sono chiamati non tanto a valutare le decisioni del Governo, quanto a ratificarle. La questione di fiducia diventa il guinzaglio costituzionalmente elegante con cui si conduce la maggioranza al voto.

Questa dinamica impoverisce anche il Governo. Se i parlamentari non possono criticare, migliorare o correggere i provvedimenti, gli errori dell’esecutivo non incontrano più un filtro politico interno. Arrivano direttamente ai cittadini, alle imprese, alle scuole, ai tribunali e alle amministrazioni locali. A quel punto bisogna approvare un nuovo decreto per correggere il precedente. E la ruota ricomincia.

Una maggioranza legittima, ma socialmente sottile, come si può facilmente vedere il Governo Meloni è pienamente legittimo. Ha ottenuto la fiducia del Parlamento dopo una vittoria elettorale netta della coalizione di centrodestra. Contestare questo dato sarebbe intellettualmente scorretto.

Ma legittimità giuridica e rappresentatività sociale non sono la stessa cosa.

Alle elezioni politiche del 2022 l’affluenza si è fermata al 63,9 per cento, con un calo di circa nove punti rispetto al 2018. È stato il livello più basso mai registrato nelle elezioni politiche della storia repubblicana.

La coalizione vincitrice ha ottenuto poco meno del 44 per cento dei voti validi. Rapportato grossolanamente all’intero corpo elettorale, significa che il consenso diretto alla coalizione di governo proviene da poco più di un elettore avente diritto su quattro.

Questo non rende il Governo meno legittimo. Lo rende meno autorizzato a confondere la maggioranza parlamentare con l’intero popolo italiano.

La maggioranza dei seggi non equivale alla maggioranza del Paese. È la condizione necessaria per governare, non una certificazione di infallibilità nazionale.

Quando un Governo socialmente minoritario parla continuamente in nome del “popolo”, bisognerebbe domandargli di quale popolo stia parlando. Quello che lo ha votato, quello che ha votato altri, quello che non vota più oppure quello immaginato dagli algoritmi della comunicazione politica?

La vera rappresentanza non consiste nel ripetere i pregiudizi più diffusi. Non significa assecondare ogni paura, trasformare ogni malessere in un nemico e ogni problema in una parola d’ordine. Rappresentare il popolo significa assumersi la responsabilità di guidarlo anche quando la soluzione seria è più complessa dello slogan.

Un medico rappresenta l’interesse del paziente non quando gli prescrive ciò che il paziente desidera, ma quando possiede la competenza e il coraggio per indicargli ciò di cui ha bisogno. La politica dovrebbe funzionare nello stesso modo.

Invece abbiamo costruito un sistema nel quale il consenso viene cercato promettendo tutto, la responsabilità viene evitata attribuendo ogni fallimento ai governi precedenti e la competenza viene guardata con sospetto, quasi fosse una forma di arroganza aristocratica.

Naturalmente, dopo più di tre anni di governo, la formula “è colpa di quelli di prima” comincia ad avere la stessa credibilità dell’adulto che attribuisce ancora i propri ritardi ai compagni delle scuole medie.

La democrazia non è il governo degli impreparati, anzi la democrazia non afferma che chiunque sia automaticamente capace di governare. Stabilisce che chi governa deve ricevere il consenso dei cittadini, rispondere delle proprie decisioni e poter essere sostituito.

La sovranità popolare non elimina la necessità della competenza. La rende più importante, perché il potere democratico deve essere esercitato nell’interesse di tutti, non soltanto di chi ha vinto.

Per ricostruire la rappresentanza occorrerebbe tornare a partiti contendibili, congressi veri, selezioni trasparenti, formazione politica, radicamento territoriale e maggiore libertà di scelta degli eletti. Servirebbe restituire centralità al Parlamento e ridurre l’abuso della decretazione d’urgenza. Bisognerebbe pretendere che chi aspira a governare conosca la Costituzione, il bilancio dello Stato, l’Unione europea, la pubblica amministrazione e la storia nazionale.

Non sarebbe tecnocrazia. Sarebbe serietà.

La Prima Repubblica aveva molti difetti, ma possedeva classi dirigenti capaci di pensare lo Stato oltre la durata di un video. La Repubblica attuale rischia invece di produrre professionisti della candidatura, esperti di posizionamento, campioni di fedeltà e dilettanti dell’interesse generale.

Il Governo Meloni rappresenta oggi la manifestazione più visibile di questa crisi. Non perché sia composto esclusivamente da persone impreparate, affermazione ingiusta e indimostrabile, ma perché continua a confondere la compattezza con la competenza, la comunicazione con la decisione e l’identità politica con la capacità amministrativa.

Governare non significa occupare il posto di guida. Significa conoscere la strada, saper leggere la carta e comprendere i segnali.

Noi, invece, siamo saliti sull’autobus, abbiamo consegnato le chiavi al conducente e ci siamo accontentati che sapesse gridare molto bene la destinazione.

Adesso che il muro si avvicina, il Governo ci rassicura dicendo che la traiettoria era nel programma elettorale.

E il popolo, perfettamente rappresentato nella propria rassegnazione, applaude perché almeno l’incidente sarà sovrano.

 

Corrado Faletti
Direttore di Betapress

 

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Autore

  • Direttore responsabile Betapress.it

    Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.


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