Il Mediterraneo che resiste alla povertà del presente
Ci sono eventi che si limitano a occupare uno spazio nel calendario. E poi ce ne sono altri che, pur nella loro apparente semplicità, finiscono per assumere un valore simbolico più profondo, quasi inatteso. Il Cenacolo del Mediterraneo appartiene a questa seconda categoria. Non perché abbia voluto ostentare grandezza, ma perché ha saputo rimettere al centro una verità che il nostro tempo tenta continuamente di rimuovere, cioè che una civiltà vive soltanto quando le sue diverse anime riescono ancora a parlarsi.
Oggi viviamo in una società che ha smarrito l’arte dell’incontro. Tutto viene separato, classificato, rinchiuso in ambiti rigidamente specializzati. La cultura da una parte, l’artigianato da un’altra, la spiritualità altrove, l’economia in un altro recinto ancora. Si produce così un mondo apparentemente efficiente, ma in realtà sempre più sterile. Un mondo tecnicamente organizzato e umanamente impoverito. Il valore del Cenacolo del Mediterraneo sta proprio nell’avere compiuto un gesto controcorrente, quasi sovversivo nella sua normalità, rimettendo attorno a un tavolo uomini, idee, opere, sapori, tradizioni, memorie e visioni.
Il Mediterraneo, del resto, non è mai stato solo una geografia. È stato una pedagogia della complessità. È stato il luogo in cui popoli diversi si sono scontrati, certo, ma anche contaminati, riconosciuti, trasformati. È stato il mare delle civiltà che hanno saputo generare filosofia, commercio, arte, fede, diritto, letteratura, mestieri, forme politiche e simboli. Chi oggi richiama il Mediterraneo non richiama soltanto il passato, richiama una possibilità per il futuro. In un’epoca che frammenta, il Mediterraneo insegna ancora a comporre. In un’epoca che semplifica brutalmente, il Mediterraneo ricorda che la vera identità non nasce dall’esclusione, ma dalla capacità di custodire differenze senza dissolversi.
In questo quadro assume un significato particolare anche la presentazione del libro Italia Paese Interruptus. L’idea che l’unità territoriale non abbia coinciso con una vera unità spirituale e civile degli italiani non è soltanto una tesi storica, è una ferita ancora aperta. Forse il grande problema del nostro Paese è esattamente questo. Abbiamo unificato istituzioni, codici, apparati, ma non abbiamo ancora compiuto fino in fondo il lavoro più difficile, quello di costruire una coscienza comune capace di riconoscersi in un destino condiviso. Ecco perché incontri come questo hanno un valore che supera la cronaca. Perché provano, nel loro piccolo, a fare ciò che la politica spesso non sa più fare, creare legame, generare ascolto, restituire significato alla parola comunità.
Non è secondario, poi, che tutto questo sia avvenuto mentre il mondo continua a inviare segnali di dolore, di guerra, di persecuzione, di martirio. Il riferimento ai massacri di cristiani in Libano e alla presenza del contingente italiano ha riportato bruscamente i presenti dentro la durezza del presente. È un passaggio decisivo. Perché ci ricorda che la cultura autentica non è evasione, non è salotto, non è decorazione del reale. La cultura vera si misura proprio nella sua capacità di guardare l’orrore senza farsene schiacciare, e di opporgli una forma di resistenza morale. In questo senso l’arte, la parola, la memoria, persino il gesto conviviale, diventano atti civili. Non cancellano il male, ma impediscono che il male diventi l’unico linguaggio possibile.
Molto forte, in questa prospettiva, è anche la centralità dell’opera di Elena Drommi. L’arte, quando è vera, non si limita a rappresentare. L’arte interpreta, raccoglie, restituisce, talvolta salva. Il dipinto dedicato al Cenacolo del Mediterraneo, le stampe d’autore, la cura artigianale della riproduzione, il valore dato al colore, alla materia, ai passaggi tecnici, tutto questo ci parla di un’altra grande rimozione del nostro tempo, cioè il disprezzo per il lavoro ben fatto. Viviamo circondati da prodotti rapidi, replicabili, senz’anima. Oggetti che esistono, ma non durano. Immagini che colpiscono, ma non restano. Qui invece torna l’idea alta della creazione, l’idea che la bellezza richieda tempo, competenza, metodo, pazienza, mani educate e sguardo.
E lo stesso si può dire per il percorso enogastronomico e per la presenza delle eccellenze vinicole e artigiane. Sarebbe un grave errore liquidare tutto questo come semplice cornice. In Italia il cibo, il vino, l’oreficeria, la manifattura, la parola colta, la memoria religiosa e la produzione artistica non sono mondi separati. Sono i modi diversi attraverso cui una civiltà ha imparato a dire se stessa. Quando Elvia Gregorace accompagna i vini con la competenza storica e letteraria, quando il maestro orafo denuncia la crisi della manualità e della formazione, quando il lavoro artigianale viene elevato a patrimonio vivo e non a residuo folcloristico, si sta affermando qualcosa di essenziale. Si sta dicendo che il sapere non può essere ridotto a nozionismo e che la scuola, se dimentica la mano, finisce per atrofizzare anche la mente.
È questo, probabilmente, il punto più politico di tutta la vicenda. Il Cenacolo del Mediterraneo dice che non c’è rinascita nazionale senza una riconciliazione tra cultura e mestiere, tra bellezza e sacrificio, tra identità e apertura, tra memoria e progetto. E dice anche che l’Italia non si salva inseguendo modelli impersonali, ma ritrovando il coraggio di valorizzare ciò che la rende unica. Le sue arti, le sue tradizioni, la sua vocazione al dialogo, la sua capacità di tenere insieme il sacro e il civile, il pensiero e la materia, il libro e la tavola, il quadro e l’officina, il passato e il futuro.
In fondo, il messaggio più forte che ci lascia questa esperienza è semplice e severo. Dove il mondo divide, bisogna ricucire. Dove la modernità appiattisce, bisogna restituire profondità. Dove la cronaca produce rumore, bisogna ricreare significato. Il Mediterraneo, allora, non è nostalgia. È un programma culturale. Ed è forse proprio da cenacoli come questo, sobri ma carichi di senso, che può ripartire un’Italia meno interrotta e più consapevole di sé.
Scopri di più da Betapress
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.