Serve capire la scorciatoia morale che ha divorato la politica italiana
C’è una formula che torna puntuale, come una superstizione civile: il nemico del mio nemico è mio amico.
Ettore nel suo recente articolo:
Ha simpaticamente forzato un vecchio proverbio ma rilanciando una grandissima verità attuale che vediamo tutti i giorni.
È la frase con cui le comunità, quando smettono di pensare, provano a risolvere il mondo con un algoritmo emotivo.
In teoria è un principio di realpolitik: si stringono alleanze tattiche per contenere una minaccia maggiore.
In pratica, nel teatro politico-mediatico italiano, questa massima è diventata una licenza morale: se l’avversario detesta qualcuno, allora quel “qualcuno” può essere assolto in anticipo, ripulito, persino celebrato, non per ciò che è, ma per ciò che serve a fare nella battaglia identitaria del momento.
Il paradosso è che questa non è più politica estera; è psicologia di massa travestita da geopolitica.
Non si ragiona sugli interessi del Paese, né sui diritti umani, né sulla legalità internazionale come vincolo comune.
Si ragiona per tifoserie: pro o contro un leader, pro o contro “l’Occidente”, pro o contro “l’America”, pro o contro “la sinistra”, “la destra”, “l’Europa”.
E siccome l’unica energia davvero disponibile è l’energia della contrapposizione, l’agenda non è costruita da idee, ma da nemici.
Questa deriva non nasce nel vuoto. È figlia di una crisi più profonda: la politica italiana, da anni, si mostra incapace di produrre visioni complesse, dunque ripiega sul più antico dei carburanti: la pancia.
La pancia è rapida, reagisce, si infiamma, vota e dimentica; la testa richiede tempo, competenze, linguaggio preciso, mediazione, responsabilità. E quando una classe dirigente non sa, o non vuole, parlare alla testa, impara a governare la pancia.
Qui entra la questione più scomoda: l’ignoranza media non è soltanto un dato sociologico, è diventata un ambiente politico; ed è un ambiente che conviene a chi sostituisce la complessità con slogan e la realtà con narrazioni tribali.
I dati sulle competenze degli adulti lo dicono senza retorica: il rapporto OCSE-PIAAC segnala una quota ampia di popolazione italiana con competenze di lettura (literacy) basse, con percentuali rilevanti ai livelli più bassi; e istituzioni di ricerca e divulgazione autorevoli ne hanno discusso apertamente.
A questo si aggiunge un trend culturale coerente: la lettura di libri e quotidiani in Italia è in calo nel lungo periodo, un indicatore semplice ma cruciale della dieta informativa di un Paese.
In un ecosistema così, la politica scopre un trucco perfetto: non deve più convincere con programmi; le basta eccitare con antagonismi.
Non deve più spiegare; le basta indignare. Non deve più costruire; le basta denunciare. E soprattutto: non deve più scegliere valori coerenti, perché può sempre dire che lo fa “contro” qualcuno.
Il caso Venezuela è la cartina di tornasole, quando l’antitrumpismo diventa assoluzione preventiva.
Gli eventi di questi giorni attorno al Venezuela hanno reso visibile questa scorciatoia morale in modo quasi didattico.
Le cronache internazionali riportano che una controversa operazione statunitense a Caracas ha portato alla cattura di Nicolás Maduro e ha aperto negli Stati Uniti un conflitto istituzionale sui poteri di guerra: il Senato ha avviato una misura per limitare ulteriori azioni militari senza autorizzazione del Congresso, con una spaccatura significativa anche tra repubblicani.
In parallelo, dal Venezuela arrivano notizie di rilasci di detenuti politici presentati come gesto “per consolidare la pace”, ma accolti con cautela perché i numeri e le garanzie restano incerti.
Fin qui: la realtà, complessa, delicata, piena di nodi giuridici e umani.
Ma in Italia, per una parte del dibattito pubblico, lo scenario è stato immediatamente ridotto a un duello simbolico: Trump sì / Trump no.
E dentro questa gabbia emotiva è accaduta la cosa più grave: la figura di Maduro è stata trattata come variabile secondaria, talvolta persino “normalizzata”, perché utile a colpire il nemico principale della narrazione (Trump). Le dichiarazioni attribuite a Maurizio Landini, “Maduro è un presidente eletto dal popolo”, sono state riprese e discusse come emblema di questa torsione: l’anti-imperialismo declamato che, per coerenza di tifoseria, finisce per minimizzare un regime.
Questo meccanismo è descritto con toni duri anche nel testo che riprende proprio la logica del “nemico del mio nemico”, mettendo in scena l’idea che, pur di colpire Trump, si finisca per rendere accettabile qualunque alleato tattico.
Ora, sia chiaro: un editoriale non sostituisce un tribunale, e la valutazione di legittimità internazionale di un’operazione militare non si improvvisa. Ma c’è un punto che non richiede né caschi blu né dottrine strategiche per essere capito: Maduro non è un simbolo neutro.
È il capo di un sistema di potere su cui esiste un corpo documentale enorme, ONU, ONG, monitoraggi indipendenti, che parla di persecuzione politica, detenzioni arbitrarie, torture, uccisioni, sparizioni forzate, repressione selettiva e talvolta brutale del dissenso.
Il Consiglio dei diritti umani dell’ONU, tramite la Fact-Finding Mission, ha avvertito che la persecuzione politicamente motivata si intensifica e che per molte vittime la speranza di giustizia risiede nella comunità internazionale.
Human Rights Watch descrive in modo dettagliato la persistenza di strumenti “hardline” di repressione e documenta abusi post-elettorali, includendo torture e detenzioni arbitrarie, oltre al tema dei prigionieri politici (con stime basate anche su organizzazioni locali come Foro Penal).
Amnesty International continua a segnalare repressione violenta di proteste e violazioni sistematiche.
Anche il Dipartimento di Stato USA, nei rapporti annuali, elenca “credible reports” di violazioni gravi dei diritti umani.
E soprattutto: la dimensione internazionale della responsabilità non è una fantasia giornalistica.
L’Ufficio del Procuratore della Corte Penale Internazionale ha avviato un esame preliminare nel 2018 per fatti che includono l’uso eccessivo della forza e maltrattamenti ai detenuti.
Successivamente, la CPI ha aperto un’indagine (Venezuela I) e mantiene una pagina ufficiale dedicata alla situazione.
Definire Maduro un dittatore violento, in questo quadro, non è un insulto gratuito: è un giudizio politico e morale che si appoggia a una massa di evidenze su un apparato repressivo.
E qui si misura la qualità della nostra discussione pubblica: se davanti a quel quadro documentale il riflesso è “sì, ma Trump…”, allora non siamo nel terreno dei principi; siamo nella palude del tribalismo.
Il doppio standard: se lo fanno “gli europei”, diventano salvatori.
Il punto che fa più male, e che va detto senza ipocrisie, è il seguente: molti di quelli che oggi gridano allo scandalo avrebbero cambiato lessico se l’operazione fosse stata europea.
Se al posto della bandiera americana ci fosse stata una bandierina con dodici stelle, e se l’intervento fosse stato raccontato come “missione di stabilizzazione”, “protezione dei civili”, “difesa della democrazia”, un pezzo del dibattito avrebbe probabilmente risposto con applausi e titoli di eroismo.
È la stessa dinamica che abbiamo visto tante volte: l’etichetta decide la morale, non i fatti.
Anche il discorso del presidente francese Macron, in questi giorni, è stato letto attraverso questa lente di competizione simbolica tra potenze: “rifiutiamo il nuovo colonialismo e il nuovo imperialismo”, con una critica agli Stati Uniti e al clima internazionale dominato dalla “legge del più forte”.
Ma l’Europa non è un soggetto innocente, né un’entità moralmente pura: è un continente che porta con sé una storia di interventi, egemonie, dipendenze, e che spesso pretende di essere arbitro mentre fatica ad essere attore.
Ecco perché la frase “se l’avessero fatto gli europei sarebbero stati i salvatori” è, insieme, vera e terribile: descrive non la bontà degli europei, ma la disponibilità italiana a farsi governare da narrative di appartenenza invece che da criteri.
Il nodo italiano: una politica senza idee si nutre di ignoranza, e poi la chiama “popolo”.
In ultima analisi, il caso Venezuela è soltanto uno specchio.
Il vero bersaglio è la nostra politica: una politica che, non avendo più grandi progetti collettivi (lavoro, scuola, sanità, produttività, demografia, innovazione, giustizia sociale misurabile), cerca surrogati identitari.
E il surrogato più facile è l’odio: contro il migrante, contro l’élite, contro l’Europa, contro “i comunisti”, contro “i fascisti”, contro il giudice, contro il giornalista, contro l’imprenditore, contro il professore.
L’elenco cambia a seconda della convenienza, ma la forma resta.
La conseguenza è devastante: la cittadinanza viene addestrata a reagire e non a valutare. E quando una società perde l’abitudine alla valutazione, alla lettura, alla verifica, al confronto tra fonti, alla distinzione tra prova e suggestione, diventa manipolabile.
Non perché “il popolo è stupido”, ma perché viene privato degli strumenti culturali che rendono libero un popolo.
I dati sulle competenze e sulla lettura sono un campanello d’allarme, non una condanna antropologica.
Per questo, l’editoriale non può fermarsi all’indignazione.
Deve porre una domanda finale, semplice e spietata: vogliamo una democrazia di cittadini o una democrazia di tifosi?
Perché la seconda è comodissima per chi governa senza idee.
La prima è faticosa: richiede scuola seria, informazione rigorosa, cultura diffusa, e una politica costretta a tornare a progettare.
E qui sta il punto che Betapress.it non smetterà di ripetere: se oggi “il nemico del mio nemico” è diventato il criterio di giudizio, domani qualunque cosa potrà essere giustificata.
E quando una società giustifica tutto, alla fine non difende più nulla, nemmeno se stessa.