Luglio 17, 2026

Il Paese dei Partitelli…

Cari lettori, forse non basta più leggere, indignarsi e poi richiudere il giornale come se il problema appartenesse sempre a qualcun altro. La pentola è sul fuoco, l’acqua sale di temperatura e restare immobili significa accettare di essere cotti lentamente. È tempo di uscire dalla rassegnazione e trasformare l’indignazione in presenza, controllo, partecipazione e scelta civile.

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La democrazia non si misura a partitelli

C’è una menzogna elegante, ripetuta con tono professorale da molti professionisti della politica italiana, secondo cui più partiti esistono, più la democrazia sarebbe ricca, viva, plurale, partecipata.

È una frase comoda, quasi ornamentale, perfetta per coprire con la nobiltà del pluralismo ciò che spesso non è pluralismo, ma pura decomposizione del sistema politico.

Perché una cosa è il pluralismo democratico, altra cosa è la moltiplicazione parassitaria delle sigle.

Una cosa è dare rappresentanza a culture politiche vere, radicate, riconoscibili, capaci di formare classe dirigente e visione dello Stato.

Altra cosa è assistere, elezione dopo elezione, alla proliferazione di partitelli personali, microformazioni di convenienza, cartelli elettorali provvisori, comitati di ambizione individuale travestiti da movimenti popolari.

La democrazia non cresce per gemmazione incontrollata.

Non diventa più alta perché aumenta il numero dei simboli sulla scheda.

Non diventa più giusta perché ogni deluso, ogni espulso, ogni trombato, ogni notabile locale o nazionale decide di fondare il proprio piccolo feudo con un nome roboante, un logo patriottico, una parola magica come “libertà”, “popolo”, “Italia”, “rinascita”, “moderati”, “sovranità”, “civici”, “stelle”, “no qualcosa”, “pro qualcosa”.

La democrazia cresce quando aumenta la qualità della partecipazione, quando i cittadini contano davvero, quando i partiti selezionano competenze, costruiscono programmi, educano al confronto, rispondono delle promesse, mantengono un rapporto organico con il territorio e non si limitano a usare il territorio come mercato elettorale.

Il punto è semplice, persino brutale.

Non è vero che più partiti equivalgano a più democrazia.

Più partiti possono significare più rappresentanza soltanto quando quei partiti esprimono identità politiche reali.

Quando invece le sigle nascono per sopravvivere a una scissione, negoziare un seggio, ottenere visibilità televisiva, intercettare rimborsi, trattare una candidatura o pesare in una coalizione, non siamo davanti a un allargamento democratico.

Siamo davanti a una privatizzazione della politica.

Il partito smette di essere una comunità di destino e diventa una ditta.

Il programma smette di essere una visione del Paese e diventa un listino di convenienze.

La rappresentanza smette di essere mandato pubblico e diventa merce di scambio.

La storia politica italiana degli ultimi decenni è una lunga lezione su questo equivoco.

La Prima Repubblica aveva partiti talvolta pesanti, burocratici, ideologici, perfino soffocanti, ma quei partiti avevano scuole interne, sezioni, congressi, culture politiche riconoscibili, mondi sociali di riferimento.

Potevano piacere o non piacere, potevano essere criticati e infatti lo sono stati con ragioni spesso sacrosante, ma erano strutture politiche capaci di produrre classe dirigente, di assorbire il conflitto sociale, di trasformare interessi particolari in piattaforme generali.

Con tutti i loro vizi, avevano ancora un’idea alta, o almeno organizzata, della mediazione politica.

Poi è arrivata la stagione della personalizzazione, della politica ridotta a leadership televisiva, della comunicazione permanente, della campagna elettorale senza fine.

E il partito, da luogo di elaborazione, si è progressivamente trasformato in marchio.

Da corpo collettivo è diventato contenitore.

Da comunità politica è diventato proprietà simbolica di qualcuno.

Da qui la frammentazione non come espressione di vitalità, ma come sintomo clinico.

Ogni volta che una leadership perde centralità, nasce una sigla.

Ogni volta che una corrente non ottiene ciò che vuole, minaccia una scissione.

Ogni volta che un politico non trova spazio nel partito di provenienza, scopre improvvisamente di avere una nuova “visione per il Paese”.

Miracolo tutto italiano, la vocazione nazionale coincide spesso con la mancata ricandidatura.

Questa moltiplicazione non ha rafforzato il senso democratico del Paese.

Lo ha indebolito.

Ha prodotto cittadini più confusi, non più rappresentati.

Ha prodotto coalizioni più ricattabili, non più pluraliste.

Ha prodotto governi costretti a mediare non tra grandi interessi sociali, ma tra piccoli appetiti di sopravvivenza parlamentare.

Ha prodotto programmi elettorali costruiti per somma di slogan incompatibili.

Ha prodotto alleanze in cui si sta insieme non perché si condivide una visione, ma perché separati non si supera la soglia, non si elegge nessuno, non si pesa nulla.

La coalizione, da patto politico, diventa condominio litigioso.

Il governo, da luogo dell’indirizzo nazionale, diventa assemblea permanente di comproprietari del potere.

Il cittadino, in tutto questo, non guadagna libertà. La perde.

Perché quando l’offerta politica si frammenta oltre misura, il voto non diventa più consapevole, diventa più opaco.

La scheda si affolla di simboli, ma la responsabilità si dissolve.

Chi governa dice che non ha potuto fare di più per colpa degli alleati.

Chi sta nella maggioranza si comporta da oppositore interno.

Chi perde le elezioni si ricicla in una nuova formazione.

Chi promette rottura finisce nel più antico dei compromessi.

Chi denuncia il sistema, spesso, sogna soltanto di entrarci dalla porta laterale.

La democrazia, invece, ha bisogno di chiarezza.

Ha bisogno di soggetti politici riconoscibili, di responsabilità nette, di programmi verificabili, di leadership contendibili, di congressi veri, di iscritti non decorativi, di procedure interne trasparenti.

Ha bisogno di partiti, non di pulviscolo.

Ha bisogno di pluralismo, non di coriandoli istituzionali.

Ha bisogno di dialettica, non di narcisismo organizzato.

Ha bisogno di conflitto politico serio, non di sigle nate per occupare uno spazio sullo schermo televisivo o sulla scheda elettorale.

Il paradosso italiano è che il Paese sembra avere sempre più partiti e sempre meno politica.

Sempre più simboli e sempre meno pensiero.

Sempre più capi e sempre meno classe dirigente.

Sempre più dichiarazioni e sempre meno responsabilità.

Si confonde la libertà di fondare un partito con la dignità politica di quel partito.

Si confonde il diritto costituzionale di associarsi con la pretesa morale di essere considerati necessari.

Ma non tutto ciò che è legittimo è utile.

Non tutto ciò che può presentarsi alle elezioni contribuisce alla democrazia. Non ogni lista è una voce del popolo. Alcune sono soltanto eco di ambizioni personali.

Naturalmente, nessuno dovrebbe rimpiangere il partito unico, né sognare una democrazia addomesticata da pochi apparati chiusi.

La critica ai partitelli non è nostalgia autoritaria, né fastidio verso il dissenso.

Al contrario, è difesa seria del pluralismo.

Proprio perché il pluralismo è cosa nobile, non può essere confuso con la frantumazione opportunistica.

Proprio perché la democrazia ha bisogno di alternative, non può essere ridotta a una fiera di insegne.

Proprio perché il cittadino deve scegliere, deve poter scegliere tra progetti politici comprensibili, non tra etichette intercambiabili.

Il problema italiano non è che esistano idee diverse.

Sarebbe grave il contrario.

Il problema è che spesso non esistono più idee abbastanza solide da giustificare la nascita di un partito.

Esistono posizionamenti, calcoli, rancori, ambizioni, rendite, sopravvivenze.

Esistono sigle create per trattare meglio, non per governare meglio.

Esistono micro-partiti che parlano di popolo ma nascono nei corridoi, parlano di libertà ma vivono di cooptazione, parlano di futuro ma servono a garantire un presente a pochi.

E allora bisogna dirlo con chiarezza.

La democrazia non è un supermercato di simboli.

Non è una lotteria di contrassegni.

Non è un mosaico infinito in cui ogni tessera pretende di essere indispensabile anche quando non rappresenta nulla se non sé stessa.

La democrazia è partecipazione ordinata, conflitto regolato, responsabilità pubblica, rappresentanza reale.

Quando i partiti diventano troppi, troppo piccoli, troppo personali, troppo instabili, troppo ricattatori, il cittadino non viene liberato.

Viene abbandonato dentro un labirinto.

La moltiplicazione dei partitelli ha progressivamente ridotto il senso democratico del Paese perché ha insegnato agli italiani una pedagogia rovesciata della politica.

Ha insegnato che contare vale più che convincere.

Che posizionarsi vale più che pensare.

Che minacciare una scissione vale più che rispettare una decisione collettiva.

Che fondare una sigla vale più che costruire una comunità.

Che la politica non è il luogo in cui si serve lo Stato, ma quello in cui si negozia la propria sopravvivenza.

Questa non è democrazia più ricca.

È democrazia più stanca.

È democrazia più fragile.

È democrazia ridotta a mercato delle percentuali minime, a geometria di alleanze provvisorie, a liturgia di capi senza popolo e di popoli senza rappresentanza.

Una democrazia seria non ha paura dei partiti. Ha paura dei partiti finti.

Ha paura delle sigle vuote. Ha paura della politica che si spezzetta non per dare voce ai cittadini, ma per impedire ai cittadini di capire chi comanda, chi decide, chi risponde.

Il Paese non ha bisogno di altri partitelli. Ha bisogno di partiti veri.

Pochi o molti che siano, ma veri.

Radicati, democratici al loro interno, trasparenti nel finanziamento, seri nella selezione delle candidature, capaci di formare competenze e non soltanto fedeltà.

Partiti che non nascano per vendetta, per vanità o per calcolo, ma per necessità storica e politica.

Partiti che abbiano il coraggio di dire no ai propri capricci interni prima ancora di chiedere fiducia agli elettori.

Perché il pluralismo è una cosa seria.

La frammentazione, spesso, è soltanto il suo cadavere truccato bene.

 

Approfondimento

La fabbrica dei partitelli: il dato statistico della frammentazione

Calcolare quanti partiti siano nati e morti in Italia negli ultimi vent’anni non è semplice, perché il sistema politico italiano non dispone di una vera anagrafe politica sostanziale. Esistono partiti formalmente registrati, liste elettorali, movimenti personali, cartelli temporanei, sigle civiche, simboli riciclati, federazioni provvisorie e contenitori che vivono il tempo di una campagna elettorale.

Tuttavia, se si usa un criterio prudenziale, il quadro è impressionante.

Dal 2008 al 2022, nelle sole elezioni politiche nazionali, sono stati depositati almeno 600 contrassegni elettorali presso il Ministero dell’Interno.

Il dato nasce dalla somma di 177 simboli depositati nel 2008, 219 nel 2013, 103 nel 2018 e 101 nel 2022.

La media è di 150 simboli per elezione politica.

Non tutti erano veri partiti, naturalmente, ma proprio questo è il punto: la politica italiana ha trasformato il simbolo elettorale in una merce di presenza, testimonianza, trattativa e sopravvivenza.

Un secondo indicatore viene dal Registro nazionale dei partiti politici.

Dal 2014 al 2026 le iscrizioni riconosciute arrivano almeno alla progressione numero 77.

Nello stesso tempo, nell’elenco dei partiti ammessi ai benefici fiscali e al 2 per mille per il 2026 risultano 32 denominazioni.

Il confronto non significa che tutti gli altri siano giuridicamente morti, ma fotografa con chiarezza la distanza tra la quantità di soggetti politici comparsi nel circuito formale e il numero più ristretto di quelli rimasti stabilmente dentro un perimetro riconosciuto e operativo.

Negli ultimi vent’anni in Italia sono nati, rinati, rifondati o ricostituiti almeno 70-80 soggetti politici di rilievo nazionale o para-nazionale.

Nello stesso periodo almeno 40-50 sigle sono morte, confluite, cancellate, assorbite, sospese o politicamente evaporate.

Il tasso di evaporazione politica può essere stimato tra il 55% e il 65%.

In altre parole, più di un partito su due, tra quelli apparsi nel mercato politico nazionale, non riesce a consolidarsi come soggetto stabile.

Questo dato è la smentita matematica della retorica secondo cui più partiti significherebbero automaticamente più democrazia.

In Italia, spesso, più partiti hanno significato più frammentazione, più confusione, più ricatto parlamentare, più personalismo e meno responsabilità.

La democrazia non si misura contando i simboli.

Si misura contando la qualità della rappresentanza, la stabilità delle istituzioni, la chiarezza dei programmi e la capacità dei cittadini di sapere chi decide, chi risponde e chi tradisce.

Autore

  • Direttore responsabile Betapress.it

    Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.


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