Agosto 10, 2026

Il Populicchio!

L’Italia non è diventata più povera soltanto nei bilanci. È diventata più piccola nelle aspirazioni, più meschina nei comportamenti e straordinariamente indulgente con le proprie colpe. Un Paese che un tempo pretendeva di costruire il futuro oggi si accontenta di trovare una piazzola comoda dove parcheggiare il proprio camper, possibilmente lontano dai problemi degli altri.

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C’era una volta il popolo italiano.

Non era necessariamente migliore di quello attuale.

Non era composto da santi, eroi e raffinati pensatori.

Aveva difetti enormi, arretratezze culturali, opportunismi, vigliaccherie e quella particolare inclinazione nazionale a cercare il padrone giusto al momento giusto.

Aveva però ancora una dimensione collettiva.

Sapeva, almeno istintivamente, che il destino personale dipendeva anche dal destino della comunità, che una casa sicura in una città che crolla non rimane sicura a lungo e che il futuro dei figli vale più del comfort immediato dei padri.

Quel popolo non esiste più.

Al suo posto è comparso il populicchio.

Il populicchio non è una categoria economica e nemmeno sociale.

Non coincide con i poveri, con gli ignoranti o con le periferie.

Anzi, spesso abita in un buon quartiere, possiede due automobili, trascorre le vacanze all’estero e parla con grande competenza di vini, bonus fiscali e recensioni alberghiere.

Il populicchio è una categoria morale.

È il risultato finale della riduzione del cittadino a consumatore, dell’ideale a convenienza, della patria a dispensatrice di servizi e della politica a ufficio reclami.

Il populicchio non vuole cambiare il mondo.

Vuole che il mondo non disturbi il suo aperitivo.

Non sogna una società migliore per i propri figli.

Cerca di costruire intorno a sé un ecosistema privato abbastanza confortevole da non dover vedere la società peggiore che sta lasciando loro.

Compra l’aria condizionata invece di preoccuparsi del clima, paga una scuola privata invece di pretendere che quella pubblica funzioni, installa un sistema d’allarme invece di domandarsi perché il quartiere sia diventato insicuro, assume qualcuno che assista il genitore anziano invece di interrogarsi sul collasso della sanità territoriale.

Ogni problema collettivo viene trasformato in una soluzione individuale.

Chi può permettersela si salva.

Chi non può permettersela viene classificato come irresponsabile, sfortunato o, nella versione più elegante, “non sufficientemente resiliente”.

Abbiamo inventato una società nella quale anche l’abbandono è diventato una colpa dell’abbandonato.

Un tempo si cercava, magari ingenuamente, un mondo migliore.

Oggi si cerca una bella piazzola di sosta per il camper.

Possibilmente con allaccio elettrico, scarico delle acque, connessione Wi-Fi e nessun povero nei dintorni che rovini il panorama.

Non importa dove stia andando il Paese.

L’importante è che il camper sia parcheggiato in piano.

Questa è la grande mutazione antropologica italiana.

Siamo passati dall’idea dell’Italia come Paese del futuro all’Italia concepita come un becero magazzino viveri.

Una dispensa nazionale dalla quale ciascuno tenta di portare via qualcosa prima che arrivino gli altri.

Pensioni, agevolazioni, condoni, incentivi, detrazioni, bonus, sanatorie, protezioni, concessioni, incarichi e piccoli privilegi.

Il rapporto con lo Stato non è più quello, già difficile, tra cittadino e istituzione.

È quello tra cliente e supermercato durante una promozione straordinaria.

Ognuno riempie il carrello.

Poi denuncia con indignazione che gli scaffali sono vuoti.

Il populicchio pretende servizi scandinavi, tasse caraibiche, pensioni svizzere e controlli napoletani, nel senso più teatrale e assolutorio del termine.

Vuole uno Stato fortissimo contro gli altri e discretamente distratto quando arriva davanti alla sua porta.

Invoca la legalità per il vicino che ha costruito una veranda abusiva, ma rivendica il proprio diritto al condono perché, nel suo caso, “la situazione è diversa”.

Si scandalizza per la corruzione nazionale e poi telefona all’amico dell’amico per accelerare una pratica.

Disprezza i raccomandati quando la raccomandazione non riguarda suo figlio.

Il populicchio non commette mai un abuso.

Al massimo si arrangia.

Non evade.

Ottimizza.

Non mente.

Evita inutili complicazioni.

Non tradisce un principio.

Si adatta alle circostanze.

Ed è sempre innocente.

In questo, il populicchio è il degno erede di quella nazione raccontata nell’editoriale “L’Italia senza colpa, il Paese che cambia memoria per non cambiare sé stesso”.

Un Paese capace di cambiare uniforme senza cambiare coscienza, di salire sul carro del vincitore conservando nella tasca la tessera del precedente padrone e di proclamarsi vittima del potere che aveva applaudito fino a pochi minuti prima.

L’innocenza retroattiva è diventata il nostro principale prodotto nazionale.

Abbiamo sostenuto tutto e il contrario di tutto, ma non siamo mai stati responsabili di nulla.

Se un sistema fallisce, la colpa è della politica.

Se la politica degenera, la colpa è dei partiti.

Se i partiti selezionano incapaci, la colpa è della legge elettorale.

Se gli incapaci vengono eletti, la colpa è di quelli che non sono andati a votare.

Se noi stessi li abbiamo votati, naturalmente, siamo stati ingannati.

Il populicchio è sempre stato ingannato.

Possiede smartphone, giornali, televisioni, social network, biblioteche, università, archivi e accesso immediato a una quantità di informazioni che nessuna generazione precedente avrebbe potuto immaginare.

Eppure sostiene di non avere mai saputo niente.

Non sapeva chi fosse il candidato.

Non sapeva che il partito avrebbe tradito le promesse.

Non sapeva che il debito sarebbe ricaduto sui figli.

Non sapeva che la scuola stava crollando.

Non sapeva che la sanità veniva smantellata.

Non sapeva che il territorio veniva consumato.

Non sapeva che un Paese senza natalità, cultura, ricerca e visione industriale non avrebbe avuto un futuro.

Non sapeva, ma aveva letto tutte le recensioni del campeggio.

Il populicchio non è ignorante perché non conosce.

È ignorante perché ha deciso che conoscere non serve.

La conoscenza comporta responsabilità e la responsabilità disturba.

Sapere obbliga a scegliere, mentre non sapere consente di lamentarsi con maggiore libertà.

Per questo l’ignoranza contemporanea non è soltanto mancanza di istruzione.

È una strategia di autoassoluzione.

Meglio non capire.

Chi non capisce può sempre dichiararsi tradito.

Così abbiamo progressivamente smesso di credere nel futuro.

Lo abbiamo sostituito con una versione più piccola, privata e rateizzabile del benessere.

Abbiamo scambiato l’agiatezza per la giustizia, la comodità per la civiltà, la sicurezza del nostro recinto per la salute dell’intera società.

Ma vivere bene dentro un recinto non significa vivere giustamente.

Significa soltanto avere un recinto più confortevole.

I nostri figli stanno ricevendo esattamente questo.

Recinti decorati, dispositivi elettronici, corsi di ogni genere, protezioni ossessive e pochissimo futuro.

Li accompagniamo ovunque, controlliamo i loro telefoni, discutiamo con gli insegnanti per mezzo voto, minacciamo denunce se qualcuno osa frustrarli e poi consegniamo loro un Paese indebitato, invecchiato, burocratizzato, culturalmente impoverito e incapace di immaginare i prossimi vent’anni.

Li proteggiamo da una nota disciplinare e li esponiamo al fallimento di una nazione.

Poi ci definiamo buoni genitori.

In realtà, stiamo consumando il futuro dei figli per finanziare il presente dei padri.

Abbiamo trasformato il patto tra le generazioni in un saccheggio educatamente amministrato.

A loro lasciamo il debito pubblico, la precarietà, infrastrutture fragili, scuole impoverite, salari insufficienti e una società nella quale perfino costruire una famiglia è diventato un lusso.

A noi riserviamo il diritto di spiegare che i giovani non hanno voglia di lavorare.

Il populicchio adora rimproverare le vittime delle macerie che esso stesso ha prodotto.

Naturalmente la politica porta responsabilità enormi.

Ha impoverito il linguaggio pubblico, premiato la mediocrità, trasformato il Parlamento in un teatro di slogan e sostituito i progetti nazionali con una lotteria permanente di bonus.

Ha governato l’emergenza quotidiana perché un cittadino spaventato e dipendente è più facile da amministrare di un cittadino colto e autonomo.

Ma la politica non è arrivata da Marte.

È stata scelta, applaudita, tollerata e spesso pretesa dal populicchio.

I politici mediocri non sono un incidente estraneo alla società.

Sono il suo prodotto più rappresentativo.

Parlano male perché il populicchio diffida di chi ragiona.

Promettono l’impossibile perché dire la verità costa voti.

Cercano il nemico perché spiegare la complessità richiede intelligenza, tempo e un pubblico disposto ad ascoltare.

Il populicchio non vuole governanti migliori.

Vuole governanti che gli garantiscano di essere già nel giusto.

Vuole sentirsi dire che ogni sacrificio è ingiusto, purché sia il suo, e che ogni privilegio è meritato, purché tocchi lui.

Vuole una rivoluzione che non modifichi l’orario dell’aperitivo, una riforma fiscale che faccia pagare gli altri, una transizione ecologica senza rinunciare a nulla, una scuola severa con i figli altrui e comprensiva con i propri.

Soprattutto vuole continuare a lamentarsi.

La lamentela è diventata la nostra forma nazionale di partecipazione politica.

Non ci si organizza, non si studiano i problemi, non si costruiscono corpi intermedi, non si controllano gli eletti e non si assumono responsabilità.

Si commenta.

Si protesta da seduti.

Si esprime sdegno tra una fotografia del pranzo e il video di un gatto.

Siamo diventati rivoluzionari da divano, patrioti da partita, moralisti da tastiera e cittadini soltanto quando manca un servizio.

Ecco perché non siamo più un popolo.

Siamo il populicchio.

Un popolo possiede una memoria.

Il populicchio possiede versioni convenienti del passato.

Un popolo riconosce i propri errori.

Il populicchio cambia racconto.

Un popolo costruisce istituzioni.

Il populicchio cerca conoscenze.

Un popolo pensa ai figli.

Il populicchio pensa a lasciare loro un appartamento, possibilmente dopo aver consumato tutto il resto.

Un popolo affronta il futuro.

Il populicchio domanda se nella piazzola è compresa la corrente elettrica.

La parola è volutamente sgradevole perché sgradevole è diventata la realtà che descrive.

Populicchio” non indica il cittadino semplice, il lavoratore o chi vive con fatica.

Questi meritano rispetto, soprattutto perché spesso pagano il prezzo maggiore del disfacimento collettivo.

Indica invece la piccolezza morale di una comunità che ha smesso di considerarsi tale.

È il diminutivo non del numero, ma della dignità.

È un popolo ristretto nelle ambizioni, accorciato nella memoria, impoverito nei valori e gonfiato nell’ego.

La vera povertà italiana non si misura soltanto nel reddito.

Si misura nella distanza tra ciò che pretendiamo e ciò che siamo disposti a fare.

Vogliamo una patria senza comportarci da cittadini.

Vogliamo diritti senza doveri, servizi senza costi, libertà senza responsabilità, memoria senza verità e figli felici senza sacrificare nulla per il loro avvenire.

Non funzionerà.

Nessun recinto privato potrà proteggerci a lungo dal crollo della casa comune.

Nessuna pensione, seconda abitazione, assicurazione sanitaria o piazzola attrezzata salverà davvero chi vive in una nazione senza coscienza, senza giovani e senza progetto.

Il giorno in cui gli scaffali del magazzino Italia saranno definitivamente vuoti, il populicchio si guarderà intorno indignato e domanderà chi abbia portato via tutto.

La risposta sarà semplice.

Nessuno straniero, nessun complotto, nessun tiranno misterioso.

Siamo stati noi.

Ma naturalmente, anche allora, diremo che non ne sapevamo nulla.

… e permettetemi di chiudere questa mia con una frase riadattata a noi dalla costituzione americana:

WE, the Populicchio of the DisUnited States of Italy, in Order to form an ever more imperfect Disunion, deny Justice, destroy domestic Tranquility, neglect the common Defence, undermine the general Welfare, and deprive both ourselves and our Posterity of the Blessings of Liberty, do reject and dismantle this Constitution for the DisUnited States of Italy.

E così sia, Amen.

 

 

Corrado Faletti
Direttore responsabile Betapress.it

Autore

  • Direttore responsabile Betapress.it

    Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.


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