Il potere che incendia e il metodo che regge: il 2026 come prova di metodo
La soglia non si attraversa con profezie: si attraversa lavorando sui fatti, mentre il tempo storico “ruggisce” alle spalle.
Finisce il 2025: il 2026 è l’inizio di un nuovo EVO?
Che il 2025 fosse un anno che indicasse il passaggio tra l’evo contemporaneo a quello successivo, lo avevamo da tempo discusso in redazione con grande convinzione, proprio perché i segnali convergenti, nel mondo occidentale, ma non solo, ci sono tutti e sono evidenziabili in vari modi.
Fare l’elenco completo sarebbe lungo, per cui ci soffermeremo a pochi ma significativi.
E’ Gennaio 2025 che segna l’inizio di un passaggio epocale, con la salita alla Presidenza USA di Donald Trump, dopo le vittoriose elezioni di Novembre.
Un Presidente che con le sue azioni, imprevedibili, contrarie al pensiero unico delle lobby dominanti, con i Suoi fatti e contro fatti, spariglia le carte di chi ha retto il potere e ha dato un forte impulso alla guida del mondo occidentale fino ad allora, autoproclamandosi fonte ed essenza democratica cui tutti devono sottomettersi.
Non parliamo certo di regimi di destra o di sinistra, che il volgo tende ad identificare, ma che forse servono a confondere strumentalmente la stessa popolazione nascondendo il reale scontro che ci vorrebbe vedere assistere, da impotenti.
Ma di due grandi entità, che hanno obiettivi uguali ma programmi diversi e che per “comodità” chiamiamo Massonerie.
Quelle stesse che dà sempre si sono alternate lasciando desumere agli attenti osservatorio un tacito accordo. Accordo che oggi sembra non essere più in equilibrio, come forse ci hanno voluto dimostrare con una ciclica alternanza. Ma, a causa del risveglio e la determinazione di nuove realtà emergenti non più gestibile.
– “Massoneria” finanziaria economica speculativa, dove i profitti giungono da speculazioni finanziarie, economiche
– “Massoneria” economica industriale, dove i profitti si basano sul lavoro produttivo industriale, magari a discapito degli stessi lavoratori.
In pratica, questo scontro ha alimentato quelle concezioni divisive nei rapporti generali, fondati sul più spiccioli individualismo materialistico permettendo ed alimentando lo sviluppo di tanti mali cui oggi l’evo contemporaneo deve fare i conti: egoismo, corruzione, violenza, e via dicendo.
Fattori che in occidente, in particolare in Europa ed Ancor di più in Italia, hanno sempre più portato al caos.
Il totale scollamento tra Cittadini e politicanti, evidenzia paradossalmente, una dittatura democratica che difficilmente può essere nascosta ed il cui grande segnale è il sempre più progressivo astensionismo, che oramai supera abbondantemente il 50%degli aventi diritto al voto.
Così i parlamentari, sia in Italia che in Europa, tradendo il “patto” con i Cittadini, sempre meno coloro che hanno concesso la delega, assumono decisioni che favoriscono interessi, a vario titolo, non certo di chi dovrebbero rappresentare.
Altro elemento che dà forza al cambiamento verso un EVO diverso, è l’inattesa elezione di Papa Leone XIV, almeno per quelle parti di “Massonerie” di cui sopra, che con equilibrio e rispetto torna a porre al centro della chiesa ma soprattutto dell’Uomo, quella spiritualità che a vario titolo, qualche suo predecessore, voleva porre al servizio dell’uomo pensando addirittura di Modernizzare”.
Guarda caso due personaggi, Trump e Leone XIV, assai lontani tra loro, pur essendo entrambi Statunitensi, ma assai vicini nel guardare non i propri interessi e confrontandosi, cercando mediazioni reali e non imposizioni dittatoriali, con quella parte di mondo emergente, che tuttavia è la maggioranza della popolazione, che non si sottopone più a quel,’ imperialismo coloniale, tipico dell’Europa, dell’Inghilterra, che gioca a Suo piacimento nel sentirsi convenientemente a fasi alterne membro dell’Europa e di quella parte degli USA legata alle due “Massonerie” che l’attuale Presidente sembra voler “Scardinare”.
Una partita che si sta giocando a tutto campo e che vede nuovi giocatori che vogliono partecipare.
E’ questo l’avvio del nuovo EVO di cui non conosciamo lo sviluppo ma che inevitabilmente si profila con il 2026.
Il Nostro Augurio, nel fornirvi questi spunti di riflessione, è quello che il 2026 possa segnare l’avvio di una Europa Mediterranea, che tragga spunto dalla filosofia Mediterranea e dalla Spiritualità che possa essere al centro su cui l’uomo possa costruire, al meglio del suo terreno essere, abbandonando finalmente la subdola filosofia economica materialistica, su cui si fonda l’Europa attuale, proiezione di quegli USA che traggono origine proprio dal colonialismo europeo.
Il ritorno quindi al “buon senso” termine oramai in disuso a causa dell’infinito numero di “regolamenti” che il materialismo più estremo è riuscito a costruire conducendovi tutti verso il caos.
Ma come è sempre avvenuto, anche la Torre di Babele segnò, in tempi assai lontani, la fine di un’epoca buia.
[nota d. DR]
In chiusura dell’ottimo spunto di Ettore, lasciatemi assumere – da direttore – un tono volutamente sobrio e, insieme, esigente.
L’idea di “fine di un evo” ha una forza narrativa indiscutibile: ci offre una cornice, un ordine possibile nel disordine, una grammatica interpretativa per leggere fratture che altrimenti resterebbero percepite solo come ansia diffusa.
Ma proprio perché le cornici sono potenti, dobbiamo ricordare che non sono mai neutre.
Ogni grande passaggio storico, quando lo si vive dall’interno, tende a produrre tre illusioni: l’illusione della spiegazione totale (un’unica chiave che apre tutte le porte), l’illusione del nemico unico (un volto che riassume ogni responsabilità), e l’illusione dell’immediatezza (come se la svolta fosse sempre “domani”, mentre spesso matura per anni sotto la superficie).
Lembo, in queste righe, propone un’ipotesi forte: che il 2025 sia stato un “anno-cerniera” e che il 2026 si apra come soglia.
È un’ipotesi legittima, a patto di trattarla per ciò che Ettore ha voluto che fosse: una lettura che invita a discutere, non un teorema da imporre; una mappa, non il territorio.
La parola “Massonerie”, usata come categoria interpretativa, va dunque maneggiata con intelligenza critica: non come scorciatoia che sostituisce l’analisi, ma come simbolo di conflitti tra interessi, filiere di potere, modelli economici e antropologie politiche.
In altri termini: non basta nominare forze, bisogna descriverne i meccanismi; non basta evocare “lobby”, bisogna distinguere strutture, incentivi, responsabilità, catene decisionali.
E tuttavia, dentro questa prudenza, resta un nucleo che condividiamo pienamente: la sensazione che l’Occidente – e l’Europa in modo particolare – stia pagando un prezzo alto per la separazione crescente fra istituzioni e vita reale.
Se la democrazia è anche un patto psicologico e morale, oltre che giuridico, allora l’astensionismo non è un dettaglio statistico: è un sintomo culturale, un’indicazione di sfiducia, una frattura nel riconoscimento reciproco tra rappresentanti e rappresentati.
E una democrazia senza riconoscimento diventa procedura senz’anima, regolamento senza legittimità, amministrazione senza comunità.
Per questo, quando l’articolo invoca un ritorno al “buon senso” e a una “Europa mediterranea” capace di integrare filosofia, spiritualità, misura umana, non sta semplicemente facendo poesia politica: sta chiamando in causa un tema serio di antropologia pubblica.
Quale idea di uomo sostiene le nostre istituzioni?
Quale idea di bene comune guida i nostri vincoli economici?
Quale spazio concediamo a ciò che non è riducibile a calcolo – fiducia, lealtà, limite, responsabilità – senza scivolare nell’arbitrio o nella retorica?
Il 2026, allora, non sarà “nuovo” perché lo dichiariamo tale, ma lo sarà se saremo capaci di trasformare il linguaggio in prassi: più trasparenza dove oggi c’è opacità, più merito dove oggi c’è cooptazione, più coraggio dove oggi c’è conformismo, più umanità dove oggi c’è soltanto norma.
Se un evo finisce, finisce davvero nel momento in cui cambiano le abitudini collettive: nei gesti quotidiani della cittadinanza, nel modo in cui si informa e si verifica, nel modo in cui si dissente senza distruggere, nel modo in cui si governa senza disprezzare.
Noi, come redazione, ci prendiamo un impegno: ospitare letture forti senza trasformarle in dogmi, aprire conflitti di idee senza trasformarli in guerre tribali, cercare l’essenziale senza cedere alla semplificazione.
Il compito del giornalismo – quando è degno di questo nome – non è rassicurare, né alimentare fantasmi: è illuminare le scelte, mostrare le alternative, rendere dicibile ciò che molti intuiscono ma non riescono ancora a nominare.
Se davvero siamo su una soglia, il modo più serio di attraversarla è questo: meno slogan, più discernimento; meno tifoserie, più responsabilità; meno paura, più verità.
E – per una volta – un augurio non rituale: che il nuovo anno ci trovi capaci di pensare prima di reagire, di capire prima di giudicare, di costruire prima di accusare.
Noi non ci fermeremo e cercheremo di stare dalla parte di chi deve e vuole capire e non da quella di chi vuol imporre una dottrina.
BUON ANNO AI NOSTRI LETTORI, MA ANCHE A TUTTI GLI ALTRI.