Fuga per la vittoria … ?

Fuga dall’Italia, l’enigma del Nuovo Millennio: Restare o andar via…

 

Talmente tante parole sono state sprecate sulla disoccupazione da farla divenire un luogo comune, il male dei nostri giorni, l’incubo di migliaia di giovani, i quali ancor prima di aver concluso gli studi progettano il loro futuro fuori dalla Nazione di appartenenza, alla ricerca di una felicità che la loro terra non è in grado di garantire.

È interessante notare come la quota dei giovani accademici pronta a fare la valigie e andar via, oggi, sia pari al 49 per cento: era il 38 per cento nel 2006.

Un laureato su tre non ha problemi a trasferirsi in un altro continente, uno su quattro accetta spostamenti frequenti. Il 52 per cento si dice disponibile a trasferire anche la residenza.

Solo il 3 per cento dei laureati analizzati, quota di residuo si percepisce, è contrario a qualsiasi tipo di trasferimento.

Quasi fosse un rituale, non trascorre giorno in cui il politico di turno, poco importa se sia una faccia molto o poco conosciuta, deprechi espressioni relative l’alto tasso di disoccupazione in cui siamo intagliati, naturalmente la frase si conclude con la relativa promessa di un piano da attuare con estrema immediatezza per sconfiggerlo.

Tra una promessa e l’altra intanto le Università continuano inesorabilmente a sfornare due tipologie di laureati: di massa e d’ élite.

Mentre i laureati di massa sono destinati a diventare futuri concorrenti di concorsi pubblici, spinti ad accettare mansioni poco soddisfacenti e per di più insufficientemente ricompensati, i laureati d’ élite, per mezzo di astuti metodi imprenditoriali, verranno presi in prestito da chi realmente si intende di “fenomeni” per essere inseriti negli alti piani della ricerca e retribuiti come è giusto che sia.

Ci si domanda a questo punto, cosa sarebbe accaduto se gli alti vertici d’oltreoceano non avessero effettuato le loro pratiche manageriali, ma credo che la risposta sia implicita al quesito posto: si sarebbe annoverato un altro numero tra i molteplici già compresi nell’immenso registro dei disoccupati, perché in Italia non c’è spazio per i cervelli.

Diffusa sembra essere l’idea di come la disoccupazione sia inscindibilmente connessa al nuovo millennio; in realtà la storia smentisce questa popolare correlazione.

Da sempre sono esistiti i disoccupati, già dalla prima metà del secolo i poveri meridionali guardavano agli Stati Uniti come unica fonte di realizzazione dei loro sogni: “andiamo in America, facciamo fortuna”.

Che poi la fortuna sia concretamente giunta è un altro discorso.

È innegabile che, tanto nel passato quanto nel presente, di un male difficilmente sanabile si tratti, ma io continuo ad avere l’impressione che coloro i quali ne parlano non sempre sappiano di cosa stanno parlando, quasi come a voler dire: “è sulla bocca di tutti, allora ne parlo anch’io”.

Quasi come uno slogan viene sponsorizzato da chi ha un particolare interesse a farlo proprio, magari per un certo tempo assedia i dicasteri per poi tornare ad essere un male incurabile di cui puntualmente nessuno si assume gli errori.

Tra disastri, errori ed orrori qualcuno ha il coraggio di affermare che: “va via solo chi vuole andar via… in fin dei conti in Italia non lavora solo chi non vuole ma il lavoro c’è”.

Inutile cercare di rispondere ad impronunciabili blasfemie… e forse si, il tasso di chi decide di andar via sarà sempre maggiore ma imbattibile resterà l’indice di coloro i quali pur potendo cambiare le sorti continuano ad innalzare i loro slogan noncuranti del male che arrecano a chi costretto deve lasciar tutto, abbandonare la terra natia, gli affetti, le certezze imprimendo nel cuore la sofferente illusione che forse un giorno in patria ritornerà… perché forse un giorno qualcuno armato di voglia di fare non pronuncerà ma attuerà il tanto invocato cambiamento.

 

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