La libertà di stampa

la libertà di stampa oggi non dovrebbe essere poter dire quello che si vuole, ma bensì raccontare la verità.

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Mi soffermo spesso sul termine la Libertà di Stampa, e più ci penso più mi accorgo che viviamo ormai in un mondo più bieco ed ottuso nonché misero rispetto a quello in cui fu coniato questo termine.

l’Articolo 21 della nostra Costituzione (1948) recita:

” Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili. In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo d’ogni effetto. La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica. Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.”

Ma quel tutti di allora a che società si riferiva?

A che strumenti faceva riferimento la nostra costituzione?

Ai giornali, agli scrittori, ai giornalisti, ai politici, a color che strutturavano il loro pensiero secondo regole del buon senso e della convivenza civile, a fonti certe, a notizie verificate, a possibilità di contraddittorio, a tempi precisi delle notizie, insomma ad un altro mondo.

Addirittura c’erano 24 ore per il sequestro di un giornale (ma anche solo 24 ore per tenerlo fermo), e questo a tutela di eventuali notizie che arrecassero danno immotivato o che violassero i diritti del pubblico ad avere notizie comprovate dai fatti, c’era un’etica della pubblicazione delle notizie (imperniata nel codice deontologico della professione giornalistica) che garantiva che nessuno si sarebbe permesso di fare uscire delle notizie senza averle verificate, a pena di gravi sanzioni ed addirittura di radiazione dall’ordine, massima pena morale per un giornalista.

L’articolo 2 della legge n. 69 del 3 febbraio 1963 sulla stampa:
«È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede. Devono essere rettificate le notizie che risultino inesatte e riparati gli eventuali errori. Giornalisti e editori sono tenuti a rispettare il segreto professionale sulla fonte delle notizie, quando ciò sia richiesto dal carattere fiduciario di esse, e a promuovere lo spirito di collaborazione tra colleghi, la cooperazione fra giornalisti e editori, e la fiducia tra la stampa e i lettori».

Lealtà, buona fede, verità, rettifica, fiducia, cosa che oggi non si trova tra le migliaia di notizie pubblicate ogni secondo.

Oggi una notizia sbagliata esce in tre secondi e rimane sul web per decenni, oggi chiunque può pubblicare una notizia che diventa paradossalmente tale indipendentemente dalla fonte, perché viviamo in un mondo talmente affamato di media che qualsiasi cosa “fa brodo”.

Oggi la Costituzione non avrebbe più l’articolo 21, ma ne dovrebbe avere almeno altri tre, uno sui diritti del pubblico di leggere cose vere, un’altro che impone ai giornalisti o presunti tali di citare non solo le fonti, ma anche chi non hanno sentito nello scrivere l’articolo (troppo spesso si parla di qualcuno senza averlo nemmeno consultato), ed infine l’ultimo che imponga a chiunque arrechi danno tramite informazioni di correggere al proprio errore nello stesso modo dimensionale in cui viene arrecato.

Oggi si legge solo la notizia cattiva: e già, oggi chi legge non ha interesse a sapere che c’è del bene nel mondo, vogliamo solo sapere se c’è qualcosa peggio di noi, se qualcuno è stato più cattivo, se in fondo in fondo noi siamo meglio di quello che siamo davvero.

Chi vive nella comunicazione lo sa benissimo ed i dati in nostro possesso lo confermano, facciamo un esempio:

abbiamo pubblicato una notizia su un senatore che non aveva titoli di studio 200.000 visite, abbiamo pubblicato la notizia del maestro di strada che vive per aiutare i ragazzi in difficoltà 20.000 visite.

Per carità, non che siano poche 20.000 visite, ma la differenza è notevole.

In fondo le Fake News sono il segno dei tempi e del decadimento morale di questo secolo, ma anche un pericoloso campanello d’allarme perché rappresentano l’insostenibile leggerezza sociale di oggi.

Questo mondo così veloce non ci lascia più il tempo di riflettere, il copia incolla parossistico dei giornali falsa qualsiasi comunicazione, il martellamento delle notizie ci lascia indifferenti all’umanità che le stesse sgretolano.

I mi piace, i click, le visite, tutto per aumentare la visibilità, tutto per guadagnare di più o sopravvivere in un mercato troppo cambiato e senza regole.

Certo che se devo verificare una notizia magari perdo qualche ora e così esce prima sulla concorrenza, poi google tiene in prima vista sul motore di ricerca quella uscita prima perché prende più click, quindi pubblichiamo poi al limite faremo una smentita se qualcuno ci dice qualcosa…

Questa è l’etica oggi, ma così si tradiscono i lettori, si tradisce lo spirito che lega la notizia al giornalista, al comunicatore, la fiducia che muove la coerenza di chi legge, ma sopratutto falsa i canali di comunicazione, li rende inutili, ne fuorvia i significati.

Forse dobbiamo anche riconoscere che oggi la verità non è più interessante, che abbiamo abituato le nuove generazioni a vivere in mondi virtuali con sfaccettature 3D e quindi la verità da sola non basta più per soddisfare i crescenti appetiti dei lettori, giovani o vecchi che siano, forse dobbiamo anche osservare che esiste una progressiva perdita di valori che ci lascia vuoti dentro e così dobbiamo riempirci di cose, dobbiamo sentirci pieni di qualcosa che sia però peggio di noi, proprio per poterci sentire meglio, per poter dire va beh, ma io non sono così cattivo, si io ho rubato ma lui di più, si è vero evado le tasse ma lui di più, si è vero tratto male i miei figli ma lui di più, si è vero sono insofferente su tutto ma lui di più…

Quel lui è la nostra salvezza, ci salva dal guardarci dentro e dal non trovarci, quel lui ci serve per poter rimanere convinti di essere brave persone, e lo cerchiamo ovunque pur di sfamare la nostra paura di non essere veri, autentici, quello che volevamo essere.

Quel lui lo troviamo nelle mille notizie false o magari anche vere ma che sono orrende, orribili, tragiche e che dovrebbero farci balzare sulla sedia, mentre invece ci danno tranquillità perché noi ci crediamo meglio.

Quel lui ha trasformato la libertà di stampa in necessità di dire qualsiasi cosa, in qualsiasi modo, purché subito, prima degli altri e possibilmente il più scabrosa possibile.

Inutile oggi parlare di libertà di stampa, inutile parlare di diritti se tutto è chiuso dentro il valore di un like, perdiamo un poco di tempo per ritrovare noi stessi ed i nostri valori, come persone, come comunità, come società, perdiamo tempo per aiutare i giovani a cercare la verità anche nel loro essere social, forse riusciremo anche a ritrovare la libertà di stampa, o quantomeno il suo significato.

 

Corrado Faletti

Direttore

 

 

 

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