Italia paese maschilista…

C’è ancora chi pensa che i figli arrivino con l’angelo del focolare, non con l’emancipazione femminile.

Infatti, siamo proprio noi, il Paese che fa meno figli al mondo, quelli che discriminano le donne sul lavoro, quelli che ancora oggi pensano che la cura dei figli sia affare esclusivo delle donne, quelli del maschio che procaccia il cibo e della femmina che accudisce la prole. 

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Ancora mi viene da ridere (amaramente però!) quando ripenso ad uno storico sketch di Zelig.

Una brava ragazza, assetata di conoscenza e motivata nello studio, rivendicava il suo diritto a farsi spazio nella vita, studiando prima, e lavorando dopo, perché “una donna intelligente, arriva dove vuole “.

Immancabilmente, il padre, maschilista e fallocrate, la zittiva, deprimendola ed umiliandola.

La figlia, soggetto intellettivo, affamato di cultura e di libertà, era sempre più criticata, ridicolizzata, e tutta la sua persona si riduceva ad un mero oggetto sessuale.

Ogni sogno di affermazione meritocratica culturale si convertiva in “Le chiappe devi mostrare!”.

Parole profetiche, tristemente profetiche!

In Italia, le donne sono le più istruite e le meno occupate. Sempre, intendendo quelle che non mostrano il loro lato B in televisione o sui social!

Secondo i dati del World Economic Forum, siamo primi al mondo per iscrizioni di donne all’università, ultimi in Occidente per partecipazione femminile al mercato del lavoro. In altre parole: stiamo buttando via la componente più istruita della popolazione. E poi ci chiediamo perché non si cresce.

Word Economic Forum, nel suo annuale rapporto sul Global Gender Gap, ci segnala infatti che siamo il primo paese al mondo per numero di donne che si iscrivono a percorsi di formazione terziaria, dall’università in su.

Ma siamo 118esimi su 140 – peggiori in Europa, peggiori in Occidente – per partecipazione femminile alla vita economica del Paese.

E, come se non bastasse, siamo 126esimi per parità di trattamento economico.

Per chi non l’avesse capito, in Italia, le donne, quelle che “le chiappe non le mostrano…” fanno una brutta fine. O non lavorano, o sono sotto pagate. Nel dettaglio: per ogni cento maschi iscritti all’università, ci sono 136 donne.

Il percorso di studi è completato dal 17,4% delle donne, contro il 12,7% dei maschi. E sono ancora donne il 60% circa dei laureati con lode.

Le donne si laureano di più e meglio, insomma.

E non è una novità.

Ma quando inizia la ricerca di un posto di lavoro, viene il bello.

Non solo in Italia si assiste sempre più ad un’inflazione del titolo di studio, ma non c’è proprio lavoro.

E, ironia della sorte, su 10 persone che, scoraggiate, smettono di cercare lavoro, sei sono donne!

La disoccupazione femminile è di tre punti percentuali più alta di quella maschile ed il part time, molto spesso imposto, riguarda il 40% delle lavoratrici contro il 16% dei lavoratori!

Ed una donna che non lavora, o lavora poco e male, rinuncia al suo sacrosanto diritto alla maternità. Una donna che ha studiato, sognando cultura e libertà, non accetta di stare a casa, a fare figli, mantenuta dal marito!

E’così facile da capire! L’Italia è il paese occidentale con il più basso indice demografico.

Allora, un consiglio, ai nostri cervelloni politici. Nel Paese che cresce meno di tutto l’Occidente mettete come primo punto all’ordine del giorno di un consiglio dei ministri o di tutte le tavole rotonde la questione lavorativa femminile.

Forse, per far ripartire l’Italia, bisogna far lavorare le donne. Iniziamo a mettere al lavoro la parte più istruita della popolazione. Sono i numeri che parlano: secondo l’agenzia europea Eurofound il costo complessivo per l’Italia della sottoutilizzazione del capitale umano femminile è pari a 88 miliardi di euro, cioè al 5,7% del Pil, il 23% di tutta la ricchezza persa in Europa a causa della discriminazione di genere.

Mettiamo al lavoro le donne, garantiamo loro paghe e percorsi di carriera all’altezza di quelli dei loro colleghi maschi e, forse, possiamo combattere il calo demografico italiano. Anche in questo caso, sono i dati a dirlo.

In tutta Europa, è il secondo stipendio che permette alle famiglie di pensare di fare quel secondo figlio che garantirebbe la sostenibilità del nostro sistema sociale. Viceversa, un mondo del lavoro in cui se rimani incinta sei licenziata, o se ti va bene congelata a mansioni di basso livello, è il miglior incentivo alle culle vuote.

In Italia siamo indietro culturalmente, cioè, convinti del contrario!

C’è ancora chi pensa che i figli arrivino con l’angelo del focolare, non con l’emancipazione femminile.

Infatti, siamo proprio noi, il Paese che fa meno figli al mondo, quelli che discriminano le donne sul lavoro, quelli che ancora oggi pensano che la cura dei figli sia affare esclusivo delle donne, quelli del maschio che procaccia il cibo e della femmina che accudisce la prole.

Basta guardare la tutela politica della genitorialità per averne la conferma.

La Francia, il Paese più prolifico d’Europa, garantisce sei mesi di congedo parentale per entrambi i genitori e il 40% dei bimbi sotto i 2 anni ha posto in un servizio per l’infanzia.

In Spagna i padri possono beneficiare già oggi di 35 giorni di congedo parentale alla nascita del figlio, e presto si arriverà alla parità totale: 16 settimane a testa, tra padre e madre.

In Italia, invece, hanno pure provato a dimezzare di nuovo il congedo di paternità da 5 a 2 giorni.

Perché, tanto, i nostri guai sono tutti colpa dell’Europa.

E di chi, in Italia, si ostina a non mostrare le chiappe…

 

Antonella Ferrari

 

 

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