Agosto 10, 2026

i’ve had a dream … seconda parte

Parte seconda
L’Amazzone, gli Immortali e il boschetto dei Compari
Nel secondo atto del sogno, si riprende la ricerca come un moderno Don Chisciotte. Incontra un’Amazzone alla guida di un esercito improbabile, attraversa il regno invisibile dei burocrati immortali e giunge nel boschetto dove compari e comari coltivano il consenso per conto dei loro protettori. Ma, quando la lanterna sembra sul punto di spegnersi, una visione gli rivela che il viaggio non è ancora terminato…

il sogno di faletti parte seconda

L’ultimo uomo nella foresta del potere

Un racconto del direttore Corrado Faletti (seconda parte)

 

 

Il ramo si spezzò dietro di me.

Mi voltai di scatto, sollevando la lanterna come una spada.

Non possedevo altro con cui difendermi, a parte qualche convinzione ormai consunta, una discreta conoscenza della storia e quella forma d’incoscienza che, in Italia, viene spesso scambiata per coraggio fino al momento in cui qualcuno presenta il conto.

Dal folto degli alberi emerse una figura.

Era alta, fiera, avvolta in un mantello scuro.

Indossava un’armatura che sembrava costruita assemblando pezzi provenienti da epoche diverse.

Un elmo greco, una corazza romana, stivali ottocenteschi e una fascia tricolore portata con l’autorità di chi non aveva ancora deciso se rappresentasse un’istituzione, una promessa elettorale o una prenotazione per il buffet.

In una mano reggeva una lancia.

Nell’altra teneva un telefono cellulare.

Dietro di lei avanzava una processione interminabile di uomini, donne, segretari, consiglieri, esperti, consulenti, aspiranti esperti, esperti degli aspiranti e consulenti incaricati di spiegare agli esperti che cosa avrebbero dovuto consigliare.

Pareva un esercito.

A guardarlo meglio, sembrava un convegno.

A guardarlo ancora meglio, era certamente una lista elettorale.

L’Amazzone si fermò davanti a me.

«Sei tu l’uomo della lanterna?»

«Sono l’uomo che cerca l’uomo».

«Ottimo slogan», rispose. «Chi te lo cura?»

Le spiegai che non era uno slogan.

Era una ricerca. Cercavo qualcuno che non desiderasse il mio voto, perché soltanto chi non vive per essere eletto può forse conservare la libertà necessaria per servire il Paese.

L’Amazzone scoppiò a ridere.

La risata attraversò la foresta, fece tremare le foglie e svegliò un addetto stampa che dormiva in piedi dietro un cespuglio.

«Tu vuoi combattere la politica con la purezza?»

«Vorrei almeno provarci».

«E io vorrei attraversare il Mediterraneo sopra una carriola. Le probabilità sono simili, ma la carriola costa meno».

Mi guardò con un misto di pietà e divertimento. Dovevo apparirle come un cavaliere errante arrivato fuori tempo massimo, privo di cavallo, scudiero e collegio sicuro.

Mi presentai.

Lei abbassò appena la lancia.

«Mi chiamano l’Amazzone delle Mille Intese».

«Perché hai stretto mille alleanze?»

«No. Perché ho promesso mille intese. Quelle effettivamente rispettate sono state sette, ma il nome completo risultava meno epico».

Dietro di lei il caravanserraglio continuava a disporsi lungo il sentiero.

Il primo della fila era un uomo piccolo e rotondo che portava al collo dodici medaglie.

Le osservai da vicino. Una commemorava la sua partecipazione a un’inaugurazione. Un’altra certificava la presenza a una cena. La terza gli era stata concessa per aver consegnato la quarta.

Seguiva un antico consigliere comunale che raccontava di aver conosciuto personalmente Garibaldi, anche se dai documenti risultava nato nel 1968.

Accanto a lui procedeva una giovane influencer incaricata dei rapporti con la memoria storica.

Non conosceva alcun avvenimento precedente alla nascita di Instagram, ma possedeva un seguito considerevole e questo, mi fu spiegato, compensava ampiamente la caduta dell’Impero romano.

Poi veniva un professore che non aveva studenti, un generale che non aveva mai comandato, un economista che non aveva mai pagato un dipendente, un ambientalista trasportato da un’automobile di grossa cilindrata e un paladino della meritocrazia che aveva collocato quattro parenti nella propria segreteria.

Chiudeva il gruppo un uomo con una grande pergamena arrotolata.

«Chi è?» domandai.

«Il cugino dell’Amazzone», mi risposero.

«E che cosa porta?»

«Un riconoscimento».

«Per quali meriti?»

«Essere il cugino dell’Amazzone».

La risposta era talmente lineare che quasi provai vergogna per aver posto la domanda.

L’Amazzone intuì il mio pensiero.

«Non guardarmi così, uomo della lanterna. Anche gli eroi hanno una famiglia».

«Certamente. Il problema comincia quando anche la famiglia pretende di essere eroica per parentela».

Lei appoggiò la lancia a terra.

«Tu ragioni come chi non ha mai dovuto governare. Credi che basti avere ragione. Ma la ragione senza voti è una predica pronunciata in una stanza vuota. Per cambiare le cose occorre il potere. Per ottenere il potere occorrono alleanze. Per costruire alleanze occorre accettare persone che, in condizioni normali, non inviteresti nemmeno a giocare a tombola».

Rimasi in silenzio.

L’Amazzone aveva toccato il punto più doloroso della politica.

Il bene, per diventare azione, deve attraversare il territorio imperfetto del consenso.

Una decisione giusta che nessuno può realizzare resta una nobile intenzione. Un progetto puro che non raccoglie sostegno diventa un elegante manoscritto chiuso in un cassetto.

Anche il miglior comandante ha bisogno di un esercito.

E gli eserciti, purtroppo, non sono composti soltanto da eroi.

Ci sono i coraggiosi, gli incerti, gli opportunisti, gli ambiziosi, i fedeli, i traditori in attesa dell’occasione e quelli che arrivano quando la battaglia è già vinta per farsi fotografare vicino alla bandiera.

Il problema non è dunque allearsi.

Il problema è sapere fino a dove sia possibile farlo senza diventare identici a coloro con i quali ci si allea.

«Esiste un limite?» domandai.

L’Amazzone abbassò lo sguardo.

Per la prima volta il suo volto perse l’espressione guerriera.

«Il limite esiste sempre. Il difficile è ricordarsene quando la vittoria sembra vicina».

«E i riconoscimenti ai parenti?»

«Quelli non sono alleanze».

«E che cosa sono?»

«Debolezze».

«Dunque li riconosci».

«Riconoscere una debolezza è più facile che rinunciarvi».

Quella risposta mi colpì più di quanto avrei voluto ammettere.

L’Amazzone non era l’uomo che cercavo, anche perché era una donna e la grammatica della mia metafora cominciava a mostrare limiti più gravi della legge elettorale. Tuttavia non era neppure una creatura interamente falsa.

Possedeva una qualità rara.

Conosceva le proprie contraddizioni.

Molti politici ne hanno altrettante, ma preferiscono chiamarle evoluzioni, mediazioni, responsabilità istituzionali o mutate condizioni del quadro generale.

È straordinario quanto diventi lungo il vocabolario quando bisogna evitare la parola “incoerenza”.

L’Amazzone mi propose di unirmi al suo seguito.

«Potresti diventare il Custode della Lanterna».

«Che cosa dovrei fare?»

«Illuminare il cammino».

«E se vedessi qualcosa di sbagliato?»

«Dovresti spegnere la lanterna».

Rifiutai.

Mi salutò con rispetto. Poi diede ordine al caravanserraglio di riprendere il cammino.

La vidi allontanarsi insieme al generale senza battaglie, al professore senza studenti, al meritocratico con i parenti e all’influencer della memoria storica. Per qualche istante provai persino simpatia per lei.

In fondo guidare quel gruppo doveva essere più difficile che attraversare Troia sopra un monopattino.

Ripresi il sentiero.

La foresta diventava sempre più buia. Gli alberi si stringevano attorno a me come le pareti di un ministero. Dai rami pendevano fascicoli, circolari e decreti. Ogni foglia portava un numero di protocollo. Persino il vento sembrava avere bisogno di un’autorizzazione preventiva per attraversare il bosco.

A un certo punto udii un lamento.

Poi un altro.

Dalle tenebre cominciarono a emergere ombre alte e lugubri.

Avanzavano lentamente, coperte da lunghe vesti grigie. Non avevano volto. Al posto degli occhi portavano timbri. Al posto delle mani avevano cartelline.

Pensai di essere entrato nel regno dei morti.

«Chi siete?» gridai.

Le ombre si fermarono.

Una di esse sollevò una cartella di pelle umana, o forse ministeriale, che nel sogno sembravano materiali equivalenti.

«Noi siamo gli Immortali».

«Gli dèi?»

«Molto di più. Siamo i dirigenti apicali».

Mi inchinai per prudenza.

In Italia si può sopravvivere all’ira degli dèi, ma difficilmente a una nota interpretativa firmata da un dirigente che conosce il regolamento meglio di chi lo ha scritto.

Quelle creature abitavano il cuore più oscuro della foresta. I ministri passavano. Loro restavano. I governi cadevano. Loro avanzavano di livello. Le maggioranze cambiavano colore, composizione e promesse. Loro custodivano gli archivi, controllavano le procedure e conoscevano l’unica magia capace di sconfiggere qualsiasi volontà politica.

Il rinvio.

Un ministro poteva annunciare una riforma davanti a cento telecamere. Un dirigente poteva seppellirla con una richiesta di approfondimento composta da tre righe.

Un governo poteva promettere una rivoluzione. Gli Immortali potevano trasformarla in un tavolo tecnico.

Un Parlamento poteva approvare una legge.

Loro potevano renderla inoffensiva attraverso una circolare che nessun cittadino avrebbe letto e che tutti gli uffici avrebbero applicato.

«Dunque siete voi a comandare?» domandai.

L’ombra più alta ebbe un fremito. Forse stava sorridendo.

«Noi non comandiamo mai».

«E allora che cosa fate?»

«Interpretiamo».

«E qual è la differenza?»

«Chi comanda risponde delle decisioni. Chi interpreta decide senza rispondere».

Compresi di trovarmi davanti alla forma più evoluta del potere.

Il potere visibile cerca il consenso. Quello invisibile cerca la continuità.

Il primo deve affrontare le elezioni. Il secondo sopravvive a ogni risultato.

Il politico ha bisogno dei cittadini.

L’apparato ha bisogno soltanto che i cittadini continuino a credere che sia il politico a comandare.

Le ombre si muovevano tra gli alberi sussurrando nomi. Alcune indicavano candidati, altre favorivano carriere, altre ancora facevano comprendere, con la discrezione propria dei poteri antichi, chi sarebbe stato opportuno sostenere affinché nulla cambiasse davvero.

Non chiedevano apertamente il voto.

Lo orientavano.

Non facevano campagna elettorale.

Creavano le condizioni perché venissero eletti coloro che non avrebbero disturbato l’ordine della foresta.

«Perché lo fate?» domandai.

La creatura delle cartelline si avvicinò alla mia lanterna. La fiamma illuminò per un momento il suo volto. Non era un mostro. Era un uomo stanco, ben nutrito e prudentemente decorato.

«Per difendere la stabilità».

«La stabilità del Paese?»

«Non esageriamo. La nostra».

Dietro di lui intravidi scrivanie, automobili, incarichi, commissioni, consulenze, indennità e regalie accumulate come i tesori di un drago burocratico.

Non erano necessariamente illegittime. Era persino peggio. Erano perfettamente regolamentate da norme scritte, interpretate e custodite dagli stessi soggetti che ne beneficiavano.

Sollevarono le cartelline contro di me.

«Spegni la lanterna».

«Perché?»

«La luce produce trasparenza».

«La trasparenza è prevista dalla legge».

«Certamente. Deve però essere richiesta sul modulo corretto».

«Dove posso trovarlo?»

«Sul portale».

«E il portale?»

«Temporaneamente non disponibile».

Fuggii.

Correvo nella foresta con la toga sollevata fino alle ginocchia, inseguito da una schiera di dirigenti apicali che lanciavano contro di me pareri, visti, nulla osta e richieste di integrazione documentale.

Uno di loro tentò di colpirmi con un regolamento di quattrocento pagine.

Mi salvai perché neppure lui era riuscito a comprenderlo.

Attraversai un torrente, saltai sopra un tronco e mi rifugiai in un piccolo bosco illuminato da centinaia di lumini colorati.

Credevo di essere al sicuro.

Mi sbagliavo.

Avevo raggiunto il Boschetto delle Comari e dei Compari.

Non erano soltanto donne e non erano soltanto uomini. Erano una specie politica distinta, priva di sesso, età e opinioni personali. Vivevano nei sottoboschi dei partiti, delle istituzioni, delle associazioni e delle fondazioni. Si nutrivano di approvazione e potevano sopravvivere per anni pronunciando soltanto tre frasi.

«Presidente, lei ha perfettamente ragione».

«È esattamente quello che stavo per dire».

«Dobbiamo assolutamente comunicarlo sui social».

Mi circondarono.

Alcuni portavano spille con il volto del proprio protettore. Altri indossavano magliette con slogan che cambiavano a seconda del sondaggio della settimana. Molti tenevano il telefono davanti al viso, pronti a registrare qualsiasi frase del capo e a diffonderla come se fosse stata appena consegnata all’umanità sul monte Sinai.

«Vota il nostro leader!» gridò una comare.

«È l’unico che può salvare il Paese!» aggiunse un compare.

«Da che cosa?»

Si guardarono confusi.

La domanda non era prevista nel materiale informativo.

Uno consultò rapidamente il telefono.

«Da quelli di prima».

«Ma il vostro capo governava anche prima».

«Allora da quelli che governavano insieme a lui».

«Ma siete ancora alleati».

«È una coalizione responsabile».

«E contro chi combattete?»

«Contro chi critica la coalizione».

Il boschetto esplose in un applauso.

Ogni compare invocava il voto per il proprio protettore. Ogni comare raccontava di conoscerlo personalmente. Tutti avevano cenato con lui, parlato con lui, ricevuto da lui una telefonata decisiva.

«Mi ha detto che sono importante», dichiarò uno.

«Anche a me», disse un altro.

«Anche a me».

«Anche a me».

Mi resi conto che il leader aveva detto a tutti la stessa cosa. Ma ciascuno era convinto di essere l’unico.

Era quello il vero prodigio della politica personale. Trasformare una frase collettiva in un’illusione privata. Convincere mille gregari di essere indispensabili, affinché nessuno si accorgesse che erano tutti perfettamente sostituibili.

«Qual è il pensiero del vostro capo?» chiesi.

«Quello giusto».

«E quale sarebbe?»

«Quello che ha espresso ieri».

«Ma oggi ha detto il contrario».

Il più anziano dei compari avanzò con aria sapiente.

«Questo dimostra che sa adattarsi alle circostanze».

«Se domani tornasse alla posizione di ieri?»

«Dimostrerebbe di avere radici profonde».

«E se non prendesse alcuna decisione?»

«Sarebbe prudente».

«E se decidesse male?»

«Sarebbe stato consigliato male».

«E se decidesse bene?»

«Sarebbe merito esclusivamente suo».

Fu allora che compresi che non avrei mai potuto vincere.

Non si può discutere con chi ha rinunciato al pensiero per trasformare la fedeltà in un mestiere. La ragione ha bisogno del dubbio. Il comparaggio politico, invece, vive di certezze concesse in comodato d’uso dal protettore.

Le comari e i compari non difendevano idee.

Difendevano l’accesso.

Una telefonata ricevuta, una fotografia pubblicata, un posto a tavola, una candidatura promessa, un incarico possibile.

Il loro entusiasmo non nasceva dalla visione del Paese, ma dalla speranza di essere ammessi qualche metro più vicino al centro del potere.

Ognuno gridava il nome del proprio padrone.

Nessuno pronunciava la parola “Italia”.

Sentii allora la mia lanterna diventare pesante.

Per un istante desiderai spegnerla.

Forse Diogene aveva smesso di cercare l’uomo non perché lo avesse trovato, ma perché aveva terminato l’olio.

Forse Don Chisciotte aveva ragione a scambiare i mulini per giganti.

Almeno i giganti potevano essere combattuti. I mulini della politica italiana, invece, producono vento, distribuiscono farina agli amici e spiegano che ogni pala è indispensabile alla democrazia.

Mi inginocchiai.

Il boschetto delle comari svanì lentamente. Le voci si fecero lontane. Gli alberi scomparvero nella nebbia. La lanterna tremò, emise un ultimo bagliore e si spense.

Rimasi al buio.

Non so per quanto tempo.

Poi, dal cielo, scese una luce.

Non era la luna. Non era il sole. Non proveniva da alcun punto visibile. Illuminò la foresta senza cancellarne le ombre. Davanti a me apparve una grande pianura e, oltre la pianura, una montagna.

Sulla cima ardeva una fiamma.

Accanto alla fiamma c’era una figura.

Non riuscivo a distinguerne il volto, ma sentii che mi stava osservando.

Una voce attraversò la valle.

«Hai cercato colui che non vuole il tuo voto. Hai incontrato chi accetta alleanze per governare, chi governa senza essere eletto e chi vive per servire il potente. Ma non hai ancora incontrato il più pericoloso di tutti».

«Chi è?» domandai.

La figura sollevò un braccio.

La pianura si riempì di migliaia di persone. Non portavano bandiere, non indossavano armature, non avevano cartelline né spille. Erano uomini e donne comuni. Stavano fermi, immobili, con le mani lungo i fianchi.

«Colui che potrebbe cambiare ogni cosa e ha deciso di non fare nulla».

La luce divenne abbagliante.

Vidi una scala comparire sul fianco della montagna. Ogni gradino portava una parola.

Coraggio.

Responsabilità.

Rinuncia.

Verità.

Sacrificio.

Sull’ultimo gradino non era scritto nulla.

La figura sulla cima mi indicò la strada.

Poi udii nuovamente il rumore dell’acqua. Il fiume della prima notte ricomparve ai miei piedi. La lanterna spenta si accese da sola. Ma questa volta la fiamma non illuminò il mio volto.

Illuminò una moltitudine dietro di me.

Mi voltai.

La foresta intera era piena di uomini e donne che reggevano una lanterna uguale alla mia. Nessuno parlava. Nessuno chiedeva il voto. Nessuno applaudiva.

Aspettavano.

Forse aspettavano un comandante.

Forse aspettavano un segnale.

O forse aspettavano che qualcuno smettesse di cercare l’uomo giusto e trovasse finalmente il coraggio di diventarlo.

Feci il primo passo verso la montagna.

In quel momento, dalla sua cima, arrivò il suono di una campana.

Una volta.

Due volte.

Alla terza, il sogno cambiò ancora.

Ma questa, caro lettore, è una battaglia che non posso raccontarti adesso.

Abbiamo attraversato insieme la foresta delle alleanze, il regno degli Immortali e il boschetto dei Compari. Ci resta l’ultima salita.

È lassù che scopriremo chi si nasconde dietro la luce.

È lassù che dovremo decidere se il voto sia ancora una scelta, una delega, un’illusione oppure un atto di responsabilità.

Ed è lassù che il cercatore dovrà affrontare l’ultimo uomo.

Quello che, sin dall’inizio, camminava accanto a lui senza essere visto.

 

Arrivederci alla terza e ultima parte del sogno.

 

I’ve had a dream…

 

Il Governo dei compiti non svolti

La legge non è una clava. E questo governo sembra averlo dimenticato

La falsa democrazia dei partitelli e dei camerieri del capo.

 

Autore

  • Direttore responsabile Betapress.it

    Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.


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