I’ve had a dream…
Cerco qualcuno che non voglia il mio voto, questa è la storia che voglio raccontarvi.
Il paradosso della politica contemporanea è semplice e feroce. Chi desidera troppo essere eletto, quasi sempre desidera il potere più di quanto desideri servire il Paese. Per questo ho deciso di cercare un uomo che non voglia il mio voto. Forse è l’unico al quale potrei affidarlo con animo tranquillo.
L’Ultimo Uomo nella Foresta del Potere
Il sogno di chi attraversò la notte della Repubblica con una lanterna, cercando qualcuno che non volesse essere votato.
un racconto del direttore Corrado Faletti
Questa notte, cari amici, ho fatto un sogno.
Non uno di quei sogni rassicuranti nei quali l’Italia funziona, i treni arrivano, gli ospedali curano, la scuola insegna e i parlamentari conoscono almeno la Costituzione sulla quale giurano.
Quelli non sono sogni. Sono fantascienza.
Ho sognato, invece, di camminare in una foresta.
Era una foresta immensa, buia, umida. Gli alberi erano così alti che i rami si intrecciavano sopra la mia testa, impedendo alla luna di illuminare il sentiero.
Portavo con me una vecchia lanterna. Non una torcia moderna, non uno di quegli oggetti elettronici che si scaricano proprio quando servono.
Era una lanterna antica, pesante, con una piccola fiamma che resisteva al vento.
Camminavo come un novello Diogene.
Ma non cercavo semplicemente l’uomo.
Cercavo qualcuno che non volesse essere votato.
Qualcuno che, vedendomi arrivare con in mano la scheda elettorale, non mi sorridesse immediatamente. Qualcuno che non mi abbracciasse senza conoscermi. Qualcuno che non chiamasse “amico” ogni essere umano provvisto di tessera elettorale.
Qualcuno che non avesse già preparato una fotografia con le maniche della camicia arrotolate, lo sguardo rivolto verso l’orizzonte e una frase sulla rinascita del Paese scritta da un consulente pagato profumatamente.
Volevo trovare un uomo al quale offrire il mio voto e sentirmi rispondere:
«Prima dimmi che cosa pretendi da me. Poi dimmi se sei disposto a fare la tua parte. Infine vedremo se sono degno della tua fiducia».
Sarebbe bastata quella frase.
Avrei aperto le braccia, commosso. Avrei probabilmente votato quell’uomo senza nemmeno chiedergli a quale partito appartenesse. Perché un uomo capace di rifiutare il consenso prima di averne verificato la responsabilità sarebbe già, nell’Italia contemporanea, una creatura mitologica.
Continuai a camminare.
La foresta era piena di voci.
Da dietro un albero comparve il primo candidato. Aveva una giacca perfetta, un sorriso lucidato e un seguito di persone incaricate di applaudirlo. Mi disse che avrebbe ascoltato tutti.
Gli domandai se avesse mai ascoltato qualcuno che non fosse d’accordo con lui.
Scomparve.
Poco più avanti incontrai una donna che prometteva di cambiare tutto. Le chiesi che cosa avesse fatto negli ultimi vent’anni, durante i quali aveva occupato incarichi, attraversato partiti, cambiato alleanze e spiegato agli italiani che ogni nuovo approdo rappresentava una scelta di coerenza.
Mi rispose che non era il momento delle polemiche.
Poi mi chiese il voto.
Proseguii.
Un uomo con una grande bandiera mi assicurò che avrebbe salvato la Patria. Gli domandai da chi. Cominciò a elencare nemici, invasori, burocrati, intellettuali, giornalisti, professori, magistrati, tecnici, poveri, ricchi, giovani che non lavorano e anziani che vivono troppo.
Gli feci notare che, terminato l’elenco, della Patria non rimaneva più nessuno.
Mi accusò di essere un disfattista.
Un altro portava al collo una sciarpa rossa e parlava continuamente degli ultimi. Gli chiesi quando fosse stata l’ultima volta che aveva parlato con uno di loro senza fotografi, senza telecamere e senza l’ufficio stampa.
Si offese.
Anche lui, però, volle il mio voto.
La foresta diventava sempre più fitta. A ogni passo incontravo salvatori della nazione, liberatori del popolo, interpreti autentici della volontà collettiva.
Nessuno sembrava avere dubbi.
Nessuno pronunciava le parole “non lo so”. Nessuno confessava di dover studiare un problema prima di proporne la soluzione.
Tutti avevano una risposta.
Soprattutto alle domande che nessuno aveva posto.
Mi accorsi che quella foresta non era popolata da statisti. Era abitata da venditori. Alcuni vendevano paura, altri speranza. Alcuni nostalgia, altri futuro. Altri ancora vendevano rabbia confezionata in comodi slogan da trenta secondi. Cambiava il prodotto, non il mestiere.
Ognuno cercava il mio consenso.
Nessuno cercava il bene.
Eppure la differenza dovrebbe essere evidente.
Chi cerca il consenso si domanda che cosa la gente voglia sentirsi dire. Chi cerca il bene si domanda che cosa sia necessario fare, anche quando la risposta è scomoda.
Chi cerca il consenso segue i sondaggi. Chi cerca il bene segue la propria coscienza, la competenza e l’interesse generale.
Chi cerca il consenso promette una strada facile. Chi cerca il bene ha il dovere di indicare anche le salite, i sacrifici e il prezzo delle decisioni.
Chi cerca il consenso pensa alla prossima elezione. Chi cerca il bene dovrebbe pensare alla prossima generazione.
È questo il punto nel quale la politica contemporanea ha smesso di essere politica ed è diventata pubblicità. Non abbiamo più rappresentanti. Abbiamo prodotti elettorali. Non ascoltiamo programmi. Assistiamo a campagne di posizionamento. Non scegliamo tra visioni del mondo. Confrontiamo slogan, posture, fotografie e capacità di occupare lo spazio televisivo.
Il politico moderno non deve necessariamente sapere.
Deve sembrare.
Non deve conoscere la complessità dello Stato. Deve saper pronunciare frasi semplici sopra problemi complicatissimi. Non deve costruire una classe dirigente. Deve circondarsi di persone che non gli facciano ombra. Non deve allevare successori. Deve selezionare cortigiani. Non deve risolvere le emergenze. Deve imparare a raccontarle in modo da attribuirne la colpa a chi c’era prima, a chi sta altrove o a chi non può rispondere.
La sua vera ossessione non è governare.
È essere rieletto.
E un uomo ossessionato dalla propria rielezione non può essere libero. È prigioniero del sondaggio, del partito, della corrente, del finanziatore, dell’algoritmo, dell’applauso e della paura di perdere il privilegio acquisito.
Per questo cerco qualcuno che non voglia il mio voto.
Cerco una persona che abbia già una vita prima della politica e che sia disposta a riprenderla dopo. Una persona che consideri l’incarico pubblico un servizio temporaneo e non una pensione esistenziale. Qualcuno che non abbia bisogno di essere chiamato onorevole per sentirsi degno di rispetto.
Cerco chi sia capace di dire no anche ai propri elettori.
Non per arroganza, ma perché governare significa anche impedire al popolo di danneggiare sé stesso quando viene sedotto da soluzioni comode, immediate e disastrose. La democrazia non consiste nel chiedere continuamente alla folla che cosa desideri. Consiste nel trasformare la volontà popolare in responsabilità storica, attraverso persone preparate, coscienti e capaci di rispondere delle conseguenze.
Il popolo non ha sempre ragione.
Ha però sempre il diritto di essere rispettato.
E rispettare il popolo non significa lusingarlo. Significa dirgli la verità.
Anche quando quella verità costa voti.
Continuavo a sollevare la lanterna verso i volti che incontravo. La luce, però, produceva uno strano effetto. Da lontano sembravano tutti nobili, fieri, determinati. Appena la fiamma li illuminava da vicino comparivano le crepe.
Dietro le parole “servizio” vedevo l’ambizione.
Dietro la parola “popolo” vedevo il collegio elettorale.
Dietro la parola “Patria” vedevo una poltrona.
Dietro la parola “rinnovamento” vedevo il solito gruppo di amici in attesa di una nomina.
A un certo punto incontrai un giovane seduto sopra un tronco. Non aveva bandiere, spille o manifesti. Pensai di averlo finalmente trovato.
Gli domandai se volesse il mio voto.
Mi rispose di no.
Il cuore mi si riempì di speranza.
Finalmente un uomo disinteressato. Finalmente qualcuno che non si fosse messo in vendita. Finalmente una persona alla quale consegnare la mia fiducia senza sentirmi complice della solita farsa.
Gli chiesi che cosa avrebbe fatto per il Paese.
Alzò le spalle.
«Nulla. Non mi interessa».
Compresi allora che anche il disinteresse ha due facce. Esiste quello nobile di chi non cerca il potere e quello miserabile di chi non vuole assumersi alcuna responsabilità. Il primo può diventare servizio. Il secondo diventa indifferenza.
Ripresi il cammino.
La notte avanzava e la fiamma della lanterna si faceva più debole.
Cominciai a temere che l’uomo che cercavo non esistesse. Forse era stato espulso dalla politica molto tempo prima. Forse aveva tentato di entrarvi ed era stato respinto perché non possedeva pacchetti di voti. Forse aveva rifiutato di obbedire al capo e non era stato ricandidato. Forse aveva studiato troppo per risultare simpatico, parlato troppo chiaramente per risultare eleggibile e conservato troppa dignità per sopravvivere in una struttura fondata sulla fedeltà personale.
Forse viveva ancora nella foresta, nascosto e disgustato.
Oppure, pensiero ancora più terribile, forse aveva smesso di credere che valesse la pena farsi trovare.
Il sentiero terminò improvvisamente davanti a un fiume.
Mi sedetti sulla riva. Ero stanco. Avevo attraversato l’intera foresta del consenso senza trovare un uomo che non volesse essere votato e fosse, nello stesso tempo, disposto a servire.
Posai la lanterna accanto a me.
L’acqua scorreva lentamente. La sua superficie era nera, quasi immobile. La luce della fiamma disegnò un cerchio tremante sul fiume.
Mi sporsi.
Per un istante credetti di scorgere finalmente qualcuno dall’altra parte.
Alzai la lanterna.
La figura alzò la propria.
Mi avvicinai all’acqua.
Anche lui si avvicinò.
Solo allora compresi che non c’era nessuno sull’altra riva.
L’unico uomo illuminato dalla mia lanterna ero io.
Rimasi a fissare il mio volto riflesso nel fiume, con una domanda che non avevo previsto e alla quale, forse, non ero ancora pronto a rispondere.
Se l’uomo che cerchiamo non si trova, possiamo continuare a lamentarci della sua assenza?
Oppure arriva un momento nel quale chi porta la lanterna deve smettere di cercare e accettare il rischio di essere trovato?
La fiamma ebbe un sussulto.
Poi, dietro di me, nella foresta, sentii spezzarsi un ramo.
Qualcuno stava arrivando.
Fine della prima parte
Lettera ad Eugenio: guida la tua nave verso la verità! Sempre!
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