Joker, un angelo demoniaco o un demone angelicato?

Joker, personaggio del mondo dei fumetti, acerrimo nemico di Batman, è però solo il nome d’arte di Arthur Fleck, un personaggio in carne ed ossa (più ossa che carne considerato che Joaquin Phoenix ha dovuto dimagrire di 23 chili per interpretarlo!).

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Joker, Leone d’oro alla scorsa Mostra del cinema di Venezia, è scritto e diretto da Todd Phillips (conosciuto al grande pubblico per Una notte da leoni) e magistralmente interpretato da Joaquin Phoenix, attore quarantacinquenne di origini portoricane, già noto per aver interpretato il ruolo del figlio dell’imperatore nel Gladiatore.

Joker, personaggio del mondo dei fumetti, acerrimo nemico di Batman, è però solo il nome d’arte di Arthur Fleck, un personaggio in carne ed ossa (più ossa che carne considerato che Joaquin Phoenix ha dovuto dimagrire di 23 chili per interpretarlo!).

Il film racconta la storia del protagonista, Arthur, un uomo intriso di disagi fisici e psichici. Un uomo solo e malato, vittima di una società a sua volta malata, ma anche ipocrita e violenta.

Un uomo, Arthur, che purtroppo sfiora, nella finzione cinematografica, l’alienazione contemporanea dell’Uomo di sempre, ma soprattutto dell’uomo dei nostri giorni.

Solitudine, incomprensione e degrado incorniciano la quotidiana storia di un reietto, costretto a fare il clown di giorno, sognando però di diventare attore di cabaret, la notte.

Un tipo strano, un fumatore incallito, dalla risata compulsiva che lo isola ancor più dagli altri. Un uomo senza una donna vera, morbosamente legato alla madre, ma anche impegnato a scavare nel proprio disagio e nella propria fatica di vivere.

Sin dalle prime scene, il protagonista, Arthur/Joker, ci appare vittima delle azioni, violente, degli altri (la gang di bulli che gli ruba il cartello e lo massacra di calci e pugni).

Arthur si presenta come un uomo solo che non riesce a difendersi dalle accuse ingiuste del capo.

Ma anche come un figlio premuroso che subisce il disagio di una madre-bambina sempre bisognosa di cure.

E’ pure un uomo rassegnato, che si spegne giorno dopo giorno, risalendo la stessa scala, metafora della vita degradata che conduce.

Ed è pure spettatore di sé stesso, costretto com’è ad allontanarsi sempre più dai suoi sogni.

Però, Arthur (e qui sta l’abilità dello sceneggiatore Scott Silver), scena dopo scena, si propone allo spettatore come uno di noi, quando, in balìa delle circostanze avverse della vita, ci siamo sentiti soli, avvolti soltanto dal menefreghismo di chi ci sta intorno o dall’abbandono delle istituzioni apparentemente sociali.

Del resto, per lo spettatore è facile identificarsi con il protagonista.

Infatti, alzi la mano chi di noi, almeno una volta nella vita, non è stato incolpato ingiustamente, per qualcosa di cui non era responsabile?

O chi di noi non ha avuto un genitore manchevole, di cui ha dovuto farsi carico, in un’inversione di ruoli esistenziali? Oppure, chi non è stato ridicolizzato da un collega maligno o non si è sfogato nel fumo compulsivo?

Chi di noi, non si è mai sentito strano, incompreso, bisognoso di aiuto, obbligato ad indossare una maschera, recitando un ruolo, quello di uomo normale, a posto, quando invece, dentro sentiva ribollire un’anormalità ed un’estraneità dilaganti? 

La parabola discendente di Arthur Fleck, nodo essenziale di tutta la vicenda, diventa così, quella di un uomo, un reietto che, suo malgrado, si trasforma in killer spietato.

La sua vita diventa segno e simbolo dell’ineluttabilità del male, che spesso accompagna la nostra vita.

Del male subìto che abita dentro di noi, del male agìto come imprinting primordiale e del male vissuto nella quotidianità esistenziale.

Il male abita dentro di noi, ma si alimenta anche fuori ognuno di noi.

Il male è come nella Peste di Camus una città invasa dai topi, il male è la linfa di una società malata, degradata ed alienata che si alimenta di male ed amplifica il male.

Il film, più che drammatico, diventa così la tragedia di una vita dove il male di vivere non gestito diventa disagio psichico. Dove il disagio psichico si trasforma in follia.

Dove la follia diventa violenza, ma dove, paradossalmente, la violenza diventa libertà e riscatto.

Il percorso esistenziale del protagonista si articola come una metamorfosi, un’epifania interiore innescata dal dolore e dal rifiuto.

Il percorso esistenziale di Arthur nasce dalla violenza degli abusi infantili, si alimenta delle menzogne deliranti della madre, si carica dei soprusi perpetrati dagli altri, e diventa discesa all’inferno nella Gotham/ New Jork dei nostri giorni.

Ma il percorso di Arthur diviene anche viaggio alla scoperta della verità, indagine sul suo passato, nonché rivendicazione del diritto di esistere di Joker.

Ed entrambi, Arthur e Joker, riusciranno, nella violenta affermazione di sé, a diventare un tutt’uno.

Arthur e Joker riusciranno a fondersi, a diventare un tutt’uno, sintesi di entrambi, ad esistere, infine.

Ma procediamo con calma.

Arthur, inizialmente è in cura per un disturbo psichico. Nei colloqui iniziali con la psicologa, sembra essere ancora in bilico su quella linea sottile che separa la salute dalla malattia, il disagio dalla follia.

Ma poi, quando più ne ha bisogno, viene abbandonato a sé stesso, dimenticato dalle istituzioni che non si preoccupano più di tutelare lui, ma in generale i più fragili.

Arthur finisce così in balìa della sua malattia mentale e diventa la versione diabolica di sé. Solo che, nel frattempo Arthur è diventato uno di noi.

O, meglio, noi spettatori, siamo diventati Arthur. Perché, noi con lui e per lui, abbiamo finito col provare una rabbia atavica contro tutti.

In un rovesciamento prospettico dei valori etici, il film Joker, diventa una sorta di programma: il ribaltamento radicale, nel nostro immaginario, di quelli che sono gli archetipi del buono e del cattivo rappresentati dai personaggi.

I buoni del fumetto originale (Mr. Waine) sono malvagi dentro e i cattivi (Joker) non sono altro che buoni-vittime di un sistema corrotto su tutti i livelli.

Il giudizio dello spettatore-osservatore sui buoni (di cui fa parte, non solo Mr, Waine, ma anche il personaggio interpretato da De Niro) diventa così la condanna morale dei buoni in quanto essi si sono macchiati di ottusità, rigidità mentale, mancanza di comprensione degli altri, dove gli altri sono il resto del mondo, ma anche l’altro, l’altra parte di sé.

Così, il candidato politico così come il personaggio di successo mediatico, che si crogiolano tanto nei loro immotivati privilegi e sono eccessivamente inclini al giudizio selvaggio, sembrano quasi meritarsi la fine che li aspetta.

Infatti, questo film, dopo la fortissima identificazione (o quantomeno compassione) iniziale, dopo la rabbia e l’angoscia attraverso cui ci accompagna scena dopo scena, ci scaraventa all’improvviso nel desiderio di rivalsa.

E se la rivalsa necessita di violenza per realizzarsi, ecco che la violenza non è più tale, o quasi…

Inoltre, la voglia di vendicarsi coincide, nel protagonista, con il bisogno di rivelarsi.

E se Arthur, per conoscersi deve agire comportamenti criminali, devianti e pericolosamente scevri di sensi di colpa, anche noi, spettatori, siamo spinti a giustificare tutto questo.

Arriviamo a chiederci perché ci dovremmo sentire in colpa se stiamo rivendicando un diritto che ci è stato negato con violenza? Perché dovremmo evitare, impauriti, una vendetta che sa di giustizia, di meritata rivalsa?

Ecco perché, considerando questo aspetto possiamo capire alcune critiche fatte a questo film. Critiche che sostengono che la narrazione giustifichi atti criminali folli e violenti.

Fortunatamente, però, l’omicidio è solo un’espediente narrativo, commesso alla leggera, quasi poco credibile allo spettatore per come è chiamato in causa.

Per questo, non mi sento di condividere le critiche che vedono questo film come un giustificativo di atti criminali.

L’errore di fondo di queste critiche è stato quello di accostare la follia alla violenza, arrivando a confonderle.

Gli autori ci offrono solo uno spaccato di vita ipotetica, in una storia costruita in uno scenario parallelo alla realtà che gode di vita propria.

E’ narrazione pura. Forse la sensazione dominante che ci dà questo film è quello di entrare in un mondo a parte, un’entità a sé, che prende vita, si stacca dalla realtà, segue le sue regole, con la sua logica semi-oscura che dilaga e ti trascina con sé in un turbine di emozioni quasi tutte negative a cui non si riesce a dare un ordine.

Probabilmente era proprio questo che volevano ottenere gli autori: dare la sensazione di caos, far capire che esso esiste e non si controlla.

Però suggerire che il Caos è prevedibile, il Caos esiste come conseguenza di eventi traumatici precedenti. Il Caos è Joker, da sempre, dalla nascita del personaggio nel 1940. Ma il Caos è anche l’UOMO dalla sua nascita.

Quindi sono perfettamente riusciti sia il personaggio rinnovato che la sua storia universale, rivisitata e pericolosamente attraente.

Questo film non lascia scampo: attiva lo spettatore nel bene e nel male (più nel male), lo turba, gli fa provare qualcosa che non è buono e che non si aspetta.

Ma obbliga lo spettatore ad assumersi la responsabilità del male.

Con tali premesse, non poteva che essere così, ammettiamo infine.

Di certo questo film fa tutto eccetto che divertire.

Anzi, ci fa stare male per capire. Ma, alla fine capiamo.

Capiamo che se non invertiamo la rotta, possiamo finire male anche noi.

Anzi, la scena finale ci dà, visivamente, l’impressione che non esista possibilità di redenzione.

Ormai, siamo tutti Joker, impazziti, criminali, una folla scatenata che si ribella con violenza alle istituzioni. 

Ma ciò che fa il branco sembra assai poca cosa rispetto a ciò che ha fatto Joker.

Lui ha indicato la via, tutti gli altri l’hanno seguita volontariamente ma senza critica, come se non aspettassero altro. 

Un altro Dio forse? Che sia tutta una metafora della nascita di una nuova religione e di un profeta imperfetto, umano, peccatore?

La scena in cui Joker (o solo Arthur?) sembra morire in una posa che richiama la crocefissione cristiana per poi rialzarsi quasi come se resuscitasse, tirato su dai suoi seguaci, sembra profetizzare la vittoria di un angelo demoniaco o la resurrezione di un demone angelicato.

Tocca a noi scegliere da che parte stare…

 

Antonella Ferrari

 

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1 thought on “Joker, un angelo demoniaco o un demone angelicato?

  1. C’hanno sempre fatto credere che i “cattivi” fossero i necessari alter ego dei protagonisti buoni, la “spalla” anti-idealistica per giustificare il bisogno cieco di servire il Bene, quello supremo, alto, così alto nei cieli da dimenticare, più in basso, lì dove viviamo noi, le cause del Male, sempre le stesse, apparentemente irrisolvibili; ce l’hanno fatto credere (è successo anche con certe pagine di storia scritte dai vincitori e assunte senza fiatare come farmaci alle scuole primarie) e invece è esattamente il contrario: ma ci accorgiamo di questa differenziazione forzata solo quando l’arte, il cinema come nel caso del film di Todd Phillips intitolato “Joker”, pellicola dedicata alla lenta evoluzione (per i meno audaci ‘involuzione’) psichiatrica del famigerato anti-eroe creato dalla DC Comics e magistralmente interpretato dal notevole Joaquin Phoenix, riesce a trovare il coraggio di essere politically incorrect e soprattutto a distaccarsi dalle regole non scritte dei cinecomics riguardanti il rispetto dei ruoli, della caratterizzazione dei personaggi e da altre catene narrative e cronologiche.
    https://pomeriggiperduti.home.blog/2019/10/08/joker-e-tutti-noi-cinema-recensione/

     

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