La falsa democrazia dei partitelli e dei camerieri del capo.
Trattiamo il fenomeno del “partito personale”, già tematizzato da Mauro Calise, e la frammentazione evidente anche nei dati elettorali recenti, basti pensare ai 101 contrassegni depositati al Viminale per le politiche 2022, poi ridotti a 75 ammessi.
C’è un fenomeno, nella politica italiana contemporanea, che meriterebbe meno analisi indignate e più risate amare.
È la moltiplicazione dei partitelli con il leaderone incorporato, quei piccoli regni elettorali dove tutto ruota attorno a un nome, a una faccia, a una posa televisiva, a un sopracciglio alzato nel momento giusto, a una frase indignata consegnata al talk show come se fosse una tavola della legge.
Il problema, però, non è soltanto il leader.
Il leader forte, in politica, è sempre esistito.
La storia democratica è piena di figure carismatiche, decisive, persino ingombranti.
Il vero problema è ciò che cresce intorno al leader quando il partito smette di essere una comunità politica e diventa una sala d’attesa del capo.
E qui si può capire se c’è un vero leader:
il vero leader non si circonda di gregari addestrati all’applauso, ma di futuri leader capaci di contraddirlo, superarlo e garantire continuità alla visione quando la sua stagione sarà finita.
Lo aveva capito Machiavelli, che giudicava il principe anche dagli uomini che teneva intorno a sé, perché nessun capo è davvero più grande della classe dirigente che produce.
Lo aveva intuito Aristotele, per il quale la politica autentica non è servitù, ma capacità di alternare il governo e l’essere governati.
Lo aveva ammonito Cicerone, ricordando che la verità spesso genera odio mentre la compiacenza produce amicizie facili, quelle amicizie da anticamera che sorridono al potente mentre lo accompagnano verso l’errore.
E lo aveva spiegato Plutarco, distinguendo l’amico vero dall’adulatore, perché il primo corregge, il secondo imita, il primo educa, il secondo conserva la vanità del padrone.
Per questo un capo che sceglie soltanto figure minori, fedeli, silenziose e grate non è un leader forte, ma un leader insicuro.
Ha paura della competenza altrui, teme l’autonomia, sospetta il pensiero critico, scambia la lealtà per obbedienza e la disciplina per servilismo.
Il vero leader, invece, non sterilizza il talento che ha intorno.
Lo coltiva.
Non teme che qualcuno cresca. Lo desidera. Non costruisce una corte, costruisce una scuola. Non vuole nani politici che lo facciano sembrare alto, vuole uomini e donne capaci di stare in piedi anche quando lui non sarà più al centro della scena.
Il gregario serve al capo mediocre perché ne protegge l’ego. Il futuro leader serve alla comunità perché ne protegge il destino.
Qui sta la differenza decisiva.
Il capo piccolo cerca persone che gli debbano tutto. Il capo grande cerca persone alle quali affidare qualcosa.
Il primo vuole sopravvivere nel controllo.
Il secondo vuole continuare nella visione.
Il primo lascia dietro di sé fedeli disorientati.
Il secondo lascia istituzioni, metodo, cultura politica, responsabilità e successione.
Per questo la qualità più alta della leadership non è comandare chi obbedisce, ma formare chi un giorno saprà comandare meglio.
Chi non tollera eredi non è un fondatore, è un proprietario.
Chi non prepara successioni non guida una comunità, amministra una dipendenza.
Chi si circonda di gregari forse può durare qualche stagione.
Chi forma futuri leader, invece, entra nella storia politica, perché trasforma il proprio comando in continuità, la propria autorità in scuola, la propria presenza in istituzione.
Ecco perchè oggi parliamo di partitelli e di leader effimeri.
Lì non nascono dirigenti.
Nascono accompagnatori. Non nascono statisti. Nascono primi riporti. Non nascono visioni. Nascono riverenze organizzate.
Il partitello personale ha una struttura elementare.
Al centro c’è il capo, intorno al capo c’è il cerchio magico, intorno al cerchio magico c’è il personale di complemento, e fuori da tutto questo c’è il popolo, convocato ogni tanto per applaudire, votare, firmare, indignarsi e poi tornare educatamente al proprio posto.
La democrazia, in questa geometria da condominio elettorale, non è più il luogo del confronto, ma il palcoscenico della conferma.
Tutti parlano di partecipazione, ma la partecipazione finisce quando qualcuno osa partecipare davvero.
La cosa più comica, se non fosse tragica, è che questi partiti nascono quasi sempre promettendo di superare i vecchi apparati.
Basta con le sezioni, basta con le correnti, basta con le tessere, basta con i congressi lunghi, basta con le liturgie, basta con la politica come mestiere.
Poi, una volta distrutto tutto, ci si accorge che al posto dell’apparato non è nata la libertà, ma il vuoto.
E nel vuoto, si sa, il primo che urla sembra un profeta.
Così abbiamo partiti che non hanno più una scuola politica, ma hanno un social media manager.
Non hanno una classe dirigente, ma hanno una chat.
Non hanno una cultura di governo, ma hanno un comunicato stampa.
Non hanno un’elaborazione dottrinale, ma hanno una frase buona per X, per Facebook, per il titolo di agenzia e per la clip da trenta secondi.
La politica è diventata una sartoria di slogan su misura per l’algoritmo.
L’importante non è capire dove va il Paese, ma riuscire a dire qualcosa che sembri intelligente prima della pubblicità.
Gli esempi sono davanti agli occhi di tutti.
Si pensi ai partiti costruiti attorno al cognome del fondatore, dove il simbolo elettorale sembra più una copertina autobiografica che una proposta collettiva.
Si pensi ai movimenti nati per cambiare il mondo e finiti a cambiare statuto, alleanze, parole d’ordine e identità con la stessa naturalezza con cui si cambia una cravatta.
Si pensi alle formazioni che si proclamano liberali, riformiste, popolari, sovraniste, centriste, civiche, europeiste o rivoluzionarie, ma che in realtà, tolto il volto del capo, non saprebbero distinguersi nemmeno davanti a un notaio.
Si pensi ai cosiddetti poli, contropoli, terzi poli, quarti poli e cortili intermedi, tutti annunciati come la nuova casa della politica e spesso ridotti, dopo pochi mesi, a monolocali arredati male.
Il dramma vero, tuttavia, arriva quando si guarda alla seconda linea.
Perché il leader forte, se fosse circondato da persone capaci, potrebbe anche rappresentare un elemento di sintesi.
Ma il leader forte circondato da primi riporti senza visione diventa un problema democratico.
Attorno a lui non si forma una classe dirigente, ma una classe dipendente.
Gente che non deve pensare troppo, perché pensare troppo disturba.
Gente che non deve avere un profilo autonomo, perché il profilo autonomo fa ombra.
Gente che non deve interpretare la linea politica, ma ripeterla.
Possibilmente con entusiasmo.
Possibilmente guardando la telecamera.
Possibilmente senza chiedere perché ieri si diceva il contrario.
Il primo riporto ideale del partitello personale non è il migliore.
È il più compatibile.
Non è quello che sa governare, ma quello che sa non disturbare.
Non è quello che porta idee, ma quello che porta consenso interno.
Non è quello che vede prima degli altri, ma quello che capisce prima degli altri cosa vuole sentirsi dire il capo.
È una figura politica nuova e antichissima insieme, il cortigiano con lo smartphone, il vassallo con il comunicato, il cerimoniere del nulla.
Ecco allora che il partito diventa una piccola monarchia senza corona, ma con molte vanità.
Il capo decide, il primo riporto traduce, il portavoce amplifica, il gruppo parlamentare applaude, l’elettore osserva.
Quando qualcosa va male, nessuno è responsabile.
Quando qualcosa va bene, il merito è del leader.
Quando il leader sbaglia, la colpa è della comunicazione.
Quando la comunicazione fallisce, la colpa è dei giornalisti.
Quando anche questa scusa non regge più, si invoca il complotto, che in Italia è sempre un eccellente ammortizzatore morale.
I vecchi partiti avevano mille difetti.
Sarebbe ridicolo rimpiangerli come monasteri della virtù pubblica.
Erano attraversati da correnti, clientele, opacità, ambizioni, cinismi e compromessi.
Ma avevano una qualità che oggi appare quasi rivoluzionaria.
Erano strutture. Avevano sezioni, congressi, organismi, scuole, giornali, culture politiche, liturgie di discussione e perfino nemici interni.
Dentro quei partiti si poteva crescere, litigare, perdere, tornare, studiare, imparare il linguaggio delle istituzioni, misurarsi con il territorio, essere sconfitti da qualcuno più bravo o più organizzato.
La Democrazia Cristiana, il Partito Comunista, il Partito Socialista, il Movimento Sociale, i partiti laici minori, piacessero o meno, non erano soltanto macchine elettorali.
Erano mondi.
Avevano biblioteche, sezioni, federazioni, scuole quadri, giornali di riferimento, amministratori locali, dirigenti intermedi, discussioni talvolta infinite e spesso pesantissime.
Ma proprio quella pesantezza era, in parte, una garanzia democratica.
Il partito non dipendeva dal respiro di un solo uomo.
Il leader poteva cadere, ma l’organizzazione restava.
La linea poteva cambiare, ma qualcuno era in grado di discuterla.
La classe dirigente non nasceva per nomina affettiva, ma per selezione, conflitto, radicamento, esperienza.
Oggi invece il partito leggero è diventato talmente leggero da non pesare più nulla.
Vola nei sondaggi, vola nei talk show, vola nei post, vola nelle alleanze, vola nelle scissioni, vola nelle promesse.
Poi arriva il momento di governare, e si scopre che dietro la leggerezza non c’era agilità, ma inconsistenza.
La politica senza struttura somiglia a quei mobili economici montati in fretta. Bellissimi nella foto, traballanti appena ci appoggi sopra un libro.
La democrazia ha bisogno di partiti, non di fan club.
Ha bisogno di corpi intermedi, non di comitati elettorali permanenti.
Ha bisogno di gruppi dirigenti, non di comparse con delega alla fedeltà.
Ha bisogno di luoghi dove si formi il dissenso interno, perché senza dissenso interno non c’è pensiero politico, c’è soltanto obbedienza confezionata.
E l’obbedienza, anche quando è sorridente, anche quando è giovane, anche quando è digitale, resta sempre una pessima materia prima per costruire istituzioni.
Il paradosso è che questi partitelli si presentano spesso come modernissimi. Sono fluidi, veloci, comunicativi, immediati.
Peccato che la democrazia non sia un reel.
La democrazia è lenta perché deve ascoltare.
È complicata perché deve mediare.
È faticosa perché deve includere.
È noiosa perché deve scrivere norme, bilanci, regolamenti, procedure.
Chi pensa di sostituire tutto questo con la brillantezza del capo e la disciplina dei suoi primi riporti non sta modernizzando la politica.
La sta infantilizzando.
La politica italiana oggi sembra una fiera di piccoli principati personali.
Ciascuno con il suo stemma, il suo motto, il suo micro-esercito, la sua guardia nobile, il suo consigliere strategico, il suo addetto alla comunicazione, il suo sondaggista, il suo rancore e il suo piccolo destino nazionale da annunciare ogni lunedì mattina.
Tutti vogliono salvare l’Italia.
Nessuno riesce a costruire un partito che sopravviva a una riunione difficile.
E qui si arriva alla questione più seria.
I vecchi partiti, con tutti i loro peccati, erano strutturati per reggere la democrazia necessaria.
Quella democrazia fatta di rappresentanza, conflitto regolato, formazione della classe dirigente, continuità istituzionale, responsabilità territoriale.
I nuovi partitelli, invece, sono spesso strutturati per reggere il narcisismo necessario al leader.
Non servono a creare democrazia, servono a proteggere carriere.
Non servono a interpretare il Paese, servono a occupare uno spazio.
Non servono a formare cittadini, servono a reclutare fedeli.
Il risultato è una politica piena di capi e povera di capi politici veri.
Piena di facce e povera di pensiero.
Piena di parole e povera di progetto. Piena di indignazione e povera di istituzioni.
I primi riporti, in questo sistema, non sono un incidente.
Sono il prodotto naturale della degenerazione.
Dove il capo vuole fedeltà, il talento diventa pericoloso.
Dove il capo vuole consenso interno, la competenza diventa fastidiosa.
Dove il capo vuole essere l’unico sole, chiunque abbia luce propria viene trattato come un’eclissi.
E allora non stupiamoci se la politica italiana appare ogni giorno più piccola.
L’abbiamo ridotta a una somma di cortili. Ogni cortile ha il suo gallo.
Ogni gallo canta all’alba della propria ambizione. Ma il Paese, intanto, non si sveglia.
Resta lì, prigioniero di una rappresentanza che ha perso struttura, profondità, memoria e capacità di futuro.
La democrazia non muore sempre con i carri armati.
A volte muore più lentamente, soffocata da partiti troppo piccoli per contenere un’idea e troppo personali per contenere una comunità.
Muore quando il dissenso viene scambiato per tradimento, quando la fedeltà vale più della competenza, quando il primo riporto sostituisce il dirigente, quando il capo sostituisce il partito e quando il partito sostituisce la politica con la gestione del proprio piccolo marchio elettorale.
I vecchi partiti avevano bisogno di essere riformati.
I nuovi partitelli, spesso, avrebbero bisogno di essere smascherati.
Perché una democrazia può sopportare leader forti.
Può persino sopportare leader vanitosi.
Ma non può sopportare a lungo leader forti circondati da deboli, perché a quel punto non siamo più davanti a una classe dirigente. Siamo davanti a una processione.
E quando la politica diventa processione, il cittadino non è più sovrano.
È soltanto pubblico ai lati della strada, chiamato ad applaudire il santo del giorno mentre il Paese continua, serenamente e stupidamente, a perdere la strada.
Eppure, in questa commedia politica, sarebbe troppo comodo assolvere il popolo come vittima innocente.
Una parte della colpa è anche sua, perché si è lasciato cullare nell’ignoranza in cui è stato progressivamente gettato proprio dalle scelte miopi, clientelari e culturalmente devastanti dei partitelli di turno.
E dentro questa demolizione lenta della coscienza nazionale rientra anche l’uso strumentale delle feste civili.
Il 2 giugno e il 25 aprile, anziché essere trasformati in occasioni alte di riflessione storica, istituzionale e comunitaria, sono stati spesso ridotti a clave ideologiche con cui una parte politica colpisce l’altra, mentre il popolo, già stordito da decenni di propaganda, superficialità scolastica e analfabetismo civile, applaude o fischia secondo appartenenza, non secondo consapevolezza.
La festa della Repubblica dovrebbe interrogare seriamente il Paese sul significato dello Stato, della rappresentanza, della sovranità popolare, della responsabilità pubblica.
La Liberazione dovrebbe essere letta nella sua complessità storica, nel dolore della guerra civile, nella fine della dittatura, nella ricostruzione morale e materiale del Paese.
Invece, troppo spesso, entrambe vengono usate come manganelli retorici, come strumenti di scomunica, come liturgie di appartenenza più che come momenti di unità nazionale.
Nel frattempo, date realmente capaci di evocare una memoria nazionale più larga, come il 24 maggio, vengono lasciate nell’oblio o relegate a nota scolastica sbiadita.
Eppure il 24 maggio, con tutte le sue tragedie, le sue contraddizioni, i suoi lutti e la sua immensa durezza storica, richiama un momento in cui l’Italia entrò nella grande prova della storia come nazione intera, chiamata a misurarsi con il proprio destino, con il sacrificio dei suoi figli, con l’idea stessa di patria.
Non si tratta di fare retorica bellicista, né di trasformare il dolore della Grande Guerra in una cartolina patriottica.
Si tratta, più seriamente, di riconoscere che alcune date possono unire più di altre perché parlano al Paese prima ancora che alle fazioni.
Ma una politica composta da partitelli senza profondità storica non ha interesse a educare il popolo alla memoria comune.
Preferisce tenerlo diviso, emotivo, rancoroso, pronto a essere mobilitato contro qualcuno, mai formato per comprendere qualcosa.
Eppure, in questa commedia politica, sarebbe troppo comodo assolvere il popolo come vittima innocente.
Una parte della colpa è anche sua, perché si è lasciato cullare nell’ignoranza in cui è stato progressivamente gettato proprio dalle scelte miopi, clientelari e culturalmente devastanti dei partitelli di turno.
Un popolo diseducato è più facile da sedurre, da dividere, da impaurire e da governare male.
Ma se dentro questa nazione sopravvivesse ancora una vera coscienza nazionale, non una retorica da cerimonia, non una bandierina da sventolare allo stadio, ma la consapevolezza profonda di appartenere a una storia comune e a un destino condiviso, allora forse il popolo italiano potrebbe ancora risollevarsi.
Non aspettando l’ennesimo capo, l’ennesimo salvatore, l’ennesimo partitello con il logo nuovo e le idee vecchie, ma tornando finalmente a essere comunità politica, cittadinanza adulta, nazione pensante.
Un popolo diseducato è più facile da sedurre, da dividere, da impaurire e da governare male.
Ma se dentro questa nazione sopravvivesse ancora una vera coscienza nazionale, non una retorica da cerimonia, non una bandierina da sventolare allo stadio, ma la consapevolezza profonda di appartenere a una storia comune e a un destino condiviso, allora forse il popolo italiano potrebbe ancora risollevarsi.
Non aspettando l’ennesimo capo, l’ennesimo salvatore, l’ennesimo partitello con il logo nuovo e le idee vecchie, ma tornando finalmente a essere comunità politica, cittadinanza adulta, nazione pensante.
Alcune riflessioni dell’amico Ettore
(direttore betapress Lazio e Sicilia)
Sarebbe troppo scontato ed ovvio asserire di trovarsi d’accordo con quanto descrive il Prof. Faletti in questo articolo.
Articolo che esprime nel suo insieme le lunghe riflessioni fatte e le lunghe ma intense telefonate, avvenute dopo i numerosi incontri che sia io che lui, autonomamente abbiamo fatto nelle varie realtà italiane partecipando, nel pieno delle Nostre funzioni di direttori di Betapress, ai vari congressi, costituzioni e presentazioni, dei numerosi partiti e movimenti che, oltre a quelli già costituiti, sembrano nascere come funghi.
Sarà interessante rilevare ancora l’elevato numero di simboli come di fatto presentati negli ultimi anni, cosa che leggerete in un prossimo altro articolo.
Tante volte ci siamo chiesti cosa fosse realmente un partito politico.
La risposta che ci siamo dati, in maniera semplice ma determinante, lo pone come una associazione di persone con una struttura ben definita, con sistemi di progressione e formazione, accomunate da una visione, una identità, una linea o finalità politica di interesse Pubblico comune, e che abbia quindi il raggiungimento dello stesso obiettivo.
Questa dovrebbe essere la definizione di base da cui tutti dovremmo partire.
Nello scenario Italiano, assai ben descritto dal Direttore Faletti, ci accorgiamo immediatamente come in Italia, ma sempre più anche all’estero nelle “democrazie occidentali” non sembrano mai essere gli obiettivi da raggiungere il fulcro del partito, o movimento che sia, bensì il suo Leader.
E’ infatti il suo “capo” che detta le regole, diventando egli stesso l’obiettivo del partito e non la cosa pubblica come dovrebbe essere.
E’ da qui che venendo meno il confronto e le discussioni nell’interesse della cosa pubblica si ha la trasformazione nel mito verso il Leader.
Il punto centrale diventa per l’appunto il “capo”.
In questo modo non nascono dirigenti, statisti, ma riverenze che formano poi il cerchio magico.
Viene meno così quella che dovrebbe essere la vera forza del partito, la partecipazione, lasciando spazio alla riverenza.
Non è un caso che la stragrande maggioranza dei partiti, oggi, ad eccezione di qualcuno, mette al centro il Leader, e tutto verte su di Lui/Lei.
Ed è proprio quel qualcuno che guarda all’obiettivo che si è prefissato, o governa o non governa, è riuscito ad imporsi e continua ad imporsi, pur se i suoi Leader sono passati dalle stelle alle stalle.
L’insoddisfazione generale dovuta proprio alla mancanza di obiettivi comuni, condivisi di interesse generale è talmente forte che ha stimolato in molti l’esigenza di chi più o meno ambisce a voler fare il “capo” con la presunzione di essere capace di risolvere tutto.
Così in tanti decidono fondando ciascuno il proprio “partitello” piccolo o grande che sia, tanto da farci assistere ad una incredibile proliferazione.
Poco importa se in una prima fase, riesce a catturare l’attenzione di un numero elevato di elettori, tanto da diventare “Capo del Governo” sempre più grazie alla disaffezione della maggioranza degli elettori che non individuando il proprio pensiero e non immedesimandosi nel “capo” di riferimento, preferiscono non recarsi alle urne.
La dimostrazione più eclatante avviene anche durante le campagne elettorali, o nei post elezioni, dove non si apre ami la discussione sugli obiettivi che ci si è fissati, infatti mancano totalmente, ma si litiga su cosa bisogna fare e perché, chiara mancanza di programmazione e visione di interesse comune.
Come ben riporta il Direttore, chi più grida meglio sale nei sondaggi, nei Talk Show, nelle alleanze, nelle promesse.
Promesse quasi mai mantenute, perché quasi sempre mancano quei riferimenti di chi possiede competenza, visione e preparazione che sono essenziali nella pianificazione degli obiettivi, ma che metterebbero in ombra il “capo”, che magari ha altri obiettivi.
Così, quando arriva il momento di Governare, dopo magari esser volati tanto in alto, si cade precipitevolissimevolmente.
E’ in questa fase che poi ci si accorge che tutti i provvedimenti governativi mancano di una visione, di programmazione e di obiettivi comuni da svilupparsi nel tempo, diventando meri provvedimenti denominati di “emergenza”, che dovrebbero risolvere il problema nell’immediato, ma che già nel momento della sua applicazione è un problema che ha subito tali di quelle modifiche e variazioni, che spesso ne amplifica il disagio per i cittadini.
Il lungo procedere negli anni di questi provvedimenti ha portato l’Italia al punto che tutti conosciamo.
Non è un caso, come evidenzia il Prof. Faletti, che si arriva al punto di demolire strumentalmente anche le feste civili Nazionali, oltre che quelle religiose che fanno parte della nostra cultura e tradizione.
Festività che hanno il loro perché, si trasformano in feste pregne di faziosità ideologica e feste che dovrebbero essere ricordate perché evocano l’unità Nazionale, vengono invece dimenticate o peggio declassate.
Tutti spunti di riflessione che dovrebbero indurre il popolo Italiano a ripensare il concetto di partito politico ed abbandonare la incredibile venerazione di qualche, veramente troppi, “capetto” e guardare o indirizzarsi a formare qualche partito, ne bastano veramente pochi, capaci di mettere al centro non il leader, ma degli obiettivi misurabili, concreti e raggiungibili, con i quali crescere nell’interesse di tutti.
Partiti capaci di formare una coscienza nazionale attorno ad obiettivi quindi e non attorno a capetti mal nati, che oggi si dividono già prima ancora di iniziare.
Così il “SOGNO ITALIANO” potrebbe diventare il sogno di ciascun Italiano ed invertire la pericolosa deriva intrapresa.
Quel sogno che sembrava avessimo raggiunto a pochi anni dalla fine della seconda guerra mondiale, nonostante avessimo subito una terribile capitolazione, che grazie a “politici veri” e non solo, ovvero capaci di avere cultura, visione e obiettivi per l’Italia, eravamo quasi in procinto di raggiungere.
Oggi siamo nel paese delle bolle (balle) di sapone, che tutti apprezzano ma che appena toccano qualcosa di reale esplodono nel nulla.
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