Agosto 10, 2026
army

 

La cantilena che addolcisce l’orrore: dalla satira di Army alla guerra raccontata come routine.

 

«Hi, kid / Hello, sir… D’you wanna go to war, boy? / Ooh, yes please sir…». L’incipit di Army della Edgar Broughton Band, brano di fine anni Sessanta, spesso ricondotto al 1969, e documentato anche in una performance del 1970 circolata poi sul web con il titolo American Boy Soldier, sembra una scenetta veloce, quasi comica: un adulto incalza un ragazzo, gli offre alternative prevedibili (scuola, lavoro, fatica quotidiana) e poi, quando nomina la guerra, ottiene una risposta entusiasta e servile. È satira, certo. Ma è soprattutto la radiografia di un meccanismo che non ha smesso di funzionare: trasformare la guerra da tragedia a soluzione, da fallimento della politica a scorciatoia dell’identità.

Il testo mette in scena una critica dura e ironica al modo in cui la guerra viene proposta ai giovani come se fosse una scelta naturale, desiderabile o persino entusiasmante. L’inizio è costruito come un breve dialogo tra un’autorità adulta e un ragazzo: le domande sono incalzanti e le risposte del giovane sono esitanti, piene di incertezza (“non lo so”, “ehm”, “uh-huh”). Questa asimmetria fa capire che non si tratta di un vero confronto tra pari: l’adulto guida la conversazione e restringe progressivamente le alternative. Il ragazzo rifiuta l’idea di tornare a scuola e non sembra attratto da un lavoro umile, ma quando viene proposta la guerra reagisce con un entusiasmo eccessivo e quasi comico (“yes please sir” ripetuto). Proprio questa esagerazione rende evidente la satira: la canzone suggerisce che la società può arrivare a rendere la guerra più “appetibile” di un percorso educativo o di un lavoro ordinario, trasformando l’arruolamento in una promessa di identità e di scopo.

Nelle cronache di oggi la scena non si svolge più soltanto in un ufficio di reclutamento o dentro una famiglia che discute del futuro di un figlio. La pressione è diffusa, ambientale, continua. Non arriva per forza come ordine; più spesso arriva come racconto. È un flusso di notizie, dichiarazioni, mappe, grafici, video, commenti: materiale che non si limita a informare, ma suggerisce, spesso in modo implicito, come dovremmo interpretare e persino sentire. L’idea di “scelta” resta, ma è una scelta guidata: tra stare “dalla parte giusta” o essere ingenui; tra sostenere l’azione o essere disfattisti; tra credere alla necessità o apparire complici del nemico. La domanda “che cosa vuoi fare?” diventa “da che parte stai?”, e la risposta tende a scorrere in binari già predisposti.

Il contrasto più potente del brano è formale: una cantilena leggera (“la-la-la”) che accompagna immagini di ferite, bombardamenti, armi incendiarie, vite che non torneranno “mai più le stesse”. È difficile non pensarla come una metafora di un tratto tipico della contemporaneità: la guerra raccontata in un formato consumabile. Oggi la distanza non è soltanto geografica, è percettiva. Il dolore arriva mediato da schermi che lo rendono scorrevole: clip brevi, riprese dall’alto, immagini notturne, inquadrature che si assomigliano da un conflitto all’altro. L’orrore, quando diventa routine di aggiornamento, rischia di perdere l’attrito morale che dovrebbe produrre. Non perché sia meno grave, ma perché lo riceviamo in una forma che ci allena a passare oltre.

In questo contesto, il linguaggio conta quanto i fatti. La canzone oppone alla retorica militare una verità fisica: ossa, sangue, freddo, trauma, un sedicenne che “non sarà mai più lo stesso”. Le cronache oscillano tra due registri. Da un lato, il lessico tecnico: operazioni, obiettivi, neutralizzazioni, capacità, deterrenza, escalation, “danni collaterali”. È una lingua che riduce la carne a categoria, che sostituisce i volti con le funzioni, che fa sembrare inevitabile ciò che invece è sempre una decisione. Dall’altro lato, quando il racconto riesce davvero ad avvicinarsi alle persone, emergono le stesse fratture che Army mette al centro: ospedali saturi, amputazioni, lutti, prigionia, stress post-traumatico, infanzie interrotte, famiglie spezzate, città trasformate in geografie della paura. È lì che la guerra smette di essere “tema” e torna a essere ciò che è: esperienza irreparabile.

C’è poi un elemento che oggi appare persino più pervasivo: la spettacolarizzazione. Non è solo propaganda nel senso classico; è anche l’estetica dell’intrattenimento che scivola nel racconto bellico: montaggi celebrativi, immagini “pulite” perché distanti, la tentazione di leggere il conflitto come gara di tecnologia e non come catastrofe umana. In questo, la ripetizione nel brano dell’elenco delle forze armate suona come un jingle: non descrive, pubblicizza. E ricorda quanto sia facile, anche oggi, che una macchina militare si presenti come marchio, mentre il conto viene pagato da vite ordinarie.

La parte più amara arriva quando la canzone immagina il ritorno a casa come normalità da cartolina. È un sogno semplice. Ed è proprio quel sogno a rivelare l’inganno: il ritorno non riporta indietro il tempo. Nelle cronache contemporanee la parola “ricostruzione” suona necessaria e giusta, ma spesso insufficiente a contenere il danno invisibile. Le case si rifanno, i ponti si ricostruiscono, le scuole riaprono. Ma i traumi restano, i vuoti non si colmano, le fratture non si cancellano con un comunicato.

La chiusura sarcastica: “Hope you enjoy the air raid”, oggi sembra rivolta anche a noi spettatori lontani. Non perché siamo colpevoli per definizione, ma perché siamo immersi in un ecosistema informativo che può trasformare la guerra in abitudine. L’antidoto non è smettere di guardare: è guardare meglio. Pretendere contesto, riconoscere gli eufemismi, distinguere cronaca e narrazione interessata, fare spazio alle testimonianze. Una canzone nata tra il 1969 e una performance del 1970 non ci chiede di scegliere una bandiera: ci chiede di non farci scegliere la coscienza. E nelle guerre di oggi, questo resta un compito quotidiano.

 

Edgar Broughton Band, American Boy Soldier (1970) (brano comunemente noto come Army)

video YouTube, URL:

 

Ciao, ragazzo.

Salve, signore.

Che cosa vuoi fare, ragazzo?

Mah, non lo so davvero

Vuoi tornare a scuola, ragazzo?

Eh… non proprio

Be’, vuoi andare a lavorare, ragazzo?

Uh-huh

Vuoi scavare patate, figliolo?

No, signore, per carità

Che cosa vuoi fare, ragazzo?

Vuoi andare in guerra, ragazzo?

Oh, sì, per favore signore, sì per favore signore, sì per favore signore

 

La, la-la-la-la, la-la-la-la, la-la-la-la

La-la-la-la, la-la-la-la, la-la-la-la, la-la-la-la

La-la-la-la

 

Mi stanno rimandando a casa (la-la-la-la, la-la-la-la)

Colpito fino all’osso (la-la-la-la, la-la-la-la)

Lui aveva una croce rossa sul braccio (la-la-la-la, la-la-la-la)

Io mi sono beccato solo napalm (la-la-la-la)

L’esercito americano (la-la-la-la-la-la)

L’esercito americano (la-la-la-la-la-la, la-la-la-uh)

Mm, aspetta che ti mettano le mani addosso i russi

Senza dimenticare la Marina (la-la-la-la-la-la)

Senza dimenticare la Marina (la-la-la-la-la-la, la-la-la-la)

E anche l’Aeronautica

 

La, la-la-la-la, la-la-la-la, la-la-la-la

La-la-la-la

 

Hanno abbattuto il mio aereo (la, la-la-la-la, la-la-la-la)

Mi lasciano lì, al freddo (la-la-la-la, la-la-la-la)

Non sarò mai più lo stesso (la, la-la-la-la, la-la-la-la)

Avevo solo 16 anni (la-la-la-la)

L’esercito americano (la-la-la-la-la-la)

L’esercito americano (la-la-la-la-la-la, la-la-la-uh)

Aspetta che ti mettano le mani addosso i russi (la, la-la-la-la)

Senza dimenticare la Marina (la-la-la-la-la-la)

Senza dimenticare la Marina (la-la-la-la-la-la, la-la-la-la)

E anche l’Aeronautica

 

Sarà così bello tornare a casa, in North Carolina (la, la-la-la-la, la-la-la-la)

Rivedere la mia biondina, tutta americana (la-la-la-la, la-la-la-la)

Con la sua radiolina a transistor a tutto volume (la-la-la-la, la-la-la-la)

Fare tutte le cose che facevamo una volta, ai vecchi tempi (la-la-la-la, la-la-la-la)

(La-la-la-la, la-la-la-la) che brivido potrebbe essere (la-la-la-la, la-la-la-la)

Spero vi godiate l’allarme aereo

 

 

 

Autore

  • Cinzia Milite, nasce nel 1964 a Paderno Dugnano (MI), è un'autrice che si dedica in prevalenza alla scrittura di racconti e poesie per bambini e ragazzi. Nel 2007 il suo libro Sotto lo stesso sole, edito da Raffaello Editore, vince il “Premio Montessori” e nel 2011 il Premio “Uno su cinque scegli il tuo libro”.

    Collaboratore esterno


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