La legge non è una clava. E questo governo sembra averlo dimenticato
C’è una malattia della politica contemporanea che in Italia, sotto l’attuale governo, ha assunto ormai i tratti di una patologia di sistema.
È l’idea miserabile secondo cui una legge, una volta votata, sarebbe automaticamente anche giusta.
Come se il numero bastasse a generare il diritto.
Come se la maggioranza potesse sostituire la coscienza costituzionale.
Come se il Parlamento, piegato ai tempi dell’esecutivo, potesse trasformare ogni decisione in verità e ogni volontà in giustizia.
Non è così.
Non lo è mai stato.
E chi governa come se lo fosse non sta rafforzando la democrazia, la sta consumando dall’interno.
La legge, in uno Stato costituzionale, non è legittima soltanto perché approvata.
È legittima se è giustificabile.
Giustificabile davanti alla Costituzione, cioè davanti a quei princìpi che esistono proprio per impedire alla maggioranza di diventare arbitrio.
Giustificabile davanti ai cittadini, cioè davanti alla ragione pubblica, alla trasparenza, alla chiarezza delle finalità e degli effetti.
Giustificabile davanti ai vulnerabili, cioè davanti a coloro che non hanno forza contrattuale, potere mediatico o protezioni politiche.
Giustificabile davanti al futuro, cioè davanti al dovere elementare di non scaricare su altri, sui figli, sui territori, sui corpi sociali più fragili, il costo irreversibile di scelte improvvisate o cinicamente opportunistiche.
Questa è la vera gerarchia repubblicana.
Prima della legge votata viene la legge giustificata.
Prima del potere di decidere viene il dovere di rendere conto.
Prima della forza del numero viene la misura del principio.
Il costituzionalismo, in fondo, è questo.
È etica resa stabile.
È il tentativo alto della civiltà politica di impedire che il diritto si trasformi nel cameriere del comando.
È il contrario della pulsione plebiscitaria che oggi contagia larga parte della vita pubblica italiana e che l’attuale governo, lungi dal contenere, sembra anzi alimentare con zelo quasi pedagogico.
Da troppo tempo assistiamo a una pratica di governo che considera il limite come un intralcio, il controllo come una scocciatura, la critica come una slealtà, la complessità come un impiccio da sbrigare con uno slogan.
La questione non è soltanto stilistica.
È istituzionale.
È morale.
Quando l’esecutivo si abitua a comprimere la centralità parlamentare attraverso un ricorso continuo alla fiducia e alla decretazione d’urgenza, non siamo più davanti a una semplice scelta tecnica.
Siamo davanti a una precisa idea di potere, quella per cui il confronto è tempo perso e il dissenso una perdita di autorità.
La pagina ufficiale di Openpolis sul governo Meloni segnala, tra gli indicatori centrali della sua attività, il ricorso alle questioni di fiducia, mentre analisi dedicate hanno rilevato per questo esecutivo una media mensile di decreti legge superiore a quella di governi precedenti, ponendo il tema di una produzione normativa sempre più trainata dall’urgenza e sempre meno dalla discussione ordinaria.
È qui che cade la maschera della propaganda governativa.
Perché chi parla ogni giorno di sovranità popolare, salvo poi ridurre il Parlamento a sportello di convalida, non sta difendendo il popolo.
Lo sta usando.
Chi invoca la volontà dei cittadini, salvo poi sottrarre ai loro rappresentanti tempo, spazio e possibilità di incidere davvero sul testo delle leggi, non sta rafforzando la democrazia.
La sta teatralizzando.
E una democrazia ridotta a teatro è una democrazia che conserva le quinte ma perde la sostanza.
Del resto, i richiami delle istituzioni di garanzia non sono invenzioni polemiche dell’opposizione o fissazioni di costituzionalisti nostalgici.
Sono fatti.
La Corte costituzionale, con la sentenza n. 146 del 2024, ha dichiarato illegittima una disposizione di un decreto legge per evidente mancanza dei presupposti di straordinaria necessità e urgenza, ricordando in modo netto che l’articolo 77 della Costituzione non è un pezzo ornamentale, ma un argine reale contro l’abuso del potere normativo emergenziale.
Anche il Presidente della Repubblica, nella discrezione che il suo ruolo impone, è intervenuto più volte per segnalare criticità nella qualità della legislazione.
Il Quirinale ha accompagnato promulgazioni con osservazioni che, lette senza malafede, fotografano un problema serio di coerenza, chiarezza e tenuta dei testi normativi.
Non siamo, dunque, nel regno delle impressioni.
Siamo davanti a segnali istituzionali ripetuti, che una classe dirigente seria dovrebbe assumere come occasione di autocorrezione.
Invece vengono spesso assorbiti con l’indifferenza di chi ritiene che il problema non sia la cattiva legge, ma chi osa farla notare.
Il punto, allora, è perfino più grave di quanto appaia.
Questo governo non sembra semplicemente legiferare male quando accelera troppo.
Sembra aver normalizzato una cultura della normazione in cui la giustificazione viene dopo, o non viene affatto.
Prima c’è l’annuncio.
Prima c’è il posizionamento identitario.
Prima c’è la necessità di mostrare decisione, durezza, immediatezza, anche a costo di sacrificare precisione, equilibrio, valutazione degli effetti.
È la politica ridotta a gesto.
È il diritto ridotto a messaggio.
È la vittoria dell’impatto mediatico sulla responsabilità istituzionale.
Eppure l’ordinamento italiano possiede già gli strumenti per evitare questa deriva.
L’analisi di impatto della regolamentazione e la verifica di impatto non sono orpelli amministrativi.
Sono il tentativo, assai razionale, di costringere il potere a rispondere di ciò che produce.
Servono a chiedere a chi governa quali costi imporrà, a chi, con quali benefici reali, con quali conseguenze indirette, con quali effetti distributivi.
In altre parole, sono etica resa metodo.
Il Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio definisce queste procedure come strumenti per valutare preventivamente e successivamente gli effetti delle norme.
Il problema, oggi, non è che manchino i dispositivi tecnici.
Il problema è che manca troppo spesso la volontà politica di prenderli sul serio.
Qui si manifesta tutta la miseria di un costume di governo che ama mostrarsi forte con le parole e sbrigativo con i procedimenti, salvo poi rifugiarsi dietro la formalità del voto come se essa bastasse a lavare ogni superficialità.
Ma il voto, da solo, non purifica nulla.
Una legge può essere perfettamente regolare e profondamente ingiusta.
Può essere perfettamente approvata e civilmente indegna.
Può essere impeccabile nella forma e disastrosa nella sostanza.
La storia europea del Novecento dovrebbe averlo insegnato una volta per tutte a chiunque abbia studiato più di un manuale da comizio.
Per questo è insopportabile la retorica con cui una parte della maggioranza reagisce a ogni obiezione.
Appena si richiama la Costituzione, si viene accusati di frenare il cambiamento.
Appena si chiede cautela, si viene descritti come sacerdoti dell’immobilismo.
Appena si solleva il problema della proporzionalità, dell’equità o della tutela dei più esposti, si viene trattati come anime belle incapaci di capire il mondo reale.
In verità è l’opposto.
Sono proprio coloro che pretendono di governare senza misura a rivelare una scarsa comprensione del reale.
Perché il reale non è fatto soltanto di maggioranze parlamentari.
È fatto di conseguenze.
E le conseguenze, prima o poi, presentano il conto.
Una legge giustificabile è una legge che può essere spiegata senza arroganza, difesa senza propaganda, applicata senza produrre vergogna istituzionale.
Una legge non giustificabile, invece, è solo un atto di forza temporaneamente rivestito di legalità.
E se il governo continua a considerare sufficiente il fatto di avere i numeri, finirà per confermare il sospetto più inquietante.
Che non stia cercando buone leggi, ma leggi utili al proprio racconto.
Non norme per ordinare la convivenza, ma strumenti per presidiare il consenso.
Non politica alta, ma amministrazione aggressiva dell’emotività pubblica.
Questo è il punto che oggi va detto con chiarezza e persino con durezza.
Il Primo Potere non è il governo.
Non è nemmeno il Parlamento, se ridotto a cinghia di trasmissione.
Il Primo Potere è il criterio che giudica entrambi.
È la possibilità di chiedere a ogni legge se sia davvero all’altezza della Repubblica.
Che protegga invece di schiacciare.
Che chiarisca invece di confondere.
Che costruisca invece di dividere.
Che tenga dentro anche chi non conta nulla nelle stanze del potere.
Che non rubi domani per comprare un applauso oggi.
Quando questa domanda scompare, resta solo il meccanismo.
E un Paese governato dal meccanismo, per quanto formalmente corretto, scivola rapidamente verso una democrazia stanca, muscolare in superficie e fragile in profondità.
Esattamente il tipo di democrazia che i governi mediocri amano, perché chiede poca giustificazione e tollera molta propaganda.
Nel resto, basta osservare un caso concreto di cui abbiamo le prove scritte, uno di quei casi che spiegano meglio di cento convegni che cosa significhi la distanza oscena tra legge proclamata e giustizia praticata.
Un cittadino perde il lavoro e chiede l’indennità di disoccupazione.
La legge, sulla carta, gli riconoscerebbe quel diritto.
Ma l’INPS decide di no.
Non perché il cittadino non abbia fame, non perché non abbia bisogno, non perché la sua condizione non sia meritevole di tutela, ma perché l’apparato interpreta, rinvia, respinge, oppone la propria lettura al testo e alla vita reale.
Quel cittadino allora fa ricorso al TAR.
Aspetta un anno.
Resiste.
Si indebita.
Sopravvive come può.
Dopo un anno arriva la decisione del giudice, che gli dà ragione.
E qui si svela il volto più crudele di un sistema ormai incapace di vergognarsi, perché nemmeno la pronuncia favorevole basta a trasformare immediatamente il diritto in pane, in affitto pagato, in bollette saldate, in dignità concreta.
No.
Perché anche dopo la sentenza l’amministrazione conserva altro tempo, altri giorni (120), altri margini, altri comodi, e il cittadino continua a precipitare.
E allora bisogna dirlo con quella chiarezza che la politica teme.
Uno Stato che riconosce un diritto solo quando il cittadino è già stato umiliato, impoverito e consumato dai debiti, non sta amministrando la legalità, sta amministrando la sofferenza.
Uno Stato che permette al proprio apparato di negare oggi ciò che il giudice riconoscerà domani, e che consente poi ulteriori mesi di attesa persino dopo la vittoria giudiziaria, non è uno Stato efficiente.
È uno Stato moralmente pigro, istituzionalmente feroce, socialmente irresponsabile.
Perché nel tempo della burocrazia il cittadino mangia lo stesso, o non mangia.
Vive lo stesso, o cade.
E il debito non aspetta il formalismo degli uffici.
Ecco allora la verità che questo caso rende evidente in modo quasi brutale.
La legge non è giustificabile solo quando è scritta bene, ma quando arriva in tempo nella vita delle persone.
Se tra il diritto riconosciuto e il diritto goduto si apre un abisso di mesi o di anni, quel diritto diventa una beffa solenne.
Se lo Stato può sbagliare contro il cittadino senza subirne conseguenze immediate, mentre il cittadino paga subito ogni errore dello Stato con la fame, con i debiti, con la disperazione, allora la Repubblica tradisce la propria funzione più elementare.
Non protegge più il debole.
Lo mette alla prova fino allo sfinimento.
Questo è il punto che l’attuale costume di governo sembra non voler capire, oppure capisce benissimo e considera secondario.
Non basta sventolare norme, decreti, circolari, parole altisonanti sulla tutela sociale, se poi l’apparato pubblico continua a comportarsi come una macchina che concede i diritti quando ormai hanno già perso buona parte del loro significato umano.
Perché un’indennità di disoccupazione riconosciuta dopo un anno di miseria non è più soltanto una prestazione tardiva.
È la confessione di un fallimento politico.
È la prova che tra il Paese raccontato dai governi e quello vissuto dai cittadini si è aperta una frattura morale gravissima.
L’Italia meriterebbe altro.
Meriterebbe una legislazione capace di reggere non solo al voto dell’aula, ma alla prova della ragione, della dignità e del tempo.
Meriterebbe un governo che non usi la forza dei numeri per umiliare le forme, ma per nobilitarle.
Meriterebbe una classe dirigente che capisca finalmente una verità elementare, eppure oggi quasi rivoluzionaria.
La legge non è legittima perché imposta.
È legittima quando può guardare in faccia il cittadino, il povero, il dissenziente, il giudice, il futuro, e non abbassare gli occhi.
la supremazia regolativa della coscienza in uno stato di diritto
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Faletti coglie qualcosa di essenziale che il dibattito pubblico mainstream continua a rimuovere: il problema non è solo *come* si governa, ma *cosa si intende per legittimità*. In un ordinamento costituzionale la legge non nasce legittima per il solo fatto di essere approvata — nasce legittima quando è giustificabile, verificabile, proporzionata, e soprattutto quando arriva *in tempo* nella vita reale delle persone.
L’esempio dell’indennità di disoccupazione è, in questo senso, devastante nella sua semplicità. Non serve un trattato di diritto pubblico per capire che uno Stato che riconosce un diritto solo *dopo* aver consumato il cittadino nel processo burocratico e giudiziario non sta applicando la legge: la sta usando come filtro della sofferenza. E questo vale indipendentemente dal colore politico di chi governa — è una patologia strutturale che questo governo ha scelto di non correggere, anzi di accelerare.
Il punto politico più acuto dell’articolo è però un altro: la retorica della “sovranità popolare” usata da chi contemporaneamente svuota il Parlamento di tempo, spazio e capacità di incidere sui testi di legge non è una contraddizione involontaria. È una precisa strategia di governo: mostrare forza all’esterno, consolidare l’indecidibilità all’interno. Il popolo viene evocato nei comizi e bypassato nelle procedure.
Condivido la conclusione: il “primo potere” non è il governo, non è nemmeno un Parlamento ridotto a rubber stamp. È il criterio che giudica entrambi. Ed è esattamente quel criterio, la capacità collettiva di chiedere a ogni norma se sia davvero all’altezza della Repubblica, che questa stagione politica sta cercando di rendere impraticabile, un decreto alla volta.
La legge non è una clava. Ma nelle mani sbagliate, lo diventa sempre.