Settembre 10, 2026

La S-Giustizia Italiana: cronaca di un fallimento annunciato.

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La pagliuzza e la trave della giustizia italiana

Non c’è dubbio che il referendum sulla giustizia oggi in discussione abbia un’intenzione politica forte, riconoscibile, perfino rispettabile.

Interviene sulla separazione delle carriere, prevede due distinti organi di autogoverno per giudici e pubblici ministeri e istituisce un’Alta Corte disciplinare.

Si voterà il 22 e 23 marzo 2026. Tutto questo esiste, è reale, è un passaggio istituzionale serio, e sarebbe sciocco liquidarlo come folklore o come rumore di fondo.

Ma il punto è un altro, e il punto vero è che questa riforma, così come viene raccontata al Paese, rischia di essere una gigantesca pagliuzza agitata davanti agli occhi degli italiani mentre la trave resta piantata nel cuore marcio della macchina giudiziaria. 

Il dramma della giustizia italiana non comincia infatti dalla disputa, pure importante, sulla geografia costituzionale delle funzioni requirenti e giudicanti.

Il dramma comincia molto prima, e molto più in basso, nella concretezza brutale dei fascicoli che si accumulano, delle udienze che slittano, delle cancellerie esauste, del personale che manca, degli uffici costretti a sopravvivere più che a funzionare.

Le stesse fonti ufficiali dello Stato continuano a parlare di obiettivi PNRR costruiti sulla necessità di ridurre drasticamente i tempi del processo civile e penale e di smaltire arretrati enormi.

Quando un sistema istituzionale deve porsi come obiettivo nazionale una riduzione del 40 per cento del disposition time nel civile e del 25 per cento nel penale, significa che il problema non è una crepa, ma una frattura strutturale. 

E allora bisogna avere il coraggio di dirlo con chiarezza, senza cerimoniali, senza ipocrisie, senza quel linguaggio ovattato con cui in Italia si prova sempre a non disturbare il colpevole vero.

La giustizia italiana soffre anzitutto di una impreparazione di fondo della propria struttura. Non parlo della dignità dei magistrati o dell’impegno quotidiano di chi lavora nei tribunali, che spesso fanno miracoli in condizioni indegne.

Parlo della struttura, della macchina, dell’organizzazione, del metodo, della capacità dello Stato di costruire un sistema coerente, adeguato, stabile, moderno.

Le relazioni dell’anno giudiziario 2026, in più distretti, tornano a denunciare carenze di organico, scoperture persistenti, personale amministrativo insufficiente, precarietà del supporto organizzativo e difficoltà a stabilizzare le risorse dell’Ufficio per il processo.

Questo non è dettaglio amministrativo. È il centro della questione. Una giustizia senza spina dorsale organizzativa non diventa giusta perché le si cambia la facciata costituzionale. 

Il referendum promette cambiamento, ma il cambiamento autentico non si misura dal numero degli slogan pronunciati in televisione.

Si misura dal numero delle cause che escono in tempo ragionevole.

Si misura dalla capacità di ascoltare le persone, di ricostruire i fatti, di decidere senza trascinare cittadini, imprese e famiglie in una palude che dura anni. Si misura dal rapporto fra domanda di giustizia e capacità del sistema di assorbirla.

Si misura dall’efficienza delle cancellerie, dalla qualità dei registri, dall’adeguatezza degli organici, dalla formazione tecnica, dalla tenuta delle udienze, dalla chiarezza dei riti. Il resto, spesso, è teatro.

La saturazione della giustizia italiana è divenuta una condizione quasi naturale, come se dovessimo rassegnarci all’idea che un processo debba essere lungo per definizione e faticoso per vocazione.

Ma non c’è nulla di naturale in tutto questo.

È il prodotto di decenni di rinvii, toppe, riforme parziali, interventi episodici, soluzioni propagandistiche. È il prodotto di una politica che ha trattato la giustizia come terreno simbolico, buono per la battaglia ideologica, e raramente come infrastruttura essenziale della democrazia.

Così si è finiti per scambiare il dibattito sulla giustizia con il dibattito sui magistrati, la riforma con la rappresaglia, l’assetto costituzionale con il funzionamento quotidiano.

Ed è proprio qui l’inganno. Perché i cittadini non soffrono il sistema giudiziario in astratto. Lo soffrono quando aspettano. Lo soffrono quando pagano. Lo soffrono quando non capiscono.

Lo soffrono quando la risposta arriva tardi, male o solo sulla carta.

I numeri ufficiali degli uffici giudiziari sono, da questo punto di vista, impietosi. In una relazione dell’anno giudiziario 2026, la Corte d’Appello di Bologna registra una durata media dei procedimenti definiti di 805 giorni e afferma che il 42 per cento dei procedimenti è stato definito oltre il termine ragionevole stabilito dalla legge Pinto.

In altre sedi, pure in presenza di miglioramenti, i tempi restano comunque enormi, con centinaia di giorni necessari già nei gradi ordinari di giudizio.

È questa la vera emergenza nazionale, non la coreografia di una contesa in cui si chiede al cittadino di schierarsi su un pezzo della macchina, mentre l’intero motore continua a tossire, a incepparsi, a fermarsi.

C’è poi un aspetto ancora più grave, e quasi mai detto fino in fondo.

La giustizia italiana sta lentamente scivolando verso una deriva di deresponsabilizzazione cognitiva, una giustizia che si sente più a suo agio nel fascicolo che nella realtà viva, più comoda nella nota scritta che nel confronto vero, più rassicurata dalla procedura che inquietata dalla sostanza.

Le stesse relazioni ufficiali registrano il consolidarsi della trattazione cartolare nel settore civile, nata in emergenza e poi istituzionalizzata.

Ora, nessuno nega che la scrittura processuale abbia una funzione essenziale. Ma quando la giustizia smette di guardare, ascoltare, interrogare, valutare direttamente, e si rifugia sempre più nella liturgia documentale, il rischio è evidente.

Il processo non è una pratica notarile. È un luogo di accertamento, di contraddittorio, di interpretazione del reale. Se lo si riduce a catena di deposito, lettura e smistamento, si spegne la carne viva della giurisdizione.

È qui che il referendum mostra tutta la sua insufficienza politica e culturale.

Non perché sia inutile in assoluto, ma perché viene venduto come se fosse la svolta, mentre al massimo è una leva parziale, limitata, laterale.

Può piacere o non piacere la separazione delle carriere. La si può considerare una garanzia di imparzialità o un rischio di irrigidimento.

La si può difendere come modernizzazione o contestare come sbilanciamento. Ma in nessun caso essa sostituisce la riforma vera, quella che chiede investimenti stabili, personale formato, digitalizzazione intelligente, semplificazione dei riti, chiarezza delle competenze, razionalizzazione dei flussi, criteri di priorità trasparenti, responsabilità organizzativa seria.

In nessun caso essa risolve da sola la saturazione patologica degli uffici. In nessun caso accorcia magicamente processi che oggi divorano anni di vita.

Il punto allora non è dire sì o no per partito preso. Il punto è smascherare la favola secondo cui la giustizia italiana starebbe male soprattutto perché i suoi vertici istituzionali sono disegnati in un certo modo.

No. La giustizia italiana sta male perché è stata lasciata marcire nell’inadeguatezza quotidiana, sta male perché troppi uffici lavorano con personale insufficiente e con un equilibrio sempre precario.

Sta male perché il giudizio è diventato troppo lungo, troppo costoso, troppo remoto dalla persona concreta.

Sta male perché la macchina è stata caricata oltre misura e contemporaneamente privata, per anni, della manutenzione essenziale.

Sta male perché la politica preferisce il gesto identitario alla bonifica profonda.

Ed è qui che occorre essere durissimi.

Perché raccontare agli italiani che la salvezza della giustizia passa quasi interamente da questo referendum significa alimentare un’illusione.

Significa dare al popolo una pagliuzza da fissare, un piccolo frammento polemico da sventolare, mentre la trave resta lì, enorme, visibile, scandalosa.

La trave è una giustizia spesso lenta oltre il tollerabile. La trave è una struttura che ancora fatica a reggere il proprio carico.

La trave è l’eccesso di arretrato. La trave è l’insufficienza amministrativa.

La trave è una cultura processuale che troppe volte si compiace dell’adempimento formale e dimentica la verità sostanziale dei casi.

La trave è uno Stato che pretende fiducia ma troppo spesso restituisce ritardo.

Betapress non ha il dovere di accarezzare le comode narrazioni.

Ha il dovere di chiamare le cose con il loro nome. E il nome giusto, oggi, non è rifondazione della giustizia. Il nome giusto è diversivo riformista.

Un diversivo forse animato da intenzioni sincere, ma pur sempre un diversivo, se non sarà accompagnato da una ricostruzione radicale della macchina giudiziaria italiana.

Perché una democrazia non si misura da quanto rumorosamente promette di punire i propri difetti, ma da quanto seriamente sa correggerli.

E la giustizia italiana, prima ancora di essere ridisegnata, deve essere resa capace di funzionare.

Altrimenti avremo ancora una volta il solito capolavoro nazionale.

Una grande battaglia ideologica celebrata come rivoluzione, e intanto cittadini, imprese, famiglie, imputati, vittime, lavoratori e professionisti continueranno a consumarsi nell’attesa.

E allora sì, avremo cambiato qualcosa.

Ma avremo cambiato soprattutto il titolo del problema, lasciandone intatto il contenuto.

 

Autore

  • Direttore responsabile Betapress.it

    Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.


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