Settembre 10, 2026
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Antoni Gaudí e la sua strana morte

 

Quest’anno ricorre il centenario della scomparsa di Antoni Gaudí, genio visionario del modernismo catalano, che ha plasmato Barcellona in un susseguirsi di curve sinuose e forme organiche, così singolari da incidere in modo indelebile sullo skyline della capitale catalana. Molte delle sue opere, oggi riconosciute Patrimonio dell’UNESCO, continuano a pulsare di una vitalità armonica, ispirando generazioni a concepire l’architettura come un organismo vivo, un intreccio di fede, natura e genio creativo senza compromessi.

A suggellare questo anniversario giunge inoltre il compimento dell’interminabile cantiere della Sagrada Família, avviato nel 1882 sotto la direzione di Francesc de Paula Villar e affidato già l’anno successivo al giovane Gaudí: un talento capace di fondere modernismo e neogotico, dando forma a quel progetto straordinario che oggi si impone come una delle più alte espressioni dell’architettura universale.

 

Era il 7 giugno 1926 quando, uscito dall’interno del laboratorio del cantiere della Sagrada Família dove viveva da circa un anno, Gaudí si diresse in direzione della città vecchia verso la chiesa di San Felipe Neri. Assorto nei suoi pensieri, come spesso gli accadeva, attraversò senza guardare la Gran Via de les Corts Catalanes mentre sopraggiungeva lentamente il tram della linea 30 che lo investì ferendolo. I primi soccorritori trovarono nelle sue tasche solo un rosario, i Vangeli e un mazzo di chiavi, ma nessun documento. Indossava vestiti logori e aveva la barba incolta, perciò pensarono si trattasse di un povero mendicante e temendo che non potesse pagare anche i tassisti si rifiutarono di trasportarlo laddove avrebbero potuto prestargli cure. Così venne abbandonato sul marciapiede dove perse conoscenza. Solo molte ore dopo alcune anime caritatevoli lo portarono ad un ospedale che aveva un’area dedicata ai derelitti.

 

Fu ricoverato all’Hospital de la Santa Creu i Sant Pau, un altro straordinario patrimonio architettonico UNESCO della capitale catalana. Progettato dal suo amico Lluís Domènech i Montaner, mancato tre anni prima, dista solo poche centinaia di metri dalla Sagrada Familia.

Tra febbraio e marzo di quest’anno, a completamento dei lavori della cattedrale, come ultima operazione strutturale è stata posata la Santa Creu sulla Torre di Gesù, rendendola la chiesa più alta del mondo. Alta precisamente 172,5 metri ma “umile davanti alla collina divina”, testimoniando la sua devozione degli ultimi anni. Gaudí scelse infatti quella quota nell’idea mistica che l’uomo non possa superare ciò che Dio ha creato, riferendosi alla collina del Montjuïc, quel promontorio che separa la parte sud di Barcellona dal mare, che secondo le misurazioni del tempo aveva una altitudine di 173 metri.

Santa Creu… un eco con corsi e ricorsi che s’intrecciano e si completano lungo un secolo immaginario denso di avvenimenti.

Ma torniamo a cent’anni fa. Fu solo il giorno successivo che tal Gil Parés, il cappellano della costruenda Sagrada Família, riconobbe tra i feriti il grande architetto modernista.

Antoni Gaudí rifiutò di farsi curare privatamente e volle rimanere nel letto tra i poveri. Si spense il 10 giugno, dopo un’agonia di tre giorni, all’età di 74 anni.

E pensare che solo pochi giorni prima aveva potuto ammirare il completamento della prima delle torri laterali che aveva progettato per la Sagrada Família.

Era stato un uomo stimato, agiato e rispettato. Barcellona si fermò per l’evento, con una grandissima folla che accompagnò il feretro lungo le strade fino alla cripta della basilica in costruzione dove si celebrò il funerale e nella quale venne sepolto.

Nato il 25 giugno 1852 a Reus, in Catalogna, da una famiglia di artigiani, calderai, abituati a plasmare il metallo con pazienza e precisione, Gaudí era cresciuto in un ambiente dove il lavoro manuale e il senso della materia erano parte della vita quotidiana. Fin da giovane fu segnato da una salute fragile: i dolori reumatici lo costrinsero spesso all’isolamento, impedendogli una vita fisicamente attiva ma, allo stesso tempo, spingendolo a osservare con attenzione profonda la natura che lo circondava. In quelle lunghe ore di contemplazione nacque il suo sguardo unico.

Per Antoni la natura non era solo bellezza, ma struttura, logica e perfezione.

Nei primi anni della sua carriera, Antoni seppe subito conquistare l’attenzione e la fiducia dei grandi mecenati catalani, grazie a un linguaggio architettonico completamente nuovo, originale e universale capace di sorprendere e affascinare. Tra questi mecenati, fu decisivo l’incontro con Eusebi Güell un industriale particolarmente illuminato che riconobbe subito il suo talento visionario e gli offrì la possibilità di esprimersi senza limiti.

A ben guardare, tutte le opere che progetterà e realizzerà in tutta la sua vita, per quanto straordinarie, sembrano preparare il terreno per ciò che sarà il vero centro della vita di Gaudí: la Sagrada Família. Dal 1883 fino alla morte, Antoni si dedicò quasi esclusivamente a questa basilica, trasformandola in una missione spirituale oltre che artistica.

La Sagrada Família è molto più di un edificio: è una sintesi della sua visione del mondo. Le facciate raccontano, come immense sculture, la nascita e la passione di Cristo, mentre l’interno sorprende con colonne che si ramificano come alberi, creando l’impressione di trovarsi in una foresta sacra. La luce, filtrando attraverso le vetrate colorate, cambia continuamente, generando un’atmosfera ipnotica e contemplativa.

Talvolta forse eccessiva nell’incrostazione dei suoi mille simbolismi. Laddove, tuttavia, nel suo eccesso si manifestano un rigore e una passione che non possono passare inosservati, nemmeno a chi, come il sottoscritto, pur prediligendo il minimalismo riconosce come neppure quest’ultimo potrebbe sussistere senza l’apporto creativo di menti straordinarie quali quella di Gaudí.

In quest’opera incompiuta, e forse proprio per questo ancora più potente, Antoni riversò tutta la sua fede, la sua conoscenza della natura e il suo genio creativo. La Sagrada Família resta così il culmine eterno del suo percorso: un luogo dove architettura, spiritualità e immaginazione si incontrano, continuando ancora oggi a stupire il mondo.

Gaudí non fu semplicemente un talentuoso architetto, ma un ingegnere strutturista geniale, oltre che un profondo conoscitore della fisica. Mediante il sistema delle catenarie, catene sospese secondo configurazioni tali da descrivere fisicamente archi perfettamente autoportanti, comprese già in giovane età come progettare edifici in muratura di notevole altezza. Nel 1908 progettò l’Hotel Attraction in stile Art Nouveau per Manhattan la cui sommità avrebbe sfiorato i 360 metri rendendolo all’epoca in assoluto uno degli edifici più alti al mondo. Non venne mai realizzato.

L’esistenza di Antoni Gaudí, intrisa di fervore religioso e di un’intensa, quasi mistica passione per la natura, ha dato origine a un’eredità architettonica unica, capace di affascinare e disorientare al tempo stesso, come un sogno febbrile trasformato in pietra, ceramica e luce. Non fu semplicemente un progettista ma un interprete visionario del mondo naturale, un uomo che seppe leggere nelle forme della terra, delle piante e degli animali un linguaggio divino da tradurre in architettura.

Un genio universale.

 

Autore

  • Direttore di un Centro Studi , ha iniziato come ricercatore e poi come responsabile di laboratori sui materiali da costruzione fondando poi una propria azienda sui materiali da restauro. Ha collaborato sia come docente che come responsabile di progetto per organismi internazionali di livello europeo e mondiale. Ha vissuto dieci anni in Spagna a Barcellona. “Umanista della complessità” si interessa di tutti gli argomenti che attengono sia all’evoluzione dell’individuo che della società.

     

     

     

    Collaboratore esterno


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