L’aquila e la notifica: Prometeo nell’era dell’“always on”
Dalla ‘Società della stanchezza” alla perdita della coscienza del tempo: la crisi dell’homo performans.
Alle 22:47 la casa è finalmente silenziosa. La giornata ha smesso di correre, almeno nei gesti: la tazza nel lavandino, la luce del corridoio dimezzata, il letto che promette tregua. Eppure non è tregua: è solo una soglia. La varchi e ti porti dietro l’ufficio, in tasca. Vibra il telefono: “Hai un attimo?”. Non è un’emergenza, non c’è sangue, non c’è sirena. C’è un rituale più sottile: quello della disponibilità permanente. Rispondi “al volo”, perché non vuoi passare per quello complicato, perché ci tieni a mostrarti disponibile. E nel frattempo, ti racconti che sei libero. Ma la libertà, quando arriva in forma di notifica, spesso è una catena lucida. E mentre rimandi ancora una volta il momento in cui ti riappropri dello spazio silenzioso che si annida dietro gli occhi, sottostai al sentimento che impera nel nostro tempo: quello della stanchezza.
Oggi la stanchezza prende il nome che la medicina pubblica le ha riconosciuto come fenomeno sanitario: l’OMS definisce il burnout come una sindrome legata a stress lavorativo cronico non gestito, con esaurimento, distanza mentale/negativismo verso il lavoro e ridotta efficacia professionale; e sottolinea che è un fenomeno occupazionale, non un’etichetta buona per tutto. La portata del fenomeno ha una scala vastissima, e l’avvento dell’ecosistema digitale totale in cui siamo inseriti ha accelerato esponenzialmente dinamiche germogliate già in precedenza. In particolare, la dimensione cronica, ripetitiva, seriale del fenomeno, viene sottolineata come strutturale ad esso, e non casuale.
La macchina emotiva: quando l’attenzione è una risorsa estraibile
In Italia, lo smart working è regolato anche tramite accordo scritto: l’art. 19 della L. 81/2017 prevede che l’accordo individui tempi di riposo e misure tecniche/organizzative necessarie a garantire la disconnessione dalle strumentazioni tecnologiche di lavoro. In Francia, il “right to disconnect” è entrato nel Codice del lavoro con una riforma del 2016 (con effetti dal 2017), e riguarda il diritto a non essere raggiungibili per comunicazioni di lavoro durante il tempo libero. A livello UE, il Digital Services Act introduce tra l’altro: opzioni di feed non personalizzati sulle grandi piattaforme, divieto di dark patterns (design ingannevoli), e obblighi più stringenti per piattaforme oltre la soglia di 45 milioni di utenti mensili in UE, incluse misure su rischi sistemici che toccano anche benessere fisico e mentale.
A prescindere dalle specificità normative, questi interventi sono segnali di un dato significativo: stiamo finalmente iniziando a trattare attenzione e disconnessione non come capricci individuali, ma come beni pubblici fragili. Eppure il punto vero resta: se l’incentivo economico e culturale premia l’“always on”, la norma rischia di diventare una postilla.
Nel frattempo, i numeri ci dicono che il lavoro globale è in una zona di attrito: Gallup ad esempio riporta un calo dell’engagement globale nel 2024 (dal 23% al 21%), con un costo economico stimato in produttività; e segnala anche un calo dell’engagement dei manager. E l’OCSE ricorda che la salute mentale ha un impatto economico e sociale pesantissimo: le stime sui costi della “mental ill-health” in Europa superano il 4% del PIL (in stime relative al 2015).
Anche solo attraverso la lente di questi pochi dati, la domanda diventa inevitabile: se la stanchezza costa così tanto, perché continuiamo a produrla?
Perché la stanchezza, dentro certi modelli organizzativi e piattaforme, è una risorsa funzionale ai nuovi modelli di potere: riduce conflitto (chi è stanco protesta meno), riduce immaginazione (chi è stanco inventa meno), aumenta dipendenza (chi è stanco cerca scorciatoie), e alimenta mercati collaterali (coaching, wellness, “gestione del tempo”, integratori dell’attenzione). La ferita genera la cura in vendita. È un ciclo perfetto. Quasi elegante, nella sua disumanità.
KPI, piattaforme, e la religione del “sempre”
Qui entra in scena la sovrastruttura — quella fatta di incentivi, procedure, linguaggi, metriche, e di una retorica che non dice mai “ti costringo”, ma “ti valorizzo”. Il mondo del lavoro contemporaneo ha imparato un’arte raffinata: trasformare l’indisponibilità in colpa. Se non rispondi, sei poco collaborativo; se spegni, non sei “team”; se metti un limite, hai un problema di mindset, se alla quattordicesima ora di lavoro in un giorno provi a disconnetterti per cinque minuti, ti dicono che devi lavorare di più sulla tua mindfulness.
Non serve nemmeno che qualcuno ci ordini di restare connessi. Basta che l’organizzazione misuri tutto: tempo di risposta, presenza online, performance “tracciabili”. E quando la misurazione diventa ossessione, nasce il bisogno di sorveglianza digitale: strumenti che monitorano attività, produttività, spostamenti, fino ai comportamenti minimi. Il GAO (U.S. Government Accountability Office) ammette come questi strumenti — spesso chiamati “bossware” — possano mettere i lavoratori “sotto microscopio”, aumentando stress e ansia, danneggiando morale e fiducia, e persino incentivando comportamenti di “gaming” del sistema (fare cose inutili solo per raggiungere un indicatore). Non è “cattiveria”: è economia morale del controllo: se paghiamo per un output, vogliamo la rassicurazione del controllo; se temiamo che il lavoro remoto sia una perdita di potere, aumentiamo la misura; se aumentiamo la misura, eleviamo la soglia dell’ansia; se aumenta l’ansia, incrementiamo l’adesione “per paura di restare indietro”. È un circolo che si auto-legittima, vizioso per l’individuo, apparentemente virtuoso per i potere ai vertici.
E qui diventa utile la narratologia : perché la sovrastruttura del potere, da sempre, non si regge solo su strumenti, ma – soprattutto – su storie. La storia che ci vendono è quasi sempre la stessa: se ti ottimizzi, vinci; se non vinci, non ti sei ottimizzato abbastanza. È l’epica dell’eroe solitario che scala la montagna — con una differenza: la montagna si sposta ogni notte. E se cadiamo, la colpa è comunque nostra. Così la sofferenza diventa un fatto privato, e il sistema resta intatto. La stanchezza non è più un prodotto di risulta, uno scarto del sistema: è elemento strutturale, carburante dell’auto-controllo, sublimazione del dominio della tecnica.
La “Società della stanchezza”
Sarebbe stato facile bollare il capolavoro di Byung-Chul Han, la “Società della stanchezza” (The Burnout Society, Stanford University Press, 2015) come l’ennesima predica sullo stress da parte dell’élite intellettuale più o meno sinistrorsa o indolente nei confronti della “contemporaneità”. Eppure, a rileggerlo oggi, a distanza di dieci anni dalla sua pubblicazione, ci si rende conto che il filosofo coreano fa qualcosa di più scomodo: sposta il baricentro del discorso.
Byung-Chul Han in sostanza afferma che non viviamo più (soltanto) nella vecchia “società disciplinare” fatta di divieti, di mura e di istituzioni che separano normalità e devianza, quella per capirci che è durata, sostanzialmente immutata per secoli, fino al secondo dopoguerra del secolo scorso. Oggi viviamo in una società della prestazione in cui la parola d’ordine non è “non puoi”, ma “puoi sempre”; da qui a “devi sempre” il passo è più breve di quanto pensiamo. Quando il verbo dominante diventa illimitatamente “I can”, “io posso”, la coercizione cambia maschera: smette di essere soltanto esterna e diventa interna. Lo sforzo totalitarista di orwelliana memoria diventa più sottile, più insidioso: il potere eteronomo consegue un risultato inedito, per scala e profondità, nella storia dell’umanità, che avrebbe fatto impallidire persino i grandi dittatori del secolo scorso. Ora il soggetto non è più solo obbediente: si occupa direttamente della sua coercizione, dall’interno. Diventa, secondo una locuzione oggi molto trendy, “imprenditore di se stesso”.
Vigilanza cognitiva e pienezza percettiva: il tempo senza notifiche.
Han insiste su un punto cruciale: l’eccesso di positività non è solo morale; è cognitivo. Un eccesso di stimoli, informazioni, impulsi frantuma la struttura dell’attenzione. Il multitasking, che raccontiamo come modernità brillante, viene descritto come regressione: una vigilanza diffusa simile a quella di un animale in allerta continua. Se vivi così, non riposi mai davvero. Perché riposare non è solo fermare il corpo: è dare al cervello la possibilità di un’attenzione profonda, di un tempo non frammentato. Ma quando l’ambiente ti allena all’iper-attenzione, perdi tolleranza per il vuoto. Il “tempo morto” diventa intollerabile. E allora lo riempi. Con scroll, con feed, con micro-compiti.
La riflessione di Han mi ha riportato ad un un concetto estetico e filosofico fondamentale, nella cultura giapponese, di matrice buddista: il mujokan (無常観), che descrive la profonda consapevolezza o “senso di impermanenza” (無常 mujō) di tutte le cose, riconoscendo che la vita, la natura e le creazioni umane sono transitorie, fugaci e in continuo cambiamento. È l’accettazione contemplativa del cambiamento e del decadimento, che evidenzia il pathos dell’esistenza (mono no aware) e trova significato nei momenti più fugaci, favorendo un profondo apprezzamento per la bellezza nella sua stessa effimerità, come i fiori di ciliegio. Il mujokan evoca una contraddizione apparente: solo riconoscendo che niente dura per sempre, è possibile percepire la pienezza del tempo, un livello superiore di consapevolezza fondato sul senso di transitorietà, la sensazione netta che tutto — stagioni, persone, oggetti, la vita stessa — sia temporaneo.
Inutile dire come il potere tecnocratico odierno non possa in alcun modo tollerare un simile tipo di sensibilità, ne risentirebbero i consumi e quindi il mercato. L’“homo contemplativus” è in effetti un pessimo acquirente, non si aggiorna perché – guai anche solo a dirlo ad alta voce – non segue le notifiche.
Nel suo libro, Han cita Walter Benjamin e parla della scomparsa di un dono, fortemente collegato con questo tipo di sensibilità: il dono dell’ascolto, che richiede tempo, quiete, attenzione contemplativa. Qui il punto non è nostalgico. È neuro-sociale: una società che non ascolta è una società che si polarizza più facilmente, perché reagisce più di quanto comprenda. E quando si reagisce, si cerca un capro espiatorio: “i giovani non hanno voglia”, “i dipendenti sono viziati”, “i politici sono incapaci”, “le piattaforme sono il male assoluto”. Tutto utile per litigare, poco utile per cambiare architetture.
Prometeo e il divano: l’aquila che siamo diventati
The Burnout Society smette oggi di essere un libro e diventa uno specchio. Perché, se la coercizione è interna, non ha bisogno di guardie. Non ha bisogno di un nemico visibile. Non ha bisogno neppure di un padrone riconoscibile. Ha bisogno di una cosa sola: che tu creda che la pressione sia un tuo progetto. Che il peso sia una tua scelta. Che l’aquila che ti divora il fegato sia la tua “motivazione”.
I greci antichi sapevano dare forma narrativa alle ripetizioni più e meglio di noi. Prometeo ruba il fuoco e viene punito: incatenato, un’aquila gli divora il fegato; la notte il fegato ricresce; il giorno dopo si ricomincia. Non è un castigo “una tantum”: è un ciclo che sembra anticipare di quasi duemila anni la ricorsività dell’orrore delle bolge dantesche.
Nel mito classico l’aquila è esterna. Nella versione contemporanea — e qui Han è feroce — l’aquila siamo ormai noi stessi. È la parte di noi che internalizza la richiesta, che non sa dire basta, che scambia l’ansia per ambizione. Prometeo non è più l’eroe che sfida Zeus; è il professionista che risponde alle 22:47 perché “così dimostro affidabilità”. Il fuoco non è più il dono alla comunità: è la luce dello schermo, firmamento di pixel che guida il viandante nella notte, attraverso un pellegrinaggio nervoso scandito da clic, views, slides.
Oggi Prometeo non è più su una roccia: è su un divano. L’aquila non arriva dal cielo: vibra in tasca. Il fegato non ricresce: si ricarica al 12% e poi si consuma di nuovo. La tragedia non è la fatica. È la convinzione che non esista alternativa. Di più: è la perdita del senso del tempo, del tempo “metafisico” delle nostre vite. La performance non ammette esitazioni né tantomeno disconnessione.
Dal veleno all’antidoto
Non esistono mai vie d’uscita “facili” da problemi complessi. Ma l’acquiescenza è altresì ricetta sicura per l’assenza di una soluzione, è resa. Di seguito si propongono alcune riflessioni critiche, in forma di obiettivi programmatici ma senza alcuna pretesa di completezza, per dare vita a possibili “iniziative di contrasto” alle dinamiche che sanciscono proprio la “società della stanchezza”. L’efficacia di questi obiettivi è tutt’altro che scontata. Le tesi, come sempre, devono essere provate sul campo.
- Ridare forma al limite (individuale, etico e non moralistico)
Non “detox” puritani ma rituali di soglia: sancire momenti in cui il lavoro non possa colonizzare l’intimità. Il punto non è spegnere: è tornare a scegliere. Anche poco. Anche male. Ma scegliere. - Cambiare le metriche organizzative e di performance
Se misuriamo solo la reattività, otteniamo un incremento dell’ansia e generiamo l’effetto opposto a quello sperato dal controllo qualità: il calo della performance. Se misuriamo solo la presenza, ottieniamo teatro. Serve una cultura che premi il lavoro finito, non quello infinito: risultati, qualità, e — soprattutto — progettazione dei carichi. La “disconnessione” non è un bonus: è igiene del sistema. Dobbiamo puntare ad un ecosistema del lavoro che passi dalla supremazia dell’adempimento al valore del risultato. - Esigere il rispetto delle regole nelle architetture istituzionali
Le norme sulla disconnessione sono importanti, ma devono diventare praticabili: non devono rimanere solo diritti scritti, ma meccanismi (fasce, procedure, tutela concreta). Come afferma il Digital Service Act in Europa, sul fronte digitale in particolare occorre far rispettare divieti e obblighi relativi a design ingannevoli e alla profilazione. Non è moralismo: è manutenzione democratica. La privacy non può ridursi ad un orpello della compliance: è un elemento costitutivo per la tutela dell’identità individuale e collettiva. - Ricostruire “comunità di ascolto” (culturale)
Han parla della perdita del dono dell’ascolto. Questa non è poesia: è infrastruttura sociale. Spazi (anche minimi) in cui si parla senza performare, senza vendere, senza misurare. Dove la stanchezza non è vergogna, ma segnale. E dove il conflitto non diventa immediatamente insulto. Se perdiamo definitivamente la nostra capacità di ascolto, perdiamo anche la nostra capacità di essere cittadini, ci trasformiamo in meri consumatori. Senza ascolto, non c’è civitas, cittadinanza: solo consumo.
In chiusura
Stiamo ignorando, o per lo meno sottovalutando, quanto la stanchezza sia sostanzialmente un acceleratore di obbedienza: non perché qualcuno ci comandi, ma perché in stato di affaticamento la mente sceglie scorciatoie, si aggrappa a slogan, si rifugia in tribù, rinuncia al dubbio. Soprattutto, è più incline al consumo. E allora la domanda non è “come faccio a essere più produttivo?” ma: a chi conviene che io scambi produttività per dignità? Siamo sicuri che la nostra idea di successo non sia, in realtà, una forma elegante di servitù?
Da sempre, Prometeo non chiede pietà. Chiede una cosa più difficile: che qualcuno interrompa il ciclo. Oggi il ciclo non si interrompe con un hashtag o scaricando una nuova app. Si interrompe spostando incentivi, linguaggi, e abitudini collettive. Si interrompe smettendo di chiamare “libertà” ciò che forse è solo reperibilità. Il ciclo si interrompe recuperando il senso di comunità e quello di relazione, che presuppongono la capacità di ascolto.
Punti d’azione (per andare oltre la riflessione)
- Qual è il nostro “confine” concreto che oggi non esiste più (orario, spazio, attenzione, corpo)?
- Quali metriche ci stanno governando? Ne siamo consapevoli? Chi le ha scelte?
- Dove, nella nostra vita, la libertà coincide con la costrizione?
- Quale micro-regola potrebbe cambiare davvero il nostro sistema (non solo il nostro umore)?
- Chi potremmo coinvolgere, domani, per trasformare un problema privato in una conversazione pubblica?
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