Le parole, quando si possiedono, rendono liberi!

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Nella società di oggi, si parla e si scrive tanto e di più rispetto a ieri.
Tra scrittura e voce, fiumi di parole, in quantità veramente incalcolabili, vengono pronunciate o scritte.
Libri, giornali, intrattenimento web o altro in cui tutti usiamo le parole, lasciando veramente pochi i momenti in cui regna il silenzio.

L’accelerazione dei tempi cui siamo tutti coinvolti e che lascia poco tempo alla riflessione, ha aumentato drasticamente il numero delle parole utilizzate, al punto che in alcuni social, pur di velocizzare ulteriormente il tempo, si utilizzano sistemi che accelerano la velocità di riproduzione dei così detti messaggi vocali.
Ma siamo sicuri che poi tutti comprendono ciò che si vuol dire?
Ancora, parole che hanno lingue diverse, suoni diversi, pur avendo significati simili.

Ma l’essere simili non vuol dire uguali, e tante volte bisogna conoscerne il reale significato per potersi comprendere efficacemente.
Se a questo poi aggiungiamo le abbreviazioni, le semplificazioni e le interpretazioni personali, gli acronimi e quant’altro, ecco che pur parando tantissimo ci si comprende pochissimo.
Questo è ciò che avviene al giorno d’oggi.
Abbiamo perduto la conoscenza del significato delle parole, la loro etimologia, che studia l’origine e l’evoluzione della parole, analizzandone le radici.
Se poi a questo, pur avendo perduto i dialetti locali, che davano ad ogni parola un significato preciso, aggiungiamo l’introduzione delle lingue, Inglese, Francese, Tedesco ecc. ci accorgiamo che la confusione regna sovrana, e il capirsi assai difficile, con tutte le conseguenze del caso.
Come non ricordare ciò che viene descritto nella Bibbia a proposito della Torre di Babele, per chi lo ha studiato o quanto mai letto.
Ma per chi non ricorda quei passi della Bibbia, ricorderà certamente quel simpatico gioco, “Il telefono” che da piccoli si era soliti fare, giusto per trascorrere piacevolmente il tempo quando si era in tanti.
Si scriveva una frase e si trasmetteva parola per parola, passandola l’un con l’altro, sussurrato all’orecchio, fino alla fine della filiera. L’ultimo doveva trascrivere ciò che aveva sentito, fino a completare tutte le parole che avevano composto la frase iniziale.

Giammai la frase iniziale corrispondeva a ciò che arrivava alla fine, suscitando ilarità sulle “castronerie” che venivano composte da una trasmissione a dir poco approssimativa….
Ma se quello era un gioco, assai diverso è nella realtà quando non conoscendo il significato delle parole, l’utilizzo improprio provoca gravi confusioni.
Fenomeno sempre più diffuso.

Ettore

le parole rendono liberi

Autori

  • Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.

  • Giornalista pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti, Ettore Lembo è una voce autorevole nell’ambito dell’attualità, della politica, della storia e della geopolitica. Con un percorso ricco di esperienze come editorialista, opinionista e moderatore di convegni, ha diretto la testata indipendente Betapress e collaborato con numerose realtà giornalistiche tra cui “La Notizia.net” e “Ettore Lembo News”. Ha ricevuto importanti riconoscimenti giornalistici, come il Premio “Le Voci della Libertà – Omaggio a Oriana Fallaci” (2025), il Premio “Ciao Federico” (2022) e il Premio Internazionale “Angeli di Luce” (2019).

Nelle redazioni vere, prima ancora che nelle scuole e nelle famiglie, si capisce una cosa con una chiarezza quasi brutale: le parole non sono un abbellimento, sono un’infrastruttura.

Non stanno “sopra” il pensiero come una vernice elegante, stanno “dentro” il pensiero come le travi portanti di una casa.

Chi possiede poche parole non è soltanto meno brillante quando parla o scrive, è più fragile quando deve capire, scegliere, dissentire, immaginare.

Perché il pensiero, nella sua parte più alta e insieme più quotidiana, cresce nel perimetro del lessico disponibile.

Se non ho il termine per nominare una sfumatura, è facile che quella sfumatura resti invisibile anche a me stesso.

Se non so distinguere tra “fastidio” e “rancore”, tra “timore” e “terrore”, tra “delusione” e “disillusione”, rischio di vivere tutto come un’unica massa emotiva indistinta.

E quando la realtà diventa indistinta, diventa anche manipolabile.

È qui che il tema smette di essere scolastico e diventa civile.

Un giovane che non ha un set di parole forti, precise, diverse tra loro per tono e campo semantico, è più esposto alla semplificazione.

Non perché sia meno intelligente, ma perché gli mancano gli attrezzi.

È come chiedere a qualcuno di fare un intervento di manutenzione con un solo cacciavite.

Può anche riuscirci, ma farà fatica, si ferirà, si stancherà, e soprattutto non potrà scegliere il gesto migliore.

Le parole sono il kit di strumenti dell’autonomia.

Non basta “dire”, bisogna poter dire bene, dire giusto, dire fino in fondo.

Il problema, oggi, non è che i giovani non comunichino, al contrario, comunicano moltissimo.

Il problema è che una parte della comunicazione dominante, quella che passa per i social e per la velocità del feed, favorisce un linguaggio a bassa definizione.

Una lingua che funziona come un segnale rapido, non come un’analisi.

Il contenuto deve essere immediato, reattivo, spesso polarizzato.

L’algoritmo premia la frase corta, l’espressione ripetibile, l’etichetta.

E in questo ecosistema, le emoji diventano il simbolo perfetto.

Non perché siano “cattive”, o perché l’immagine sia nemica della cultura.

Il punto è un altro.

L’emoji è un surrogato emotivo che spesso sostituisce la fatica della nominazione.

Metto una faccina e chiudo la frase.

Metto un fuoco e chiudo il giudizio. Metto un applauso e chiudo la valutazione. È una scorciatoia.

Ogni scorciatoia è utile qualche volta, ma quando diventa lo standard riduce la capacità di articolare.

E la capacità di articolare è, in senso stretto, la capacità di pensare in modo complesso.

C’è una differenza decisiva tra esprimere un’emozione e comprenderla.

Le piattaforme spingono verso la prima, la scuola e la cultura dovrebbero difendere la seconda.

Dire “mi fa schifo” non è la stessa cosa che dire “mi disgusta”, “mi indigna”, “mi rattrista”, “mi inquieta”, “mi spaventa”.

Ognuno di questi verbi chiama in causa una struttura interna diversa, un motivo diverso, una conseguenza diversa.

Scegliere la parola giusta non è pedanteria.

È igiene mentale.

È etica del discorso.

È un modo per non mentire a se stessi.

In questa prospettiva, tornare a parlare di “set di parole importanti” non significa fare moralismo, o predicare un ritorno nostalgico al tema in classe.

Significa riconoscere che la libertà di una persona non è soltanto giuridica o economica. È anche linguistica.

La libertà di pensiero, quella che ci piace evocare nei convegni e nei discorsi pubblici, non vive nel vuoto.

Vive nelle distinzioni.

E le distinzioni le fanno le parole.

Un giovane che non possiede il lessico della complessità rischia di essere prigioniero di dicotomie povere: bello o brutto, top o flop, giusto o sbagliato, amico o nemico.

Il mondo, però, non è fatto così.

E quando la lingua diventa binaria, anche il giudizio diventa binario.

A quel punto la democrazia si logora, perché la democrazia ha bisogno di persone capaci di discutere, argomentare, sfumare, concedere e ribattere senza annientare.

Il confronto tra lingue aiuta a capire, con concretezza, che il lessico non è un ornamento ma un sistema di pensiero collettivo.

Il latino e il greco, per esempio, non sono soltanto lingue “morte” da museo. Sono architetture mentali estremamente addestranti.

Il latino, con il suo sistema di casi e con la sua sintassi capace di reggere periodi lunghi e gerarchizzati, obbliga a ragionare sulle relazioni: chi fa cosa, a chi, per quale scopo, con quali condizioni.

È una palestra della struttura.

Il greco, con la sua ricchezza lessicale e con la sua potenza concettuale, è una palestra della precisione e della filosofia.

È difficile attraversare certe pagine greche senza accorgersi che le parole possono essere strumenti di pensiero finissimo, quasi microscopico.

Non è elitismo. È consapevolezza storica.

Quelle lingue hanno generato categorie che ancora oggi organizzano la nostra civiltà, dalla politica alla logica, dalla retorica all’etica.

Il tedesco, poi, è spesso chiamato in causa per un motivo che non va banalizzato.

Non è soltanto la fama di lingua “dura” o “tecnica”.

È la sua capacità di comporre, incastrare, specificare.

La formazione di parole composte permette di costruire concetti con un grado di dettaglio elevato e, in certi contesti, con una precisione quasi ingegneristica.

Questo non significa che il tedesco sia “superiore”, significa che offre una certa predisposizione alla nominazione analitica.

Quando una lingua permette di nominare in modo molto preciso, rende più naturale anche l’atto di distinguere.

E distinguere, ancora una volta, è una forma di libertà.

Non a caso molte tradizioni scientifiche e filosofiche dell’area germanofona hanno fatto un uso intensivo di questa potenza definitoria, costruendo tassonomie concettuali molto fitte.

E l’italiano, in questo quadro, che ruolo ha?

Qui si può dire qualcosa che per Betapress è importante anche come scelta culturale.

È vero che l’italiano, in certi ambiti, non è “preciso” come il tedesco, soprattutto quando si tratta di condensare in una singola parola un concetto complesso e tecnico senza ricorrere a perifrasi.

Ma questa relativa minore compressione non è solo un limite. È anche una possibilità.

L’italiano è una lingua letteraria nel senso forte del termine, una lingua nata e cresciuta attraverso la scrittura, la poesia, il racconto, l’argomentazione, la variazione stilistica.

È una lingua che vive di ritmo, di sfumature, di registri, di immagini, di ironia, di ambiguità controllata.

E proprio per questo, quando è usata bene, rende liberi.

Non perché è vaga, ma perché è capace di far convivere precisione e immaginazione.

L’italiano permette di pensare per figure e per concetti, di persuadere e di analizzare, di raccontare e di definire.

È una lingua che educa alla responsabilità della frase.

Una lingua che, se la si frequenta davvero, insegna che un pensiero non è completo finché non trova una forma adeguata.

Il punto, allora, non è scegliere una lingua contro un’altra, o trasformare il discorso in un campionato.

Il punto è capire che ogni lingua, quando è trattata come un patrimonio vivo, allarga l’orizzonte mentale.

E che la povertà lessicale riduce quell’orizzonte come una stanza che si rimpicciolisce.

Se un giovane sa dire solo “ansia”, non saprà forse riconoscere “apprensione”, “agitazione”, “angoscia”, “trepidazione”, “inquietudine”.

E se non riconosce, non governa.

E se non governa, subisce.

Per questo una redazione che crede nel valore civile dell’informazione deve dire con chiarezza una cosa impopolare.

O si restituisce ai giovani il gusto e la disciplina del vocabolario, oppure continueremo a lamentarci dei loro silenzi, dei loro eccessi, della loro rabbia indistinta, senza vedere che una parte del problema è linguistica.

Non si tratta di imporre parole difficili per sentirsi migliori.

Si tratta di dare parole necessarie per vivere meglio.

La scuola può farlo con percorsi mirati, non come accumulo di definizioni ma come costruzione di competenze.

Le famiglie possono farlo con la pratica semplice della conversazione vera, quella che non finisce in due battute.

I media, se vogliono essere adulti, possono farlo scegliendo di non ridurre tutto a slogan, restituendo profondità alle parole, chiamando le cose con il loro nome, evitando il linguaggio prefabbricato.

Un set di parole importanti non è un elenco da memorizzare.

È una cassetta degli attrezzi per la libertà. È ciò che permette di passare dall’impulso alla scelta, dalla reazione alla riflessione, dal conformismo alla voce propria.

Se oggi molti giovani sembrano limitati non è perché hanno meno valore.

È perché li stiamo lasciando in un ambiente che premia l’immediatezza e penalizza l’articolazione.

E l’articolazione, in una società complessa, è la condizione minima per essere cittadini e non spettatori.

Se vogliamo davvero una generazione capace di pensare, non dobbiamo soltanto parlare “ai giovani”.

Dobbiamo consegnare loro parole che li rendano capaci di parlare al mondo, e soprattutto di parlare a se stessi con verità.

In fondo, la differenza tra una lingua usata come schermo e una lingua usata come strumento è tutta qui.

La prima nasconde.

La seconda apre.

E aprire, oggi, è un atto politico nel senso più nobile del termine.

Eppure noi di Betapress come avete visto andiamo controcorrente, scriviamo articoli usando le parole, forziamo alla lettura anche di articoli lunghi, molto lunghi a volte, non lesiniamo le parole per descrivere il nostro pensiero, vogliamo che i nostri lettori si abituino a leggere molte parole, a comprenderle, a farle proprie, è per noi un atto civico.

Qualcuno non ci leggerà perché scriviamo “troppo”, qualcuno si stancherà di leggere i nostri articoli, abbiamo perso dei lettori? In realtà non ci perdiamo noi… comunque tu che stai leggendo sei arrivato fino a qui, c’è ancora speranza!

Ma noi di Betapress non ci fermiamo qui, noi denunciamo con coraggio chi ha le responsabilità di tutto questo!!!

C’è una responsabilità politica gravissima, un’ignavia letale, che non può più essere trattata come semplice inefficienza o come un errore di valutazione.

Quando per anni si è lasciato che l’impoverimento linguistico diventasse un fatto “naturale”, un destino tecnologico inevitabile, si è scelto di non vedere, e questa scelta ha un contenuto preciso.

Un giovane che non possiede parole non possiede strumenti di discernimento.

E un cittadino che non distingue, che non argomenta, che non sa nominare le sfumature, è più facile da guidare con la paura, con l’indignazione a comando, con le semplificazioni propagandistiche.

In questo senso, l’ignoranza non è soltanto un problema culturale, diventa un capitale politico.

Un popolo con un vocabolario ridotto tende ad accettare narrazioni ridotte.

E narrazioni ridotte servono benissimo a chi vuole governare senza essere interrogato, senza essere contraddetto, senza dover rendere conto con precisione.

Il punto più grave, infatti, non è che molti decisori pubblici non abbiano compreso la portata del fenomeno.

È che a una parte di loro questa sottovalutazione è risultata conveniente, troppo conveniente.

Perché la lingua ricca produce cittadini scomodi, quelli che chiedono, che fanno domande corrette, che non si accontentano di risposte vaghe, che smontano gli slogan, che riconoscono la manipolazione quando arriva travestita da buon senso.

Non ci stancheremo mai di dirlo, lo abbiamo già urlato a gran voce e per questo siamo tenuti come i lebbrosi al margine perché la verità è come una lebbra vivifica, quando la si dice a voce alta infetta i cuori.

Il Baratro Educativo, alla ricerca continua del popolo Bue.

La lingua povera, invece, rende docili.

Non nel senso che rende buoni, ma nel senso che rende più prevedibili, più reattivi, più facilmente incanalabili.

Il lessico minimo alimenta l’opinione istintiva.

L’opinione istintiva alimenta il tifo.

Il tifo alimenta il potere di chi sa trasformare ogni complessità in un fronte, ogni problema in una rissa, ogni domanda in un attacco personale.

È una dinamica che conosciamo bene, e che oggi si è accelerata perché la comunicazione politica imita i social, ne adotta i ritmi e, soprattutto, ne sfrutta le fragilità.

Eppure la politica non è l’unico anello della catena, e qui si apre la domanda più dolorosa che poniamo.

Com’è possibile che molti genitori non colgano la gravità del problema, anche se ne sono immersi, anche se spesso ne subiscono gli effetti, anche se vedono quotidianamente la fatica dei figli a spiegarsi, a gestire conflitti, a sostenere una frustrazione senza esplodere.

La risposta, purtroppo, non è consolatoria.

Perché l’analfabetismo funzionale, o anche solo la povertà lessicale, non è una condizione che si riconosce facilmente dall’interno.

Chi vive in un linguaggio impoverito tende a percepirlo come normale.

Se tutti intorno a me parlano per frasi brevi, per etichette e per scorciatoie emotive, io non sento la mancanza, come non si sente la mancanza dell’aria pulita quando ci si è abituati allo smog.

La seconda ragione è l’assuefazione.

L’adulto spesso vive la tecnologia non come un ambiente culturale che forma e deforma, ma come un oggetto neutro, un semplice mezzo.

E così cade nel tranello più pericoloso, cioè credere che basti “limitare il tempo”, come se il problema fosse solo quantitativo e non qualitativo, come se la forma del linguaggio non incidesse sul modo di pensare.

C’è poi un elemento più profondo, e qui bisogna avere il coraggio di dirlo senza moralismo.

Molti genitori sono stanchi.

Stanchi nel senso sociale e psicologico del termine.

Lavoro, precarietà, pressione economica, stress quotidiano, spesso solitudine educativa.

In questa condizione, la gestione dei figli diventa anche gestione del conflitto, e la tecnologia appare come un calmante collettivo.

Lo schermo riduce il rumore, riduce l’attrito, riempie il tempo.

Ma riempire il tempo non è educare.

E qui si produce una rimozione.

Si vede la comodità immediata, non si vuole vedere il costo lungo.

Perché vedere il costo lungo significa ammettere una corresponsabilità, e ammettere una corresponsabilità fa paura.

È più facile dire che “così va il mondo”, che “oggi è diverso”, che “tanto tutti fanno così”.

Queste frasi sono anestetici culturali. Spengono la domanda prima ancora che nasca.

Infine c’è un paradosso che riguarda proprio la dignità dell’adulto.

Molti genitori hanno a loro volta avuto un rapporto fragile con la lingua, con la lettura, con la conversazione articolata.

Non per colpa morale, ma per storia personale e sociale.

Quando si trovano davanti a un figlio che vive di microfrasi e icone, non avvertono immediatamente una perdita, perché non hanno un termine di confronto interno sufficientemente forte.

E allora scambiano la comunicazione per competenza.

Scambiano il fatto che il figlio “si muove bene sul telefono” per maturità.

Scambiano la velocità di reazione per intelligenza relazionale.

Ma l’intelligenza relazionale non è un riflesso, è una costruzione, e senza parole è quasi impossibile costruirla con stabilità.

Dire queste cose non significa insultare nessuno, e soprattutto non significa cadere nel disprezzo verso i giovani o verso le famiglie.

Significa indicare un dato: se la lingua è infrastruttura, la sua manutenzione è un dovere collettivo.

E qui la politica ha una colpa doppia.

Da un lato non ha investito seriamente nella cultura linguistica, nella scuola come luogo di formazione del pensiero, nella lettura come bene pubblico.

Dall’altro ha cavalcato l’impoverimento, perché un cittadino che non possiede parole fatica a difendere i propri diritti con precisione.

E dove manca precisione, prospera l’arbitrio.

La chiosa, allora, può essere detta in modo netto.

Un Paese che accetta di allevare generazioni senza parole sta accettando di ridurre la propria libertà futura.

E la libertà futura non la riducono solo gli algoritmi o i social, la riducono anche politici mediocri e opportunisti che trovano comodo governare sulla semplificazione.

Ma la riducono anche adulti che, per stanchezza o per assuefazione, rinunciano alla fatica della parola condivisa.

La vera domanda, a questo punto, è se vogliamo essere una società che cresce cittadini o che produce consumatori di contenuti.

Perché nel secondo caso il “popolo bue” non è solo una formula brutale.

È un progetto implicito, fatto di rinunce quotidiane.

E i progetti impliciti sono spesso quelli che riescono meglio, proprio perché nessuno li dichiara apertamente, e quindi nessuno li combatte con la necessaria determinazione.

Ma noi diciamo a questa classe politica responsabile di questo e di tanti altri scempi:

“… e quanto a voi, sentite bene quello che io vi prometto. Verrà un giorno …”

Verrà un giorno in cui le generazioni capiranno di essere state rovinate da voi, politici di malaffare, e ben vi stia la massima punizione, sperando che le generazioni da voi rovinate riescano a rimontare la china dell’ignoranza in cui voi le avete buttate ed in cui le state tenendo.

 

Corrado

 

Autori

  • Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.

  • Giornalista pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti, Ettore Lembo è una voce autorevole nell’ambito dell’attualità, della politica, della storia e della geopolitica. Con un percorso ricco di esperienze come editorialista, opinionista e moderatore di convegni, ha diretto la testata indipendente Betapress e collaborato con numerose realtà giornalistiche tra cui “La Notizia.net” e “Ettore Lembo News”. Ha ricevuto importanti riconoscimenti giornalistici, come il Premio “Le Voci della Libertà – Omaggio a Oriana Fallaci” (2025), il Premio “Ciao Federico” (2022) e il Premio Internazionale “Angeli di Luce” (2019).

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