Luglio 17, 2026
f97d70ee-7316-40f8-9470-9d824c52b6ee

Il pullman contro il muro e i passeggeri indignati

Cari lettori,

c’è una tristezza sottile, quasi fisica, nel guardare questo Paese mentre scivola verso il bordo della propria irrilevanza morale, politica e civile. Non è più soltanto rabbia. La rabbia, almeno, presuppone ancora energia, reazione, orgoglio ferito.

Qui siamo oltre.

Qui siamo davanti a quella malinconia cupa che si prova quando si vede qualcuno farsi male da solo, lentamente, metodicamente, con ostinazione quasi artistica, mentre continua a spiegare agli altri di avere tutto sotto controllo.

L’Italia di oggi assomiglia sempre di più a un autobus lanciato contro un muro di cemento armato.

Sopra quell’autobus ci siamo tutti.

Ci sono gli operai, gli insegnanti, gli imprenditori, i pensionati, i giovani che vorrebbero scappare, i padri che non sanno più come pagare le bollette, le madri che trasformano lo stipendio in miracolo domestico, i professionisti spremuti, gli studenti disillusi, i cittadini perbene che pagano tutto e ricevono sempre meno.

Siamo tutti lì, seduti, stipati, nervosi, sudati, con il biglietto in mano e la sensazione chiarissima che il viaggio non finirà bene.

Davanti, al volante, c’è un autista palesemente incapace. Non serve essere ingegneri, filosofi, economisti o costituzionalisti per capirlo.

Basta guardare la strada. Il muro è lì.

Grande, grigio, solidissimo. Non è un’opinione.

Non è propaganda. Non è una fake news diffusa da qualche nemico del progresso.

È un muro di cemento armato.

E l’autobus ci sta andando contro con ammirevole coerenza.

La scena, però, non è tragica.

È grottesca.

Perché i passeggeri vedono il muro, sentono il motore che urla, capiscono che l’autista non frena, intuiscono che l’impatto sarà disastroso, ma invece di alzarsi, invece di correre verso il freno a mano, invece di bloccare il mezzo prima dello schianto, cosa fanno?

Si indignano. Discutono. Commentano. Aprono dibattiti. Fanno analisi raffinatissime.

E soprattutto pongono la domanda che in Italia sembra sostituire ogni forma di azione civile: “Ma chi avrà mai raccomandato quell’autista?”

Meraviglioso.

Stiamo andando contro un muro e noi vogliamo sapere chi ha firmato la lettera di presentazione del conducente.

È questa la fotografia più spietata della nostra decadenza.

Non il fatto che l’autista sia incapace.

Di incapaci, nella storia italiana, ne abbiamo visti tanti. Alcuni sono persino riusciti a fare carriera proprio grazie alla loro incompetenza, trasformata in linguaggio, posa, appartenenza, fedeltà, equilibrio di corrente.

Il problema vero non è nemmeno chi lo abbia messo lì. Certo, prima o poi bisognerà chiederselo.

Bisognerà capire chi lo ha scelto, chi lo ha protetto, chi lo ha promosso, chi ha chiuso gli occhi, chi ha applaudito, chi ha costruito il sistema che permette a un incapace di guidare un autobus pieno di cittadini verso la rovina.

Ma non adesso.

Adesso c’è il muro.

Adesso il problema non è il curriculum dell’autista. Il problema è l’impatto.

Adesso il tema non è la raccomandazione. Il tema è il freno.

Adesso non serve una commissione d’inchiesta sulla genealogia dell’incapacità.

Serve qualcuno che si alzi e tiri quel maledetto freno a mano.

E invece no.

Il passeggero italiano medio, davanti al disastro, preferisce indignarsi a distanza di sicurezza dalla responsabilità.

È bravissimo a lamentarsi, pessimo a intervenire. È un campione mondiale di diagnosi tardive.

Sa tutto dopo.

Capisce tutto quando è troppo tardi. Vede i disastri quando sono già macerie.

Riconosce gli errori quando sono diventati sistema. Denuncia la corruzione quando l’ha già finanziata con la propria passività.

Critica l’arroganza del potere dopo avergli consegnato, per anni, silenzio, delega e distrazione.

L’Italia non è solo tradita da chi la governa male.

È anche abbandonata da chi la guarda affondare pensando che indignarsi sia una forma sufficiente di cittadinanza.

Non lo è.

Indignarsi non basta.

Leggere non basta.

Commentare non basta.

Condividere un articolo non basta.

Dire “che schifo” davanti a un caffè non basta.

Fare il brillante sui social non basta.

Ripetere che “sono tutti uguali” non basta, anzi, spesso è l’alibi perfetto per non fare nulla.

La frase “sono tutti uguali” è diventata il cuscino morale della pigrizia civile italiana.

Ci si appoggia sopra la coscienza, la si addormenta e poi si pretende pure di svegliarsi innocenti.

No, cari lettori. Non siamo innocenti se vediamo il muro e restiamo seduti.

La vera stupidità collettiva non consiste nel fare domande.

Le domande sono necessarie, sono il principio della coscienza critica, sono il sale della democrazia.

La stupidità nasce quando si sbaglia il tempo della domanda.

C’è un tempo per ogni domanda e una domanda giusta per ogni tempo.

Quando l’autobus è fermo in deposito, è giusto chiedere chi ha assunto l’autista.

Quando l’autobus parte, è giusto chiedere se conosca la strada.

Quando comincia a sbandare, è giusto chiedere perché nessuno controlli.

Ma quando l’autobus sta per schiantarsi contro un muro, la domanda giusta non è più “chi lo ha raccomandato?” La domanda giusta è “chi si alza?”

Ecco il punto. Chi si alza?

Chi smette di limitarsi alla lamentazione?

Chi rinuncia per un momento alla comoda postura dello spettatore offeso?

Chi accetta che la cittadinanza non sia un abbonamento passivo al teatrino nazionale, ma una responsabilità concreta?

Chi ha ancora il coraggio di dire che la democrazia non è un servizio a domicilio, non è un’app da recensire con una stellina, non è una trasmissione televisiva da commentare dal divano?

Il Paese è pieno di passeggeri che si credono giudici, ma si comportano da bagagli.

Stanno lì, trasportati.

Si lamentano della curva, della velocità, dell’odore di bruciato, della musica scelta dall’autista, della sporcizia sui sedili, della maleducazione degli altri passeggeri.

Ma restano seduti.

E se qualcuno prova ad alzarsi, magari lo guardano pure male. “Dove vai? Cosa fai? Chi ti credi di essere? Tanto non cambia niente.”

“Tanto non cambia niente” è la frase con cui i popoli si suicidano senza avere il coraggio di chiamarlo suicidio.

È la colonna sonora della rana bollita.

All’inizio l’acqua è tiepida, quasi piacevole.

Poi diventa calda. Poi scotta. Poi brucia.

Ma la rana, invece di saltare fuori, comincia a discutere sulla qualità della pentola, sulla marca del fornello, sulla bolletta del gas, sulla responsabilità storica di chi ha riempito l’acqua.

Tutte questioni interessanti, per carità. Peccato che mentre le discute, cuoce.

L’Italia è questa rana con la parlantina. Una rana colta, indignata, polemica, informatissima, capace di citare scandali, nomi, date, sottogoverni, clientele, correnti, nomine, favori e tradimenti.

Una rana che ha capito tutto, tranne la cosa essenziale: deve saltare.

Deve uscire dalla pentola.

Deve smettere di considerare la passività una forma di prudenza.

Deve smettere di confondere la critica con l’azione. Deve smettere di pensare che la responsabilità sia sempre altrove, sempre sopra, sempre lontana, sempre nelle mani di qualcun altro.

Certo, le responsabilità del potere esistono e sono enormi.

Ma esiste anche una responsabilità dei cittadini, quella di non farsi trasformare in pubblico pagante della propria rovina.

Il potere, quando trova un popolo seduto, accelera.

Quando trova un popolo rassegnato, alza la temperatura.

Quando trova un popolo distratto, firma.

Quando trova un popolo diviso, governa.

Quando trova un popolo che si limita a chiedere “chi lo ha raccomandato?”, capisce di avere ancora tempo. Perché sa che quella domanda, posta nel momento sbagliato, non ferma nulla.

È rumore. È sfogo. È teatro.

La domanda giusta, oggi, non è soltanto chi abbia messo al volante l’autista incapace.

La domanda giusta è perché noi, vedendo il muro, continuiamo a restare seduti.

Perché abbiamo trasformato la democrazia in una sala d’attesa.

Perché abbiamo accettato che la politica diventasse mestiere per pochi e l’indignazione passatempo per molti.

Perché abbiamo permesso che il controllo civile si riducesse a mugugno, che la partecipazione diventasse fastidio, che la responsabilità diventasse delega permanente.

Dopo, certo, faremo i conti.

Dopo chiederemo chi ha raccomandato l’autista.

Dopo controlleremo le firme, i favori, le complicità, le omissioni.

Dopo cercheremo i nomi di chi ha trasformato l’incompetenza in carriera.

Ma prima bisogna evitare lo schianto.

Prima bisogna alzarsi. Prima bisogna tirare il freno.

E se nessuno si alza, non potremo più raccontarci la favola consolatoria del popolo tradito.

Saremo anche il popolo che ha visto, ha capito, ha brontolato, ma anche quello che non ha fatto nulla.

Questa è la verità più amara.

Non siamo più soltanto vittime dell’autista sbagliato.

Siamo passeggeri che hanno scambiato l’indignazione per salvezza.

E un popolo che confonde il lamento con il freno a mano non è un popolo oppresso.

È un popolo già cotto, ma ancora convinto di stare facendo un dibattito interessante sulla temperatura dell’acqua.

Cari lettori, il muro è davanti.

La pentola è sul fuoco.

La domanda sbagliata ci sta consumando tempo.

Ora bisogna alzarsi.

 

piccola nota finale

e se vi state chiedendo ma tu caro Direttore che scrivi queste cose che hai fatto?

Ebbene io sono stato buttato giù dal finestrino dell’autobus dagli sponsor dell’autista non so quante volte, facendomi anche molto male, ma cari amici, sono sempre risalito, per ora non abbandono i miei compatrioti, ed in una di queste cadute ho incontrato a terra l’Amico Ettore, ci siamo guardati e siamo risaliti di corsa, convinti di poter fare qualcosa.

Ed ogni volta che scriviamo per aprire gli occhi ai passeggeri, arriva chi ci butta giù dai finestrini, per ora siamo sempre risaliti, ma verrà un giorno che senza aiuto forse non riusciremo più a salire.

Autore

  • Direttore responsabile Betapress.it

    Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.


Scopri di più da Betapress

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Rispondi