Libano: oggi, Sierra Leone: ieri, riflessioni di chi conosce, ha competenza e preparazione
Non è la prima volta che pubblichiamo le riflessioni di un Militare.
Non uno qualsiasi ma di chi il Grado di Generale, se lo è guadagnato.
Rispettiamo il Suo volere di essere chiamato solo Corrado, senza citare l’onorevole Arma di Appartenenza, oggi è a riposo, dal momento che ogni pensiero espresso da chi, pur avendone onorevolmente la competenza e tutti i titoli, diventa strumento non di seria ed attenta riflessione ma di stupida e sterile polemica.
Questa riflessione ci giunge proprio mentre si stava valutando di evidenziare, attraverso un altro documento che Corrado ci ha voluto fornire, dove si evidenzia che i Nostri Soldati, non lasciano indietro i propri uomini, ma nemmeno uomini e donne non Italiani.
I nostri militari, tanto vessati e contestati, da chi, per ideologica assai discutibile mentalità, non esitano a mettere a rischio la propria vita per salvare vite altrui.
Fatti che non hanno certo ricevuto gli onori della cronaca, come è successo alle Forze speciali USA, cui va certamente il Nostro Plauso per il salvataggio del Pilota di F.35 abbattuto, o altri personaggi che non avrebbero dovuto ricevere alcun onore e che invece lo hanno avuto, ma nel silenzio tipico di chi adempie al proprio dovere per quello spirito ideale e per la Bandiera su cui ha giurato Fedeltà.
Sta a Noi riconoscerne il Valore, ed è per questo che a seguire, dopo la riflessione sul Libano, che ci ha inviato e che vorremmo che tutti, compresi i nostri politicanti e coloro che considerano i Nostri soldati e le Nostre Forze dell’Ordine Indegne, leggessero fino in fondo.
Descrivendo i fatti per come Corrado Pasetti, che li ha vissuti in prima persona, e li ha esposti…
“Il Silenzio dei Complici: Il Libano Brucia e l’Occidente Guarda Altrove
Mentre lo sguardo del mondo è ipnoticamente fisso altrove, il Libano sta diventando il teatro di un’aggressione che ha ormai superato ogni confine del diritto internazionale e della decenza umana. Con il pretesto della “lotta a Hezbollah”, l’operato del governo israeliano si sta trasformando in una sistematica distruzione di un intero Paese, colpendo indiscriminatamente senza riguardo per fedi o confini.
Oltre l’Obiettivo Militare: La Distruzione del Mosaico Libanese
Non si tratta più solo di obiettivi strategici. I bombardamenti colpiscono villaggi cristiani e comunità che nulla hanno a che fare con le milizie sciite, scardinando quel delicato equilibrio multiconfessionale che è l’anima stessa del Libano. Il bilancio delle vittime civili è ormai una macchia indelebile sulla coscienza collettiva: centinaia di innocenti che pagano il prezzo di una politica di terra bruciata.
L’Attacco alla Comunità Internazionale: Il Caso UNIFIL
Ciò che è accaduto contro le basi e i mezzi UNIFIL non è un incidente di percorso, ma un segnale deliberato. Sparare sui caschi blu, su una missione di pace che rappresenta le Nazioni Unite, significa dichiarare apertamente che nessuna regola è più valida. Non è la prima volta che le basi vengono attaccate, e il fatto che si permetta a una forza militare di intimidire le forze di interposizione internazionali è la prova definitiva di un’impunità intollerabile.
L’Offesa alla Fede e alla Storia
Il disprezzo per la dimensione spirituale e culturale ha toccato vette inquietanti con l’impedimento a un Cardinale di celebrare la Messa Pasquale al Santo Sepolcro. Un atto che va oltre la politica: è un attacco diretto alla libertà religiosa e al rispetto dei simboli sacri in una terra che, a parole, si definisce democratica, ma nei fatti nega il diritto al culto più elementare.
Geopolitica o Semplice Rapacità?
Dietro la retorica della sicurezza, emergono interessi ben più materiali e cinici che non possono essere ignorati:
Le Risorse Idriche: Il sud del Libano, ricco d’acqua, è da sempre un obiettivo strategico per chi vede nelle risorse altrui una naturale estensione del proprio dominio.
Le Riserve di Gas: Le recenti scoperte di giacimenti offshore aggiungono un tassello economico brutale a questa guerra. La sensazione è che si voglia destabilizzare e svuotare un’area per poterne gestire le ricchezze senza interferenze.
L’Ipocrisia dei Governi
In tutto questo, il silenzio della comunità internazionale è assordante. I nostri governanti — spesso pronti a riempirsi la bocca con parole come “diritti umani” e “sovranità” — si rivelano per ciò che sono: fanfaroni senza coraggio. Si limitano a timide note di “preoccupazione” mentre vengono calpestate le basi della convivenza civile. Il mondo non sta solo tacendo; sta acconsentendo.
Una testimonianza fondata sui fatti
Non scrivo queste parole spinto da un’emozione passeggera o da una visione superficiale dei fatti. Le scrivo come persona che conosce profondamente quest’area da anni, avendone studiato le dinamiche, vissuto le tensioni e compreso le fragilità.
La mia non è la critica di un profano, ma l’ammonimento di chi vede traditi i principi della verità storica e della giustizia in una terra che meriterebbe pace, non una sistematica e spietata spoliazione. Il mio è il grido di chi sa, di chi vede oltre la propaganda e non può più accettare che il cinismo geopolitico si travesta da necessità difensiva. La storia, quando arriverà il momento di presentare il conto, non farà distinzioni tra chi ha premuto il grilletto e chi ha tenuto lo sguardo basso per convenienza o codardia.”
CORRADO PASETTI-Roma 9 Aprile 2026
La profondità di questo scritto, sintetico ma assai efficace, non ha certo bisogno di commenti, ma solo di attenta riflessione, in particolare di chi si è girato dall’altra parte e continua a guardare altrove.
E’ lo stesso Uomo, Soldato, Ufficiale che non si è certo risparmiato per portare in salvo lavoratori e lavoratrici, esseri umani abbandonati in un terribile scenario…
“L’evacuazione di Bumbuna – Maggio/Giugno 2000
Non dimenticherò mai quei giorni. Era maggio 2000 e la Sierra Leone era di nuovo in fiamme. A Freetown esplodeva la violenza: i ribelli del RUF avanzavano, attaccavano civili e stranieri, e le notizie che arrivavano parlavano di stupri e brutalità diffuse. Tutto sembrava precipitare. In quel caos, un proclama annunciava la deposizione del presidente Ahmad Tejan Kabbah, che si rifugiò in Guinea, a Conakry.
Nel nord, al sito della diga di Bumbuna, 84 stranieri erano intrappolati: 78 italiani, 4 tedeschi e 2 inglesi. I ribelli si avvicinavano e la situazione stava diventando critica. Il tempo era poco e nessuna via ufficiale era percorribile.
Io mi trovavo già a Conakry e, constatata l’impossibilità di intervento da parte delle ambasciate, delle forze americane, francesi e delle Nazioni Unite, decisi di agire personalmente. Tutti risposero che non avevano mezzi idonei: i loro elicotteri militari erano armati e, se fossero entrati nello spazio aereo sierra leonese, sarebbe stata come una dichiarazione di guerra. Era chiaro: se volevo salvare quelle persone, avrei dovuto organizzare tutto da solo.
Attraverso contatti professionali riuscii a parlare con Executive Outcomes a Londra, ma anche loro avevano già lasciato il Paese. Tuttavia, mi passarono il contatto di alcuni piloti ucraini in possesso di un elicottero Sikorsky. Dopo diverse discussioni raggiungemmo un accordo: due viaggi sarebbero stati sufficienti per portare tutti in salvo. Restava però un ostacolo: ottenere l’autorizzazione della Guinea.
Mi recai al presidente Lansana Conté. Avevo con lui un ottimo rapporto. Ricordo le sue parole:
“Per atterrare nel mio paese non ci sono problemi. Ma per decollare verso la Sierra Leone non possiamo dare un permesso formale. Potete andare, a vostro rischio e pericolo, se succede qualcosa noi non ne sappiamo nulla.”
Tornai a casa, cambiandomi rapidamente. Mia moglie mi ricordò con forza che avevamo una bambina di tre anni e non voleva restare vedova. Il pensiero della mia famiglia mi colpì profondamente, ma non c’era tempo da perdere. Partimmo con i piloti ucraini, attraversando uno spazio aereo pericoloso, sorvolando un territorio in mano ai ribelli. La distanza da Conakry a Bumbuna era di circa 170–190 km in linea d’aria, con un volo stimato di 1 ora e 10 minuti per tratta, a basse quote per evitare intercettazioni. Ogni viaggio durò tra le 2 ore e 20 minuti e le 3 ore complessive, contando andata e ritorno.
Sul volo, ricordo bene il meccanico di bordo, molto preoccupato: la pressione era enorme e ogni errore poteva essere fatale. Nonostante tutto, ci siamo concentrati sulla missione. Arrivati a Bumbuna, i lavoratori erano spaventati, ma sapevano che era ora di muoversi. Le operazioni furono rapide e precise: primo viaggio, metà del personale; ritorno a Conakry; secondo viaggio, il resto.
Non potrò mai scordare i volti degli espatriati quando furono tratti in salvo. Ogni sorriso, ogni lacrima di sollievo, ogni abbraccio fu più gratificante di qualsiasi riconoscimento formale. In seguito, ricevetti un encomio solenne dalla Repubblica Federale di Germania, ma nulla poteva eguagliare la gioia e la gratitudine degli stessi lavoratori.
A Conakry, un aereo dell’Aeronautica Militare Italiana recuperò gli evacuati e li riportò in Europa. Nessuno, all’aeroporto, era lì ad attenderli, ma ciò che contava era che erano vivi.
L’operazione fu rischiosa: volare senza scorta militare, attraversare zone controllate dai ribelli, senza permessi formali per il ritorno, consapevole che un errore poteva costare la vita mia, dei piloti o dei civili. Ogni minuto era una decisione critica. Ma alla fine, la determinazione, la lucidità e il coraggio di tutti coinvolti hanno prevalso.
Quella missione rimarrà sempre nel mio cuore come la prova che, anche in situazioni impossibili, il coraggio e la prontezza possono davvero salvare vite.
Rivivere quei momenti oggi significa ricordare non solo il pericolo, ma anche la forza dell’umanità. Quegli sguardi pieni di sollievo, i sorrisi increduli, gli abbracci dei lavoratori salvati rimarranno impressi nella mia memoria per sempre. Ogni encomio o riconoscimento ufficiale, per quanto prestigioso, non può competere con la gratitudine che ho ricevuto nei loro occhi e nei loro gesti.
Oggi ringrazio Dio di poter raccontare questo e altri fatti, ma la mia memoria va anche a quegli amici, a quei fratelli che non sono più tornati a casa, caduti per onorare il giuramento fatto, per onorare il nostro amato Tricolore.
Un piccolo fatto di cronaca di allora: l’amministratore delegato della società per la quale lavoravano gli espatriati mi chiamò personalmente, chiamandomi per nome:
“Porti a casa il mio personale e le sarò eternamente grato.”
Oggi è diventato uno dei più importanti, forse il più importante imprenditore italiano nel ramo delle grandi infrastrutture. Eppure, non l’ho mai più sentito, nemmeno per un Buon Natale.
Quella missione mi ha cambiato profondamente: mi ha insegnato il valore della responsabilità, del coraggio, della fiducia e del legame indissolubile tra chi rischia la vita per salvare gli altri. Ogni volta che penso a quei giorni, penso anche a mia moglie, a nostra figlia e a tutti coloro che non sono tornati, e ringrazio Dio di essere qui oggi per raccontarlo.”
Riporto una riflessione che Corrado Pasetti ha fatto a margine, quando mi ha inviato il suo scritto, censurando il personaggio che è stato accolta in maniera vergognosa, al suo rientro in Italia, con tutti gli onori della cronaca, pur essendo una persona che macchiatasi di reati in Italia, avrebbe meritato il processo all’estero, per cui era stata arrestata.
Grande clamore per il rientro di xxxx, nel 2000 da Solo riportai a casa 85 Europei 78 italiani 4 tedeschi 3 inglesi. Nessuno ne parlo, nessuno li attendeva all’aeroporto.”
Chissà se l’amministratore Delegato di quella società, troverà il tempo di ricordarsi e dire magari, Grazie!
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