Luglio 17, 2026

L’ignoranza è la più grande deriva e prigione dell’umanità

La responsabilità politica di questa deriva non nasce oggi e non finirà domani. È il risultato di anni di riforme incompiute, tagli mascherati da razionalizzazioni, ministri incapaci, slogan pedagogici venduti come rivoluzioni e governi che hanno preferito una scuola docile a una scuola capace di formare coscienze critiche. Perché un popolo che legge poco, comprende meno e ragiona per riflessi condizionati diventa più facile da guidare, da spaventare, da comprare, da dividere. È il vecchio “popolo bue”, non come insulto ai cittadini, ma come accusa feroce a chi li ha lentamente resi tali, togliendo loro gli strumenti per non esserlo più.

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L’ignoranza è la più grande prigione dell’umanità perché non ha sbarre visibili, non ha secondini riconoscibili, non ha cancelli che cigolano nella notte.

È una prigione più subdola, più elegante, più moderna.

Ti lascia camminare, votare, comprare, commentare, indignarti sui social, perfino sentirti libero.

Poi, quando arriva il momento di capire un testo, distinguere un fatto da una propaganda, leggere un contratto, interpretare una legge, valutare una promessa politica, riconoscere una manipolazione, scopri che la porta della cella era sempre stata chiusa.

Solo che nessuno ti aveva insegnato a vedere la serratura.

 

 

Questo è il punto.

Un Paese che accetta che solo un ragazzo su venti comprenda davvero un testo non ha un problema scolastico.

Ha un problema democratico.

Ha un problema morale.

Ha un problema di sopravvivenza civile.

Perché la comprensione del testo non è una materia tra le altre.

È la prima infrastruttura della cittadinanza.

Prima delle autostrade, prima dei ponti, prima delle grandi opere, prima delle riforme annunciate in conferenza stampa, viene la capacità di leggere, comprendere, collegare, argomentare.

Senza questa capacità il cittadino non partecipa, subisce.

Non sceglie, reagisce. Non pensa, ripete.

La tragedia italiana è che fingiamo ancora di discutere di scuola come se discutessimo di orari, programmi, voti, grembiuli, cellulari in classe, maturità più o meno severa.

Tutto utile, forse. Tutto secondario, certamente.

Il cuore della questione è un altro.

La scuola italiana ha smesso troppo spesso di essere il grande ascensore della Repubblica ed è diventata un meccanismo amministrativo di attraversamento.

Si entra bambini, si esce diplomati, ma non sempre si esce formati.

Si passa da una classe all’altra come da una pratica all’altra, mentre il Paese si consola con registri elettronici, piattaforme, sigle ministeriali, progetti europei, documenti pieni di inglesismi pedagogici e spesso poveri di sostanza educativa.

I dati, quando vengono letti senza anestesia, sono durissimi.

L’OCSE, con PISA 2022, ci dice che in Italia circa il 79% dei quindicenni raggiunge almeno il livello minimo in lettura (notiamo che dice in lettura e parla di livello minimo).

Letta al contrario, la notizia è meno elegante e più brutale: circa uno su cinque resta sotto quella soglia.

INVALSI 2025 parla inoltre di una dispersione scolastica implicita all’8,7% al termine del secondo ciclo, con divari territoriali e sociali che rendono l’Italia un Paese scolasticamente frantumato.

La dispersione implicita è forse la formula più crudele del nostro fallimento: ragazzi che arrivano al diploma, ma con competenze talmente basse da portarsi dietro una cittadinanza mutilata.

È come consegnare una patente a chi non sa leggere i segnali stradali e poi stupirsi degli incidenti.

Lo Stato italiano, se fosse davvero consapevole della gravità del problema, dovrebbe smettere immediatamente di considerare la scuola come un capitolo di spesa e cominciare a trattarla come una questione di sicurezza nazionale.

Non esiste difesa più importante della difesa della mente.

Una nazione ignorante è una nazione occupabile senza carri armati.

Basta un algoritmo, una campagna di disinformazione, un leader urlante, un titolo falso, una promessa facile.

L’ignoranza è il terreno agricolo di ogni populismo, di ogni clientelismo, di ogni corruzione.

Dove non si comprende, si obbedisce.

Dove non si studia, si crede.

Dove non si argomenta, si insulta.

Il primo intervento dovrebbe essere radicale e semplice: riportare la lingua italiana al centro assoluto del sistema scolastico.

Non come nostalgia da professori severi, non come culto polveroso della grammatica, ma come fondamento cognitivo della libertà personale.

Ogni disciplina passa dalla lingua.

La matematica richiede comprensione del problema.

La storia richiede capacità di nesso.

La scienza richiede precisione lessicale.

Il diritto richiede interpretazione.

La cittadinanza richiede argomentazione.

Chi non possiede la lingua è povero anche quando ha uno smartphone da mille euro in mano.

Bisogna istituire un grande piano nazionale per la comprensione del testo, obbligatorio, pluriennale, misurabile, non cosmetico.

Dalla scuola primaria alla secondaria di secondo grado, ogni studente dovrebbe essere seguito su lettura profonda, lessico, sintassi, scrittura argomentativa, esposizione orale, analisi delle fonti, educazione logica e capacità di sintesi.

Non basta leggere di più. Bisogna imparare a leggere meglio.

Non basta assegnare libri.

Bisogna insegnare a entrare nei libri, a smontare un periodo, a riconoscere una tesi, a vedere una contraddizione, a distinguere il significato letterale da quello implicito.

Su questo argomento ho sempre cercato nei miei libri di offrire una chiave importante, perché insisto da anni su un punto che la scuola amministrativa tende a dimenticare: l’educazione non è trasferimento meccanico di informazioni, ma costruzione della persona.

In “Il bambino 4.0” emerge con forza il tema del soggetto in formazione dentro un ambiente saturo di stimoli, connessioni, immagini, messaggi, accelerazioni.

In “Ho 5000 amici” si vede la solitudine paradossale dell’individuo iperconnesso e scarsamente educato alla relazione autentica.

In “La teoria del ponte empatico” il sapere torna a essere relazione, passaggio, riconoscimento dell’altro.

In “Il Primo Potere” l’etica viene posta prima dei poteri formali, perché senza etica della conoscenza anche la politica, la magistratura, l’informazione e l’economia diventano apparati ciechi.

La crisi della comprensione del testo è quindi anche crisi del ponte empatico, crisi del bambino digitale, crisi della comunità, crisi del primo potere.

La scuola italiana dovrebbe ripartire da questa verità: non si educa un ragazzo riempiendolo di contenuti, ma aiutandolo a ordinare il mondo.

John Dewey aveva compreso che democrazia ed educazione non sono due sfere separate.

Una democrazia vive se educa continuamente i suoi cittadini alla partecipazione intelligente.

Paulo Freire ha denunciato l’educazione bancaria, quella che deposita nozioni negli studenti come monete in un salvadanaio, senza liberarli davvero.

Edgar Morin ha ricordato che la testa ben fatta vale più della testa ben piena.

Gramsci sapeva che la cultura non è ornamento, ma organizzazione interiore, disciplina della mente, conquista di consapevolezza.

Don Milani ha mostrato che la parola è potere, e che togliere la parola ai poveri significa condannarli a restare poveri anche quando li si promuove formalmente.

Oggi l’Italia deve scegliere se continuare con la pedagogia della toppa o avviare una pedagogia della ricostruzione.

La pedagogia della toppa è quella dei progettini occasionali, dei fondi spesi a scadenza, dei corsi pomeridiani senza continuità, delle circolari che annunciano rivoluzioni e producono burocrazia.

La pedagogia della ricostruzione è un’altra cosa.

Significa prendere i dati INVALSI non come arma per umiliare le scuole, ma come radiografia nazionale.

Significa individuare le aree di fragilità, intervenire presto, formare i docenti, sostenere le famiglie, rafforzare le biblioteche scolastiche, portare libri veri nelle classi, ridare tempo alla lettura e dignità alla scrittura.

Il secondo intervento riguarda i docenti.

Non esiste riforma scolastica contro i docenti.

Esistono solo riforme con i docenti o finzioni ministeriali.

L’Italia deve investire seriamente sulla formazione degli insegnanti in didattica della lettura, neuroscienze dell’apprendimento, valutazione formativa, gestione delle classi eterogenee, educazione linguistica trasversale.

Ogni docente, non solo quello di italiano, deve sentirsi responsabile della lingua.

Il professore di scienze deve correggere l’ambiguità espositiva.

Quello di matematica deve insegnare a comprendere il testo del problema.

Quello di storia deve pretendere nessi causali.

Quello di diritto deve insegnare il peso delle parole.

La lingua non appartiene a una cattedra.

Appartiene alla Repubblica.

Il terzo intervento riguarda il tempo scuola.

Dire che bisogna leggere, scrivere, discutere, argomentare, e poi comprimere tutto in programmi affannati e classi sovraccariche è una presa in giro.

Servono laboratori stabili di lettura e scrittura in ogni ordine di scuola, con gruppi ridotti per gli studenti fragili, tutoraggi mirati, biblioteche vive, alleanze con università, editori, giornali, fondazioni culturali, teatri, archivi, musei.

Un ragazzo non impara a pensare solo compilando schede.

Impara a pensare quando incontra testi complessi, adulti competenti, domande esigenti e un contesto che non lo considera stupido per proteggerlo, ma capace per responsabilizzarlo.

Il quarto intervento riguarda il digitale.

Non si tratta di demonizzare la tecnologia.

Sarebbe ridicolo. Si tratta di smettere di confondere il digitale con l’intelligenza.

La scuola italiana ha spesso inseguito strumenti senza costruire criteri.

Tablet, lavagne interattive, piattaforme, intelligenza artificiale, ambienti virtuali.

Tutto può essere utile, ma nulla sostituisce la comprensione.

Anzi, senza comprensione il digitale moltiplica la superficialità.

L’intelligenza artificiale, se usata bene, può diventare tutor, laboratorio, supporto personalizzato. Se usata male, diventa stampella per non pensare.

La scuola deve educare all’IA come educazione al giudizio, non come scorciatoia produttiva.

Il quinto intervento riguarda la valutazione.

Bisogna avere il coraggio di dire che promuovere senza competenze non è inclusione.

È abbandono mascherato da gentilezza.

La scuola inclusiva non è quella che abbassa l’asticella per non far soffrire nessuno.

È quella che costruisce scale diverse perché tutti possano salire davvero.

L’insufficienza non deve essere una condanna, ma nemmeno una finzione.

La bocciatura non può essere l’unico strumento, ma la promozione automatica è una truffa pedagogica.

La valutazione deve diventare diagnosi, percorso, responsabilità, non rito burocratico di giugno.

In quanti anni si cambia rotta?

Chi promette miracoli in due anni mente o non conosce la scuola.

Per vedere i primi effetti seri servono almeno tre anni, se il piano è nazionale, stabile e finanziato.

Per consolidare una generazione scolastica servono cinque o sei anni.

Per cambiare davvero la cultura del Paese ne servono dieci.

Dieci anni non sono troppi.

Sono il tempo minimo della serietà.

La politica italiana però ragiona spesso in sondaggi settimanali, non in cicli educativi.

Ecco perché la scuola viene continuamente annunciata e raramente ricostruita.

Ogni ministro vuole lasciare la propria impronta. Pochi accettano di piantare alberi sotto la cui ombra siederanno altri.

La rotta si cambia se lo Stato fa poche cose, ma ferree.

Primo, un piano decennale sulla comprensione del testo e sulla scrittura argomentativa.

Secondo, formazione obbligatoria e pagata dei docenti sulle competenze linguistiche trasversali.

Terzo, monitoraggio annuale delle fragilità con interventi immediati già dalla primaria.

Quarto, tempo scuola dedicato alla lettura, non come attività decorativa ma come pratica cognitiva quotidiana.

Quinto, biblioteche scolastiche finanziate e aperte.

Sesto, alleanza stabile tra scuola, famiglie e territorio.

Settimo, uso dell’intelligenza artificiale come strumento di potenziamento, non come distributore automatico di compiti.

Ottavo, valutazione seria, trasparente, formativa.

Nono, lotta vera ai divari territoriali.

Decimo, una grande campagna nazionale per restituire prestigio sociale allo studio.

La parola “studio” è stata umiliata per anni.

Presentata come fatica inutile, come anticamera del precariato, come residuo novecentesco, come esercizio da secchioni.

Nel frattempo abbiamo glorificato l’opinione immediata, il successo senza competenza, il personaggio senza preparazione, il politico senza visione, l’influencer senza contenuto, il titolo senza lettura.

Poi ci stupiamo se un ragazzo fatica a comprendere un testo.

Ma quel ragazzo non è nato nel deserto.

È cresciuto nel Paese che gli adulti gli hanno consegnato.

L’ignoranza non è colpa dei giovani.

È colpa di una società adulta che ha smesso di credere nella fatica intelligente.

È colpa di una politica che ha usato la scuola come slogan.

È colpa di una burocrazia che ha scambiato la qualità con la modulistica.

È colpa di famiglie lasciate sole. È colpa di un sistema mediatico che ha trasformato la complessità in rissa. È colpa anche di un popolo che troppo spesso preferisce lamentarsi dell’inganno piuttosto che imparare gli strumenti per non essere ingannato.

La scuola, allora, deve tornare a essere il luogo della liberazione.

Non liberazione dalla fatica, ma attraverso la fatica.

Non liberazione dall’autorità del sapere, ma dall’arbitrio dell’ignoranza.

Non liberazione dai classici, ma dalla loro riduzione a soprammobile.

Non liberazione dalla grammatica, ma dalla schiavitù di non saper dire ciò che si pensa.

Non liberazione dalla disciplina, ma dalla confusione mentale che rende l’individuo governabile da chiunque urli più forte.

Se l’Italia vuole davvero salvarsi, deve capire che il primo cantiere nazionale non è fuori dalle scuole.

È dentro le aule.

È nel quaderno di un bambino che impara a scrivere una frase sensata.

È nella voce di un adolescente che riesce finalmente a spiegare ciò che ha letto.

È nella pazienza di un docente che non rinuncia a pretendere.

È in una biblioteca scolastica riaperta.

È in un testo difficile affrontato insieme.

È in una classe che scopre che capire costa fatica, ma non capire costa la vita civile.

La grande prigione dell’umanità non è l’ignoranza come mancanza di informazioni.

Oggi siamo sommersi di informazioni.

La vera prigione è l’incapacità di trasformare le informazioni in giudizio.

Da lì nasce il cittadino fragile, il consumatore manipolabile, l’elettore telecomandato, il lavoratore ricattabile, l’uomo solo in mezzo a cinquemila amici.

Ecco perché lo Stato italiano deve scegliere.

O continua ad amministrare il declino con qualche progetto colorato, qualche decreto, qualche slogan sull’innovazione e qualche fotografia di lavagne digitali.

Oppure dichiara guerra all’ignoranza come si dichiara guerra a un’invasione.

Con risorse, tempi, disciplina, coraggio, continuità.

Perché un popolo che non comprende un testo, prima o poi, ma sta già succedendo, non comprenderà più nemmeno la propria storia.

E quando un popolo non comprende la propria storia, non perde soltanto il passato.

Perde il diritto di costruire il futuro.

 

note finali

INVALSI 2025 indica oltre 2,5 milioni di studenti coinvolti nelle rilevazioni nazionali e registra una dispersione scolastica implicita dell’8,7% al termine del secondo ciclo, in aumento rispetto al 2024. OCSE PISA 2022 segnala che in Italia il 79% dei quindicenni raggiunge almeno il livello 2 in lettura, quindi circa il 21% resta sotto la soglia minima. Il PNRR istruzione prevede inoltre interventi quadriennali per potenziare le competenze di base e contrastare dispersione e divari territoriali, con particolare attenzione alle scuole più fragili.

 

Italia fanalino di coda sul sistema di valutazione e supporto delle scuole.

La penna e la spada, chi vince oggi?

Autore

  • Direttore responsabile Betapress.it

    Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.


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