L’Ignoranza genera Ignoranti …
diceva un vecchio adagio che ognuno può dare solo quello che ha, ed è vero, un povero non può regalare soldi, un ignorante non può creare cultura, e oggi infatti ci siamo arrivati, appunto, l’ignoranza può dare agli altri solo sé stessa.
Tecnici 2026, la scuola come catena di montaggio.
E poi ci stupiamo se i ragazzi non sanno pensare!
C’è un lessico che, da qualche anno, entra nei decreti come un profumo di fabbrica appena verniciata.
Competenze, filiere, tessuto produttivo, output di innovazione, Industria 4.0.
Parole che suonano moderne, inevitabili, categoriche ma persino rassicuranti, perché promettono occupazione, aggiornamento, futuro.
Nel testo che riorganizza i percorsi degli istituti tecnici, il cuore dichiarato è questo: adeguare i curricoli alle esigenze del settore produttivo nazionale, allineare la scuola alla domanda di competenze che viene dal mercato del lavoro e dall’innovazione digitale in atto.
Fin qui, qualcuno dirà, dov’è lo scandalo.
Lo scandalo sta nel corto circuito culturale, prima ancora che didattico.
Perché mentre si proclama il “rafforzamento delle competenze generali linguistiche, storiche, matematiche e scientifiche”, lo stesso impianto, secondo quanto rilevato nel dibattito e nel parere del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, finisce per toccare proprio quelle discipline che dovrebbero essere il telaio della formazione, con una riduzione di ore nel quinto anno che incide anche sull’italiano e con una riorganizzazione dell’area scientifica in una disciplina unitaria di “Scienze sperimentali”.
Qui non è in gioco la nostalgia per la scuola del gessetto.
È in gioco una domanda brutale: che cosa stiamo pensando di fare ai ragazzi, quando togliamo tempo e centralità alle materie che costruiscono il linguaggio, la logica, la capacità di leggere il mondo, mentre aggiungiamo strati di praticismo presentati come realismo.
È davvero realismo ridurre ciò che rende una persona capace di capire, scegliere, dissentire, progettare?
L’italiano non è “teoria”. È tecnologia della mente
Il primo equivoco è culturale ed arriva da una manica di ignoranti purtroppo al potere.
Si continua a contrapporre teoria e pratica come se la prima fosse un lusso e la seconda una necessità.
È un modo di ragionare che tradisce una visione povera dell’umano e anche una visione povera del lavoro.
L’italiano, in un istituto tecnico, non è un soprammobile umanistico.
È la tecnologia mentale che permette di decifrare un manuale, scrivere una relazione, comprendere una norma, sostenere un colloquio, redigere un verbale, comunicare un errore, descrivere un processo, argomentare una scelta progettuale.
È perfino, se vogliamo essere cinici, la prima competenza trasversale spendibile nel mercato del lavoro.
E allora la domanda diventa politica.
Com’è possibile che, mentre si dichiara di voler rafforzare le competenze linguistiche generali, si accetti l’idea di comprimere l’italiano proprio nel quinto anno, quello dell’esame di Stato, quello in cui la scrittura e la comprensione dovrebbero essere consolidate e portate a maturità.
Il CSPI, per come viene riportato, chiede esplicitamente di mantenere il monte ore originario per non indebolire le competenze linguistiche generali.
Non è un dettaglio tecnico.
È un segnale ideologico.
Quando una società riduce il tempo dedicato alla lingua, sta riducendo il tempo dedicato al pensiero.
Perché il pensiero non vive nel vuoto, vive nelle parole.
Se impoverisci le parole, impoverisci le categorie con cui un ragazzo distingue il vero dal verosimile, il giusto dal conveniente, il problema dalla scusa, la competenza dall’improvvisazione.
La scienza “unitaria” come diluizione. E chiamatela pure modernità!!!
Il secondo equivoco è metodologico.
“Scienze sperimentali” come disciplina unitaria, ci viene detto, cambia profondamente la didattica e in alcuni indirizzi comporta riduzioni orarie, soprattutto nel settore tecnologico ambientale.
La formula può avere un senso in un progetto serio, con tempi, laboratori, docenti formati, risorse e chiarezza sulle classi di concorso.
Ma qui si entra in un’altra parola magica del decreto, quella che non suona mai nelle conferenze stampa ma domina la vita reale delle scuole: invarianza di spesa.
Il parere richiamato sottolinea proprio questo, il principio dell’invarianza di spesa come filo che attraversa tutto, con rischi su organici, esuberi e sostenibilità.
Nel decreto, la stessa musica torna più volte: misure “senza nuovi o maggiori oneri” e riorganizzazioni affidate alle risorse già esistenti.
Ora, chiunque abbia messo piede in un laboratorio scolastico sa che la scienza sperimentale non è una retorica, è materia.
È tempo di laboratorio, è strumentazione, è sicurezza, è compresenza, è manutenzione, è consumabili.
Senza risorse aggiuntive, la “scienza unitaria” rischia di diventare la scienza annacquata.
Un po’ di tutto, abbastanza di niente.
E il risultato non è interdisciplinarità.
È superficialità istituzionalizzata.
Il culto della “competenza” è in realtà l’oblio della conoscenza!
Il decreto insiste sulla didattica per competenze, sulle unità di apprendimento, sui compiti di realtà, sulla progettazione interdisciplinare e multidisciplinare.
Nessuno nega che una buona didattica contestualizzata, capace di far fare e non solo ripetere.
Il punto è un altro.
La competenza senza conoscenza è mimica.
È addestramento.
È la capacità di fare un gesto senza capire perché si fa, come si corregge, quando si applica, che cosa implica.
È un ragazzo che sa premere pulsanti ma non sa discutere un criterio, non sa leggere un contesto, non sa prevedere conseguenze.
Nell’economia digitale, quella che il decreto evoca come orizzonte, non vince chi è più addestrato.
Vince chi è più capace di apprendere, disapprendere e riapprendere.
E questa capacità nasce da strutture teoriche, da linguaggi solidi, da basi disciplinari vere.
Se togli ore all’italiano, stai togliendo proprio ciò che rende il tecnico un professionista e non un esecutore.
Il tecnico che serve a un Paese non è un ragazzo “pronto subito” nel senso povero del termine.
È un giovane che sa usare concetti, sa scrivere, sa misurare, sa argomentare, sa controllare qualità, sa interpretare dati, sa dialogare con norme e procedure, sa capire l’etica della responsabilità.
Tutte cose che richiedono tempo.
Tempo di studio serio, non tempo di simulazione.
Aziende in cattedra. Il trionfo dell’apporto esterno, la sconfitta dell’educazione…
C’è poi l’impianto complessivo, quello che spinge la scuola dentro una filiera e la filiera dentro la scuola.
Il decreto parla di connessione al tessuto socioeconomico produttivo, di laboratorialità e apporto formativo delle imprese e degli enti del territorio, di Patti educativi 4.0 con ITS, università, centri di ricerca, imprese e mondo delle professioni. Il CSPI, per come viene riportato, segnala il rischio di sovrapposizioni con strutture già esistenti e soprattutto l’assenza di risorse dedicate, quindi il pericolo che resti tutto sulla carta.
Ma anche quando non resta sulla carta, c’è una domanda che non si vuole mai fare, perché sembra blasfema nell’epoca del mercato sovrano: chi decide che cosa è formativo.
Se l’impresa entra nella scuola come “apporto formativo”, l’impresa tenderà a portare ciò che serve all’impresa.
È fisiologico.
Il problema è che la scuola non deve portare ciò che serve a una singola impresa.
Deve portare ciò che serve a una persona per attraversare molte imprese, molte tecnologie, molti cambiamenti e perfino moltiplicare cittadini che lavorano, non lavoratori che tacciono.
Altrimenti accade ciò che la storia insegna con puntualità crudele.
Quando una società smette di educare, comincia ad addestrare.
E quando addestra, non produce competenze alte.
Produce obbedienza.
CLIL obbligatorio e risorse inesistenti. La vetrina prima della struttura.
C’è infine il capitolo dell’internazionalizzazione, con l’obbligo di insegnare in inglese una disciplina non linguistica dell’area di indirizzo, nel terzo, quarto e quinto anno, per almeno un terzo del monte ore annuale.
Anche qui, il CSPI apprezza l’idea ma mette in discussione l’obbligatorietà, citando carenza di docenti con competenze specifiche e assenza di risorse aggiuntive.
È la fotografia perfetta della riforma contemporanea.
Si impone un obiettivo alto, lo si vende come modernizzazione, poi lo si scarica sulle scuole senza strumenti, sperando che la buona volontà colmi il vuoto.
È una forma sofisticata di deresponsabilizzazione istituzionale.
E intanto si producono diseguaglianze.
Le scuole con più risorse territoriali faranno CLIL vero, le altre faranno un inglese di facciata che impoverisce sia l’inglese sia la disciplina.
Il punto non è “pratica contro teoria”. Il punto è l’idea di persona che stiamo scegliendo.
Il tema, alla fine, è antropologico.
Che idea di ragazzo c’è dietro una riforma che comprime la cultura generale per fare spazio a moduli pratici.
C’è l’idea di naggio, come portatore di abilità pronte all’uso, come destinatario di un presente immediato.
È una visione che produce consenso perché sembra concreta, ma è miope.
Perché la concretezza vera, nel 2026 e oltre, è avere teste allenate a comprendere, non mani allenate a ripetere.
La scuola tecnica, per sua natura, deve essere una grande mediazione tra sapere e fare.
Ma la mediazione è possibile solo se entrambi i poli sono forti.
Se il sapere viene ridotto a cornice e il fare diventa contenuto, non ottieni tecnici migliori.
Ottieni tecnici fragili.
Fragili davanti a un cambio software, a una nuova normativa, a un problema non previsto, a una crisi.
Fragili anche davanti alla propaganda, perché chi non padroneggia lingua e logica è più facilmente guidabile.
E qui arriviamo alla frase che fa male, perché è semplice.
Chi è ignorante crea ignoranti.
Non sempre per cattiveria.
Spesso per contagio culturale.
Spesso perché non riconosce il valore di ciò che non ha.
Ma nella politica scolastica l’ignoranza non è neutra.
Diventa struttura. Diventa orario. Diventa disciplina tagliata. Diventa generazione.
Una classe dirigente che non ama la cultura tende a sospettarla.
La cultura è lenta, pone domande, chiede prove, mette in crisi le semplificazioni, smaschera i linguaggi vuoti.
È più comodo una scuola che corre, che “fa”, che certifica competenze in griglie, che produce titoli e non coscienze.
È più comodo un ragazzo che sa eseguire ma non sa argomentare.
E allora si capisce l’apparente paradosso.
Si proclama il rafforzamento delle competenze linguistiche e scientifiche, ma si disegna un impianto che, secondo le preoccupazioni evidenziate anche dal CSPI, rischia di ridurne il tempo e la consistenza proprio dove dovrebbero diventare maturità.
L’Italia, quando è stata grande, non lo è stata perché aveva più ore di laboratorio.
È stata grande quando ha saputo unire tecnica e cultura, officina e testo, calcolo e parola.
Il Rinascimento non era “pratico” contro “teorico”.
Era un’alleanza tra mente e mano.
E anche oggi, in piena Industria 4.0, la vera modernità non è togliere italiano per aggiungere frammenti operativi.
La vera modernità è insegnare a un ragazzo a capire ciò che fa, a dire ciò che pensa, a pensare ciò che dice.
Se invece scegliamo l’altra strada, quella del taglio della cultura e del culto dell’immediato, non stiamo riformando gli istituti tecnici.
Stiamo riformando al ribasso l’idea stessa di cittadinanza.
E poi, domani, non lamentiamoci se il Paese si ritrova con lavoratori più deboli e cittadini più muti.
Perché la scuola non è solo un ponte verso il lavoro.
È, prima di tutto, il luogo in cui un popolo impara a non farsi guidare al guinzaglio.
Proprio per questo è il luogo che si cerca di distruggere per primo, con riforme ignoranti e miopi con indicazioni che nemmeno l’asino di pinocchio avrebbe fatto così male, mettendo al vertice persone che non sanno un caspita di niente di quello che dovrebbero fare, costringendo quella parte del personale scolastico che ancora ci crede, nel sistema (ma spero ardentemente che smettano e che prendano in mano i forconi), a fare i salti mortali per continuare a fare bene il loro lavoro nonostante questo geni incommensurabili, ovviamente non riuscendoci come dovrebbero perché non nelle condizioni giuste.
Chi come noi crede nel valore della cultura e che solo da essa possono discendere i passaggi necessari per apprendere e consolidare le competenze, chi come noi crede che questi giovani meritino un futuro di cultura e di valore e non di pochezza dell’immediato, orbene, tutti ci aiutino a cambiare questa deriva cosmica che ha preso il paese per colpa di gentaglia ignorante che ricopre posti che non merita.
Vi prego, che le vostre intelligenze insorgano, ormai non abbiamo più tanto tempo.
vedi anche:
Vedi caro Corrado.., hai ragione da vendere perché io, fino a 12 anni fa ero tra le fila del Provveditorato agli Studi di Roma, a livello dirigenziale essendo la Segretaria Particolare di vari Provveditori.., da Italia La Terza Lecaldano, a Roberto Fedele ultimo Provveditore agli Studi, dopo l’avvento Direttori Generali Regionali.
Hai ragione da vendere dicevo, perché vedi un tempo anche gli Ist.to Tecnici erano Scuole di tutto lustro e la lingua italiana spiccava ancora quelle materia Comunque tra le prime..
Cosa che già allora, non si poteva dire di certo per gli Istituti Professionali., e purtroppo per il mio modesto punto di vista..
Non pensavo che si fosse arrivati tanto in basso nelle Scuole di ogni ordine e grado però, non solo nei Tecnici..
La Politica, da 32 anni a questa parte, non ha fatto altro che affossare e distruggere di conseguenza, ciò che per 48 anni, precedenti a Loro tutti, si pensava a fare tutto quello che si diceva per far uscire dalle Scuole italiane, dei ragazzi preparati alla vita anche lavorativa.
Già i Dirigenti Scolastici, prima distinti in Direttori Didattici e Presidi , per la maggior parte, se ne sono fregati delle disposizioni che la norma prevedeva, pensando solo a prendere stipendi da favola, in quanto Dirigenti.
Dovevano pensare a prevedere il lavoro proprio della scuola, riflessa e partecipe del territorio laddove insisteva, lavorando a braccetto con altre scuole limitrofe e, con le stesse problematiche ovviamente, ma anche con Aziende, Associazioni, ecc.. sempre di zona e non, pur di progettare tutti assieme a favore dei giovani, per i giovani.., per il loro futuro nel mondo lavorativo o ancora Universitario..
Hanno dimenticato perciò, la cosa principale tutta scritta lì, ma solo sulla carta.. volutamente per me, in quanto troppo lavoro..??.. Per Negligenza..??.. Per Politica..??.
Tutto potrebbe essere preso si golarmente o concomitant..
Ne avrei da dire ancora, e proprio tanto, ma non penso sia questa la sede piu’ consona per poterlo fare.
Ti ringrazio ancora però per aver centrato il punto del come stiamo messi male, su uno dei fronti più importanti e focali, che non sono altri che quelli scolastici., e questo è solo uno degli argomenti importanti sulla nostra povera terra italiana, che neanche più la bandiera viene considerata per quello che rappresenta..
Buona serata e Buonanotte poi a Te…
Carissima, vedo che il nostro è un grido di dolore condiviso perché amiamo la scuola italiana ed ancor di più perché teniamo al futuro dei giovani, ma temo siamo rimasti veramente in pochi…