Settembre 10, 2026
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L’Italia non ha più un piano industriale.

E già questa, da sola, sarebbe una frase sufficiente a descrivere la nostra decadenza.

Ma vi è di peggio. Non solo il Paese ha smesso di pensare industrialmente il proprio futuro, ma per anni ha anche demolito ciò che possedeva, smontato i propri strumenti di sovranità economica, ceduto ai privati pezzi nevralgici della struttura pubblica, il tutto con il tono compiaciuto di chi pretendeva di chiamare modernizzazione quella che, in realtà, era una resa.

Bisogna avere il coraggio di dirlo senza ipocrisie.

L’Italia non è stata tradita soltanto dalla crisi dei mercati, dalla competizione globale o dalle trasformazioni della tecnologia.

È stata tradita prima di tutto dalla pochezza della propria classe dirigente, dalla sua incapacità di governare il bene pubblico, dalla sua vigliaccheria nel preferire la vendita alla riforma, dalla sua cronica abitudine a scambiare la fuga per una soluzione.

Quando uno Stato dismette beni strategici non perché abbia una grande visione liberale, non perché abbia costruito un modello più efficiente, non perché abbia ridisegnato in modo razionale il rapporto tra pubblico e privato, ma semplicemente perché non è più in grado di amministrare sé stesso, allora non siamo davanti a una riforma.

Siamo davanti a una confessione di fallimento.

Autostrade, telecomunicazioni, reti, infrastrutture, snodi decisivi del sistema economico nazionale.

L’Italia ha progressivamente alienato il controllo di settori che avrebbero dovuto restare sotto una regia pubblica forte, moderna e competente.

Non per superiorità teorica del privato, ma per l’inferiorità pratica di chi stava nelle stanze del potere pubblico.

Questo è il punto che per troppo tempo si è cercato di nascondere.

Non si è privatizzato perché era meglio.

Si è privatizzato perché non si era capaci di fare il proprio dovere.

E questa è una colpa politica gravissima.

La narrazione dominante ha raccontato per anni che il pubblico fosse inevitabilmente un luogo di spreco, lentezza, inefficienza, opacità.

Ma questa è stata una menzogna comoda, o meglio una mezza verità piegata a scopi ideologici.

Il problema non era il pubblico in sé. Il problema erano coloro che lo gestivano male.

E invece di sostituire gli incapaci, invece di costruire modelli di governance seri, invece di introdurre responsabilità autentiche, meritocrazia, controllo, competenza, si è compiuta la scelta più facile e più devastante, vendere.

È come se un medico, non sapendo curare un organo malato, decidesse di amputarlo e poi si vantasse dell’operazione.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Uno Stato più debole, una nazione meno autonoma, cittadini meno protetti, territori più esposti, lavoro più fragile, indirizzo strategico quasi assente.

Il dogma del privato salvifico ha prodotto rendite, concentrazioni di potere, logiche finanziarie spesso estranee all’interesse nazionale, mentre lo Stato si è ridotto a pagare le conseguenze degli errori altrui, a intervenire nelle emergenze, a riparare i danni di un sistema che aveva contribuito esso stesso a svuotare.

E allora sia chiaro un punto essenziale.

Chi ha dismesso lo Stato senza avere costruito nulla di meglio dovrebbe almeno rispondere, se non davanti a un tribunale, almeno davanti alla coscienza storica del Paese.

Perché non si tratta di normali errori amministrativi. Si tratta di avere contribuito alla desertificazione della capacità pubblica italiana.

Si tratta di avere accettato che la Repubblica smettesse di essere soggetto economico, strategico e industriale per diventare un amministratore passivo del proprio ridimensionamento.

Si tratta, in ultima analisi, di una responsabilità enorme, di cui troppo spesso nessuno paga il prezzo.

Naturalmente, nessuno auspica il ritorno al vecchio carrozzone pubblico, alla struttura statale elefantiaca, improduttiva, clientelare, usata come discarica della politica e rifugio delle fedeltà di partito.

Sarebbe una sciocchezza imperdonabile.

Ma altrettanto sciocco è continuare a credere che l’unica alternativa alla degenerazione pubblica sia la consegna al privato.

Questa contrapposizione infantile ha già fatto danni enormi.

Il problema non è scegliere tra statalismo e mercato.

Il problema è decidere se l’Italia voglia finalmente dotarsi di uno Stato capace, esigente, selettivo, competente, autorevole, che sappia presidiare ciò che è strategico e pretendere risultati da sé stesso e dagli altri.

Occorre dunque ricostruire una forte politica di partecipazioni statali, ma con una premessa chiara.

Devono essere partecipazioni pubbliche forti e remunerative.

Non strutture di assistenza, non santuari dell’inefficienza, non luoghi di compensazione politica, ma strumenti veri di politica industriale.

L’Italia deve tornare ad avere una presenza pubblica nei settori essenziali, non per romanticismo ideologico, ma per necessità nazionale.

Deve tornare a investire là dove si genera sovranità economica, stabilità occupazionale, capacità di indirizzo.

Deve tornare a usare il pubblico non come rifugio della mediocrità, ma come leva del futuro.

Uno Stato serio non lascia interamente al caso o alla sola convenienza del capitale privato le infrastrutture decisive, le reti critiche, le grandi filiere industriali, i gangli energetici, la ricerca strategica, le piattaforme tecnologiche.

Uno Stato serio presidia, orienta, coordina. Interviene quando serve, investe quando occorre, protegge ciò che ha valore sistemico.

Le grandi nazioni fanno esattamente questo. Solo l’Italia, per una miscela di provincialismo culturale, subalternità ideologica e incapacità amministrativa, ha finito per convincersi che arretrare fosse un segno di maturità.

No. In molti casi arretrare è stato soltanto un atto di debolezza.

Ma se davvero si vuole ricostruire una strategia industriale nazionale, bisogna spingersi ancora più avanti.

Bisogna avere il coraggio di affrontare la questione che le classi dirigenti italiane hanno eluso per decenni, cioè il rapporto tra ricerca, industria e destino collettivo del Paese.

Per questa ragione, accanto a una nuova politica di partecipazioni statali, occorrerebbe istituire un Ministero autonomo della Ricerca, non ornamentale, non simbolico, non disperso in un labirinto amministrativo, ma centrale nella costruzione di un nuovo modello di sviluppo.

Un simile ministero dovrebbe funzionare a favore delle industrie italiane, dei distretti produttivi, delle filiere strategiche, dei settori ad alto contenuto di innovazione.

Dovrebbe saldare in modo permanente università, laboratori, centri di eccellenza, impresa e Stato.

Dovrebbe fare una cosa semplicissima e rivoluzionaria insieme, impedire che l’intelligenza italiana continui a essere la principale materia prima regalata all’estero.

Da anni il nostro Paese compie uno dei più assurdi suicidi economici e civili della sua storia recente.

Forma giovani straordinari, educa ricercatori brillanti, prepara menti capaci, investe in competenze, e poi lascia che siano altri sistemi nazionali a raccogliere il frutto di questo sforzo.

L’Italia alleva cervelli e li consegna. Li nutre culturalmente e li espelle economicamente.

Li celebra in astratto e li umilia in concreto.

Questa non è sfortuna. È una colpa politica precisa.

Un Ministero autonomo della Ricerca dovrebbe invece assumere direttamente i ragazzi più dotati, inserirli in percorsi di alta qualificazione funzionali alle esigenze del sistema industriale nazionale, retribuirli in modo adeguato, dare loro stabilità, riconoscimento e prospettive.

Non è tollerabile che un giovane di talento debba scegliere tra dignità professionale e permanenza in patria.

Non è tollerabile che il merito venga blandito nei discorsi pubblici e poi abbandonato alla precarietà o alla fuga.

Non è tollerabile che un Paese che si lamenta di perdere competitività continui a espellere le sue intelligenze migliori come se fossero un surplus indesiderato.

La verità è che l’Italia possiede una materia prima immensa, forse la più preziosa di tutte, l’intelligenza del suo popolo.

Ma non ha saputo costruire le istituzioni adatte a estrarla, valorizzarla, trattenerla, metterla a sistema. E senza questo passaggio, ogni discorso sulla rinascita industriale resterà vuota retorica.

Perché oggi la ricchezza non si misura soltanto nelle fabbriche e nei bilanci, ma nella capacità di trasformare conoscenza in produzione, sapere in innovazione, intelligenza in vantaggio nazionale.

Le vere risorse italiane, infatti, non sono soltanto i paesaggi, i marchi, il patrimonio artistico, l’agroalimentare, il turismo o la manifattura di qualità. Tutto questo conta, certo, ma non basta.

La vera grande risorsa italiana è umana. È fatta di intelligenza diffusa, di resilienza professionale, di capacità tecnica, di creatività, di disciplina operosa, di adattamento, di invenzione.

È fatta di persone che potrebbero essere motore di una nuova stagione industriale e che invece vengono troppo spesso lasciate sole, svalutate, sottopagate o costrette a migrare.

Puntare sulle persone significa allora cambiare paradigma.

Significa tornare a pensare il lavoro come fondamento reale della Repubblica e non come formula da anniversario.

Significa costruire occupazione stabile e qualificata, non soltanto forme di sopravvivenza statistica.

Significa connettere scuola, università, ricerca e impresa in un sistema coerente.

Significa considerare la competenza non un fastidio elitario, ma una condizione della sovranità nazionale.

Significa capire che senza cervelli trattenuti, valorizzati e ben pagati, nessun piano industriale può reggere.

Ecco perché la questione delle privatizzazioni non è una parentesi del passato, ma una ferita ancora aperta.

Perché quelle cessioni hanno inciso profondamente sul modo in cui l’Italia ha imparato a pensarsi, o meglio a non pensarsi più.

Hanno educato intere generazioni di amministratori all’idea che il pubblico debba ritirarsi anziché migliorarsi.

Hanno reso normale la rinuncia.

Hanno legittimato una cultura della deresponsabilizzazione nella quale, se qualcosa funziona male, non la si riforma ma la si vende, non la si salva ma la si abbandona.

Questo è il punto da cui occorre ripartire, con durezza e senza indulgenze.

L’Italia deve smettere di essere il Paese che aliena ciò che non sa governare.

Deve tornare a essere il Paese che impara finalmente a governare ciò che conta.

Deve selezionare classi dirigenti degne di questo nome.

Deve pretendere che il pubblico produca risultati.

Deve costruire partecipazioni statali efficienti e redditizie.

Deve dare vita a un Ministero della Ricerca che saldi talento e industria.

Deve decidere, una volta per tutte, se vuole sopravvivere come colonia economica elegante o tornare a essere una nazione con una volontà industriale propria.

La domanda finale, in fondo, è brutale ma inevitabile.

Vogliamo continuare a farci raccontare che il declino è modernità, che la fuga dei cervelli è fisiologica, che la vendita dei beni pubblici è efficienza, che la precarietà del talento è il prezzo da pagare al mercato, oppure vogliamo finalmente ammettere che questo modello ha fallito?

Vogliamo restare il Paese che consuma la propria sostanza e applaude chi la svende, oppure vogliamo tornare a essere uno Stato che guida, investe, assume, produce, trattiene e costruisce?

Perché un popolo che non difende le proprie infrastrutture, non valorizza la propria ricerca e non trattiene i propri migliori giovani è un popolo che sta lentamente rinunciando a sé stesso.

E l’Italia, francamente, non può più permettersi il lusso di continuare a svendersi.

 

Autore

  • Direttore responsabile Betapress.it

    Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.


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