L’Italia senza colpa, il Paese che cambia memoria per non cambiare sé stesso
Ottant’anni dopo la fine della guerra, continuiamo a dividere gli italiani tra vincitori moralmente impeccabili e vinti indegni di parola. Non per amore della storia, ma per paura di guardarci allo specchio.
«In Italia sino al 25 luglio c’erano 45 milioni di fascisti; dal giorno dopo, 45 milioni di antifascisti. Ma non mi risulta che l’Italia abbia 90 milioni di abitanti».
La frase, tradizionalmente attribuita a Winston Churchill, può essere discussa nella sua precisa paternità, ma non nella sua brutale efficacia. Racchiude in poche parole uno dei caratteri più persistenti della storia italiana. La straordinaria capacità di cambiare uniforme senza cambiare coscienza, di sostituire una bandiera con un’altra senza compiere alcun serio esame morale, di salire sul carro del vincitore conservando sotto il cappotto le medaglie ricevute dal precedente padrone.
Il problema non è soltanto ciò che avvenne nel 1943, nel 1945 o nel 1946. Il problema è che, a ottant’anni di distanza, l’Italia continua a vivere dentro quella rimozione. Abbiamo trasformato la memoria storica in una liturgia politica, la ricerca in una tifoseria, la responsabilità in un’arma da scagliare contro gli avversari. Non abbiamo studiato la storia. L’abbiamo processata sommariamente, archiviata e poi riaperta ogni volta che serviva conquistare un voto, occupare una piazza o impartire una patente di legittimità democratica.
Nel giugno del 1940 l’Italia entrò in guerra dopo vent’anni di regime, propaganda, adunate, organizzazioni di massa, educazione militarizzata, compromissioni istituzionali e adesioni opportunistiche. Non vi era soltanto Mussolini affacciato dal balcone. Sotto quel balcone vi era una nazione. Non tutta convinta, certamente. Non tutta libera di dissentire, evidentemente. Non tutta colpevole nella medesima misura, perché la storia seria distingue sempre tra responsabilità politiche, adesioni ideologiche, conformismo, paura, opportunismo e autentica opposizione.
Ma vi era una società che, in larghissima parte, aveva convissuto con il fascismo, ne aveva utilizzato le strutture, accettato i benefici, ripetuto il linguaggio, indossato le divise, frequentato le organizzazioni, cercato protezioni e costruito carriere. Vi erano industriali, professori, magistrati, giornalisti, militari, funzionari, artisti e uomini di cultura. Vi erano una monarchia che aveva consegnato il governo a Mussolini e istituzioni che avevano trasformato l’obbedienza in virtù nazionale.
Poi arrivò la disfatta.
E con la disfatta iniziò il miracolo italiano dell’innocenza retroattiva.
Le responsabilità furono rapidamente concentrate su pochi corpi simbolici. Mussolini, i gerarchi, il re. Eliminati gli uni, esautorato l’altro, il Paese poté presentarsi davanti alla storia come vittima di una parentesi, quasi che il fascismo fosse stato un’invasione extraterrestre, una malattia contratta per accidente, un incidente estraneo alla biografia nazionale.
Fu una gigantesca operazione di autoassoluzione.
La Resistenza, esperienza autentica, tragica e decisiva, condotta tuttavia da una minoranza della popolazione, venne progressivamente trasformata nel certificato morale dell’intera nazione. La scelta coraggiosa di alcuni diventò l’alibi comodo di tutti. Il sacrificio di chi aveva realmente combattuto contro il fascismo fu utilizzato anche da coloro che, fino al giorno precedente, avevano applaudito, obbedito, collaborato o semplicemente taciuto.
Dire questo non significa negare il valore della Resistenza. Significa rispettarla abbastanza da non trasformarla in una finzione collettiva. I resistenti non furono milioni di italiani improvvisamente illuminati. Furono uomini e donne che, spesso in solitudine e in condizioni terribili, scelsero di esporsi.
Proprio perché furono una minoranza, il loro coraggio appare ancora più grande. Attribuire retroattivamente quella scelta a un’intera popolazione non rende giustizia ai partigiani. La sottrae loro.
La Repubblica nacque proclamando una discontinuità morale che, negli apparati dello Stato, fu assai meno radicale di quanto la retorica successiva abbia raccontato.
Non era materialmente possibile eliminare ogni funzionario, ogni magistrato, ogni docente, ogni dirigente, ogni ufficiale che avesse lavorato sotto il regime.
Un Paese non può licenziare in una notte se stesso.
Questa necessità, però, non giustifica la totale assenza di un pubblico esame di coscienza. Non giustifica il silenzio. Non giustifica la rimozione. Non giustifica il riciclo presentato come redenzione automatica.
Il caso di Gaetano Azzariti resta uno dei simboli più impressionanti di questa continuità. Presidente del Tribunale della Razza, organo inserito nella macchina discriminatoria costruita dal fascismo, divenne successivamente presidente della Corte costituzionale, la più alta istituzione di garanzia della nuova Repubblica democratica. Non si trattò soltanto del passaggio di un uomo da un incarico a un altro. Fu l’immagine plastica di uno Stato che cambiava Costituzione senza interrogare fino in fondo le biografie di coloro ai quali affidava il compito di custodirla.
Nessuno pretese davvero una pubblica ritrattazione.
Nessuno impose una confessione morale.
Nessuno chiese alla nuova classe dirigente di spiegare come fosse possibile passare dal diritto della razza alla difesa dei diritti costituzionali con la stessa naturalezza con cui si cambia una targa sulla porta di un ufficio.
Ecco il punto che ancora oggi si cerca di nascondere.
L’Italia non fu realmente defascistizzata.
Fu ridenominata.
Cambiarono i simboli, le parole d’ordine e i riferimenti istituzionali. Molti uomini, molte mentalità, molti automatismi di potere rimasero al loro posto.
L’obbedienza al capo diventò fedeltà al partito.
Il conformismo del regime si trasferì nelle appartenenze del dopoguerra.
Le carriere continuarono a dipendere dalle protezioni.
La verità storica continuò a essere amministrata dai vincitori politici del momento.
Il fascismo aveva imposto una memoria ufficiale.
L’antifascismo istituzionale, quando è stato ridotto a strumento di esclusione e non vissuto come autentica cultura democratica, ha finito talvolta per riprodurre lo stesso vizio.
Una verità obbligatoria, una liturgia intoccabile, una divisione permanente tra cittadini moralmente legittimi e cittadini sospetti.
L’Italia continua così a ignorare una regola elementare della civiltà.
I vincitori hanno il diritto di celebrare le ragioni per cui hanno combattuto.
I vinti hanno il diritto di conservare la memoria dei propri morti, di raccontare le proprie esperienze, di riconoscere i propri errori senza essere cancellati come esseri umani.
Questo diritto non significa equiparare ogni causa, assolvere ogni crimine o confondere aggressori e aggrediti.
Significa distinguere il giudizio storico dalla disumanizzazione.
Una democrazia adulta condanna le ideologie oppressive ma non eredita il linguaggio dell’annientamento. Ricorda le vittime senza trasformare la memoria in vendetta ereditaria.
Studia le responsabilità senza applicare colpe di sangue ai discendenti.
In Italia, invece, la memoria è rimasta una guerra civile condotta con le commemorazioni.
Ogni anniversario diventa un tribunale. Ogni monumento diventa una trincea. Ogni morto viene classificato prima ancora di essere pianto.
Vi sono cadaveri considerati degni di memoria e altri giudicati politicamente incompatibili con il lutto nazionale.
Vi sono dolori autorizzati e dolori sospetti. Vi sono famiglie alle quali viene riconosciuta una sofferenza e famiglie alle quali viene chiesto, ancora oggi, di vergognarsi perfino dei propri morti.
Questa non è coscienza democratica.
È analfabetismo morale.
La democrazia non si misura dalla capacità di celebrare i propri vincitori. Tutti i regimi sanno farlo. Si misura dalla capacità di riconoscere l’umanità degli sconfitti senza rinunciare al giudizio sulle loro scelte.
Dopo ottant’anni, l’Italia dovrebbe essere abbastanza adulta da affermare che il fascismo fu una dittatura, che le leggi razziali furono un’aberrazione, che la guerra fu una catastrofe e che la monarchia portò responsabilità gravissime.
Dovrebbe però essere altrettanto adulta da ammettere che il regime non fu sostenuto soltanto da Mussolini, che la società italiana non fu composta da milioni di resistenti clandestini e che la Repubblica venne costruita anche attraverso compromessi, continuità amministrative, amnistie, omissioni e opportunismi.
Invece continuiamo a raccontare una favola edificante. Il popolo italiano sarebbe stato innocente, ingannato da pochi tiranni, liberato da una generale e spontanea insurrezione, finalmente redento il 25 aprile e rinato immacolato il 2 giugno.
È una rappresentazione comoda.
Ed è, proprio per questo, pericolosa.
Un popolo che non riconosce le proprie responsabilità è destinato a ripeterne i meccanismi.
Continuerà a obbedire al potere per poi dichiararsi vittima.
Continuerà ad applaudire chi vince e a insultarlo quando perde.
Continuerà a cercare un uomo forte e poi a fingere di non averlo mai sostenuto.
Continuerà a salire su tutti i carri, purché siano diretti verso il palazzo del vincitore.
L’ignoranza cosmica nella quale siamo precipitati non consiste soltanto nel non conoscere le date o i nomi.
Consiste nel non comprendere la complessità morale della storia.
Nel credere che basti indossare l’etichetta giusta per essere dalla parte giusta.
Nel confondere l’antifascismo con l’immunità da ogni colpa e l’appartenenza al campo sconfitto con una condanna eterna.
La memoria non è un lasciapassare.
Non rende automaticamente giusti i vincitori né automaticamente innocenti i vinti.
I vincitori possono commettere crimini.
I vinti possono conservare dignità.
Un combattente può trovarsi dalla parte storicamente sbagliata e avere comunque diritto a una sepoltura, a un nome e al dolore dei propri familiari.
Un uomo schierato dalla parte vincente può compiere atrocità e non diventare innocente soltanto perché la storia gli ha consegnato la bandiera giusta.
Questo principio dovrebbe essere evidente.
In Italia è ancora rivoluzionario.
Il Paese resta incapace di distinguere la pietà dal revisionismo, la ricerca dall’apologia, la memoria dalla propaganda.
Basta chiedere di studiare una pagina rimossa perché qualcuno urli alla riabilitazione del fascismo. Basta denunciare un crimine commesso dai vincitori perché qualcuno reagisca come se il riconoscimento di quel crimine cancellasse tutti gli altri.
La verità non funziona come una bilancia truccata. Riconoscere una colpa non ne assolve un’altra.
Ricordare le vittime di una parte non cancella quelle dell’altra. Piangere un morto non significa aderire alle sue idee.
Una nazione che non comprende questo non è una nazione pacificata. È una nazione impaurita.
L’Italia non ha mai davvero elaborato il fascismo perché lo ha trasformato in un oggetto esterno a sé. Non ha mai davvero elaborato la guerra civile perché ha preteso di proclamarne un solo racconto.
Non ha mai davvero elaborato il dopoguerra perché ha nascosto sotto il tappeto il riciclo degli apparati e degli uomini.
Ci siamo dichiarati nuovi senza avere il coraggio di confessare quanto del vecchio fosse rimasto dentro di noi.
E ancora oggi, mentre discutiamo ossessivamente di fascisti e antifascisti, continuiamo a praticare il più antico vizio nazionale.
La fedeltà non ai principi, ma al potere del momento.
Forse è questa la vera eredità mai superata del Ventennio.
Non una camicia, non un saluto, non una nostalgia folkloristica.
È l’abitudine all’obbedienza.
È il bisogno di una verità ufficiale.
È l’incapacità di assumersi una responsabilità personale.
È il desiderio di appartenere sempre alla maggioranza giusta, possibilmente dopo avere scoperto chi ha vinto.
Ottant’anni dopo, l’Italia non ha bisogno di nuove sentenze sommarie. Ha bisogno di conoscenza.
Ha bisogno di aprire gli archivi, studiare le biografie, riconoscere tutte le vittime, distinguere le responsabilità e restituire dignità alla complessità.
Soprattutto, ha bisogno di smettere di mentire a se stessa.
Perché il Paese che si proclama sempre innocente non è moralmente superiore.
È soltanto un Paese che non ha ancora avuto il coraggio di diventare adulto.
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